In terza persona – Recensioni

In terza persona

 

Recensioni

Antonio Strinna (Italia Libri – 18 settembre 2006)

C’è uno snodo naturale, una sorta di centralità del destino, uno snodo che sussiste dentro la dimensione della coscienza umana, proprio perchè di continuo chiama, simmetricamente, alla consapevolezza. Chiama, puntualmente, alla costruzione del proprio destino, se non alla sua precisa Destino salvifico o dannato, in qualche modo, sul filo di un orizzonte da conquistare e prima ancora nel respiro di un ‘sé’ che si affaccia sulla soglia di una possibilità e insieme di una risposta. Snodo del destino, in definitiva, traguardato da Giovanni Nuscis con la sua ultima opera In terza persona, pubblicato da Manni editori, che segue Il tempo invisibile, Book editore.

«Se oltre il cortile qualcosa vi attira,/ in quel minuto d’aria esplode/ un tempo infinito, in cui/ sfilate pantofole e vestaglia,/ perdersi sull’erba.» E questo appare ancora più vero se il cortile non è altro che la resa, taciuta o nascosta, la maschera del vuoto interiore, la deriva veleggiata da qualche compiaciuta nostalgia. E allora l’alternativa, il superamento è ascoltare, saper ascoltare, le tante voci che ci circondano, fra le quali c’è anche la nostra, in qualunque luogo del mondo. Potremmo scoprire, attenti in ogni fibra del corpo, che in fondo siamo noi «quel luogo che chiede ascolto».

Di qui il fuoco che alimenta intenzione e forza di un travagliato percorso, a partire dall’adolescenza, o piuttosto il fuoco di una vera e propria indagine -sospinta dalla verità-, tesa a scoprire e riscoprire menzogne e ipocrisie, dolori e misfatti, furbizie di ogni genere, laddove i poteri, piccoli e grandi, allora si dividevano lo Stato e anche gli indifesi, i poveri, gli ultimi. Ma ognuno, anche se giovane, aveva ed ha la sua responsabilità: «Noi guardavamo il cielo/ il volo in caduta dei giorni,/ tra lampi di generazioni. Ci contavamo, ogni tanto urlavamo/ ma indietro tornava la voce». Tutto qui? Bisogna ammetterlo: «Si poteva fare di meglio…/ sarebbe bastato volerlo…»

Per tutti c’era subito pronta l’anestesia: cinema e televisione, le protezioni politiche, il posto facile, la famiglia rifugio. E così è venuta anche la sicurezza, a buon prezzo. «Boogie woogie tra bulli e troiette,/ calze di seta e sottovesti;/ e un abito per tutti/ con tela di paracadute». Davvero una bella sicurezza, e fino a quando poteva durare? Ecco, la poesia di Giovanni Nuscis gioca soprattutto a svelare tutte le false sicurezze di cui è cosparso il cammino dell’uomo contemporaneo. E non bastano certo le regole e le leggi, non bastano a nascondere i meandri oscuri e le sabbie mobili in cui inconsapevoli talvolta ci si muove. In verità, non si salva neanche l’amore, ormai travisato in spettacolo: «Si fa l’amore come sopra un tetto/ o in cima a un albero; davanti a Dio/ e al grande occhio che ci osserva,/ gemito su gemito».

E il dubbio non risparmia neanche le parole del poeta. «E’ vero che bruciarono i libri di Alessandria e non chi li scrisse». E tuttavia: «Tra il fumo colorato e i riflettori, / sono approdate adesso le parole:/ per rianimarsi, o per il colpo di grazia». E’ la speranza la sola risposta, immancabile, per poi fare i conti con un viaggio che, dopo la sosta, non può che ricominciare. «Si poteva sperare/ in un approdo migliore,/ per le navi oscure qui attraccate,/ per chi ha affrontato il mare,/ dono più grande?» E il viaggio prosegue, infatti, come un destino ancora da definire. Comunque fecondo, se non si smette di credere in se stessi, se si possiede il senso della traversata, perchè la meta non può mancare né finire con chi la traversata l’ha iniziata. «Batteremo il tempo in altro petto.»

«Sulla carne viva del giorno/ come lame/ senza un grido, una smorfia:/ postumi a noi stessi/ di quel minuscolo nanosecondo/ che ride, di spalle.»

Il divenire è già nello sguardo, così le parole e le attese si concretizzano in ogni frammento e istante di vita, nella trama delle ragioni, sino a valicare, senza saperlo, anche noi stessi. Il destino, in qualche modo salvifico, diviene misteriosamente immortale. Il passato, proprio perchè irrisolto, è sempre nella dimensione di un tempo in divenire, indeterminato, perpetuato come voce che chiama alla redenzione, a coltivare un’ulteriore chance. E questo rimane crocevia della responsabilità individuale. «Sul dorso di anni molli come acqua/ calchiamo l’orma, prendiamo il largo./ Lontani ritrovandoci ogni volta.» E così ci accorgiamo che “Siamo volati via da noi e dai nostri morti”.

Nella corsa dentro il tempo, che sempre ci contiene e ci vede smarriti, ci figuriamo sommersi da confini e ostacoli; con le nostre paure, ci ostiniamo a guardare tutto con gli occhi del passato. Mentre sarebbe meglio considerare che: «Non vi è confine/ se qualcosa in noi rivuole spazi/ richiama voci.» E poco importa se non sono né la dolcezza né la bellezza a confortarci, a cullare i sogni, a rassicurarci come vorremmo. Ci basterebbe comprendere che cos’è ognuno di noi, quale preziosa realtà ci respira dentro: «Hai l’unicità di una canzone/ di cui rimane oscura una parola/ o sei la nota che ci stona dentro/ che ci consola stridendo». Anche quando vorremmo che la memoria fosse di solida pietra e invece ci tradisce a ogni ricordo, perchè tutto trasforma a ogni passo, niente lascia alla certezza, alle previsioni e ai calcoli. «Non del cammino fatto/ la memoria/ ma dell’andare infinito.»

E che cosa ci nutre, ci sostiene, infine, quale pane, quale frutto? Ricchezza, benessere, furbizia?«O, se si vuole, una fede banale,/ come pantaloni che proteggono/ dai graffi d’un sentiero frastagliato,/ così fitto da richiudersi alle spalle,/ dopo il passaggio, prima/ che si crei un varco/ davanti».

E’ questa la bisaccia che ci rimane sulle spalle, riflette Giovanni Nuscis. La bisaccia che la sua voce -così sincera e inquieta- ha dischiuso in queste poesie, senza falso pudore, ma con il coraggio che segna lo stile di una poetica ormai ben definita e accreditata in qualità e misura. Voce che qui pare di un cantastorie, vero e insieme provocatorio, che scandisce il racconto di una vita, sua quanto di altri, come gocce capaci di dissetare chi davvero ha sete, chi ha ancora voglia di navigare malgrado il continuo naufragare. E tutto sgorga da un vigore profondo, quanto discreto, che è intenzione sotterranea di questi versi e, non di meno, anelito morale che agita le sorti del più grande e più alto dei destini, quello dell’uomo. Ecco perchè nella partitura di questi versi l’ironia è capace di giudizi taglienti, di ruvide condanne e insieme di fiduciose ripartenze; è ironia di rigore e di pietà, quanto più le conquiste e le sconfitte, gli amori e i disamori, fra intrecci di luce e di buio, qui si confrontano leali e incessanti. Così appare più vicino, illuminato e accessibile, il volto prospettico dell’uomo, nel suo rinnovato cammino. Che il poeta, un passo dopo l’altro, sceglie di condividere sino in fondo con chiunque si senta di percorrerlo.

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Gianmario Lucini su Poiein (24 novembre 2006)

Il compito originario dell’artista, di Gianmario Lucini

Recita la quarta di copertina di questa seconda, ottima pubblicazione di Giovanni Nuscis: "La terza persona del titolo, si riferisce a un destino di terzietà come estraneità dannata e nello stesso tempo salvifica, che è la dimensione poetica non marginale ma essenziale".

In questo spazio di salvezza/dannazione si giocano dunque queste liriche, secondo le intenzioni dell’autore, ma a noi sembra che la dimensione della salvezza sia vissuta come probabilità, del "se" (qualcosa di diverso accade), mentre la dimensione della dannazione, che viene anche ereditata dalla storia (qui in particolare la condizione storica della Sardegna, dove il poeta vive), che è poi la condizione del presente, è la certezza, non la possibilità.  Su questa discrepanza che viene narrata con accenti dolorosi ed accorati, quasi con sfiducia e disincanto in certi passaggi, poggia l’umore del libro, che non è poi neppure disperato ma piuttosto rimbrottante, sferzante, pur senza accenni espliciti, se non un poche liriche del volume.  E’ come se il poeta volesse (assumendo quindi un ruolo, una parte sociale, e dunque in posizione poetica "non marginale ma essenziale") mettere di fronte agli occhi che non vogliono vedere tutto il rimosso politico, individuale, sociale, come a dire che se i dati su cui viene impostata la nostra vita sono questi che egli mette in luce, la conseguenza non potrà che essere di un certo segno.  Fa onore dunque a Nuscis questa particolare orizzonte poetico, che noi erroneamente o forse semplificando definiamo "poesia sociale", mentre in effetti non è altro che il compito originario dell’artista.  La condizione originaria del poeta infatti, o del  pittore, o dello scultore, è quella di essere un tramite non solo fra uomini e divinità esteticamente contemplata, ma anche fra uomini e uomini – esempio sublime ne è la poesia di Omero e dei greci del VI e V secolo.  Ci attrae dunque maggiormente, in questo libro, appunto questo importante recupero della funzione sociale della poesia – anche se, ovviamente, la poesia non è soltanto questo e il nostro autore dimostra di non dimenticarsene.

Per entrare nel merito della raccolta, vi sono quattro sezioni: la prima è una specie di anamnesi, di ricognizione della condizione esistenziale (privata e sociale) alla luce di un passato storico di adattamento di un intero popolo a costumi alieni dalla sua essenza, senza mai esprimersi come comunità sociale in prima persona nelle decisioni politiche (e qui il registro allude soprattutto alle vicende della Sardegna, ma non è poi così diverso anche altrove…).  La seconda parte entra nella considerazione del modo privato di vivere, e dunque in una dimensione di senso dove la cultura dell’adattamento ha pesantemente condizionato il modo stesso di pensare il rapporto IO/mondo.  La terza, brevissima sezione, affronta con alcune decise stilettate la condizione di rinuncia della poesia contemporanea e di chi la scrive attento a non urtare questo perbenismo.  La quarta ed ultima sezione tenta proiezioni, si interroga sull’esserci, sull’ambivalenza, sul volere e non volere, sull’ignavia.

I temi sono dunque vastissimi e credo che Nuscis non intenda licenziarli con questo volume, ma soltanto iniziarli.  L’orizzonte che egli delinea, così irto di contraddizioni e così dialettico, certamente ci induce a ipotizzare che egli intenda con questa raccolta soltanto annunciare una sua poetica, o definirla con più precisione anche rispetto alla raccolta precedente.

Una breve nota sul verso: non è il verso colloquiale che viene quasi spontaneo in questa poesia, ma – anche in correlazione con la scelta di terziarietà – piuttosto sostenuto, o comunque alieno da semplicismi verbali e mai frettolosamente licenziato, soprattutto per gli aspetti del ritmo, molto sorvegliato e ben equilibrato.

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Antonio Fiori (La poesia e lo spirito – 1 dicembre 2006)

L’incompiutezza, di Antonio Fiori

Presentare Giovanni (Gianni) Nuscis mi riempie, letteralmente, di gioia. Intanto per la levatura del poeta e dell’uomo, che è anche un raffinato recensore di poesia e narrativa, quindi per il consesso autorevole di autori, lettori e critici che animano il sito e il blog di Fabrizio Centofanti. Gianni è nato nel 1958 ad Ancona e risiede a Sassari. Laureato in giurisprudenza, si occupa di formazione presso il Ministero della Giustizia. E’ stato premiato per l’opera prima al Contini Bonacossi del 2003 (con Il tempo invisibile, Book, 2003) ed ha vinto il Premio Turoldo 2005 organizzato dall’Associazione Poiein (http://www.poiein.it); è uno dei collaboratori più assidui e documentati della rivista web ItaliaLibri.net. Le poesie che vi propongo sono state selezionate dalla sua ultima raccolta, In terza persona, appena edita da Manni.
La ricchezza tematica, la qualità poetica, la peculiarità dello stile caratterizzano e impreziosiscono questa raccolta. Dopo averla attraversata restano impressi l’ordito, il tono, il ritmo interiore e il forte richiamo alla coscienza. E’ una raccolta densa: vi è una prospettiva antropologica, una vocazione naturalistica e una profonda visione etica, anteriore e ulteriore al testo, oscillante tra compassione e intransigenza.
Altra caratteristica è il movimento, fisico e metaforico che anima molte poesie. Ma pure, nessuna fatica a seguirne il ritmo vivace: nell’insieme è controllato, ben dosato.  Giovanni Nuscis ha profondamente interiorizzato la visione poetica eliotiana e certi toni e forme della poesia di un altro grande poeta, Angelo Mundula (sassarese, da oltre vent’anni autorevole firma dell’Osservatore Romano). Uno degli aspetti che più colpiscono, e che permane a lettura finita, è il profondo senso d’attesa, d’incompiutezza (Le parole e le attese/ disegnano solchi, ordiscono salti/ da fredde bocche di pesci) sempre pazientemente coniugato con la vita quotidiana e con la storia (La guerra è qui/ in questo mandarino che marcisce). Sembra quasi che la precisione della visione e la sicurezza della ‘lezione’ restino subito avvolte da un alone d’inquietudine  e di dubbio (Ma da qualche angolo si avverte/ come un monito, e non capiamo:/ /non capiamo se lo stiamo ascoltando/ o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto).  E’ una poesia che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e al nostro prossimo futuro. Deve far questo davvero il poeta, donarci una parola ‘civile’? Riproporci la ‘sua’ storia? Aiutarci a ritrovare un’etica? Ebbene, col suo coraggio e  quel verso (davvero) libero,  Gianni Nuscis ci dimostra che quel poeta ci mancava, così difficile da incontrare oggi, nonostante la copiosa produzione poetica che c’inonda.


Marco Scalabrino (Il Convivio – dicembre 2006)

La terza persona di cui al titolo non dia adito a fraintendimenti!

Essa infatti, lo si apprende sin dai versi d’esordio e lo si reitera per tutta la silloge, <questa giungla bestiale / di pali e fili, gemiti e carne>, <scintillio di idee e muscoli, missili, e dollari>, <vuoto che s’invera giusto il tempo / di uno scampanio di sensi>, non è la comoda, equidistante, vaga postura di chi osserva dall’alto, da distanza, con distacco; non è “maschera”, passività, spocchia. È piuttosto il tratto ponderato della contemplazione, dell’approccio critico alle “cose”.

<Milizie oscure (cui) affidiamo / i nostri documenti in regola> <hanno sciolto del grasso nell’acqua>. È andata ovvero corrotta, appestata, in putredine l’utopia di un uomo; anzi, <tutti l’abbiamo bevuta>, di una generazione pari pari di giovani uomini e donne che, all’indomani di una irripetibile stagione di “fate l’amore e non la guerra”, di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, di “come potete giudicare?”, ha ceduto il passo all’arrembante imbarbarimento sociale, culturale, politico; ha assistito negletta, impotente, consapevole, al tramonto di ogni illusione, al declino di ogni idealità, al dissolvimento di un planetario disegno di società costellata dei valori universali dell’amore, della pace, della libertà.

Ciò atteso la Weltanschauung a fondamento dell’opera non può che essere ravvisata in quei <nostri sogni qui, di cinquantenni, a pezzi.>

         L’amarezza scaturitane, <il volo in caduta dei giorni>, non deve comunque costituire annichilimento, limite insormontabile, <espulsione probabile>. L’antidoto, come del resto il “grasso”, sta nell’uomo, nelle sue facoltà di pensiero e di parola che lo rendono scelto fra tutte le creature, ne fanno l’essere più caro e più vicino a Dio, nella prerogativa che egli, figlio, ha ricevuto dal Padre, della creazione: <sono approdate le parole>, <si poteva sperare / in un dono più grande?>, <sintagmi / strani, assemblati in tante file / né corte né lunghe, né prosa né versicoli: / tutti musica e ritmo / perfetti emuli di Baudelaire e di Eliot>. Guarda caso Eliot e Baudelaire, due tra i Maestri che sono stati tirati in ballo discorrendo de il tempo invisibile Book Editore 2003, il precedente florilegio di Giovanni Nuscis: Charles Baudelaire per la sua concezione della poesia “quale ricompensa dell’esercizio giornaliero”; Thomas Stearns Eliot in relazione al “correlativo oggettivo”, vale a dire, secondo il profilo che egli stesso ne ha enunciato: “la sola maniera di esprimere l’emozione nella forma dell’arte sta nel trovare una serie di oggetti, una situazione, una catena d’eventi, che sarà la formula di quella emozione particolare; cosicché, quando sian dati i fatti esterni, che devono concludersi in una esperienza sensibile, l’emozione sia immediatamente richiamata”.    

         Alle parole appunto e alla Poesia è dedicata per intero il cuore del libro (la terza assai breve, solo tre componimenti, eppure densissima sezione). E in quelle  <lettere e suoni (che) si ricompongono nello studio illuminato>, insistono i paralleli con la realtà, le considerazioni, gli interrogativi: il <grande occhio che ci osserva>, <non il luogo conta / ma il farsi pane per la terra>, <saremo mai ciò che vorremmo?>; perché, nella vita come nell’Arte non manca di rammentarci Gianmario Lucini, “non sono le risposte a farci progredire, quanto la capacità di suscitare sempre nuove domande.”   

È prassi del Nostro esporsi, dichiarare il proprio punto di vista, ribadire la propria vocazione all’impegno. Impegno che, asserisce Paolo Messina, “non ammette alcuna dipendenza politica”, bensì è “inteso come partecipazione, anche con gli atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta.”

<Uomini-polis / cinti da filo spinato; / ognuno che batte moneta / con l’effigie del suo credo / e dietro, il valore che si è dato>, <lo Stato: bue grasso / da squartare>, <piccole astuzie di bottega: grammi rubati / merce scaduta>.

Il quadro sociale che ne emerge è affatto edificante: <Sul dorso di anni molli> <cediamo alla iattanza di colori /falsi, di cose che non sono / che i loro calchi vuoti >, <la vita intorno si è spogliata> e il culto della personalità, <gente di spettacolo / che tutti piano si diventa>, il cinico arrivismo, la prevaricazione dell’altro da noi e delle regole, <un milione di leggi paragrafi e commi masticati in eguale misura / da fini giuristi e da ladri>, hanno avuto il sopravvento; e la speculazione a vantaggio del potere e dell’arricchimento per sé e/o per la fazione di appartenenza, l’attitudine ad adattarci e gestire il business di <dinosauri, carestie / guerre>, il delirio, <sul furore di giorni>, di scannarci impietosamente <per le briciole rimaste> si sono attestati, perfezionati, clonati.

E linkiamo sulle ulteriori distintive caselle del complesso mosaico oggi in agenda.

Gli ambienti: la Sardegna, l’isola che non l’ha visto nascere (le origini del Nostro sono anconetane) benché da oltre trent’anni l’ha adottato, e in specie  l’Asinara, Porto Torres, Fiume Santo. Altresì viene menzionato San Sebastiano, il nome di un luogo speciale, le carceri di Sassari, delle quali Giovanni Nuscis è responsabile, presso la Sezione di Corte, della formazione del personale giudiziario;

         Le tecniche di edizione, sobria e gradevole la veste Manni a partire dall’illustrazione di copertina e dal carattere agevole da leggere, nonché di scrittura:

         le quattro sezioni di cui si compone il volume, spaccati disomogenei per ampiezza, per quantità di componimenti, per “messaggio”;

         i termini in corsivo (singolare in tale ottica l’accostamento tra parola e neonato) a rimarcare, <spenti i colori>, il <cielo grigio> dei nostri tempi: noi ci ritiriamo presto la sera, si pungono l’un l’altro i giorni tra chiuse pareti;

         le seduzioni dell’enjambement, delle rime al mezzo, dell’anafora e di altre formule retoriche: <lingue di un fuoco che langue / in un inverno che allunga>;

         il procedere frammentato, per metodica, strutturata accumulazione, accentuato dal ricorso al verso libero, ai puntini di sospensione, all’impiego in un paio di episodi del Latino: ad impossibilia nemo tenetur, ante litteram, dall’assenza, se non in indice, dei titoli, per cui i testi paiono configurare un intersecante continuum. Titoli, peraltro, oltremodo significativi, convenienti, nella economia del lavoro, per approfondirne la comprensione, dei quali vi proponiamo un rapido campione: Primo maggio e due giugno, Masticavano terra e poc’altro, In quel campo di croci che è un giornale, Sollevi quintali ogni giorno, Batteremo il tempo in altro petto, Bisonti nella pace, Falegnami ascoltavamo il legno, Noce che spacca nel periplo d’una vasca, I segni non solo su polsi e caviglie, Si torna a casa con passo debole;

         gli accenti lirici: <Il bianco negli occhi dell’inverno>, <Tu di lana fino ai denti>, <s’attarda l’anima, / con sorriso di magnolia> …;

la sintassi, per cui il Nostro, come se ne fosse investito, mostra di avere recepito appieno l’assunto di Antonino Cremona: “Dimenticate la grammatica, fatevi una vostra sintassi”.

         Le quattro porzioni avvincono i sensi: il tatto, la vista, come fossero – l’odorato adesso e il palato – portate di un lauto banchetto. A noi concepirne la fragranza, i colori, i sapori …

         Nella seconda ci sono, a mio avviso, almeno due fra i componimenti più belli della raccolta. Ma essa tutta risalta per le felici invenzioni, per lo sguardo accorto sull’attualità, per la sofisticata scansione. E, ci ha dilettato scoprire (non tanto invero da sorprenderci, giacché abbiamo contezza dello spessore culturale di Giovanni Nuscis) per gli agganci letterari: la Jasnaja Poljana è il villaggio della Russia patria di Leone N. Tolstoi la cui casa oggi è un museo, e l’assedio di lillipuziani palesemente rievoca il Gulliver di Jonathan Swift, e per quelli storico-mitologici, là dove le espressioni <hai sollevato il mondo> e <il nostro senso di fatica / atavico> ci fanno sovvenire rispettivamente Archimede, Siracusa 287 – 212 a.C. il quale asserisce un aneddoto stabilì la teoria delle leve chiedendo “un punto d’appoggio per sollevare il mondo”, e Atlante, il gigante che avendo partecipato alla lotta tra i Giganti e gli dei e uscitine i primi sconfitti fu punito da Zeus a reggere sulle spalle la volta del cielo.

         Bando dunque agli indugi (più in là, in una onirica icona, verranno ancora celebrati Goethe e Gutenberg), e leggiamo:

         <Si fa l’amore come sopra un tetto / o in cima a un albero; davanti a Dio / e al grande occhio che ci osserva, / gemito su gemito. / È quello vero,  di amore / che ogni giorno retrocede davanti / a milioni di video ultrasottili, / in una solitudine dimessa / o rancorosa. / Sognarsi in un atollo / in una comunità di monaci, / di bonzi, di esseni guaritori / – Messia ante litteram; / o in una Jasnaja Poljana. / O ritrovare, un giorno, della vita / l’intero ed i frammenti / non più insostituibili, e dismetterli. / Infine scivolando tra le braccia, / di se stessi, come da un treno in corsa / prima della botta.>;

         < È assedio di lillipuziani / nelle orecchie, sulle retine. / Le ore come pietre vanno, / dolcemente. / Non ci svegliamo mai, o quasi / tra un sonno e l’altro. / Ma siamo stati neve. / E poi buio e neve: che neanche / un giorno più sopporta il piede / scivolando. / Cediamo alla iattanza di colori / falsi, di cose che non sono / che i loro calchi vuoti, / miscuglio o alternanza di sogno, / e imbroglio. / E lo sguardo s’arranca, l’orecchio si fa duro / la mente si sfalda, perde fili … / … lampi che si spengono, disperata-mente.>       

         Le notazioni precedenti ci rendono edotti di quante e quali suggestioni possono derivare dalla “lettura” di un’opera, sotto molteplici aspetti, intrigante quale questa di Giovanni Nuscis è.

<Ti stupisci del tempo che è passato>. <A cinquant’anni dicono …>. Giovanni Nuscis non ha tuttora varcato quella età! Pur nondimeno, c’e da credere che le personali sue esperienze di vita, le prove alle quali ha dovuto attendere, i riflessi di queste “fatiche” sulla maturazione di uomo e sulla visione di artista (ecco si ripropongono i <nostri sogni di cinquantenni a pezzi>) gliene fanno avvertire in toto il fardello, l’agguato prossimo, la responsabilità individuale e collettiva: <Noi, la tana in cui la bestia entra, esce, resta>, <animale enorme che galleggia / di cui si vede appena / un dente, il pelo ispido>, i cui <escrementi / hanno lasciato segni sul terreno>.

         La parola di Giovanni Nuscis <passa dalla lingua alla gola / e poi di nuovo al cielo>. La sua poesia è <minuta storia lì che s’allontana>, <attraversamenti di lumache che si perdono / sull’intonaco dei muri>, <se si vuole, una fede>. Quanto più la si legge, quanto più se ne scrosta lo spleen che la “incarta”, quanto più per dirla con Croce la si interroga, tanto più se ne rinvengono, a strati vieppiù profondi, l’<acqua, radice tenerissima>, il <suono di cascata>, il <gorgo di silenzio>, latitudini recondite di sentimento, di percezione, di illuminazione. E, a dispetto di una realtà che mira a sottendersi, a prospettarsi anonima, indistinta, patinata, che manifesta riluttanza ad essere scavata, essa, con lievità, con eleganza, con misurata energia, si districa in quel <mondo / che ci sopporta, e ci tollera>, ne tira con perseveranza i bandoli, e ce ne rende partecipi con <l’unicità di una canzone>, con florida, lucida, lirica risoluzione.

         <Non fermatevi là dove siete arrivati. / Qualcosa in noi rivuole spazi. / Da qualche angolo si avverte / come un monito, e non capiamo: / non capiamo se lo stiamo ascoltando / o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto. / Capire allevierà la vostra pena / ritarderà forse una fine. / Così che v’appaia la vita / d’una stanzialità leggera>.

         Mio Dio! Una miniera di immagini, di spunti di riflessione, di noci che si spaccano e <trova la luce il gheriglio>: <Non un sogno. Non un giorno / accadde: un luogo certo / ed impalpabile … che sembra precipizio / smottamento, marea oscura / anticipazione di un passo … verso un nuovo già vecchio. / Un istante appena e siamo dove / più non è quello che prima era … piede che avanza di chilometri / sull’altro che sta fermo … per combattere uniti ovunque / nera zampilli una ferita … Potessimo vederci come siamo … tute senza i corpi / tra spume e campi: anime … scivolando tra le braccia / di se stessi, come da un treno in corsa>.

         Si poteva fare di meglio … / sarebbe bastato volerlo … questa superba performance di Giovanni Nuscis lo avrebbe meritato. Ma <abbiamo dato fondo / alle energie>, <la mente si sfalda>, <più sottili si sono fatti gli occhi>.

Trapani, Dicembre 2006

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Gian Ruggero Manzoni su "La Poesia e lo spirito" (15 giugno 2007)

Giovanni Nuscis è nato ad Ancona, ma è sardo, visto che vive in Sardegna dal 1973. E’ sardo per come si pone in vita e in poesia: diretto, onesto, sincero, testardo, di poche parole spese, ma gravi come bitte d’acciaio. Di recente ha dato alle stampe la raccolta “In terza persona”, Ed. Manni 2006. Anche Nuscis è uno bravo, e, come tutti i bravi (o molti fra loro), non lo fa pesare, anzi, con modestia, pensa di non esserlo, o, almeno, così mi è parso leggendolo, sia in arte, sia nei post che qui ci propone, sia nei commenti che, qui e altrove, lascia, sia nelle mail che c’invia. In web, spulciando qua e là, ho trovato questa nota riguardante la poetica di Giovanni: “Giovanni Nuscis vive un tempo invisibile nel quale tutto è compresente: il passato, gli affetti perduti, i dolori, le dolcezze, in uno stato, potrebbe dirsi, d’ansia composta, d’attesa (ci dice infatti che ‘Una veglia smisurata/ Ci attende’) ma sa accettare anche le apparenze, il gioco di certi momenti. Ascoltiamo una poesia che conquista pian piano, una poesia che coniuga il rispetto della parola con il coraggio di dipanare ragionamenti, immagini, eventi. Il poeta, lo sappiamo, è condannato per sempre alla poesia per la semplice ragione che la poesia finisce per confondersi con la sua vita, per essere la vita stessa: «Potessi come allora abbandonare il remo/ Ignorare la rotta…» invece, ancora e fino all’ultimo giorno, il poeta è «Nudo/ Fanciullo/ Solo/ Come in fondo sono sempre stato/Anche di fronte a mio padre…». Una poesia che si dona come poche alla lettura, che non si dimentica (dalla Redazione Virtuale di Italia Libri http://www.italialibri.net/). E’ vero, Nuscis ricalca in toto la figura del poeta nell’accezione ‘classica’ del termine. A volte si concede a descrizioni di stampo più ‘civile’, ma la sua è lirica che segue il filo della tradizione lirico-intimista rimpolpandola. Sempre di Nuscis e di questa sua ultima raccolta scrive il puntuale Antonio Fiori in una vecchia pagina di questo nostro blog: “La ricchezza tematica, la qualità poetica, la peculiarità dello stile caratterizzano e impreziosiscono questa raccolta. Dopo averla attraversata restano impressi l’ordito, il tono, il ritmo interiore e il forte richiamo alla coscienza. E’ una raccolta densa: vi è una prospettiva antropologica, una vocazione naturalistica e una profonda visione etica, anteriore e ulteriore al testo, oscillante tra compassione e intransigenza. Altra caratteristica è il movimento, fisico e metaforico che anima molte poesie. Ma pure, nessuna fatica a seguirne il ritmo vivace: nell’insieme è controllato, ben dosato. Giovanni Nuscis ha profondamente interiorizzato la visione poetica eliotiana e certi toni e forme della poesia di un altro grande poeta, Angelo Mundula (sassarese, da oltre vent’anni autorevole firma dell’Osservatore Romano). Uno degli aspetti che più colpiscono, e che permane a lettura finita, è il profondo senso d’attesa, d’incompiutezza (Le parole e le attese/ disegnano solchi, ordiscono salti/ da fredde bocche di pesci) sempre pazientemente coniugato con la vita quotidiana e con la storia (La guerra è qui/ in questo mandarino che marcisce). Sembra quasi che la precisione della visione e la sicurezza della ‘lezione’ restino subito avvolte da un alone d’inquietudine e di dubbio (Ma da qualche angolo si avverte/ come un monito, e non capiamo:/ /non capiamo se lo stiamo ascoltando/ o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto). E’ una poesia che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e al nostro prossimo futuro. Deve far questo davvero il poeta, donarci una parola ‘civile’? Riproporci la ‘sua’ storia? Aiutarci a ritrovare un’etica? Ebbene, col suo coraggio e quel verso (davvero) libero, ‘Gianni’ Nuscis ci dimostra che quel poeta ci mancava, così difficile da incontrare oggi, nonostante la copiosa produzione poetica che c’inonda”. In effetti Fiori mi trova pienamente d’accordo, in particolare quando fa richiamo alla componente etica che vive Nuscis. Oggi non possiamo più fare a meno, se uomini che si dicono di rispetto, di codice, di ‘levatura’, e che il rispetto ricambiano, all’occasione, di recuperare, in toto, l’esperienza etico-naturalistica o etico-spirituale di poeti come Turoldo, Quasimodo, Viviani, Heaney, Brodskij…

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Gianfranco Fabbri (La costruzione del verso – luglio 2007)

Giovanni Nuscis, con il suo libro “In terza persona”, lascia nella mia mente una traccia variegata, fatta cioè di più ipotesi di lavoro. Un verso, il suo, che viene come rappreso in una sorta di gelatina multi cromatica, dai toni ora immaginifici, ora invece cerebrali e metapoetici. E’ il primo tocco, quello che prediligo, anche se dichiaro la mia disponibilità a farmi permeare dalla bella intelligenza dell’amico sassarese. Gli scampoli del corredo da me preferito sono quasi tutti “eccellenti” –sia per compostezza formale, sia per tocco personale -. Già a pagina 8 mi riesce di gustare un quadro “urbano” fatto di sapori e di venti occidui; laddove il poeta scorge in lontananza l’isola dell’Asinara, persa chissà in quale caligine, secondo il punto di vista geografico di Porto Torres. Si possono leggere le staticità degli stabilimenti industriali in parziale dismissione –modi ipodinamici di un dio che stia per morire-. “ Pesco sereno nel buio: lo sguardo // rivolto all’Asinara, redenta // le spalle di San Sebastiano, oltre le nubi del bucato che il vento increspa; …”.  “In terza persona” è, in sostanza, una piccola bugia, ma potrebbe essere anche un progetto di lavoro. In realtà, Nuscis parla molto di sé e delle proprie istanze, ma rigetta subito con forza l’intenzione di voler comporre una sorta di diario personale. E ci riesce, dal momento che la raccolta viene da me assorbita come una specie di bollettino di viaggio, (montaliano talvolta, e comunque novecentesco) molto aperto alla condivisione altrui. Accanto alle immagini dei luoghi, appaiono pure i toni di un registro impegnato sul fronte sociale, se non proprio politico. Un acconsentire a diffondere la voce di tutti, l’equanimità integrale. A livello stilistico, numerose sono le allitterazioni e le assonanze, le quali sanciscono un ritmo musicale non ortodosso, seppure marcato da versi eterogenei (talvolta pregiati, a numerazione sillabica dispari, talvolta invece più lunghi e irregolari). Questo “In terza persona” obbliga quindi a viaggiare nel sali e scendi di un’altalena che comporta le folgori intimistiche (“Sei dentro di te e in ogni cosa…” … “Vedi il bianco negli occhi dell’inverno” … “Nudo è il viale. Tu di lana fino ai denti, gli canti le ossa …”), quanto le pontificali dichiarazioni logiche, di matrice metapoetica: due strade opposte –l’una afferente/creativo/immaginifica, l’altra efferente/gelificante e razionale- che credo siano le diverse facce di una stessa medaglia.

 

***

   Giovanni Campus (marzo 2008)

 

Siamo assediati ogni giorno da fatti – grandi e piccoli – metafisicamente  inesplicabili. L’ultimo che la cronaca ci getta in faccia è quello dei due fratellini pugliesi morti soli in fondo a un pozzo dimenticato. Ed ecco la ricerca delle responsabilità, delle colpe, al di là dell’incuria e dell’inerzia connaturata alla natura umana individuale e sociale. Dove sono i rimedi? E in un quadro così triste , può forse servire a qualcosa la poesia? C’è forse qualcuno che la legga? Qualcuno che le dia retta?

Eppure la poesia non muore. La poesia resiste: forse il numero di quelli che scrivono poesie è addirittura superiore al numero di quelli che ne leggono: perché? Perché un uomo, e in più in generale l’umanità, ne ha bisogno, non può farne a meno. Se è vero che l’uomo è un “animale politico”, è più vero ancora che è un animale “poetico”. E scrivere poesia aiuta, maieuticamente, a scavare e trarre fuori dalle coscienze la loro parte più nobile, le venature più pregiate dei minerali di cui siamo fatti, sia pure avvolte dall’impurità delle scorie. Stiamo rileggendo, adesso, il volumetto di Giovanni Nuscis, In terza persona (Manni editore, 2006); ed ecco, quasi ad ogni pagina, provocata la nostra riflessione: Stimolata e interrogata – nella sicurezza del verso, nella fluidità del discorso – perché in tutte e quattro le sue sezioni ci si sente presi in un divenire di senso inafferrabile, circondati da  un panorama di campagne affaticate, dove la sottile sensibilità dell’autore, quando conclude l’analisi della realtà, quasi in ogni lirica, in chiuse recisamente sconsolate, come una arrampicata senza appigli, ci lascia il sapore di domande rimaste senza risposte. Se il titolo della raccolta allude a uno sguardo dato a noi dal di fuori (“in terza persona”, appunto) sembra allora quasi che nessuna mano ci venga offerta; e se qualche accenno esile di speranza, qua e là, si può cogliere (ci sentiamo per un attimo/ dal suolo, sollevati di poco…oppure, alla fine,  conservo un filo d’erba…) perdura tuttavia, nella memoria e nell’animo del lettore, l’intonaco dei muri / sempre più cadenti, sempre più muti. E tuttavia si avverte, in una sensibilità poetica così viva, il desiderio, il bisogno di sollevare il mondo: come di chi abbia una leva per farlo, ma non abbia ancora trovato, chiaramente e solidamente, un punto d’appoggio, il famoso punto d’appoggio. Crediamo che trovandolo, forse, in futuro, anche la voce sorgiva di questo poeta diventerebbe più energica, più forte, più incisiva, e, in una parola, più calda.

                                                                                                    ***

 

                                      Marco Diana (Paese d’Ombre 2 febbraio 2008)

Nuscis, classe ’58, vive e lavora a Sassari da 34 anni, respirando versi e nutrendosi di poesia.

È sufficiente digitare il suo nome in un motore di ricerca per far apparire pagine su pagine di recensioni, componimenti poetici e commenti.

La sua poesia lascia sempre il segno. Parole ben calibrate e affilate come dardi, suggeriscono chiare chiavi di lettura della modernità.

Masticavamo terra e poc’altro.

Loro, scintillio di idee e muscoli;

missili, e dollari nei sorrisi bianchissimi.

Noi, liberati da un nemico

diverso da quello ancora dentro:

commedia dentro una tragedia.

Boogie woogie tra bulli e troiette,

calze di seta e sottovesti;

e un abito per tutti

con tela e paracadute.

Dal molo, infine, il piede salutava

a stelle e strisce, mentre l’altro

restava. Sessant’anni

fermi sull’attenti, pronti

ad ogni loro nuova inimicizia,

per combattere uniti ovunque

nera zampilli una ferita.

Temi forti che raccontano di guerre e sottomissioni, di dollari a giustificare paracaduti laceri e insanguinati, di alleanze strette per aprire nel mondo nere ferite e altre più profonde e sconosciute… o intraviste di sbieco.

Citando un brocardo, ricorda:

Ad impossibilia nemo tenetur…

e prosegue:

… se il gregge tira dritto e non si ferma.

“Nessuno è tenuto a fare cose impossibili” come – aggiungerei – arrestare un gregge in corsa con la forza delle parole. Però qualcuno ci prova, a costo di esser messo di traverso.

La passione che diviene fiamma s’alimenta di se stessa e non si spegne.

Mai con-vincenti, o trionfanti.

Mai spenti, né bruciati.

Altri temi e altri colori, non solo il nero zampillante ma anche le tinte d’una magnolia che sorride, trovano spazio nelle poesie di Nuscis.

E una bellezza stilistica che a tratti esplode carezzando i sensi:

Lingue di un fuoco che langue

in un inverno che allunga.

Vi invito a scoprire la poesia di Giovanni Nuscis, scrittore in grado di riassumere a tratti brevi uno dei più diffusi stati d’animo con toni musicali e malinconici al contempo.

Dolgono membra invisibili,

sbattendo contro angoli invisibili.

***

                         

Giovanni Nuscis – (Copyright 2006 Piero Manni S.r.l.)

 

S’attenuerà la luce ed il calore

esaurite le scorte, dato fondo

alle energie pulite o sporche.

Ma lo sguardo sarà vivo nell’ombra;

più vicini al nulla ci ritroveremo:

padre, che non sei giudice né lama

vedrai, ci adatteremo

a nuovi dinosauri, a carestie,

a guerre per le briciole rimaste.

La rinuncia, la più ambita conquista.

  

Conservo un filo d’erba

sulla lingua,

non lo vedròpiegarsi, e marcire.

Un filo che lega e ravviva

una città sbiancatasi alle spalle.

E’ il viatico degli anni

l’architettura che resta,

con la caduta dei mattoni

che il vuoto rende più leggera.

O, se si vuole, una fede banale,

come pantaloni che proteggono

dai graffi d’un sentiero frastagliato,

così fitto da richiudersi alle spalle,

dopo il passaggio, prima

che si crei un varco

davanti.           

 

        

2 responses to this post.

  1. Posted by StillLight on 21 ottobre 2006 at 10:23 pm

    Ciao, che bella copertina

    Rispondi

  2. Posted by ventidiguerra on 22 ottobre 2006 at 5:53 pm

    Stupenda carrellata e il grande piacere di leggerti tramite queste tue nuove pagine !
    Grazie!
    Un fraterno abbraccio. Con la stima di sempre.
    Giulia.

    Rispondi

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