Corsi e ricorsi

f goya  kronos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“[…]Un giorno, quando la storia del mondo costituirà un ciclo chiuso (così come oggi la storia della Grecia e quella di Roma) tutto il secolare travaglio che noi appunto chiamiamo storia apparirà come il miserabile risultato della perpetua e costante volontà di vivere dell’uomo tradizionale. Sarà questa una visione a posteriori che corrisponderà a quella che a priori hanno avuto i profeti lontani: visione piatta e uniforme nella quale scompariranno i rilievi dei fatti, come i volti dei dannati nelle bolge dell’inferno di Dante. Allora i fatti stessi perderanno ogni interesse (nel qual senso è profonda l’intuizione dei rivoluzionari russi, che bandirono dalle loro scuole lo studio della storia): e i giorni che noi abbiamo vissuto si trasmetteranno nel ricordo delle generazioni come quelli di un altro e più giusto diluvio, che sommerse per sempre il vecchio uomo e l’arca dove egli aveva tentato di rifugiarsi. Ma, poiché e finché noi, purtroppo, siamo fuori del mito, è inevitabile che le vicende ci appaiano come un gioco di azioni e di reazioni, e le azioni e le reazioni distinguiamo secondo un criterio che può chiamarsi di libertà, e cioè in ragione dell’eterno conflitto tra chi comanda e vuol comandare, e chi ubbidisce e vuol ubbidire. Da questo punto di vista è indubitabile che si possano distinguere periodi di libertà e periodi di schiavitù, e quest’ultima qualifica sia da attribuirsi a quello aperto con la rivoluzione italiana. Senonché in sede di indagine storica, e cioè astraendo dalle lacrime e dalle sofferenze che alle vittime innocenti apporta il servaggio, non bisogna dimenticare che la schiavitù che succede alla libertà contiene implicito il giudizio negativo di questa, perché – post hoc, ergo propter hoc – non è vera libertà quella che pone le condizioni e contiene in sé i germi della futura schiavitù.
Questo è quel che si è voluto significare quando si è parlato di critica dell’uomo tradizionale. Se si pensa oggi, mentre la tormenta infuria e annulla ogni gioia di vivere, a lunghi anni di pace e di benessere trascorsi da quest’uomo “dentro dalla cerchia antica”, e cioè anteriormente alla prima grande guerra, anni che appaiono ai nostri occhi affaticati come soffusi di un dolce color di rosa, viene fatto di raffigurarselo simile a un baco intento a filare la sua seta. Come il baco, gelido; come lui di principi onestissimi; come lui, voglioso di salire per compiere la sua metamorfosi, e cioè pervaso di miti ideali, facilmente realizzabili su questa terra; ma soprattutto come lui sollecito di fasciarsi nel bozzolo, cioè di crearsi intorno una sfera giuridica, roccaforte della sua individualità e del suo egoismo. Venuto su col favore di un ambiente caldo, che gli dava l’illusione di essere fabbro della propria fortuna, quest’uomo-baco, il quale non avrebbe sopportato i privilegi del padre, aveva saputo compiere il miracolo di farsi della libertà un privilegio: generazioni di giuristi lo avevano favorito delle loro impalcature formali; due servitori fedeli, lo Stato e Dio, sorreggevano il suo peso, come Atlante il mondo. Contro quest’uomo, che interpretando alla lettera il quod superest date pauperibus si credeva cristiano; che considerando la patria come un interesse si diceva patriota; che scambiando la libertà con la sua forma giuridica si riteneva liberale; contro quest’uomo si abbatterono cupe le onde delle rivendicazioni sociali: pretese immoderate e violente di una classe di diseredati, che sempre in nome della libertà aspirava a sostituirsi a lui nel privilegio. Non è possibile, se si prescinde da quel senso generico di simpatia che si prova verso coloro che soffrono, attribuire alcun valore spirituale a queste lotte di classe: si può solo osservare senza meraviglia che l’uomo tradizionale, uscito nella maggioranza dei casi dalle classi più umili, era il meno adatto a comprenderne le aspirazioni, e quindi si rivelava fatalmente incapace di procedere a una rivalutazione critica di sé stesso. La prima guerra mondiale parve offrire nel dolore un segno di riconoscimento, e mostrare finalmente, sotto la maschera di sangue, il vero volto di libertà: le nuove infami ricchezze, e il progressivo imborghesimento delle masse, perdute nel miraggio di una facile dittatura, e perciò sempre più baldanzose e violente, mostrarono subito che l’uomo-baco era passato strisciando sui campi di battaglia, e già si apprestava a riassettare il suo bozzolo o a formarne uno nuovo.
Era necessario (nel senso in cui Foscolo chiama necessaria l’umana perfidia) che quest’uomo, nell’ora del pericolo, si rivolgesse al più potente dei due servitori sopra accennati, s’intende lo Stato, domandandogli che aprisse le piazze ai bravi e gli uffici agli avventurieri. Il concetto stesso di libertà-privilegio postulava che la libertà dovesse essere sacrificata quando il privilegio fosse stato conteso, come uno strumento ormai inutile. Ond’è che appena quegli stessi bravi e avventurieri, conquistato lo Stato col quale si affrettavano a identificarsi, fecero intendere chiaramente che esso non voleva più servire, ma essere servito, l’uomo tradizionale non vide altro in ciò che la nuova formula che si offriva alla sua salvezza, e si apprestò alla ubbidienza. Quel giorno egli diventò il protagonista della rivoluzione. A pochi generosi che custodivano in cuore la fiamma della vera libertà, parve che questa si spegnesse per non più riaccendersi. Nessuno capì, e nessuno poteva capire, che era invece il lungo calvario della liberazione che cominciava.”
(Salvatore Satta – De profundis – (cap. VII) – (Adelphi, 1980)

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