PHYGÈ di Giusi Maria Reale – Recensione di Marco Scalabrino

REALE - PHYGE

PHYGÈ

 

Giusi Maria Reale

 

Campanotto Editore – Pasian di Prato UD 2006 

 

 

Il Signore disse: <Vattene dal tuo paese, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre, / verso il paese che io ti indicherò>. Genesi 12, 1.

Rispondendo (Inanì = Eccomi) alla Sua chiamata, Abramo partì allora da Carran in Mesopotamia, con Sara, Lot, tutti i loro familiari e i beni che si erano procurati, alla volta di Canaan, spingendosi fino a Sichem, presso la Quercia di More. Correva l’anno 1850 a.C. circa; ebbe così inizio la diaspora degli Ebrei.

 

         Quella del popolo ebraico è la più antica, duratura, sintomatica delle PHYGÈ.

Giusi Maria Reale ne tratta diffusamente nella sua plaquette: <questa notte che mi canta in gola / il respiro di Canaan … il novilunio dei cedri / sulle alture del Betel>, ove Betel è la città della Palestina nella quale, stando alla tradizione, Giacobbe ebbe in sogno (Genesi 28, 10 e segg.) la visione della scala sulla quale gli angeli salgono e scendono dal cielo.

La PHYGÈ, nondimeno, è trasversale ai tempi, alle latitudini, ai popoli, si protrae nei secoli fino ai nostri giorni; e anzi giusto negli anni più recenti, con i massicci sbarchi sulle coste europee e siciliane in prevalenza, ha registrato un considerevole inasprimento. Giusi Maria Reale non tarda perciò di contemplarne altre articolazioni.

 

Da queste prime esemplificative tracce è già possibile intuire di che stiamo trattando, dedurre cosa significa, cosa è la PHYGÈ.  

Occorre invero un po’ rispolverare le nostre reminiscenze di studio.

Ci aiuta inoltre, per meglio comprendere lo spirito del lavoro, sapere che Giusi Maria Reale – docente di Latino e Italiano nelle Istituti Superiori – si è laureata in Filosofia a Catania con una tesi sull’umanesimo di Jean-Paul Sartre e che la scrittura, la traduzione dal Francese, la critica letteraria sono tra i principali suoi interessi culturali.

PHYGÈ, Plotino (Enneadi, VI, 9, 11), è <fuga di un solo presso un solo>.

Giusi Maria Reale ne recepisce, amplia, procrastina lo spettro delle definizioni. Ed ecco essa diviene: <il vincolo disciolto / dello straniero>, il <silenzio di pece della fuga>,  lo <sciame dei giorni /chino sul bordo dell’erranza>.  

Il tema dunque è quello dell’erranza, dell’esilio, della proscrizione; in bilico tra l’ieri remoto e l’oggi presente, tra pregressi e prossimi fondamentalismi, tra società primordiale e villaggio globale.

Protagonista, <lungo vie di sabbie inviolate>, ne è l’esule che <traversa terre e si offre nudo>, il proscritto che si dibatte per <una strada data al vento>, il fuggiasco che più <non torna>.

L’ambiente da cui questi muove è basilarmente quello delle <geografie transumanti>, siano esse le regioni del Medio Oriente che quelle dell’Africa; ambiente prospiciente il Mare Mediterraneo, presso le cui rive e nelle isole che racchiude sono sorti e si sono succeduti più imperi e più civiltà che in qualsiasi altra area del globo; ambiente consolidato nelle unità distintive che, disseminate per tutta la silloge, vi si possono individuare: sabbia, duna, deserto, Nilo, wadi (corso d’acqua temporaneo delle regioni desertiche), cavalli, sterco, acrocoro (altopiano dai versanti scoscesi), luna, stelle;

negli oggetti che lo compendiano: tende, bivacchi, cetra, sistri (antichi strumenti musicali egiziani);    

nella fauna e nella flora che lo rivestono, lo colorano, lo profumano: aironi, corvi, calendula, croco (dal tipico colore giallo), sandalo (il legno profumato da cui l’essenza), sicomori, acero, ebano, sambuchi, fico, cardi, cedri.      

 

         PHYGÈ <ai lombi della terra>, è detto testualmente a pagina 12. Fuga in una dimensione nella quale <non ci sono porte aperte al vento>, <non pace sanno i vivi / e ai morti memoria nega>, il sapore è quello della <carne salata del male>, l’eco che ne propaga è lamento <delle cose care / oltre le liturgie dell’abbandono>.

Il simbolo, poc’anzi abbiamo riscontrato la scala (il connotato della congiunzione tra cielo e terra, la testimonianza della comunicazione tra Dio e l’uomo), il ricorrere ossia a dei “segni” grazie ai quali decifrare una realtà assoluta, è cardine del dettato di Giusi Maria Reale. 

La superficie geografica sopra delineata è stata, nella classicità, depositaria di più centri (Delfi, Roma, Gerusalemme) denominati l’“ombelico del mondo”. L’“ombelico”, il punto cioè della creazione, il punto in cui nacque il cosmo.

La PHYGÈ viceversa è centrifuga; è <ai lombi della terra>. Nel senso che l’effetto che ne discende è la migrazione, la dispersione, la deriva di intere popolazioni (dall’originario loro “ombelico”) nella direzione della periferia, dei fianchi, del nuovo “ombelico” del mondo, ora costituito dai paesi dell’Europa Occidentale e Settentrionale e dal Nord America, dal miraggio della ambigua loro opulenza.   

Un <andare amaro>, oltre che nello <spazio bianco di destino>, nel <tempo altro che non gli appartiene>:

dal passato, nostalgica <dimora / di tutti gli echi della fanciullezza>,

al futuro, la cui cupa prospettiva è <ombra di un puro nome>, <bosco fitto che si oscura>, <giro di ruota senza cieli>.

Un itinerario, dal <verde affanno / della giovinezza>, ineluttabilmente indirizzato, <sui crinali dei venti contrari>, a vestire <le bende dell’addio>, locuzione che evoca il prontuario della imbalsamazione in voga tra i faraoni egizi, la mummia, la morte. Ma che nella fase della contingenza, <presente assente / senza fine / senza ritorno / senza nodo>, pone la questione della precarietà del vivere, dell’impossibilità di condurre uno straccio di vita che sia appena decente, dignitosa, “normale”. Questione adeguatamente sintetizzata nel verso e nel gesto di <chi si china … agli acini dei giorni>; immagine che assai bene effigia lo scorno di colui che, suo malgrado, è intento a strappare, uno ad uno, i grani al graspo acre della vita.

   

         Nei componimenti che aprono ciascuna frazione acquista solenne risonanza il vocabolo “soglia”: <ti fu avara la soglia>, <la smemorata soglia del tempo>, <la soglia antica della mancanza>, <bianca di soglia>, <Anima mia / poggiata sulla soglia>.

         La soglia simboleggia il varco, il passaggio, il guado fra due stadi: un aldiquà e un aldilà. Un aldiquà certo, conosciuto, duro, e un aldilà ignoto, con ogni probabilità precario, perlopiù rischioso, ma che altresì vagheggia una alternativa, si carica di attese, alimenta fantasie. <La soglia è un segno di confine (altro termine, assieme con frontiera, adottato da Giusi Maria Reale – n.d.r). Attraversandola, per entrare e per uscire, si accede a condizioni diverse dell’esistenza, a un altro stato della coscienza e ciò perché essa conduce dinanzi a persone diverse e in una diversa atmosfera>, Algernon Blackwood. La soglia è il <dentro e il fuori dell’andare>; ci permette di uscire da un luogo, da una situazione, da una esistenza e al contempo ci consente di affrancarci da una orbita di sofferenze, ci introduce ad un inedito altrove. Giacché le reali frontiere, nella nostra era, non sono affatto quelle naturali, orografiche, idrografiche (mari, monti, fiumi …), né quelle artificiali (muri, presidi, fortificazioni), che comunque (lecitamente o meno) vengono valicate, aggirate, eluse; bensì sono le negazioni razziali, sociali, religiose ingiunte dal pregiudizio, l’inadeguatezza culturale a confrontarsi con le “diversità”, la paura dell’“altro”. Ed esse tutte attengono al più complesso contesto dei rapporti tra Sud e Nord del pianeta, Oriente ed Occidente, nazioni ricche e ricchissime e nazioni povere e poverissime.

 

         La struttura allungata (che eccede la mera suddivisione del libro in due segmenti), il sostanziale impianto monotematico, l’uso (ampio ma non esclusivo) dell’endecasillabo, la periodicità dell’enjambement (per cui la fine del verso non coincide con la conclusione logica della frase che si prolunga nel verso successivo) e dell’anastrofe (procedimento sintattico per cui si inverte l’ordine abituale delle parole: <questa d’abbagli frontiera>, <di questa che si leva nuova luna>, <che il fuggire maschera di viaggio>) sono fra le notazioni retoriche più immediate.

 

         Quanto agli esiti strettamente lirici del volume, se ne riportano alcune, più felici soluzioni: <la sera posata sui covoni>, <i ponti infranti / dei congedi>, <l’abbaglio nitido del sogno>, <la sera spenta di riposo e luna>, <il breve fuoco / dell’afa nel bicchiere>, <scia / che altri inverni disincaglia>, <si ode tra le canne / un supplizio di sistri>, <le bianche chitarre dell’inverno>.

 

         La luna, pure nella sua forma aggettivale lunare: <il nomade tamburo della luna>, <viaggio dell’anima lunare>, il <gozzo slavato della luna>, <come raggi di luna agli appestati>, più che ogni altro astro, più che ogni altra sorgente, più che l’altra “lampada”, il sole, illumina con la sua gelida ma tangibile luce la PHYGÈ.

Non a caso la luna, misteriosa lei che da sempre ci preclude uno dei due suoi profili (la così detta altra faccia della luna), serba gelosa il suo aldilà, quasi volesse con tale sua azione favorire, solidarizzare, mostrarsi compassionevole con … talune speciali figure di fuggiasco.

<Zahir, il meteco>. Meteco, dal greco métoikos, era lo straniero libero, residente stabilmente in una polis, ove fruiva di una particolare condizione giuridica. I meteci erano considerati parte effettiva della polis, erano integrati in essa e partecipavano, sia pure in misura limitata, alla sua vita economica, sociale e politica.

         <Elissa>. Didone, il cui nome tirio era Elissa (o Elisa), era figlia di Mutto, re di Tiro, città fenicia situata lungo la costa libanese a sud di Beirut. Quando Mutto morì il figlio Pigmalione gli succedette sul trono. Elissa sposò Sicarba; ma Pigmalione, per impadronirsi dei suoi tesori, fece assassinare Sicarba. Elissa, inorridita, fuggì e raggiunse prima Cipro e poi l’Africa. Lì divenne Didone, l’errabonda, e fondò Cartagine. Secondo Virgilio, Enea, profugo da Troia, approdò a Cartagine. Didone se ne innamorò e, allorché egli levò le ancore per adempiere al suo destino, abbandonata, si diede la morte tra le fiamme.

         <Cassandra>. Figlia di Priamo e di Ecuba, la leggenda narra che avesse ottenuto da Apollo, invaghitosi di lei, il dono di predire il futuro. Quando Cassandra non volle più concedersi al dio, questi le sputò in bocca, privandola non tanto del dono della profezia, quanto della facoltà di persuasione. Cassandra così, subendo l’onta della derisione e dello scherno dei suoi concittadini, predisse la venuta di Paride, la rovina di Troia a motivo del rapimento di Elena, il suo saccheggio conseguente all’introduzione del cavallo di legno, senza che nessuno le credesse. Rifugiatasi dopo la caduta della città nel tempio di Atena, ne fu strappata da Aiace e assegnata, durante la spartizione del bottino, ad Agamennone. Agamennone e Cassandra vennero poi, al rientro a Micene, assassinati dalla moglie di lui, Clitennestra.

 

         Aggiuntiva conveniente osservazione (quantunque ulteriori costrutti, valori, accenti ciascuno dei lettori potrà di sicuro integrare) riguarda i canti di lamento (la seconda delle due sezioni, la prima è titolata: sul bordo dell’erranza) espressi tutti in prima persona: <Sono l’intruso … Sono chi dice …>, <A passo di capra salgo Ahpat>, <Ho bruciato le mappe>, <Sono l’uccello selvaggio>.

 

         Lettura decisamente impegnativa: per i correlati rimandi storici/geografici/ ambientali, per il copioso ricorso al simbolo, per l’impiego di un lessico munificamente ideale/mitologico/accademico. Dispositivi unanimemente volti al solido edificio della scrittura, alla virtuosa realizzazione del testo, alla confacente affermazione del messaggio. Che è quello dell’esercizio alla tolleranza, dell’accettazione dell’“altro”, del superamento del pregiudizio e della paura; è quello della civile convivenza, dell’anelito alla fratellanza universale, del traguardo della integrazione planetaria dei singoli e delle genti.

 

Abramo e per lui il popolo ebraico ubbidirono ad una chiamata.

La PHYGÈ dei nostri tempi è piuttosto determinata dalla esigenza di scampare ad una realtà di tirannia, di miseria, di ignoranza, di malattia, di fame, di sete, di guerra, di restrizioni imposte alle libertà individuali primarie … e aprirsi alla speranza.

 

         <Benedirò coloro che ti benediranno / e coloro che ti malediranno maledirò>. Genesi 12, 3.

 

 

                                                           Marco Scalabrino

 

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