Archive for marzo 2007

Sarò ospite per alcuni giorni, e con testi tratti dalla raccolta "In terza persona", letti da Rita Bonomo

a

"progetto di lettura"

nel blog di Roberto Ceccarini

"oboesommerso"

www.oboesommerso.splinder.com

 

 

Trame…

trame

 

 

Tizio ha una cosa

a cui tiene. Caio

gliela strappa di mano.

E tutti a fare il tifo

per Tizio, sconsolato;

con Caio che alla fine

muore, o si redime…

 

Siamo nella sfera

d’una penna romanziera.

Vomere che scivola

notte sulla pagina:

l’assorbenza della carta

è il futuro dell’albero

l’incontinenza dell’Africa.

 

La mano che ci (in)segna

è soffio sulla brace

festa della cenere.

Si ripete la storia: rotta

la brocca, perenne la ricusa;

i cocci in mano

fusi con le dita.

 

Il male serva

almeno a dimostrare

la grandezza del bene.

Noi il lavacro

che contiene

l’uomo nuovo,

l’eden?

 

Larghi e aerei più

ora mai incantati da leggi

formule vincenti,

da suadenti parole.   

(E)dotte (ec)citazioni

celano il corpo nudo

il fiato corto del comico.

 

 

26 marzo 2007

(inedito)

 

 

 

Reading…

alghero

  Il senso della poesia…

  
    Venerdì 23 marzo 2007 ore 19,00
Libreria Il Labirinto – via C.Alberto 119 Alghero

        Reading di poesia

                Daniela Raimondi Giovanni Nuscis  Antonio Fiori 

  Inanna, ed.Moby Dick, In terza persona, ed.Manni,

La quotidiana dose, ed. Lietocolle

La nudità delle parole lette da chi le ha scritte. L’invito è rivolto a chiunque voglia cimentarsi nell’ascolto, interrogare gli autori, cercare di scoprire, insieme a loro, il senso della poesia.

                          leggono testi dalle loro ultime raccolte del 2006

Thomas MANN – Gli affamati

munch MELANKOL

    Di che parlavano? Di che mai continuavano a parlare? Ah, quel conversare che sgorgava facile e schietto dalla fontana inesauribile dell’innocenza, della spontaneità, dell’ingenua gaiezza, e al quale egli non sapeva prender parte, serio e tardo com’era stato fatto da una vita di vaneggiamenti e di intuizioni, dalle introspezioni paralizzanti e dalle angosce del creare! Se n’era andato: in una crisi di fierezza, di disperazione e di magnanimità s’era allontanato di soppiatto, aveva lasciate sole le due creature; ed ecco che ora, da lontano, con quel nodo di gelosia alla gola, stava ad osservare il sorriso di sollievo e d’intesa con cui coloro salutavano la scomparsa della sua presenza opprimente.

    Perché era venuto? Perché anche quella sera era tornato lì? Che cosa lo spingeva a mescolarsi, più tormentato che mai, alla folla dei semplici e degli schietti, a quella folla che gli si stringeva attorno eccitandolo, ma in realtà lasciandolo a margini? Oh, lo conosceva bene, quel desiderio! “Noi solitari”, così aveva scritto una volta, in un’ora di chiaroveggenza “noi segregati sognatori, diseredati dalla vita, che viviamo i nostri giorni arzigogolando in un esilio gelido e artificioso… noi che effondiamo intorno un freddo alone di uggia invincibile, non appena mostriamo in mezzo a esseri viventi le nostre fronti segnate dalla consapevolezza e dalla avidità… noi poveri spettri dell’esistenza, che gli altri abbordano con timoroso rispetto, per poi abbandonarci al più presto nuovamente a noi stessi, così che il nostro vuoto sguardo di onniscienti non turbi più oltre la gioia… tutti coviamo in noi un logorante, riposto struggimento per ciò che è ingenuo, semplice, vivo, la nostalgia per un poco d’amicizia, d’abbandono, di confidenza, di felicità umana. La ‘vita’, dalla quale siamo esclusi, non si presenta a noi anomali come anomalia, come una visione di sanguinosa grandezza o di bellezza selvaggia; no, il regno delle nostre aspirazioni è proprio la normalità, la decenza, l’amabilità, insomma, la vita nella sua banalità seducente..”

    Guardò i due che stavano chiacchierando mentre ovunque nella sala cordiali risate interrompevano il suono dei clarinetti che sfigurava il dolce, affannoso motivo d’amore in accenti di svenevolezza assordante… Questo voi siete, disse tra sé. Siete la calda e soave assurdità della vita, di quella  vita che è l’eterno contrapposto dello spirito. Non crediate al suo disprezzo; mai, mai prestate fede ai suoi atteggiamenti di sufficienza. Sotterranei coboldi, spiriti impuri ammutoliti nel conoscere, siamo noi a seguirvi di soppiatto, a distanza, e un desiderio divorante arde nei nostri occhi: essere come voi.

    Ti ribelli, orgoglio? Vuoi negare la nostra solitudine? Vuoi dare ad intendere che la creazione spirituale garantisca all’amore una più alta unione coi vivi in tutti i luoghi e in tutti i tempi? Suvvia! A chi, a chi mai siamo uniti? Sempre e soltanto a nostri uguali, ai sofferenti, agli agognanti, ai miseri, e mai a voi occhiazzurrini, a voi che non avete bisogno dello spirito!

    Ballavano, ora. Le improvvisazioni sulla scena erano terminate. L’orchestra strombettava, cantava,  e le coppie scivolavano, giravano e ondeggiavano sul liscio pavimento. E Lilli ballava col piccolo pittore. Con quanta leggiadria  la sua testina vezzosa emergeva dal calice del colletto rigido, ricamato d’argento! Elastici, snelli, si muovevano e piroettavano nello spazio ristretto; il viso di lui era rivolto al suo; e sorridenti, in sorvegliato abbandono alla dolce trivialità del ritmo, continuavano a chiacchierare.

    Un gesto come di mani afferranti e plasmanti scaturì improvviso nel solitario. Nonostante tutto siete miei – pensava – nonostante tutto vi domino! Non posso forse guardare con un sorriso nel fondo delle vostre anime semplici? Non posso osservare e conservare in me, con irridente amorevolezza, ogni ingenuo movimento dei vostri corpi? E di fronte al vostro inconscio agitarvi non si tendono forse in me le energie della parola e dell’ironia, fino a farmi palpitare di un senso esultante di forza, del mio giocoso desiderio di raffigurarvi, di fissare nella luce della mia arte, per la commozione del mondo, la vostra insensata felicità?…

    Ma subito, nel suo intimo, quel  moto orgoglioso di ribellione ricadde esausto e pieno di rimpianto. Oh, per una volta sola, solo per una notte come questa, non essere artista, essere uomo! Sfuggire una volta alla condanna che inesorabile ingiungeva: non ti è concesso di esistere, ma di guardare; non di vivere, ma di creare; non di amare, ma di sapere! Una sola volta vivere, amare, gioire in schiettezza, in semplicità di sensi! Una volta essere tra voi, o creature viventi,essere in voi, essere voi! Conoscere per una volta l’estasi di assaporarvi, o voluttà della vita mediocre!

 

 

Thomas Mann – da: “Gli affamati” (Bozzetto)(1903) – Racconti (Oscar Mondandori)

 

ZHUANG-ZI

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  • La grande intelligenza abbraccia, la piccola intelligenza discrimina: la grande parola è luminosa; la piccola parola è prolissa. Quando gli uomini dormono, la loro anima entra nella confusione, quando si svegliano, il loro corpo si mette in movimento. Le associazioni umane generano intrighi e complotti. Nascono così le indecisioni, le falsità, i pregiudizi. Piccole apprensioni generano inerzia e pigrizia. Quando gli uomini entrano in azione, guardano i propri simili come l’arciere prende di mira la propria preda; poi restano immobili, attenti alla loro vittoria come congiurati. Si indeboliscono così ogni giorno, come l’autunno e l’inverno che declinano. Sprofondano senza ritorno nelle loro abitudini, vi soffocano e si degradano con l’età; il loro spirito va verso la morte; niente li aiuta a ritrovare la luce.

  • Una volta Zhuang Zhou sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang-zi. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang-zi. Non seppe più allora se era Zhou che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhou. Tra lui e la farfalla vi era una differenza. Questo è ciò che chiamiamo la metamorfosi degli esseri.
  • La vita umana è limitata; il sapere è illimitato. Colui che consuma la propria vita limitata per inseguire l’illimitato sapere giunge all’esaurimento, esauritosi, vuol sapere ancora e muore così di esaurimento.
  • La virtù è traviata dall’amore per la fama, l’intelligenza è nata dal desiderio della lotta. La fama crea i conflitti fra gli uomini; l’intelligenza fornisce loro i mezzi per combattersi. La fama e l’intelligenza sono strumenti nefasti; non possono perfezionare la condotta umana.
  • Solida virtù e buonafede non bastano a combattere il temperamento di un altro uomo; il suo cuore non è necessariamente toccato dalla buona reputazione e dallo spirito di pace; se vuoi predicare a forza la bontà, la giustizia e qualunque regola di condotta di fronte a questo uomo violento, non farai che opporre la tua onestà alla sua bassezza. Il tuo agire lo si chiama danneggiare l’altro. Colui che danneggia l’altro sarà da questi danneggiato e tu stesso verrai danneggiato da quest’uomo violento.
  • Chiunque spinga la propria affabilità fino al servilismo si affloscia e cade in rovina. Chiunque faccia sfoggio della propria calma, ricerca la fama e l’eccentricità. Se il vostro allievo  ha il temperamento di un fanciullo, siate fanciullo insieme con lui; se con le altre persone non osserva le distanze, fate lo stesso con lui; se non ha limiti nella propria condotta, siate molto libero con lui. E’ così che potrete condurlo alla perfezione.
  • Coloro che esagerano la loro bontà, forzano la loro virtù e così ostruiscono la propria natura, si attirano la fama e suscitano dunque l’invidia di tutti con il loro esempio inimitabile.
  • Coloro che esagerano nell’arte del discorrere ricamano minuziosamente le loro frasi e si divertono con sottili paradossi sul duro e sul bianco, sul simile e sul dissimile. Si affannano a cercare una gloria effimera per mezzo di futili parole.
  • Chi si serve della sagoma, della corda, del compasso e della squadra per rettificare, offende la natura: chi fa uso della corda, dello spago, della colla e della lacca per consolidare le cose va contro le loro qualità. Chi piega gli uomini con il rito e li fiacca con la musica, chi li protegge con la bontà e li tiene uniti con la giustizia, questi corrompe la loro natura ordinaria.
  • Eccellente è chi conta soltanto sulla propria natura originaria e sulle proprie disposizioni innate. Così, l’uomo dall’udito fino non sente l’altro, ma sé stesso; l’uomo chiaroveggente non vede l’altro, ma se stesso. Colui che non vede se stesso ma vede l’altro, che non comprende  se stesso ma comprende l’altro, possiede le qualità di un altro e perde le proprie. Così, egli realizza l’ideale di un altro e abbandona il proprio.
  • L’uomo comune ama chi gli assomiglia e detesta chi è diverso da lui. Colui chiama la somiglianza e detesta la differenza vuole, a sua insaputa, essere al di sopra degli altri uomini del mondo.
  • Così, le parole elevate non toccano il cuore dell’uomo comune. Le parole supreme non riescono a farsi udire: sono ostacolate dalle parole volgari. Non si può raggiungere la metà se si ha il vuoto sotto i talloni.
  • Il vuoto, la tranquillità, il distacco, la non curanza, il silenzio, il non-agire sono la livella dell’equilibrio dell’universo, la perfezione  della via e della virtù. Per questo il sovrano, il re e il Santo sono sempre in pace. Questa pace conduce al vuoto, un vuoto che è pienezza, una pienezza che è totalità. Questo vuoto conferisce all’anima una tranquillità la quale fa sì che ogni azione compiuta sia efficace. Colui che conserva  la propria tranquillità  non agisce: lascia questa cura a coloro che ricevono la missione di agire.
  • Santo è colui che coglie la propria vera natura e si conforma al proprio destino. Così, non espone il segreto delle sue cinque facoltà. E’ dentro di lui che risiede la gioia del cielo. Nel silenzio conserva la sua gioia interiore.
  • “Quando la sorgente si esaurisce, i pesci dello stagno si rifugiano nel fango. Si scambiano i loro aliti umidi e si bagnano l’un l’altro con le loro bave. Questi pesci miserabili non potrebbero essere paragonati a quelli dimentichi di sé nei fiumi e nei laghi”.
  • “E’ impossibile parlare del mare alla rana che abita in un pozzo; vive in uno spazio troppo limitato. E’ impossibile parlare  del ghiaccio all’insetto che vive solo d’estate; vive un tempo troppo limitato. E’ impossibile parlare del Tao a un letterato che vive in un posto sperduto della boscaglia, è limitato dalla ristrettezza dell’insegnamento ricevuto.”
  • Colui che comprende veramente la vita non si preoccupa di ciò su cui la sua vita non può incidere; colui che comprende veramente il Destino non si preoccupa di ciò su cui la sua intelligenza non può incidere.

·          “Sul punto di morire, Shun comunicò al suo successore Yu queste istruzioni: Attento! Quanto al comportamento, è meglio mostrarsi come si è: quanto a sentimento è meglio seguire il proprio cuore. Colui che si mostra così com’è non si allontana dalla propria natura; colui che segue il proprio cuore non si consuma.

·          “Colui che compie buone azioni senza pensare alla sua bontà sarà amato dovunque”.

·          Colui che non agisce secondo la propria sincerità interiore agisce sempre a sproposito. Le sue azioni non si imprimono nella sua anima, perché ciascuna di esse rappresenta una sconfitta interiore.

·          Chi esce dal proprio destino e ottiene una cosa diversa da esso, otterrà la propria morte.

·          Chi non ha abbastanza forza ricorre all’artificio; chi ha scarsa intelligenza è costretto a mentire; chi è senza risorse diventa ladro.

·          Tutti gli esseri hanno le loro ragioni di essere. //Ogni essere ha le sue capacità e le sue incapacità; ha il suo proprio orientamento; è buono per certe cose e non è buono per altre.

·          Il peggiore nemico dell’uomo è di avere coscienza delle proprie qualità. Perché ciò lo rende arrogante. Diventato arrogante, non cessa di guardare a se stesso, e ciò lo porta alla rovina.

·          Verso le generazioni future, nessuna ostentazione; nell’uso delle cose, nessuna prodigalità; non brillare per competenza in ciò che riguarda le istituzioni; imporsi una disciplina severa per tenersi pronto a soccorrere il mondo in ogni emergenza.

 

 

 

Da: Zhuang-zi (Chuang-tzu) (Adelphi, 1982)

 

 

Nato nel 369 a.C. nella città di Meng (piccolo centro della prefettura cinese di Gui-de nell’attuale He-nan) e morto nel 286, Zhuang-zi era filosofo e scrittore, uno dei tre grandi  della scuola filosofica taoista, insieme con Lao-tzu e Lieh-tzu. L’opera, da cui sono estratti i brevi trattati, aneddoti, apologhi e fiabe, è l’esposizione del pensiero taoista, e prende il nome dell’autore. E’ strutturata in 33 capitoli la cui autenticità, però, è limitata soltanto ai 7 centrali. In alcun periodi, l’opera era compresa nel programma degli esami imperiali per il reclutamento dei funzionari. 

 

Filo d’erba…

erba

 

 

Né braccia né gambe

e una testa acquatica.

Da valve vuote, persino

la memoria della perla;

salendo come bolla

in superficie:

per moto naturale,

pur tra qualche muso

freddo di pesce –la pancia,

si sa, con ben altro…-

o divertito, nel capriolare

già in altra rotta.

 

(Inedito)

 

 

*

 

Noce che si spacca nel periplo d’una vasca

e trova la luce il gheriglio.

Barche i gusci salpano da pareti immense, bianche

tra colpi secchi che richiamano confini, ore, acqua.

         Un gorgoglio precede, ogni tanto, il silenzio:

              del livello ormai sceso

                   dei gusci capovolti che si cercano.

 

 

(da: “In terza persona” – Manni, 2006)

 

 

*

 

Conservo un filo d’erba

sulla lingua,

non lo vedrò piegarsi, e marcire.

Un filo che lega e ravviva

una città sbiancatasi alle spalle.          

E’ il viatico degli anni

l’architettura che resta, 

con la caduta dei mattoni

che il vuoto rende più leggera.

O, se si vuole, una fede banale,

come pantaloni che proteggono

dai graffi d’un sentiero frastagliato,

così fitto da richiudersi alle spalle,

dopo il passaggio, prima

che si crei un varco

davanti.

 

(da: “In terza persona” – Manni, 2006)

 

 

 

Elvezio PETIX “…po tu cuntu…” – Recensione di Marco Scalabrino

Elvezio PETIX In tanti hanno scritto (bene) della poesia di Elvezio Petix: Romualdo Romano, nel 1961, nella prefazione a UN PIANOFORTE SUONA ALL’ALBA: , Angelo Fazzino, per ONDE DI BRACCIA E RESPIRI: , Miky Scuderi, in prefazione a DIALOGHI BIANCHI: , Cesare Zavattini, nella lettera del 1975: , e Rolando Certa, nella introduzione al racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE (uno stralcio del quale apparirà sul volume ANTIGRUPPO 75), pure della sua prosa: . Commenti qualificati, profondi, centrati. Ma, constatiamo, tutti volti alla definizione della sua cifra in Italiano. Diversamente, noi intendiamo in questa sede porre l’attenzione su Elvezio Petix poeta in dialetto. Il volume II di ANTIGRUPPO 73 (ispirato e realizzato da Nat Scammacca e Santo Calì, coadiuvati da Vincenzo Di Maria), nel riportarne due testi in lingua e , precisa nelle scarne note a corredo che . A proposito degli esordi, nel breve studio del 2002 “Elvezio Petix: un Poeta che non muore”, Salvatore Di Marco afferma: E Romualdo Romano, nella memoria appena ricordata, testualmente rileva: . Eravamo nel 1961 ed è facile quindi tirare le somme.

Troviamo conferma a quanto riportato sulle pagine del … po tu cuntu …, il volume del 1994 che raccoglie le opere del Nostro: . Nell’articolo titolato LA CIVILTA’ DEI CAFFE’, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno del PO’ T’Ù CUNTU!, ancora Salvatore Di Marco registra: . Il numero di Settembre 1988 del giornale di poesia siciliana, edito a Palermo e diretto da Salvatore Di Marco, ospita il pezzo dal titolo UNA OCCASIONE MANCATA. Da esso traiamo: Questi ragguagli fanno emergere il profilo di Elvezio Petix poeta in dialetto, danno la misura della sua partecipazione alla vita letteraria e culturale dell’Isola, delineano il contesto (i compagni di percorso e il percorso stesso) all’interno del quale si sono maturate le sue cose dialettali migliori. Ma, chi era Elvezio Petix? Di madre palermitana e padre genovese, primo di undici fratelli, venne chiamato Elvezio giusto perché nacque nel 1912 a Lugano, in Svizzera, dove i genitori si trovavano per lavoro. Impiegato quindi presso l’Ufficio Imposte Dirette di Bagheria, pubblicò quattro raccolte di versi in Italiano e tradusse in Siciliano, dal dialetto abruzzese, trenta poesie scelte di Cesare Fargiani, oltre a scrivere commedie (di cui allestiva anche la messa in scena) e il menzionato racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE. Modesto, timido, niente affatto ambizioso, Elvezio Petix, la cui vita è stata (come egli stesso ebbe a definirla) “silenziosa” e che nella poesia aveva trovato “l’unica vera compagna”, morì, all’età di 64 anni, nel 1976. Quanti sono e dove sono, allora, i testi in dialetto di Elvezio Petix? Ebbene, quelli di cui abbiamo contezza e dei quali ci siamo avvalsi al fine di elaborare questo studio, sono, per così dire, allocati nell’alveo del volume, pubblicato nel 1994 a cura del Comune di Casteldaccia quale “omaggio al poeta concittadino”. Volume che di Elvezio Petix raccoglie le opere e il cui titolo è … po tu cuntu … Li contiamo: QUINDICI. Tutto qui?, non ci esimiamo dal chiederci, Non ve ne sono altri? Ma, invero, non abbiamo mai inteso porre, né intendiamo sciogliere in questa sede, tale interrogativo. D’altronde quindici testi, benché possano apparire una quantità risicata allo scopo di esprimere un compiuto parere, risultano comunque sufficienti a ravvisare – questo è il nostro caso – l’impronta del poeta. Ce ne viene peraltro una riflessione: poco più di 370 versi nel complesso configurano non tanto l’intera produzione quanto la summa della produzione dialettale di Elvezio Petix. Una selezione dunque: rigorosa, matura, qualitativa. Abbiamo letto, in apertura, lo stralcio di una lettera di Cesare Zavattini. Questi coglie nella poesia di Elvezio Petix una , una speranza che . Speranza che il Nostro, nella accezione simbolista, “umanizza”: . Immagine assai felice sotto molteplici aspetti: del sentimento, di suo positivo e perciò condivisibile nel contenuto, dell’attualità quanto ai risvolti complessivi e , della propensione lirica e, non ultima, della forma, della realizzazione ovverosia che del sistema linguistico opera Elvezio Petix, della sua individuale, personale parole – per dirla con Ferdinand De Saussure. Presente in modo esplicito in ben sei dei quindici componimenti, la speranza è il leit-motiv della poesia di Elvezio Petix. In un ordito che ne percorre tutto il corpus, essa fa da balsamico contraltare ad una sorta di spleen, designato dal termine e aggettivazioni che ne derivano, esso pure assai diffuso.

… la longa trazzera, in una superba figurazione analogica, si snoda lungo la millenaria, tormentata storia della nostra Sicilia …

  • , in una ossimorica alternanza – peculiare nei Siciliani – di fiduciosa attesa del domani e dura pratica dell’oggi. E sono loro, , nella loro faticosa diuturna dignità, l’effetto e la causa, i convenuti e gli attori, i destinatari e i mittenti della sua parola, del suo impegno. Del suo engagement, avremmo detto un tempo. La Sicilia, Sicilia mia chi , è , , . E alla sua casa, , il poeta invoca il ritorno. Quale casa? Di sicuro non quella di , non quella dei , né quella di . E allora? Allora la casa è quella al cui indirizzo hanno eletto dimora i valori etici, culturali, umani di una Sicilia che non è più. , il bene e il male, perenni , ma nessuno più dà credito a
  • , osserva il loro monito, ne onora la saggezza antica. I vecchi, i loro cunti ormai si sgretolano, infastidiscono, vanno eliminati. C’è voglia di , di , di frontiere mass-mediatiche. Si spengano dunque i fuochi fuligginosi attorno ai quali la famiglia si radunava e li cunti di li vecchi e si accendano, sfavillanti, i riflettori sull’arrembante format di società! Non v’é astio però nei confronti del nuovo, né rimpianto riguardo al passato. Tutto è ammesso nel segno del tempo che sempiterno passa, dell’ineluttabilità del mondo che cambia. Se ne è pienamente consapevoli: . La vita – in una fulgida metafora – è , impalpabile filamento che, pur se tra qualche trepido bagliore, , è inesorabilmente destinata a essere spazzata via; ma che una risata . E, in essa e per essa, il poeta: si culla nel sogno, dintra li vavareddi ; si affida all’amore, e alla preghiera, ; celebra la Natura, ; costeggia con lucidità gli anfratti della follia,

    , , perché in questo mondo che . Muovendo dal della tradizione, dal suo vissuto e (per scomodare Franco Fortini) dalla sua esperienza , Elvezio concepisce, nello spirito del Rinnovamento, la sua emancipazione lirico-formale: . La sua poesia contempla i principi innovativi enunciati, realizza una sua originalità, suona di efficaci espressioni siciliane e di stringatezza. Vi domina il verso libero (se si eccettua il sonetto Nvernu ntra la vanedda), per quanto a tratti corrotto da talune rime baciate e alcuni vezzeggiativi (entrambi pure espressamente banditi ma, evidentemente, duri a morire) e l’ortografia mostra presa di coscienza, rifugge dagli arbitri fonografici (il raddoppiamento della consonante iniziale delle parole, ad esempio), è affrancata dalle incoerenze delle scritture vernacolari. Il lessico, infine, combina dovizia, bellezza e musicalità; vi albergano termini quali: ciarmulìu, catoj, trazzera, raggia, vavareddi, troffa, spatiddati, abbutulianu, tappini, addimura, scupetti, muddami, filinia, nzirragghiu, assuccuma, cartedda, ramagghi, armiggi, scrusciu e vi fa capolino, nello , l’espansione denotativa. Per cui ecco: pàssaru sbirru, in luogo del sostantivo generico di uccello. Marco Scalabrino