Elvezio PETIX “…po tu cuntu…” – Recensione di Marco Scalabrino

Elvezio PETIX In tanti hanno scritto (bene) della poesia di Elvezio Petix: Romualdo Romano, nel 1961, nella prefazione a UN PIANOFORTE SUONA ALL’ALBA: , Angelo Fazzino, per ONDE DI BRACCIA E RESPIRI: , Miky Scuderi, in prefazione a DIALOGHI BIANCHI: , Cesare Zavattini, nella lettera del 1975: , e Rolando Certa, nella introduzione al racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE (uno stralcio del quale apparirà sul volume ANTIGRUPPO 75), pure della sua prosa: . Commenti qualificati, profondi, centrati. Ma, constatiamo, tutti volti alla definizione della sua cifra in Italiano. Diversamente, noi intendiamo in questa sede porre l’attenzione su Elvezio Petix poeta in dialetto. Il volume II di ANTIGRUPPO 73 (ispirato e realizzato da Nat Scammacca e Santo Calì, coadiuvati da Vincenzo Di Maria), nel riportarne due testi in lingua e , precisa nelle scarne note a corredo che . A proposito degli esordi, nel breve studio del 2002 “Elvezio Petix: un Poeta che non muore”, Salvatore Di Marco afferma: E Romualdo Romano, nella memoria appena ricordata, testualmente rileva: . Eravamo nel 1961 ed è facile quindi tirare le somme.

Troviamo conferma a quanto riportato sulle pagine del … po tu cuntu …, il volume del 1994 che raccoglie le opere del Nostro: . Nell’articolo titolato LA CIVILTA’ DEI CAFFE’, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno del PO’ T’Ù CUNTU!, ancora Salvatore Di Marco registra: . Il numero di Settembre 1988 del giornale di poesia siciliana, edito a Palermo e diretto da Salvatore Di Marco, ospita il pezzo dal titolo UNA OCCASIONE MANCATA. Da esso traiamo: Questi ragguagli fanno emergere il profilo di Elvezio Petix poeta in dialetto, danno la misura della sua partecipazione alla vita letteraria e culturale dell’Isola, delineano il contesto (i compagni di percorso e il percorso stesso) all’interno del quale si sono maturate le sue cose dialettali migliori. Ma, chi era Elvezio Petix? Di madre palermitana e padre genovese, primo di undici fratelli, venne chiamato Elvezio giusto perché nacque nel 1912 a Lugano, in Svizzera, dove i genitori si trovavano per lavoro. Impiegato quindi presso l’Ufficio Imposte Dirette di Bagheria, pubblicò quattro raccolte di versi in Italiano e tradusse in Siciliano, dal dialetto abruzzese, trenta poesie scelte di Cesare Fargiani, oltre a scrivere commedie (di cui allestiva anche la messa in scena) e il menzionato racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE. Modesto, timido, niente affatto ambizioso, Elvezio Petix, la cui vita è stata (come egli stesso ebbe a definirla) “silenziosa” e che nella poesia aveva trovato “l’unica vera compagna”, morì, all’età di 64 anni, nel 1976. Quanti sono e dove sono, allora, i testi in dialetto di Elvezio Petix? Ebbene, quelli di cui abbiamo contezza e dei quali ci siamo avvalsi al fine di elaborare questo studio, sono, per così dire, allocati nell’alveo del volume, pubblicato nel 1994 a cura del Comune di Casteldaccia quale “omaggio al poeta concittadino”. Volume che di Elvezio Petix raccoglie le opere e il cui titolo è … po tu cuntu … Li contiamo: QUINDICI. Tutto qui?, non ci esimiamo dal chiederci, Non ve ne sono altri? Ma, invero, non abbiamo mai inteso porre, né intendiamo sciogliere in questa sede, tale interrogativo. D’altronde quindici testi, benché possano apparire una quantità risicata allo scopo di esprimere un compiuto parere, risultano comunque sufficienti a ravvisare – questo è il nostro caso – l’impronta del poeta. Ce ne viene peraltro una riflessione: poco più di 370 versi nel complesso configurano non tanto l’intera produzione quanto la summa della produzione dialettale di Elvezio Petix. Una selezione dunque: rigorosa, matura, qualitativa. Abbiamo letto, in apertura, lo stralcio di una lettera di Cesare Zavattini. Questi coglie nella poesia di Elvezio Petix una , una speranza che . Speranza che il Nostro, nella accezione simbolista, “umanizza”: . Immagine assai felice sotto molteplici aspetti: del sentimento, di suo positivo e perciò condivisibile nel contenuto, dell’attualità quanto ai risvolti complessivi e , della propensione lirica e, non ultima, della forma, della realizzazione ovverosia che del sistema linguistico opera Elvezio Petix, della sua individuale, personale parole – per dirla con Ferdinand De Saussure. Presente in modo esplicito in ben sei dei quindici componimenti, la speranza è il leit-motiv della poesia di Elvezio Petix. In un ordito che ne percorre tutto il corpus, essa fa da balsamico contraltare ad una sorta di spleen, designato dal termine e aggettivazioni che ne derivano, esso pure assai diffuso.

… la longa trazzera, in una superba figurazione analogica, si snoda lungo la millenaria, tormentata storia della nostra Sicilia …

  • , in una ossimorica alternanza – peculiare nei Siciliani – di fiduciosa attesa del domani e dura pratica dell’oggi. E sono loro, , nella loro faticosa diuturna dignità, l’effetto e la causa, i convenuti e gli attori, i destinatari e i mittenti della sua parola, del suo impegno. Del suo engagement, avremmo detto un tempo. La Sicilia, Sicilia mia chi , è , , . E alla sua casa, , il poeta invoca il ritorno. Quale casa? Di sicuro non quella di , non quella dei , né quella di . E allora? Allora la casa è quella al cui indirizzo hanno eletto dimora i valori etici, culturali, umani di una Sicilia che non è più. , il bene e il male, perenni , ma nessuno più dà credito a
  • , osserva il loro monito, ne onora la saggezza antica. I vecchi, i loro cunti ormai si sgretolano, infastidiscono, vanno eliminati. C’è voglia di , di , di frontiere mass-mediatiche. Si spengano dunque i fuochi fuligginosi attorno ai quali la famiglia si radunava e li cunti di li vecchi e si accendano, sfavillanti, i riflettori sull’arrembante format di società! Non v’é astio però nei confronti del nuovo, né rimpianto riguardo al passato. Tutto è ammesso nel segno del tempo che sempiterno passa, dell’ineluttabilità del mondo che cambia. Se ne è pienamente consapevoli: . La vita – in una fulgida metafora – è , impalpabile filamento che, pur se tra qualche trepido bagliore, , è inesorabilmente destinata a essere spazzata via; ma che una risata . E, in essa e per essa, il poeta: si culla nel sogno, dintra li vavareddi ; si affida all’amore, e alla preghiera, ; celebra la Natura, ; costeggia con lucidità gli anfratti della follia,

    , , perché in questo mondo che . Muovendo dal della tradizione, dal suo vissuto e (per scomodare Franco Fortini) dalla sua esperienza , Elvezio concepisce, nello spirito del Rinnovamento, la sua emancipazione lirico-formale: . La sua poesia contempla i principi innovativi enunciati, realizza una sua originalità, suona di efficaci espressioni siciliane e di stringatezza. Vi domina il verso libero (se si eccettua il sonetto Nvernu ntra la vanedda), per quanto a tratti corrotto da talune rime baciate e alcuni vezzeggiativi (entrambi pure espressamente banditi ma, evidentemente, duri a morire) e l’ortografia mostra presa di coscienza, rifugge dagli arbitri fonografici (il raddoppiamento della consonante iniziale delle parole, ad esempio), è affrancata dalle incoerenze delle scritture vernacolari. Il lessico, infine, combina dovizia, bellezza e musicalità; vi albergano termini quali: ciarmulìu, catoj, trazzera, raggia, vavareddi, troffa, spatiddati, abbutulianu, tappini, addimura, scupetti, muddami, filinia, nzirragghiu, assuccuma, cartedda, ramagghi, armiggi, scrusciu e vi fa capolino, nello , l’espansione denotativa. Per cui ecco: pàssaru sbirru, in luogo del sostantivo generico di uccello. Marco Scalabrino

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    1. Grande messaggio . Maramures Grazie, buona giornata!

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