“Ciatu” di Flora RESTIVO – Recensione di Marco SCALABRINO

CIATU by F.R.

       Ho conosciuto Flora Restivo dodici anni fa, correva l’anno 1994. Si teneva, tra le svariate attività dell‘associazione culturale ericina Anteka, una annuale abbuffata, camuffata da gara di cucina da espletarsi fra gli associati. Questi, unitamente ai familiari e a qualche ospite di riguardo, erano i destinatari delle portate e bensì i giudici di gara. Tra i piatti, ricordo con vivo gusto, un couscous all’araba che ottenne un consenso generale e che, ad urne aperte, si seppe essere opera, appunto, di Flora Restivo. Nelle circostanze di quella serata autunnale, Flora Restivo e io avemmo modo di scambiare qualche parola, di scucire alcune rapide impressioni. E ci siamo vicendevolmente scoperti, in un clima di crescente empatia, sostanzialmente innamorati della medesima cosa: la poesia dialettale siciliana.

Da allora, in forza al legame che la Poesia esercita – appresi peraltro in seguito che lei era la presidente di Giuria del premio letterario “ANTEKA – Erice” indetto da quel medesimo sodalizio – il nostro rapporto andò vieppiù consolidandosi, specie sotto il profilo umano. Seppi che, brillantemente licenziatasi al Liceo Classico Ximenes di Trapani, lei sposò, giovanissima, Arnaldo Cugurullo e che – interrompendo gli studi universitari di Etnologia e Tradizioni Popolari col prof. Nino Buttitta – seguì il marito, responsabile commerciale di un noto marchio nazionale, in giro un po’ per tutta la penisola fino ad approdare, dopo una intensa stagione di peregrinazioni, in Calabria prima e in Umbria poi. Moglie e ben presto madre di Stefania (cui è dedicata la silloge CIATU), visse lunghi anni lontano dalla sua Sicilia.

Nel 1997 Flora Restivo intervenne quale relatrice, sia a Palermo che a Trapani, alla presentazione della mia silloge PALORI e nel corso del 2001, in virtù del credito che aveva a mano a mano acquisito ai miei occhi e di una risoluta sensazione, le affidai – spiazzandola, lei stessa mi confesserà – la mia seconda raccolta, TEMPU palori aschi e maravigghi, affinché ne stilasse la prefazione. Per farla breve, la raccolta ha visto poi la luce nel 2002 e io non mi stancherò mai di ringraziarla per la dedizione e l’amicizia  mostrate e per gli esiti felicissimi del suo lavoro.

         Non sembrino fuorvianti tali discorsi. Essi tendono in buona sostanza a rispondere alle domande: Chi è? e Da dove “spunta” Flora Restivo?, ci aiutano ad “inquadrare” nella storia, nella società, nella cultura la Nostra. Flora Restivo, difatti, non è il caso letterario del giorno, non configura il “fenomeno” che le case editrici periodicamente si inventano per battere cassa tra i lettori, non reincarna Minerva, scaturita cioè come la dea già adulta e armata dal capo di Zeus.

         Ecco gira allora a suo favore quanto appena detto … la frequentazione sin dai banchi di scuola della buona letteratura, l’esercizio acquisito negli anni quale presidente o membro di giuria di concorsi letterari, la conoscenza documentale e personale di autori dialettali, sia siciliani che di altre realtà regionali italiane, sia classici che contemporanei. E oltre ciò l’innata disciplina, i “sudati” studi, i privati allenamenti e, non ultime, la volontà di ascoltare, la capacità di cogliere e di esaltare nella propria individuale formulazione quanto di più utile le è tornato da stimoli esterni e da (buoni) consigli.

            <Nessuno procede da solo né nella vita, né per i sentieri  della poesia; né mai poeta ha percorso la sua strada senza avere a fianco altri compagni di viaggio, altri poeti, senza ricevere e senza dare a quelli che vengono dopo>: sono parole di Salvatore Camilleri tratte dal suo MANIFESTO della nuova poesia siciliana. A conferma di esse, sono state frequentissime, in questo decennio, le occasioni di incontro, le telefonate pomeridiane, le chiacchierate durante le quali, pur se comprensibilmente in maniera disarticolata e mai esaustiva, Flora Restivo e io abbiamo discorso di temi quali l’Ortografia del Siciliano, la forma e il simbolo piuttosto che il contenuto e la mimesis, il movimento e i protagonisti del Rinnovamento della Poesia Siciliana, nonché il plurale dei sostantivi, la filosofia e le questioni del linguaggio promosse da B. Croce, L. Wittgenstein, F. De Saussure ed altri, le problematiche connesse al trattino d’unione, alla perifrastica contratta … o, semplicemente, ci siamo scambiate le nostre reciproche esperienze di vita.

In tali frangenti, gli spunti forniti dal MANIFESTO della nuova poesia siciliana, e gli scritti di Salvatore Camilleri e di Paolo Messina, e dal GIORNALE DI POESIA SICILIANA, e gli interventi di Salvatore Di Marco e di Pietro Tamburello, sono stati i nostri fari.    

         Sono in effetti, questi, argomenti che necessitano di una soluzione prima di misurarsi col foglio bianco. E non già per essi stessi, non per riuscire a sfornare un “prodotto” che catturi il plauso del pubblico, né tanto meno per carpire la benevolenza della “autorevole” giuria di turno; quanto perché ogni scrivente deve acquisire determinatezza, coscienza, responsabilità del proprio dettato. E ne è maturato il convincimento che ci debba essere cuore, passione, ingegno in chi scrive; ma, parimenti, non può difettare la forma, la  disciplina, la scelta. 

         Come contemplare tutto questo? In verità, non esistono scorciatoie, soluzioni preconfezionate, formule magiche. Ciascuno di noi, ognuno degli scriventi, deve trovare in sé la propria strada, la propria sintesi, la propria espressione. Propria, individuale, unica; che non faccia il “verso” a nessuna altra, e ciò, qualsiasi codice linguistico si adotti. E qualsiasi codice si adotti, si impone l’affrontarlo con rispetto, con rigore, con cognizione di causa. Nessuno di noi ritengo affronterebbe mai il Francese, l’Inglese, il Tedesco … senza conoscerne l’ortografia, la morfologia, la sintassi, la semantica … 

         E allora perché farlo col Siciliano? Non credo basti essere nati – e cresciuti – nell’Isola per scrivere il Siciliano! Noi tutti siamo sì, in virtù di ciò, dei “parlanti”. Per acquisire l’altra qualità, la qualità che ci qualifichi “scriventi”, occorre un “apprendistato”, occorre un impegno diuturno volto alla conoscenza delle opere degli Autori siciliani e alla lettura di saggi inerenti agli stessi e al Dialetto, occorre la frequentazione di un preliminare, diligente esercizio di scrittura. In definitiva, bisogna studiare il Siciliano.

         Il dilemma della scelta tra Italiano e Siciliano (blocchiamo così sul nascere eventuali quesiti in relazione a questo aspetto) non si è mai posto per Flora Restivo; lei non ha mai dovuto sciogliere alcuna perplessità di tale genere: ha scritto in Siciliano perché il suo sentire è siciliano, i suoi pensieri nascono in siciliano, il suo animo è profondamente, convintamente siciliano.

         Secondo lo Studio del Centro Ethnologue di Dallas: <Il Siciliano è differente dall’Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata>, <è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui> in Siciliano e in Italiano standard. <Il dialetto – asserisce Salvatore Riolo – non è una corruzione né una degenerazione della lingua e non potrebbe mai esserlo, perché i dialetti non sono dialetti dell’italiano, non derivano, cioè, da esso ma dal latino, e soltanto di questo potrebbero eventualmente essere considerati corruzione>. 

         E Guido Barbina e Roberto Bolognesi rispettivamente incalzano: <Tralasciamo, perché puramente accademico, il pretestuoso problema della differenziazione fra lingua e dialetto>; <Tecnicamente i termini lingua e dialetto sono interscambiabili>, <il loro uso non implica alcuna precisa distinzione genetica e/o gerarchica. Tutti i cosiddetti dialetti italiani sono lingue distinte e non dialetti dell’Italiano>.  

         Benché di suo non manifestamente Poeta, la poesia era già entrata a passi da gigante nella vita di Flora Restivo, tant’è che, nella veste di presidente della Giuria del premio letterario POESI@ & RETE, tra l’altro, lei scriveva: <C’è poesia o non c’è, quale che sia il modo che ciascuno trova più congeniale alle proprie esigenze espressive, e non esiste alcuna differenza, in termini di qualità, tra poesia in lingua e poesia in dialetto: scrivere in dialetto è una scelta che non pone questo in posizione ancillare nei confronti dell’Italiano. Se è vero, come dice Cesare Pavese, che la ricchezza di una generazione è data dalla quantità di passato che contiene, ebbene di questa ricchezza noi ne possediamo da così tanto tempo che fa parte ormai della nostra mappa genetica. Guardiamo al futuro! E’ inutile rammaricarsi del fatto che si vadano perdendo le “nostre belle e sicule parole”. E’ certo che si perderanno fintantoché i poeti si parleranno addosso, scriveranno sempre allo stesso modo e degli stessi argomenti. Vediamo se è possibile parlare, che so, di filosofia, di società, di rapporti umani, di valori; senza retorica. Non sarà mummificando le parole che risolveremo la questione. Bisogna promuovere un rinnovamento tenendo presenti le lezioni che ci vengono dai nostri dialettali più avvertiti e da quelli di altre regioni, bisogna studiare la poesia nel suo complesso. E bisogna adoperare un linguaggio che sia carne, sangue, passione, pensiero; un linguaggio coerente ortograficamente, rispettoso delle regole e, al contempo, munito di spirito innovativo. Siamo nel terzo millennio e anche se, per esempio, il sonetto è nato qui da noi, ciò non vuol dire che dovremo per forza scrivere sonetti e semmai scriviamo dei buoni sonetti. Rispettando e onorando le nostre alte tradizioni, consideriamo che esiste pure il verso libero, e liberiamo il linguaggio da lacci e laccioli. Che si scriva poesia in qualsiasi registro, ma che si tratti di poesia vera. Il poeta vive, respira, sta immerso nella realtà, non può ignorare problematiche di nessun tipo. Allora si parli di tutto! Di sicuro non sarà con le zagare, le malannate, le soperchierie subite, con tutto il rispetto argomenti triti e ritriti, che potremo legare i giovani all’amore per un linguaggio che è straordinariamente ricco, vivo, duttile. Saranno i giovani a raccoglierne l’eredità e dobbiamo quindi il più possibile avvicinarci al loro mondo, coniugando il rispetto per il linguaggio alla molteplicità degli stimoli a cui loro sono sottoposti. Forse così facendo potremo avere una poesia in Siciliano a tutto campo, aperta alla società e non rivolta solo agli addetti ai lavori, potremo avere poesia vera, che è vita, morte, resurrezione all’infinto e non certo raffigurazione di sterili rimpianti o banale descrittività. E tutto ciò con la fierezza della nostra sicilianità e capaci infine di trasmetterne la  valenza>. 

Come vedete le idee erano ben chiare e delineate assai prima che “la febbre dell’oro”, che evidentemente già covava, nell’Autunno 2002 l’avvampasse.

Nel gioco che mai concederà tregua della definizione della Poesia, Flora Restivo ama molto quella di Attila József: <Una poesia può essere considerata come un’unica parola nascente.>

         Affascinante definizione. Ma è estendibile alla poesia in Dialetto?

<Un concetto – asserì Attila József – è lo stesso sia per un cinese che per un ungherese o un inglese. Chiunque può esporlo con le proprie parole. Il concetto, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera.>; <La poesia in dialetto – affermò Mariano Lamartina – ancora vive. Vive, e non importa se sarà il canto del cigno. Il dialetto rimane come ultimo approdo alla serenità del mondo classico, anche se è destino che di esso si parlerà come lingua morta, al pari del greco e del latino.>; <I limiti del mio linguaggio – enunciò Ludwig Wittgenstein – sono i  limiti del mondo.>

Dalla fausta combinazione di tali precetti, scaturisce l’icona che apre alla “lettura” della poesia di Flora Restivo: l’assioma DIALETTO = MONDO; l’assunto ovvero che “l’essere siciliana” è la dimensione in cui i fatti della sua poesia avvengono, il Dialetto è l’essenza che tale “dimensione” rappresenta.

         La pubblicazione della silloge di Flora Restivo, CIATU, è del Marzo 2004, ma l’attenzione alla sua “parola poetica” risale ad un paio di stagioni  prima: la fine del 2002.

Salvatore Di Marco, che a più riprese ne ha incoraggiato l’esordio, Mario Grasso, che dalle pagine della Gazzetta Ufficiale dei Dialetti d’Italia ne salutò in toni entusiastici il debutto, Franco Loi, dei testi del quale la Restivo ha curato e custodisce inedite alcune versioni nel nostro Dialetto, versioni che il “Milanese” ha apprezzato, e Paolo Messina, l’innovatore per antonomasia della Poesia Dialettale Siciliana, il prof. Salvatore Camilleri, il cattedratico Salvatore Trovato, Lia Mauceri, si sono pronunciati in termini lusinghieri sul suo lavoro e, naturalmente, Giuseppe Cavarra, della cui dotta prefazione la silloge della Restivo si avvale. E non da meno è stato il riconoscimento e l’ammirazione da parte dei militanti: gli affermati Vito Tartaro e Senzio Mazza, il giovane e valente Pippo Samperi, l’inedito Nino Fraccavento, il rinomato Carlo Trovato, nonché di eruditi del calibro di Lina Riccobene, Sebastiano Burgaretta, Carmelo Lauretta.

         <Ho imparato come non scrivere dai cattivi poeti. Il resto è poesia> dichiara, in un secco, provocatorio aforisma Flora Restivo.

         Ma, cosa scrive e come scrive Flora Restivo?

I versi di Charles Baudelaire, a pagina 17 dell’antologia, non sono posti lì a caso! Credete, non una delle 4113 parole di Flora Restivo è posta lì dov’è per caso! Ognuna di esse é stata scelta; è passata attraverso un vaglio dalle maglie fittissime, ha dovuto assoggettarsi ad una analisi semantica, sonora, lirica, ad una verifica di posizione, di suggestione, di effetto severissime, e alla fine la prescelta ha prevalso non perché solo seducente o funzionale, non perché solo rispondente alle esigenze di metro o all’urgenza di realizzare wittgensteinamente il mondo (cosa vieppiù ardua con una lingua che se pure viva va perdendo ogni giorno i pezzi e che paga un prezzo salatissimo alla scienza, alla tecnologia, alle contaminazioni) non perché solo polisemica o arguta … ma perché tutto questo assieme. E soprattutto perché siciliana. La parola di Flora Restivo infatti rivendica con forza la sua appartenenza, si gloria di essere scevra da italianismi, vanta la sua refrattarietà ai traccheggi del verso.

Ogni sua poesia è un singolo evento, un originale atto creativo, una nuova sfida a se stessa, per superare i traguardi già raggiunti, i suoi e, perché no, quelli di qualsiasi altro poeta. Nella sua privata officina, nell’intellettuale suo “laboratorio” (per dirla con Paul Valéry) in cui lei “trasforma l’esperienza in coscienza” (stavolta tiriamo in ballo Franco Fortini), si concepisce, si accresce, si perfeziona l’emancipazione lirico-formale di Flora Restivo. E, come osserva Senzio Mazza, lei sottrae le parole–diamanti “al tarlo ignobile dell’assenza per sempre” e le incastona accuratamente, ad una ad una, negli spazi vuoti della pagina. Perché la poesia è fatta sì di parole, ma anche di spazi vuoti; di silenzio. E <il silenzio – annota Donatella Bisutti nel suo libro LA POESIA SALVA LA VITA – è tanto importante quanto le parole. Bisogna perciò imparare a leggere anche gli spazi bianchi. Questo vuol dire che là dove sono segnati, bisogna fermarsi e lasciare che, come davanti ad una apertura improvvisa, il silenzio entri e ci sommerga come un fiotto d’acqua. E quando leggeremo le parole che seguono ci accorgeremo di come ciascuna di esse sia preziosa>.

         Nel dispiegarsi in siffatta cornice, la Poesia di Flora Restivo acquista una propria originale scansione, si permea di una sua interiore armonia – De la musique avant toute chose raccomandava Paul Verlaine -, sfocia nel “verticalismo lirico”. E appronta – in una quarantina appena di fotogrammi – un palpitante caleidoscopio di pulsazioni: lu ciatu di tutta una vita vissuta.

         I connotati della brevità e della l’essenzialità che la identificano, lungi dal puntare al risparmio, investono sulla qualità della parola, sul peso specifico di ognuna di esse, sulla capacità loro <di cogliere i nuclei più vitali del travaglio di pensieri e di affetti e puntano – è l’avviso di Carmelo Lauretta – a discriminare la realtà dalle apparenze, la concretezza della parola dai  verbosi astrattismi.>   

Vi domina il verso libero, è evidente il lavoro sulla parola – il limae labor et mora di oraziana memoria – e l’ORTOGRAFIA, affrancata dalle incoerenze delle scritture vernacolari, rifugge dagli arbitri fonografici, svela netta presa di coscienza. 

Si diceva Baudelaire, ma un po’ tutti i poeti del Simbolismo francese (Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé) e dell’Ermetismo italiano ( Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale ) popolano le scansie mentali di Flora Restivo. E beninteso i dialettali d’Italia (Andrea Zanzotto, Albino Pierro, Franco Loi), giacché lei è solita ribadire <non si può amare il proprio dialetto visceralmente e contestualmente disconoscere il dialetto degli altri>. La rivoluzione a fondamento del Rinnovamento, che giusto dai Simbolisti ha preso le mosse, ha epurato la ridondanza dell’aggettivazione, l’oleografia dei vezzeggiativi e delle rime, la sclerosi della tradizione.

         SBARAGLIATA senza alcuna esitazione la concezione del dialetto quale codice sinonimo di sottocultura, SUPERATE le questioni afferenti a: raddoppiamento della consonante iniziale, aferesi, nessi fonici, RISOLTI i dilemmi riguardo a segno “j”, preposizioni e articoli, il dialetto della Restivo contempla i principi innovatori enunciati nel  Rinnovamento, specie in ordine a quelli che ne furono i capisaldi:  

1.      L’adozione della koiné siciliana

2.      La libertà metrica e sintattica

3.      L’unità di pensiero, linguaggio e realtà,

riverbera di locuzioni autenticamente siciliane, esprime assoluta aderenza alla sua anima, conferisce al Siciliano una rifondata contemporaneità, mette in risalto il proprio antico vigore, la specifica pregnanza semantica, il nobile e celebrato lignaggio.

         L’universo della Restivo, universo che ruota attorno al susseguirsi di istanti collegati tra di loro sul tenue filo della vita, è composito, a tratti  inconsueto, spesso spigoloso. Vibratamente femminile e mai femminista, radicato nell’attualità e altresì votato alla prassi proustiana del passato che l’atto del ricercare e rivivere eleva ad occasione d’Arte, è crudo e allucinante e insieme tenero e sognante. Vi si scovano riferimenti biografici, di introspezione esistenziale, di vocazione spirituale, vi si palesano elementi affettivi, sociali, ideali nella visione che “qualsiasi cosa può diventare oggetto di poesia”.

Alla luce di quanto esposto le sue poesie, quelle di CIATU e le altre che in futuro è auspicabile lei ci riserverà, obbligano il lettore a essere parte integrante del processo di creazione e gli richiedono di essere fruite sia con gli occhi che con il cuore, sia con la lingua che con la disposizione migliore dei sensi, sia con lo scrupolo filologico che con l’incontaminato avvertire. 

La poesia – ha detto Callimaco – deve trovare in sé la propria autonoma giustificazione, svincolandosi da ogni finalità didascalica, da ogni funzione civile o religiosa. Essa “è frutto di lunga, faticosa, diuturna conquista, nasce da grande studio e da grande amore”.

Il poeta, se davvero è tale, aspira sempre a dire l’inesprimibile.

            Flora Restivo ci sta provando.    

 

                                                                         Marco  Scalabrino  

 

Ju

 

Ju sugnu fatta

di nenti:

 

di ariu

di luci

d’amuri

raspatu cu l’ugna

nna petri di cori

nsirragghiati.

 

Li manu chiusi a pugnu

addifennu

stu nenti

cu tuttu lu me ciatu.

 

Na mossa, na palora …

e sugnu pupu

cu li fila

tagghiati.

 

 

Io sono fatta / di niente: / d’aria / di luce / d’amore / raschiato con  le unghie / a cuori di pietra / sprangati. / Le mani strette a pugno / difendo / questo niente / con tutte le mie forze. / Un gesto, una parola … / ed eccomi burattino / con i fili / tagliati.

 

L’ultimi stiddi

 

L’arrancata 

parissi arrè li spaddi.

                           

Qualchi muntarozzu ancora, 

lu pinninu,

e sugnu ‘n-casa.

                           

Di lu sularu allongu na scala 

l’acchianu cu l’ali a li pedi

e cògghiu, giustu ‘n-tempu

                           

l’ultimi stiddi.

 

 

La parte più dura della salita / sembrerebbe alle spalle. / Ancora qualche collinetta, / la discesa / ed eccomi casa. / Dal solaio protendo una scala / salgo con le ali ai piedi / e colgo, appena in tempo / le ultime stelle.

 

 

Canzuna

 

Siddu m’arriniscissi di cantari

la canzuna

chi mi firrìa ‘n-testa,

raciuppata cu palori di sangu 

e di ventu

chi si ciàccanu e si ncòddanu      

chi mòrinu e arrivìscinu

e mai ci crisci un pilu biancu …

 

la vulissi cantari

cu ’n-filu di vuci

a la cuddata

lenta

di lu suli.

 

 

Se mi riuscisse di cantare / la canzone / che mi  frulla in testa, / messa insieme con parole di sangue / e di vento / che si incrinano e rincollano / muoiono e rinascono / e non gli spunta mai un capello bianco … /  la vorrei cantare / con un filo di voce / al calare lento / del sole.  

"Ciatu" di Flora RESTIVO 

Edizioni Sfameni Messina 2004

2 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on 10 gennaio 2007 at 2:26 pm

    Segnalo su RADICI DELLE ISOLE la pubblicazione di testi inediti di Antonio Spagnuolo. Per chi avesse piacere di leggerli. Grazie dell’ospitalità.
    Sebastiano
    http://blog.libero.it/isolae/

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 10 gennaio 2007 at 4:29 pm

    Grazie a te, Sebastiano, per la segnalazione. Giovanni

    Rispondi

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