Angelo MUNDULA – Il Cantiere e altri luoghi – Recensione

Il Cantiere e altri luoghi

    Alla domanda frequentissima di quale sia la poesia destinata a rimanere, di solito consegue un’altrettanto ricorrente risposta: quella che ci richiama infinite volte a lei, per dilettarci e per apprendere, ancora, per misurarci e riverificare radici e appartenenze. La poesia che resta, per dirla in breve, è quella che ci nutre, per una qualche ragione. Una qualità, questa, che non sempre è dato cogliere nell’immediato. Molta buona poesia – che si fa subito apprezzare per una qualche dote e alla quale, magari, dedichiamo attenzione – spesse volte non la rileggiamo. Addirittura, la dimentichiamo. Forse, perché non ci siamo presi il tempo necessario di lettura; non abbiamo atteso quel riscontro interiore di cui parlava Eliot; se è vero, infatti, che nei massimi poeti c’è qualcosa di più che non semplici “idee” da accettare o respingere, (ma) c’è una forma che genera il capolavoro, è anche vero che il lettore, oltre al diletto e alla gratificazione estetica, cerca non di rado anche esemplarità, saggezza, la quale si trasmette ad un livello più profondo che non quello delle proposizioni logiche; e allora qualunque linguaggio è inadeguato, ma probabilmente il linguaggio della poesia è il più atto a comunicare la saggezza. Anche il Parini, in altra forma, a sua volta traendo da Orazio: Va per negletta via/ognor l’util cercando/la calda fantasia,/che sol felice è quando/l’utile unir può al vanto/di lusinghevol canto.

 

    Ho voluto fare questa premessa per parlare di Angelo Mundula e della sua nuova raccolta poetica, Il Cantiere e altri luoghi, nella convinzione che la sua poesia rientri proprio tra quella destinata ad essere letta e riletta, a divenire cara al lettore; tanto più se si conosce la persona, il riserbo, la coerenza che da sempre lo contraddistinguono (egli non fa presentazioni dei propri libri, non partecipa ai premi letterari né ad iniziative pubbliche, neppure a quelle a lui dedicate), e del silenzio mediatico quasi totale proprio nel luogo dove egli vive; tanto più sorprendente e imbarazzante in quanto il suo lavoro, da tempo, trova consensi significativi in Italia e all’estero. Poeta dell’esilio è stato per ciò definito in un saggio di Giuseppe De Marco (L’esperienza di Dante "exul immeritus" quale autobiografia universale).

 

     Il libro, il suo undicesimo di poesia, inaugura la nuova collana La Ginestra di Carlo Delfino Editore diretta dallo stesso Mundula e da Nicola Tanda. Le novantaquattro poesie in esso contenute  sono state scritte tra il 2000 e il 2005.  Il Cantiere a cui si riferisce il titolo è luogo reale (“…era proprio un cantiere in disarmo, con un grande capannone, un prato verde e due case in una delle quali, per concessione del Genio Civile a mio padre, abitava la mia famiglia. Tutt’intorno molti vecchi ferri e il mare”) e metaforico: Nella grande libertà del Cantiere/io mi aggiravo come un prigioniero dentro/una gabbia di ferro, gettando a mare/tutte le scorie del mondo, che da ogni/parte mi piovevano addosso (“Nel  Cantiere”). Ma il  termine “Cantiere” viene reiterato anche nel titolo di altri  tre testi (Nostalgia del Cantiere, Il Cantiere navale,  Cantieri), nonché nei versi di altre poesie. Il leitmotiv riteniamo che intenda alludere anche a dell’altro. Riferendoci alla poesia che chiude la raccolta (Il ritorno), leggiamo: Ogni tanto ritorno al mio Cantiere/a risentire le voci di un tempo/ a ritrovare ciò che si è perso. Il Cantiere, dunque, si fa anche simbolo del passato, di quella parte di noi che non è più e che il tempo monda ed èleva, interiormente, rendendocelo sacro. Ma il Cantiere a cui allude Mundula, forse, è pure un altro: il ben più alto Cantiere da cui tutto ha origine e a cui s’innalza – o s’introflette – lo sguardo: e allora me ne sto tra me e me e/lungamente m’interrogo su quanto/mi è accaduto e qui scopro un cantiere/in fermento una ribollente officina/e vedo quanto ho costruito quest’anno/appena trascorso quali mura o torri/ho innalzato per giungere fino a Te. Un Cantiere umano e artistico dentro il più ampio Cantiere dell’incessante Creazione, al cui Artefice il poeta vuole avvicinarsi, coi buoni frutti del proprio, di Cantiere, a lui affidato dalla nascita.  

    I componimenti, all’interno della raccolta, si susseguono senza indicazioni cronologiche e senza accorpamenti in sezioni tematiche. Né vi è introduzione o altro scritto. Le ultime otto pagine raccolgono invece parte dei numerosi e qualificati giudizi espressi, nel corso degli anni, sul poeta e sul prosatore (tra i tanti, Mario Luzi, Carlo Betocchi, Giuliano Gramigna, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Franco Fresi, Stefano Jacomuzzi, Pietro Civitareale, Franco Loi, Ferruccio Ulivi). 

 

    Per entrare nella poesia di Angelo Mundula può essere utile richiamare quanto scrisse di lui, a suo tempo, Giorgio Bàrberi Squarotti (riportato in appendice al libro): “…un grande poeta metafisico, il maggiore che si abbia oggi, accanto a quel Luzi che, significativamente è protagonista  e dedicatario  di  uno dei componimenti  del libro. In uno stile elevato,  un poco lento, appena a tratti percorso da un brivido di ironia o di disperazione, Mundula ricompone l’idea della poesia come discorso dell’essere e del vero, partendo dalla sua città, Sassari, quella dell’esilio “pel tenace cammino verso la luce della Gerusalemme celeste.”

    Una chiave, dunque, quella escatologica, importante per entrare nella Weltanschauung dell’autore, la cui  poetica, non a caso, sembra tradursi proprio in una scrittura protesa comunicativamente all’Altro, per condurlo a sé, non lasciarlo a distanza: Ogni uomo è uomo/solo nel suo incontro con l’altro/niente i più nutriente che discorrere/con uno sconosciuto. Mai/perdersi nell’Io come dentro/un imbuto. L’uomo che ci/vede chiede d’essere visto/e guardiamo soltanto gli/occhi che ci scrutano lo sguardo/che che ci attende….)(“La strada”).

    Una “semplicità” vera, la sua, e, nel contempo, apparente (in quanto dissimula, spesso, in modo accorto, profondità e ricchezza di senso); in cui si rinuncia, teleologicamente, a percorsi di ricerca incentrati quasi  esclusivamente sul linguaggio.

    Potremmo quindi considerare questo libro come un’unica, articolata meditazione sull’Uomo, sul mistero della vita, sul destino ultimo delle cose (Ho voluto spiegarmi tutto/e non c’era niente da spiegare:/tutto il sale della vita è soltanto/l’inspiegabile. Così in alto/così in alto che la nostra mano/non potrà mai toccare il/nostro sguardo non potrà mai vedere/ciò che è troppo evidente./Il nostro vero approdo è il naufragio.)(“L’inspiegabile”). Molte poesie prendono spunto da luoghi visitati, da letture, da eventi reali, anche minimi: Quest’anno non ci sono zanzare né/vespe: pungevano, facevano male./Ma questa improvvisa sparizione/non ci (dis) turba meno (“Assenze”). Non manca la meta-poesia: Figuro nella tua bibliografia,/caro Luzi, anche per una mia poesia/scritta sulla tua poesia cercando/anch’io come su una stele di Rosetta/”frasi e incisi di un canto salutare.” (“Davanti alla stele di Rosetta”). Né, intuibilmente, manca la preghiera, trasfusa nel canto (O Signore, non circondare la mia vita/di troppi enigmi: la mente vi si perde/il cuore è in pena. Ciò che sembrava/chiaro è improvvisamente tenebra/ogni lieve foglia pesa come un ramo/inizia nuovamente la lotta con l’angelo/mentre attendo il bianco uccello dell’alba/o appena quella luce che si versa da/non so dove sulla mia povera vita./E talvolta ne raddoppia gli enigmi. (“Notte dell’anima”).

    La poesia di Angelo Mundula non sembra nascere dal suono, dal ritmo o da alchimie linguistiche, ma dall’urgenza di esplicitare pensiero, fede, sentimenti, sguardo preciso sul mondo: ovviamente, senza nulla escludere. Ciò, spesso, per via metaforica, o con dolente ironia.

    Pur nell’opinabilità degli accostamenti, andando oltre gli echi leopardiani (vedi  “Rio Mannu”), si intravedono, in Mundula, consonanze tematiche con Giorgio Betocchi (in particolare, “Poesie del sabato”) e Mario Luzi, come accennato sopra. Lo stile colloquiale, le originali soluzioni richiamano talvolta, invece, la poesia di Valentino Zeichen: per la linearità della sintassi propria della lingua ordinaria; ma sulla quale Mundula innesta dell’altro, a cominciare dalla metafora a cui demanda opzioni di senso. Egli fa inoltre uso di cesure e sospensioni, nei versi e nelle parole, di anafore e dell’enjambement, con l’effetto di una raffinata musicalità quanto di una maggiore forza comunicativa. Ma ciò che è dato cogliere, nell’immediato, è l’utilizzo coraggioso di rime e di assonanze, soprattutto interne.

    Altro aspetto da chiarire è l’uso che il poeta fa della prima persona (scelta che da Eliot fino a i nostri giorni genera spesso incomprensibili pregiudizi), che nel caso specifico non si deve certo a una tendenza solipsistica, bensì al convincimento della   centralità dell’Uomo quale referente imprescindibile, fondante di qualunque relazione interpersonale e sociale: …Mai/perdersi nell’Io come dentro/un imbuto. L’uomo che ci/vede chiede d’essere visto/e guardiamo soltanto gli/occhi che ci scrutano lo sguardo/che ci attende….)(“La strada”).

    Una personalità poetica dal forte segno, quella di Angelo Mundula, ancora da conoscere; lontana da mode e da tendenze; fuori dal tempo ma dentro un altro Tempo in cui crediamo, fortemente, segga già, a pieno titolo.   

 

Sassari, 11 gennaio 2007

 

                                                                                                          Giovanni Nuscis

 

 

 

Da  Il cantiere e altri luoghi

 

 

 

Nel Cantiere

 

Nella grande libertà del Cantiere

io mi aggiravo come un prigioniero dentro

una gabbia di ferro, gettando a mare

tutte le scorie del mondo, che da ogni

parte mi piovevano addosso.

In quelle acque mi purificavo

di tutte le impurità innalzando una

preghiera di ringraziamento

al Dio che si nascondeva non so dove.

Quello era il mondo e non c’era nessun altro

“vietato l’ingresso a ogni estraneo

ai lavori” diceva lì presso un cartello

mentre il Cantiere mi forgiava

il mare mi avvolgeva come un mantello.

Li sono stato incudine e martello

isola e mare, una volta per sempre.

 

 

 

 

Riu Mannu *

 

 

Riu Mannu, piccolo fiume,

che ridicolo vederti giungere alla foce

con quel tuo nome solenne e

sotto l’arco di trionfo

dell’antico ponte romano.

Vano è ciò che gli uomini

decretano per noi. Lo scopro

nel tuo nome che si perde

tra poche erbe selvatiche

tra escrementi di vacche e

altre indecenze mentre costeggio

le tue sponde come fossero

le date di una storia che si ripete

che vanamente scorre dalla

fonte alla foce sempre meno

limpidamente fino a quest’acque perse

in cui io stesso mi perdo come

alla fine del tempo e della storia.

 

 

(NdR Dal sardo, “Fiume grande”. Nome attribuito nell’antichità e tramandatosi,  in Sardegna, a numerosi corsi d’acqua.

 

 

 

Strade

 

 

Fra tanto clamore nessuna vera voce

fra tante strade nessuna via da percorrere

neppure quel “sentiero da capre” che Montale

vide aprirsi sulle nostre mappe neppure

quelle nostre rampe su cui ogni giorno

ci arrampichiamo per vedere le stelle

la luna o marte. Niente e nessuno in

questo innominabile buio. Se non fosse

per quel tenue barlume che traspare

da qualche parte e fa dire: “è giorno”

mentre intorno si addensano le ombre.

 

 

 

 

Del fare

 

 

Oh se potessi non scrivere

lasciando queste parole in cambio

di quel che dicono! Oh se potessi

finalmente trovare il mio vero

esistere votando la mia vita

alla vita dell’altro. Ma sono

un uomo impastoiato dalle parole

di questo antico suono che mi strugge.

Vado cercando vita ove la vita fugge.

 

 

 

Il ritorno

 

 

Ogni tanto ritorno al mio Cantiere

a risentire le voci di un tempo

a ritrovare ciò che si era perso.

Odo tutti e nessuno mi ode.

Mai così tanto m’entrano nel cuore

gli antichi suoni e le eterne cose del

mondo: piccoli rumori di un granchio

che scivola sullo scoglio, il sibilo

di un serpe, un brusio di vespe

improvvisamente ridestate dal torpore,

un passo d’uomo… forse mio padre

venuto a salutarmi chissà da che parte

e tutto quello splendore di mare e di cielo.

Nulla è mutato e tutto è diverso.

C’era tutto, c’è sempre, ma non c’è più,

non c’è più niente: e il cuore svuotato

come quella conchiglia che raccolgo

sulla spiaggia e subito getto tra le onde.

Chissà dov’è andato

dove si è insediato

il suo misterioso abitatore.

 

 

 

    Angelo Mundula è nato e vive a Sassari. Ha pubblicato, in poesia Il colore della verità  (Padova, 1969), Un volo di farfalla (Pisa, 1973), Dal tempo all’eterno (Firenze, 1979), Ma dicendo Fiorenza (Milano, 1982), Picasso fortemente mi ama (Firenze, 1987), Il vuoto e il desiderio (Catania, 1990), Per mare (Padova, 1993), con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna, La quarta triade (Milano, 2000),  Americhe infinite (Milano, 2001), Vita del gatto Romeo detto anche Meo (Milano, 2005); a cui si aggiungono due libri di prosa: Tra letteratura e fede (Firenze, 1998) e L’altra Sardegna (Milano, 2003). Ha collaborato con i maggiori quotidiani italiani e con prestigiose riviste. Da vent’anni collabora intensamente con le pagine letterarie e culturali dell’”Osservatore Romano”.

 

 

 

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12 responses to this post.

  1. Posted by diamine on 12 gennaio 2007 at 10:14 pm

    Ritrovarsi insieme attorno al focolare delle parole di Angelo Mundula, a sentire il suo racconto sul Cantiere e sulla fede, intervallato da incontri con ‘altri luoghi’ e persone, addolcito con sapienza dalle rime e dalle disgiunzioni. Grazie a Giovanni d’averci invitato all’ascolto di un poeta grande e schivo, semplice e severo.
    Antonio Fiori

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 12 gennaio 2007 at 10:28 pm

    E’ una gioia parlarne, Tonino, ma anche un dovere per chi ne ha compreso il valore. Tanto più se si conosce la congiura del silenzio perpetrata a suo danno. Gianni

    Rispondi

  3. Posted by ritabonomo on 13 gennaio 2007 at 6:43 am

    Dico anche qui Giovanni di questa tua recensione che è pulita ma sopratutto onesta in quanto libera dall’autocelebrazione che spesso coglie, come un grande abbaglio o oblio, i recensori che sfrondano il valore dei poeti che recensiscono parandosi dietro la necessità del metaletterario.

    Dico anche qui quanto mi piace che si parli del ruolo del Poeta come di una penna che si fa sonda palesante le difficoltà cognitive d’un malessere che pur accomunando spesso sfugge ai più. In questo senso il ruolo sopracitato diventa coscienza collettiva, valore universale da preservare assolutamente.

    Aggiungo che specie il brano Nel cantiere che trovo particolarmente emblematico, mi vien voglia di leggerlo a voce alta.

    Posso dire bravo?

    Rrr

    Rispondi

  4. Posted by DanielaRaimondi on 13 gennaio 2007 at 8:44 am

    “La poesia che resta, per dirla in breve, è quella che ci nutre, per una qualche ragione.”
    Parto col citare questo tuo bellissimo e verissimo passaggio, in cui rifletto totalmente il mio pensiero.
    Complimenti all’autore di questo libro, di cui ho ammirato le poesie che riporti, e un grande oh di esclamazione leggendoti di nuovo nella veste di critico sensibile, accurato e competente. Hai questo gran dono di entrare nell’anima della poesia, fino in fondo; di coglierne il centro, il pensiero, fino alle sfumature. Il dono di sfiorarla piano, in punta di piedi, con le tue parole chiare e concise che ce la regalano avvolta in un’ottima veste, come un bel regalo.
    Ammirata.

    Rispondi

  5. Posted by ioletoini on 13 gennaio 2007 at 12:30 pm

    sempre mi ritrovo a leggere con vivo interesse le tue presentazioni di poeti che altrimenti, per me, rimarrebbero assolutamente sconosciuti probabilmente. e te ne ringrazio molto perchè mi offri voci uniche dense forti di carattere poetico che aprono all’ascolto.
    mi ha colpita davvero questa breve silloge che ci proponi, dove luoghi fisici diventano luoghi dell’anima.
    grazie.

    Rispondi

  6. Posted by 1Nuscis on 13 gennaio 2007 at 4:35 pm

    Grazie davvero Rita, Daniela e Iole per le vostre parole e per il vostro ascolto.

    Rita. Ci sono recensioni che, effettivamente, non entrano nel testo; sono prosa d’arte che ben impatta sul pubblico e sui responsabili delle terze pagine dei quotidiani; peccato che cammini sulla schiena degli autori, vampirizzandone l’opera, riducendola.

    Daniela. Non ci sono registri poetici candidati al successo, l’opera deve però sapere interagire coi suoi fruitori – come la poesia di Angelo Mundula ci dimostra; la ricerca può dunque partire dal linguaggio come dal suono, dal ritmo (pensiamo a Cimitero marino di Valery), dal pensiero, dalle immagini, come in molte tue poesie che paiono, spesso, sequenze cinematografiche che incantano, che ci tengono dentro la vita o a essa ci riportano; e che si fanno sguardo nella misura in cui, con autenticità, il poeta ci mette tutto sé stesso, anche solo apparendovi, dentro, come lampo, o in essa celandosi, sapientemente.

    Iole. I blog, Internet offrono questa grande opportunità di conoscere altre mondi poetici, altri approdi. Ma non basta mai il tempo per leggere e metabolizzare tutto come vorremmo. Si viene come risucchiati; e siamo per questo scontenti dei crescenti bisogni di conoscenza che non potremo mai appagare, per intero. ma è un sentimento col quale si deve pur convivere. Abbiano per fortuna capito che si tratta di un percorso cognitivo pari agli altri e, ormai, imprescindibile.

    Gianni

    Rispondi

  7. Posted by 1Nuscis on 13 gennaio 2007 at 5:22 pm

    Ho dovuto riscrivere il post che precede poiché vi erano refusi e punti da precisare meglio.
    Gianni

    Rispondi

  8. Posted by foglidiparole on 13 gennaio 2007 at 5:51 pm

    lasciami esternare, caro giovanni, la mia grande ammirazione per te. passo delle ore a leggerti e l’interesse è sempre più alto. a ben rileggerti. swan

    Rispondi

  9. Posted by ventidiguerra on 14 gennaio 2007 at 5:26 pm

    Un grande piacere per me, scoprire e leggere di questo autore, attraverso e tramite la recensione postata… Un onore documentarmi, a fronte di una legittima rivalutazione ad un Poeta e alle Sue liriche che ci arricchiscono culturalmente e di cui ci pregiamo godere.
    L’ augurio per sempre maggiori soddisfazioni e meritato plauso.
    Con stima e riconoscenza profonde,
    Giulia.

    Rispondi

  10. Posted by 1Nuscis on 14 gennaio 2007 at 8:37 pm

    Ancora grazie, Swan, per le tue parole gentilissime.

    E un grazie anche a te, Giulia. Non c’è riscontro migliore, recensendo un autore, del dichiarato interesse verso il lavoro da noi proposto.
    Gianni

    Rispondi

  11. Posted by diamine on 14 gennaio 2007 at 10:46 pm

    ” quale forza ci trattiene sulla sponda del diavolo/ tra macerie e sconfitte quale altra attende il segnale/ per portarci d’un colpo sulla sponda dell’angelo? “. Sono gli ultimi versi di “Dov’è il Paradiso?”, di Angelo Mundula (in “Picasso fortemente mi ama”, Vallecchi, Firenze, 1987) – ve li offro perchè a me dicono più di quanto ben dicano, poichè in quell’angelo si fonde, involontaria ma inesorabile, l’omonimia dell’autore….

    Rispondi

  12. Posted by 1Nuscis on 15 gennaio 2007 at 12:12 am

    Ti ringrazio Tonino, e condivido appieno la tua lettura. Non ti nascondo che mi fa una certa impressione. Gianni

    Rispondi

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