Daniela Raimondi - Inanna

Madre pregna di pioggia.

Madre di suoni vergini,

con midollo di musica

e sulla bocca il gorgheggio di un uccello.

Madre che cuci e scuci le acque e le maree

che tieni stretta ai denti l’origine dei fiumi,

l’alfabeto che sgorga sulla lingua dei poeti

e lascia tracce umide,

l’impronta di un agnello bagnato dal suo parto.

Madre del buio-buio

Madre del nero-nero della notte.

Ti muove una sete primitiva,

la stessa fuga dalla luce

che spinge la lepre nel fitto della macchia.

Toccami con le tue dita chiare

ungimi le labbra di un amore cieco.

Come una conca celeste e senza ombra.

Blu dentro un altro blu,

azzurrissimo respiro del tuo cielo

Daniela RAIMONDI  – Rabdomantica (Inanna)          

Nota di lettura di Giovanni Nuscis        

Pubblicata sulle riviste on line La Poesia e lo spirito  (www.lapoesiaelospirito.com) e su Poiein  (www.poiein.it)

 

   Libro organico, compatto, Inanna – ultima raccolta poetica di Daniela Raimondi – attraversato da un nucleo tematico forte, pervasivo: quello della condizione femminile, come osserva giustamente Erminia Passannanti nella puntualissima introduzione a cui si rimanda.

    Questa breve riflessione, invece, per chiarire a me stesso – partecipandone nel contempo l’autrice e i molti estimatori – alcuni aspetti che mi paiono  significativi del suo lavoro, disvelandone, già ad una prima lettura, la qualità alta.

    E comincerei dal suo sguardo persuasivo sul mondo, sguardo intenso ed avvolgente -, e che è quello di una donna, che subito cogliamo ed apprezziamo, in quanto diverso e peculiare rispetto a quello maschile, dominante. Una sensibilità percettiva e descrittiva, quella di Daniela Raimondi, che si fa strumento e cartina di tornasole degli esiti raggiunti; in particolare, dove lo sguardo al femminile non è disgiunto dalla consapevolezza del dono/potere di generare vita (ricorrenti le parole madre, figlia, ventre, utero, pregna), di nutrire (seni, latte, respiro, goccia),  di coccolare e/o dare/ricevere piacere (leccare, succhiare, carne, labbra, lingua, saliva); fluttuando tra la pura materialità dell’esistere, con le sue storie infinite, ed il ritorno, la ricerca, lo sprofondamento nell’origine, nel mito. Scavo, dunque, per via poetica come attraverso la torbidezza amniotica d’uno sguardo intrauterino, divino al tempo stesso, di luminosa chiaroveggenza. Nell’abisso dell’ignoto, dunque, alla ricerca del mistero della vita, compulsandone simboli e indizi che il tempo occulta, o disperde. Ma tra  altere deità e donne in carne ed ossa, sono proprio le seconde col loro fango, il loro sangue, la loro saliva a prevalere sulle prime: “Dio, inginocchiati al suo fianco./Chiedile tu il perdono,/chiedile tu l’assoluzione per il sangue ferito…”  Primato femminile finanche nel dolore: per superiore attrito con la vita in quanto Vita stessa (generatrice di essa e sua espressione altissima), per coraggio/oltraggio primigenio. (“Sono l’amore/sono la rabbia e la fatica./Io che cerco l’infinito in un respiro,/dentro un canto di foglie/o nel lento dondolio del mio dolore.” (“La tua voce è un lamento/che semini fra i glicini e le rose.”): per il destino di creare – loro e soltanto loro – nuova vita (l’arte, allora, per il maschio, non può forse anche intendersi come un surrogato, l’inevitabile ripiego?).  

    Affiorano da luoghi e tempi a volte remotissimi queste donne emblematiche, o dalla cronaca recente, dal microcosmo d’una cucina, di un condominio:  Salomé, Eva, Penelope, Mater Dei; oppure, donne comunissime, come tante. Testimoni spesso silenti ed inermi, senza più voce, che quasi per magia si ritrovano nei versi per raccontarsi, finalmente, e per raccontare noi con occhi creaturali, stupiti, dolenti. Per indicarci l’alternativa possibile di un mondo migliore, poiché non tutto è perduto. Nelle parole  (angeli, bambino, sogno, corpo, dolore, buio), gli archetipi, spesso, di un mondo primigenio: punto di raffronto e di partenza per una storia efficacemente reinterpretata, restituita a chi sembrava esserne stato estromesso, per sempre: per fragilità, per arrendevolezza, per troppo amore verso chi – carne della sua carne – ha confitto su di essa, da sempre, la propria bandiera di vincitore.

    Ma la raccolta, ovviamente, non è solo questo. Molte delle poesie, all’interno delle quattro sezioni (Rabdomantica, Tradescanzia Viridis, Samarcanda e Nuovo apprendistato della felicità), sono piccole storie ricche di suggestioni, di puro incanto, dove le riflessioni s’intessono a descrizioni e a sentimenti. Oltre che a Sylvia Plath, la poesia di Daniela Raimondi potrebbe accostarsi a quella di Annamaria Farabbi, per la sensualità e creaturalità di molte immagini e descrizioni; e a quella di Fernanda Romagnoli, per quei sentimenti che incistano dentro il menage familiare; senza che si possa parlare, però, di casalinghitudine (a cui fa riferimento Giorgio Luzzi nel risvolto di copertina), involando, queste donne, in corpo e spirito, ben oltre le pareti d’una prigione domestica, fin dentro il cuore della  vita e del suo mistero.  

    Non sfugga, infine, di questa poesia, la qualità stilistica: il ritmo, gli effetti fonici tra i movimenti morbidi del dettato, le soluzioni sintattiche e lessicali; l’uso accorto degli strumenti retorici: vedi ad esempio in Rabdomantica, che apre la raccolta, la compresenza di più figure (anàfora, sinestesia, climax).

    Un libro da non perdere.

 

Giovanni Nuscis

 

 

 

Mobydick, 2006

Le nuvole

Pagg. 96, euro11.00

Introduzione di Erminia Passannanti

 

 

    Daniela Raimondi, poeta e narratore, è nata in provincia di Mantova ma risiede dal 1980 a Londra, dove insegna. E’ vincitrice di numerosi premi di poesia tra i quali, per l’inedito, il Premio “Montale Europa” edizione 2004.

3 responses to this post.

  1. Posted by cassandra666 on 19 novembre 2006 at 9:04 pm

    un saluto

    Rispondi

  2. Posted by diamine on 20 novembre 2006 at 2:10 pm

    Ho scritto già, su questo libro, qualche parola ‘a caldo’, in questo stesso sito e in quello di Iole Toini. Ora, mi pare, dopo la lettura di questa accurata nota di Giovanni, non posso che sostare, riflettere sui punti che lui tocca, rileggere e gustare ancora i versi di Daniela…
    Antonio Fiori

    Rispondi

  3. Posted by ioletoini on 20 novembre 2006 at 5:42 pm

    viene voglia di riprendere in mano la bellissima raccolta di poesie di Daniela e ripercorrerla
    ascoltandone le tappe, i silenzi, gli istanti così decisivi che definiscono la struttura della raccolta,
    che così bene tu hai saputo toccare in questo escursus. La poesia di Daniela qui prende corpo e senso e definizione. Si staglia precisa e limpida.
    Hai un grande dono, Gianni, quello di saper cogliere le tonalità più sottili della parola, di schiuderle come farebbe un buon cesellatore, aprirne le portine più segrete, portare alla luce la linfa pulsante e porgerle in una lettura semplice e precisa che mi fa dirti grazie.

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