I giorni della memoria

La mia memoria è quella
di chi è stato ad Oswiecim (1)
cinquant’anni dopo,
una piovosa mattina di agosto;
di chi ha sentito la presenza viva
incombere di migliaia di corpi
il loro dolore silenzioso
addolcito dal tempo
eppure ancora urlante,
fuori nel cortile e dentro,
in mezzo alle valige
di quel viaggio giunto al capolinea,
e alle altre povere cose
raccolte dietro pareti trasparenti:
colline di capelli e protesi
e scarpe e pentole e occhiali.
Quei volti seri che guardavano dall’alto
coi nomi le date lo sguardo
imprigionato un giorno da un lampo,
in uno studio fotografico tedesco
o di altro paese sciagurato.
La mia memoria è quella
di chi è stato a Wannsee, sapendo
che il 20 gennaio del quarantadue,
in una villa che dava sul lago,
i gerarchi riuniti decisero
“determinati lavori preparatori
alla soluzione finale, evitando
però di allarmare la popolazione.”
La mia memoria è quella di chi
tenendo copia in mano
di quel verbale gelido
ha attraversato poi le strade
d’un luogo di vacanza ameno,
dove si prendeva il sole
sulle rive erbose ma dove
nessuno si bagnava, come
se non fosse il fango
a intorbidire le acque
ma altro.

(1) Nome della cittadina polacca meglio nota col nome tedesco Auschwitz

2 Risposte a questo post.

  1. Pubblicato da gigliola in 31 gennaio 2012 alle 2:01 pm

    Molto intensa.
    Anch’io quando sono stata a Wannsee mi sono sentita così…

    Replica

  2. Grazie, Gigliola, per il commento.

    Replica

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