“Antonino Cremona” – di Marco SCALABRINO

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La notizia della scomparsa di Antonino Cremona (Agrigento 1931-2004) si diffuse nell’Autunno tra gli amici e negli ambienti della poesia dialettale siciliana.

Sedato lo sgomento, acquisito il dato della ineluttabilità della morte, la prima autorevole sentita testimonianza è stata la “Lettera per Antonino Cremona” di Salvatore Di Marco, datata 10 Febbraio 2005.

“Lettera”, pubblicata quindi sul numero 78 de la nuova tribuna letteraria di Giacomo Luzzagni, di cui si riportano alcuni estratti: <Il fatto è che questa diceria della tua morte (e ti prego di smentirla) risale al 25 Settembre dell’anno scorso con tanto di necrologio sui giornali. Anch’io lessi a suo tempo, ma vai a fidarti dei giornali! Io penso, infatti, che se tu fossi morto, la città di Agrigento ti avrebbe in qualche modo commemorato. E invece, dal 25 Settembre 2004, ogni mattina Agrigento si sveglia e dice al mondo: “Niente di nuovo, non è successo nulla di rilevante”. Se muore un personaggio come Nino Cremona, poeta di razza e di lunghe stagioni, filologo e scrittore, critico letterario e intellettuale di pregio, Agrigento sicuramente avrebbe versato lacrime sincere. Un Personaggio come te, caro Nino, non può morire nel silenzio generale, soprattutto in quello crudele della tua terra. Perciò dico che se tu fossi veramente morto me l’avresti comunicato.>

 

Il convegno di studi avente per tema l’opera di antonino cremona e il novecento siciliano si è svolto il 27 Gennaio 2006 ad Agrigento. Relatori: Sergio Spadaro, Giovanni Occhipinti, Antonio Liotta e Salvatore Di Marco. E giusto dalla relazione di quest’ultimo, l’anima girgentana nella poesia dialettale siciliana di antonino cremona, pubblicata nel 2007 dalla associazione culturale “nino martoglio” grotte ag, e dal volume lettere per un poeta, carteggio Salvatore Di Marco – Sergio Spadaro su Antonino Cremona e altre carte, edizioni accademia di studi “cielo d’alcamo” 2006, traiamo gli appunti a fondamento di questo elaborato.

 

Leonardo Sciascia, avendone apprezzato gli esordi <dal 1952 ha cominciato a scrivere poesie nel dialetto agrigentino in cui la vocazione lirica si accompagna ad una costante e acuta vigilanza critica>, curò che Antonino Cremona entrasse a far parte (nel Giugno 1953) della redazione de il belli. E nel Giugno 1954 su il belli, il bimestrale di letteratura dialettale fondato e diretto in Roma da Mario Dell’Arco, apparvero tre liriche di Antonino Cremona, lamentu pi la morti dô me sciatu, li canzuna e lu scantu.

 

occhi antichi è la prima opera di Antonino Cremona, portata alle stampe quando ancora non aveva compiuto i venticinque anni di età. È la sola silloge dialettale che egli abbia prodotto (dopo infatti non volle più scrivere poesia in dialetto – tranne che per talune traduzioni – sostenendo semplicemente che non ne avvertiva lo stimolo): una raccolta di diciassette liriche, pubblicate nel 1957 per le edizioni Sciascia di Caltanissetta, scritte tra il 1953 e il 1954; alcune <vergate su carta igienica perché me n’era finita ogni altra.>

Tutte e diciassette le liriche di occhi antichi sono state poi riproposte ne l’odore della poesia (Sciascia, 1980), edizione nella quale è stato aggiunto un diciottesimo testo un mortu, del 1953, inizialmente incluso nella antologia POETI SICILIANI D’OGGI, curata nel 1957 da Aldo Grienti e Carmelo Molino, Reina Editore in Catania, e progettata e realizzata allo scopo di tirare una sorta di bilancio dell’attività intensa di promozione del rinnovamento della poesia dialettale siciliana del dopoguerra di cui erano stati protagonisti un gruppo di poeti palermitani e un gruppo di poeti catanesi.        

Le liriche di Antonino Cremona presenti nella antologia POETI SICILIANI D’OGGI sono: occhi antichi, la pena, un mortu e li pinzera. Antonio Corsaro, che ne redige introduzione e note critiche, nei suoi riguardi così si pronuncia: <Antonino Cremona possiede una conoscenza critica dei problemi che oggi si dibattono sulla corrente dialettale moderna e si occupa di questioni filologiche con risultati degni d’attenzione. Questa sua base di cultura non frena però l’irruenza dei sentimenti, anzi gli giova benissimo a controllare gli interessi della sua poesia.> Importante inoltre la sua affermazione: <I dialettali non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale> poiché coglieva uno dei motivi centrali del movimento.

E a sostenere quasi questa ultima asserzione, Gian Luigi Beccaria, in letteratura e dialetto, editore Zanichelli 1983, ribadisce: <Nel corso dei secoli la letteratura dialettale non conosce eclissi salvo che nel Rinascimento. L’esperienza storica più complessa è negata a quella letteratura. Ciononostante non è affatto letteratura subalterna di interesse locale. Coesiste, con pari diritto, accanto alla nazionale con la quale forma cordiale e ricca unità, feconda di scambi.>

 

Il poeta e letterato Vittorio Clemente, nel 1957, commenta: <La cultura del poeta, lo studio dei testi, il suo gusto lo hanno portato a scoprire valori e bellezze mai prima sospettati nel dialetto. Poesia vera siciliana e non in siciliano.>

Felicissime altresì le considerazioni di Giuseppe Angelo Peritore: <L’uso del dialetto in questi componimenti è la parlata di ogni giorno, scavata nel vivo della pietra, nel dolore e nella passione amorosa, nella sofferenza della storia e delle idee. Una particolare morfologia assiste Cremona nella creazione dialettale; la pagina gli è nata nel suo dialetto agrigentino non in un siciliano generico e compromesso.>

Vincenzo Di Maria, nel 1971, segnala alcuni aspetti illuminanti della scrittura dialettale del poeta agrigentino: <La parola subisce certamente la distillazione più oculata e severa, l’empito viene concentrato sino a prosciugarsene d’ogni umore superfluo.> E il volume II di ANTIGRUPPO 73 ideato da Nat Scammacca e Santo Calì e introdotto dallo stesso Di Maria offre due testi di Antonino Cremona: a la sagra di li ménnuli sciuruti e lamentu pi la morti dô me sciatu.

Pietro Amato inoltre, nel Maggio 1977, riconosce, nel dialetto di occhi antichi, il <girgentano nativo> egregiamente <acculturato nello scrupolo filologico e accresciuto nella invenzione linguistica.>

Il MANIFESTO della nuova poesia siciliana, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, a cura di Salvatore Camilleri, pubblica quattro componimenti di Antonino Cremona, s’annivisci garcìa, godot, li pinzera, occhi antichi, e una breve chiosa: <In termini poetici, Antonino Cremona è un anarchico, un irregolare, un cavallo che non soffre freno. È stato uno dei primi a rompere con la tradizione.>  

Antonino Cremona venne antologizzato nel volume il dialetto di poeti, Edizioni Piovan del 1988, a cura di Giacomo Luzzagni, e in seguito nei due volumi poesia dialettale dal rinascimento ad oggi, a cura di Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi, Garzanti Editore 1991, in cui venne definito <autentico poeta nel panorama dialettale degli ultimi anni>.

Fu uno dei protagonisti di quel movimento del secondo Novecento denominato Rinnovamento della Poesia Dialettale Siciliana, che, sottolinea Salvatore Di Marco, è storia interessante di idee e di poeti, di mutazioni culturali e inquietudini sociali, di sperimentazioni e di esiti anche importanti però rimasti sconosciuti a chi ha ritenuto che il solo pannello solare capace di dare nuova energia alla letteratura siciliana dialettale fosse quello esclusivo di Ignazio Buttitta, è ciò semplicemente perché lo si trovava già collocato più in alto degli altri.

 

Antonino Cremona privilegiava le coordinate di un testo poetico, ritenendo che <il testo è il suo stile, mai il suo argomento, giacché il contenuto viene determinato dalle esigenze della scrittura.> E se accadde l’inverso, <non si avverte nemmeno l’odore della poesia.> Soleva dire che come poeta amava <esprimersi più che comunicare>, e ammetteva che la scelta dialettale era motivata dalla <accortezza di esprimere i propri sentimenti e i propri concetti nel modo più acconcio alla sensibilità.> Volle scommettere adottando il “girgentano” (un “proprio” girgentano) pur sapendo bene che Alessio Di Giovanni lo aveva stigmatizzato come <la via più spiccia> (<Due vie s’aprono oggi ai degni cultori del nostro dialetto: o scrivere nel vernacolo natio o seguire, rendendola più moderna, più colorita e più mossa, quella nostra vecchia e scaltrita lingua siciliana. I nostri poeti e drammaturghi contemporanei ha seguito la via più spiccia scrivendo quasi tutti o in palermitano o in catanese o in agrigentino>, Alessio Di Giovanni nel saggio del 1896 Saru Platania e la Poesia dialettale in Sicilia), e questa fu la ragione – insieme al suo fisiologico rifiuto di associarsi a gruppi e scuole letterarie – per la quale egli non volle mai essere incluso organicamente nel Gruppo Alessio Di Giovanni, al quale tuttavia lo legarono sempre sia comuni e condivisi progetti di rinnovamento letterario, sia forti e duraturi sentimenti di fraternità (specie con Pietro Tamburello e Salvatore Di Marco).

La “lezione” tenuta all’Istituto di italianistica dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in data 11 Aprile 2003, ci aiuta a intendere più compiutamente il pensiero di Antonino Cremona: <Ai sentimenti sostituisco le sensazioni, ai valori preferisco le virtù, la morale non mi garba perché tendo all’etica. Rinunziando a concetti che hanno del molliccio, dell’appiccicoso, preferisco la limpidezza luminosa di quanto è netto. Oggettivizzo quanto più possibile. Ho fatto un lungo, faticoso, dolorante, percorso dall’io al tu e al noi sino a pervenire magari a una assenza grammaticale del soggetto.>

Componente fondamentale della sua personalità – annota Sergio Spadaro nel saggio l’espressionismo mediterraneo di antonino cremona – era la sua ironia, che egli faceva discendere direttamene dal suo conterraneo Empedocle, del quale aveva tradotto le purificazioni. Antonino Cremona al riguardo riferisce: <Studiandolo, mi sono rafforzato del suo pacifismo, dell’ira laica avversa ai sacrifici, della sua ironia e autoironia, della sua contrarietà assoluta alla pena di morte. L’ironia non è solo un modo di resistere ma pure uno strumento di conoscenza. L’autoironia è una possibilità di autoispezione, per conoscere se stessi e per difendersi da se stessi.>  

 

Occhi antichi è un’opera significativa della poesia dialettale del secondo Novecento siciliano. I temi protagonisti sono la memoria amorosa, le tensioni della nostalgia, il segno dei destini ultimi dell’uomo contemporaneo e delle sue sofferte futilità, la presenza di figure di uomini e di donne il cui richiamo insiste sulla amarezza della loro condizione sociale. Se ne riportano, in calce, alcuni componimenti nella traduzione dell’Autore, tra i quali a la sagra di li ménnuli sciuruti che fu il primo (<su commissione di Mario Dell’Arco>, precisa il poeta) e l’omonimo occhi antichi.

La memoria di Nino Cremona, poeta dialettale, autore teatrale, saggista e critico letterario, redattore di riviste italiane ed estere, merita di essere onorata, come convenientemente hanno fatto Salvatore Di Marco e Sergio Spadaro nei saggi l’anima girgentana nella poesia dialettale siciliana di antonino cremona e lettere per un poeta sopra menzionate. E ciò nel tentativo di smentire lo stesso Antonino Cremona che, a proposito del poeta niscemese Mario Gori in una lettera del 21 Aprile 1997, aveva amaramente rilevato che <la Sicilia è un cimitero di dimenticati>. 

 

a la sagra di li ménnuli sciuruti

 

Suli ammatina supra di li mennuli

e cantanu l’oceddri a tutta l’ura.

Lu viddranu, curcatu nô carrettu,

s’annaculìa. Cangia la vintura

pi un sciuri di li mennuli all’oricchia?

Pinniculia, tuttu stinnicchiatu

(la vampa di lu suli ca lu scorcia);

senti li forti strepiti d’Orlannu

câmmazza i saracini e ca Rinallu

suspira e chianci, biancu arrussittatu.

Cu la mula parata a festa granni,

lu carrettu lucenti cu li pinni,

a passu a passu mezzu u pruvulazzu.

E la mula nun senti chiù la via.

Ci penni la cuperta mmezzu i gammi.

Li mennuli e l’olivi, tornu tornu,

ci fannu strata. Sbatti ni un pitruni,

isa la testa, curri; sata, abballa,

“Stoccati u coddru”, a zotta a vastunìa.

Vittivìtti, ca sona u mancarrùni.


Nella sagra dei mandorli fioriti. Sole di mattina sopra i mandorli / e cantano gli uccelli a distesa. / Il villano, coricato nel carretto, / dondola. Muta la ventura / per un fiore di mandorlo all’orecchia? / Ondeggia, tutto sdraiato / (la vampa del sole che lo scortica); / sente i forti strepiti di Orlando / che ammazza i saraceni e che Rinaldo / sospira e piange, bianco e imbellettato. / Con la mula parata a festa grande, / il carretto lucente coi pennacchi, / passo passo nel polverone. / E la mula non sente più la via. / Le pende la coperta tra le gambe. / I mandorli e gli olivi, torno torno, / le fanno strada. Sbatte in un macigno, / alza la testa, corre; salta, balla, / “Rompiti il collo”, la frusta la bastona. / Presto, che suona il marranzano.

 

 

un mortu

 

Ora ch’è mortu si mancia la terra.

La malasorti lu fici piniari

senza lu vinu

e un pugnu di furmentu

e na mnuzza ca coci a minestra.

Morti di longu cu li fasci nivuri

ci fici li banneri nâ la porta.

Finì lu diavuluni e la Madonna,

ca s’arriposa

ad occhi chiusi.

Li figli ca nunn’appi nun li cerca

vermi vermi, ca prima li tantiàva

nê mura dô pagliaru; e nun la canta

la zappa ntra li timpi î malandata.

Li caddi di li manu arripudduti,

e li nasu affilatu. Bona paci.

 

Un morto. Ora ch’è morto si mangia la terra. / La malasorte lo fece penare / senza il vino / e un pugno di frumento / e una mano che cuoce la minestra. / Morte a lungo con le fasce nere / gli fece le bandiere nella porta. / Finì il Diavolone e la Madonna, / ché riposa / ad occhi chiusi. / I figli che non ebbe non li cerca / fra i vermi, ché prima li annaspava / ai muri del pagliaio; e non la canta / la zappa fra le zolle della malannata. / I calli delle mani / e il naso afflato. Buona pace.      

 

 

occhi antichi


Resta nall’ortu l’ecu dê canzùna

(comu t’accùpa stu suli, st’arsura

ca conza li canti dê griddi)

li rami di l’àrbuli pénninu nterra.

Cca, fumannu li pinzéra,

sugnu na lampa ca s’astuta.

Cuntu li pidàti ni sta càmmara bianca,

cu i manu nsacchetta.

Ma ti viu lìbbira e nuda.

Muta

tinni isti. E ttu gattìi

a cu ti teni mmrazza e ‘un ti canusci.

Siddu arrìdi. Ca forsi ti spunta

la me facci nguttàta.

 

Occhi antichi. Resta nell’orto l’eco delle canzoni / (come ti soffoca questo sole, quest’arsura / che orchestra i canti dei grilli) / i rami degli alberi pendono a terra. / Qui, fumando i pensieri, / sono un lume che si spegne. / Conto i passi in questa camera bianca, / con le mani in tasca. / Ma ti vedo libera e nuda. / Muta / te ne sei andata. E tu fai la gattina / a chi ti tiene in braccio e non ti conosce. / Se ridi. Ché forse ti spunta / la mia faccia che trattiene il pianto.

 

 

godot


En attendant Godot sta morti

ca ‘un meni ti dassi vampi di focu,

friddulina; ti calliassi nê manu

l’occhi di vitru. T’arriparassi

nô fazzulettu di sita.

O morti

e bita. Sti manu friddi

longhi, sti taliatùri d’ogliu

ca mi sciddricanu ncoddru

mentri avvampi, stu coddru tisu

cu la testa ô ventu. Tutta

t’arriparassi nê me iunti.

Ti quadiassi cû sciatu.

Tu ’un ci senti.


Godot. En attendant Godot questa morte / che non viene ti darei vampe di fuoco, / freddolosa; ti scalderei nelle mie mani / gli occhi di vetro. Ti riparerei / nel fazzoletto di seta. O morte / e vita. Queste mani fredde / lunghe, questi sguardi d’olio / che mi scivolano addosso / mentre avvampi, questo collo dritto / con la testa al vento. Tutta / ti riparerei nelle mie mani giunte. / Ti scalderei col fiato. / Tu non ci senti.

 

 

        Giugno 2007                                                 Marco  Scalabrino

 

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