“Per soglie d’increato” di Francesco MAROTTA – Recensione

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    Una sensazione di luminosa accoglienza si avverte leggendo questo libro, una scrittura la cui tensione di ricerca va di pari passo con la sua attitudine a suscitare ascolto nel lettore – spesso in debito d’ossigeno nello sforzo di decrittare il linguaggio poetico. Senza per questo ridurne la complessità ad usum delphini.

    Il titolo, Soglie d’increato, prefigura un fluttuare tra il nulla e la materia, tra il caos e l’armonia di forme e di suoni che definiremmo bellezza. Soglie, dunque, a demarcare il confine non del/col nulla, ma con la materia primigenia pervasa ancora di sogno e di luce. Le citazioni di Luzi e di Bonnefoy, in apertura, preannunciano un percorso –e/o dichiarano una poetica ideale- che annulli ogni regola, sprigioni sapienza e profezia allogando in una dimensione non storico-geografica ma di sospensione atemporale: il vero luogo è/un frammento di durata/consumato dall’eterno. Meglio chiarisce, da ultimo, il componimento che apre la raccolta: …non serve/nominare ad ogni passo/il prodigio che trascorre/in mobili immagini di evento,/epifanie di lumi/rovesciati in ombre/quando già credi/di stringere il mistero,/contemplarne il volto,/tradurre le pupille in segni/e voci/…/ per osservare la vita/nello specchio albale/di una luce/pensata prima d’ogni dire,/prima del silenzio. La poesia di Francesco Marotta sembra dunque rifuggire da contestualizzazioni storiche o cronacistiche, dall’espressione ineccepibile e icasticamente efficace, a rischio di deja vu nel confronto immancabile con le esperienze passate.

   

    Quattro sezioni (Prima d’ogni dire, prima del silenzio, Colma la mano nel buio della voce, Liquide parabole di luce malata, Il varco per il polline più fondo) contengono cinquantanove componimenti privi di titolo, tappe di un unico poema, di un solo compatto discorso.     

    E dal portale della prima poesia, con l’incipit eponimo della raccolta, lo sguardo si apre su un paesaggio inedito eppure familiare, dai confini diafani ma d’imperitura e irriducibile sostanza. Vasto, infatti, è il campionario archetipico di elementi-immagini (acqua, vento, fuoco, luce, neve, terra, deserto, muschio, brace, nomadi, fondali, vela, vuoto, lume etc.). Ricca l’aggettivazione (ad esempio. da inquiete luci: impaziente, confuse, spenti, intermittente, stupito, sorprese, certe, prossime, invernale, vociante, interminato) all’interno di versi che raramente superano le undici sillabe. Il lessico è semplice ed evocativo tra chiaroscuri in cui prevale il chiaro d’una luce aurorale, tra cenere ed humus, veglia e sonno, gelo e fiamma. Una scrittura dalla sintassi elastica e semanticamente mossa, per concatenata e motile accensione di immagini e di simboli.

 

   “Sapienza e profezia, parola e visione, “pensiero e canto”, queste le coordinate che tracciano la sfuggente spazialità di Per soglie d’increato” osserva giustamente Luigi Metropoli nella sua postfazione. Un dialogo infinito in una storia senza tempo, lungo trasparenze di ere non più ere; nella persistente luce che si fa simbolo di resistenziale speranza, di sguardo distolto dalla voragine buia e deprimente del nulla, e del male individuale e collettivo, presente e passato. La poesia di Francesco Marotta è superamento di tutto ciò, ma non nei termini di rifiuto della “verità” della storia e della cronaca, bensì di implicito rattenimento della sua lezione decantata, procedendo a ritroso lungo il crinale che riporta al sogno dell’origine, alla materica bellezza della parola: roccia grezza che va liberata dalle scorie, dalla retorica del reale-irreale, vale a dire,  inutilmente reale: “affidare pagine superstiti/al fiume che trascorre/dove la neve brucia le sue forme/per abbracciare altre spoglie/la sete del giunco e della riva -/imbarcarsi su rotte/primaverili d’aurora,/senza rinunciare all’ombra gelida/in cui covava la pioggia/la terra dei volti come un seme:-//solo allora/le parole che dai passi/narrano il cammino alla notte,/si lasciano guardare come rose/che svelano agli insetti/il varco per il polline più fondo-/prima che il cielo richiami lo stelo/nel chiuso del suo involucro/di cenere.”

    Ogni componimento è diviso in due lasse irregolari, la prima che si conclude con due punti ed un trattino – occhi e naso di un volto? – seguita dall’altra, in controcanto, come un’onda che sovrasta e si fonde con quella che precede, e con quella che segue, nell’eterna ciclicità..

    Una poesia, questa, da leggersi ad alta voce e ad occhi chiusi affinché si animi, dentro, lo spettacolo di suoni e di immagini; una poesia, allo stesso tempo, che sa fermarsi sulla soglia in attesa paziente del lettore, per accoglierlo – come detto all’inizio – e restituirlo a sé stesso con occhi dilatati, per il sogno impressovi di una bellezza possibile.

 

Giovanni Nuscis

 

 

“Per soglie d’increato” di Francesco MAROTTA (Edizioni  Il crocicchio, 2006) (marchio del gruppo in Edition). Collana Le invetriate diretta da Gianfranco Fabbri e Salvatore della Capa, con postfazione di Luigi Metropoli. 

 

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2 responses to this post.

  1. Posted by diamine on 15 giugno 2007 at 1:27 pm

    Il tema/luogo della soglia, il tono e lo stile, quanto si intravede di questa poetica dalla bella recensione che abbiamo letto ci inducono a tentare ad ogni costo l’acquisto del libro. L’autorevolezza di un autore non sta nella frequenza delle sue citazioni nè, men che meno, nel nome dell’editore, ma nelle capacità comunicative ed evocative dei sui testi.
    Antonio

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  2. Posted by 1Nuscis on 16 giugno 2007 at 12:28 am

    “L’autorevolezza di un autore non sta nella frequenza delle sue citazioni nè, men che meno, nel nome dell’editore, ma nelle capacità comunicative ed evocative dei sui testi.”

    Condivido appieno, Tonino, e ti ringrazio.

    Giovanni

    Rispondi

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