Sergio ATZENI (Capoterra 1952 – Isola di San Pietro 1995)

sergio atzeni

Da: Il quinto passo è l’addio

Ruggero Gunale esiliandosi dalla città
e discutendo con se stesso di principi morali
ha una visione mistica

Bocca aperta alle mosche, Ruggero Gunale guarda con occhi umidi e impietriti la città che si allontana: la croce d’oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati da bastioni pietrosi invalicabili a piede d’uomo, dove pendono chiome di capperi al vento, di un verde che ride.

Guarda i quartieri moderni fuori le mura scendere dai colli al mare oleoso e verde cupo, i bei palazzi e portici dei tempi di Baccaredda (scrittore e sindaco, amato e carogna) e il lascito architettonico di quest’epoca ai futuri: il cubo luttuoso e vitreo che nasconde i vicoli del porto e offende il municipio bianco e danzante cui si è affiancato con protervia da funzionario viceregio d’altri tempi (non è escluso che i futuri decidano di amarlo e cantarlo… o lo smonteranno vetrata per vetrata e lo sposteranno in campagna oltre Palli e invece delle nere geometrie che spengono la luce e l’allegria vedranno panchine, fontane, palme e jacarandas?).

Ruggero Gunale guarda la città che si allontana. Saluta torri pisane e campanili. Sillaba a se stesso: “La mitezza non incute rispetto né suscita vero compatimento. Anzi: godono a schiacciarti.”

Con gli occhi della memoria vola per i vicoli del paese dove ha vissuto gli ultimi tre anni, gli pare di udire il ronzio di un calabrone in un pomeriggio silenzioso e di vedere i muri bianchi di calce ogni tanto incavati in portali neri o marroni, muri senza finestre, per proteggere gli abitanti dall’occhio sbavante dell’invidioso e da quello maligno della strega che passano per strada.

Nelle ultime novanta notti ha sognato di alzarsi, uscire sul tetto e tuffarsi nel vuoto. Nel sogno era mattina e Ruggero volava sopra i vicoli e i giardini murati, attorno alle campane, guardando auto e passanti, carretti e limoni, ma nessuno vedeva l’uomo planare portato dai venti. Arrivava in riva, guardava il mare, si chiedeva: “Lo attraverso?” e rispondeva: “No. E’ troppo largo.” Tornava indietro, rientrava dal tetto e si svegliava.

Pensa: “Sei figlio di puttana e intrighi, spingi e sgambetti, ti fai largo con la forza e l’astuzia e ti rispettano servili, vogliono farti fesso e se li fai fessi ti ammirano, ti imitano. Devi essere veloce nel colpire, regalare cicatrici. Se ti fermi a pensare, perdi il tempo e ti saltano addosso. Resta alla superficie delle cose e sali nella stima altrui”.

La calce dei paesi e l’acqua del mare e degli stagni riflettono la luce come aureola sulla cupola della cattedrale, attorno alla croce d’oro. Il sole del pomeriggio suscita dall’acqua vapori che imbiancano aria e mura. Luce e vapori avvolgono la città, pare staccarsi dai colli, nube guidata al cielo dalla croce. Visione da monaco medievale. Sciocchi e astuti nella Gerusalemme che sale al Signore. Così vede la città Ruggero Gunale e pensa: “E’ pulita e secca. Il sole la asciuga e il vento spazza via i fetori.”.

Ruggero parla a se stesso: “Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura.
“In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini… Chi è mite compatisce i persecutori, ne vede la fragilità, le ferite nascoste e non si lamenta del male che subisce.
“Tu non sei mite. Ora soltanto hai percepito l’esistenza della mitezza. Perché vinto. Sei stato bestia, avida e feroce, finché avevi forza e te l’hanno permesso. Ora ti mascheri da esiliato, nascondendo il nome che per anni hai sventolato quasi fosse un merito.
“Non hai mai colpito per cattiveria. Per noncuranza, magari, o per cecità.
“Il nome sparisce, salva per un po’ la lapide in camposanto. E la vicenda presto è dimenticata, cancellata da nuove imprese di tonti e di campioni.”

Ruggero sente voci di madri che da altre finestre del porto chiamano i figli sapendo che non torneranno prima di cena, voci che modulano nomi al vento per avere un “eh!?” di risposta, prova che i figli non si sono spaccati la testa tuffandosi nella fontana vuota, non sono annegati in mare e non sono ai cessi pubblici fra le mani di un trucchista.

Carcerati cantano dietro le bocche di lupo alte sul colle: “Voglio la libertà, il mio avvocato al corno della forca e Marianna questa notte stessa”.

Coro di madri e galeotti offerto al Signore quando cala il sole.

“La spada è fatta per colpire, qualunque motivo santifichi la mano che la impugna. Fingi l’anima del monaco ma sei armato.
“Stare in basso a capo chino è penoso, anche se detto segno di saggezza.”

“La nave puzza di piscio e ammoniaca” pensa Ruggero Gunale immobile, uscendo dal dialogo interiore e guardando la città bianca di luce in volo dietro la croce d’oro, con madri e carcerati in canto sacro, profumata di salso.

*

Da: Passavamo sulla terra leggeri

Non sapevo nulla della vita. Antonio Setzu raccontò a storia e quel che seppi era troppo, era pesante, immaginarlo e pensarlo mi metteva paura dell’uomo, del mondo e della morte. Dimenticai per trentaquattro anni. Ora ricordo, parola per parola.

Nella lingua fra i fiumi. Cento e cento case di canne, paglia e fango. L’alta zicura di limo e tronchi al limite dell’acqua, trecentotrentatré scalini per arrivare all’altare dove pulsava il cuore del capro, leggevamo la parola, interrogavamo il cielo e pronunciavamo oracoli.

Nulla è tanto ordinato e perfetto quanto immotivato e misterioso come i cielo e la volta stellata che studiavamo ogni notte immersi in calcoli sulle distanze, le orbite, i cicli.

Distoglievamo il popolo dalle false certezze. Il numero spiega e aggiunge mistero, come la memoria.
Il contadino chiedeva: “ avremo un buon raccolto, quest’anno?” Sapendo la casualità della pioggia e del secco, le stagioni consuete e le infinite varianti, rispondevamo: “Oltre i fiumi, in terre non lontane, la notte incombe a mezzogiorno, forse sono le nuvole di pioggia, forse nugoli di cavallette”.

*

Nell’anno 1302, dicendosi proprietario dell’isola in virtù della donazione di Costantino (che sapeva falsa) l’episcopo di Roma all’insaputa dei giudici (1) aveva donato la Sardegna ai sovrani di Aragona dietro versamento privato e occulto di settecento fiorini d’oro. L’episcopo di Roma aveva assicurato una conquista facile, pacifica, aveva promesso sardi plaudenti. Il sovrano d’Aragona aveva atteso quarant’anni che gli ultimi giudici morissero. Temendo che Mariano secondo avesse a sua volta figli, Mariani terzi e quarti magari prolifici e rimandanti alle calende l’uso del dono papale, il sovrano chiese indietro i fiorini versati. L’episcopo di Roma invitò allo sbarco nella terra di conquista, giurò che l’isola non avrebbe opposto resistenza, promise rapida morte del giudice Mariano.

 [1] Ex luogotenenti del governo bizantino che, allontanatisi da Bisanzio, governarono le quattro partes della Sardegna (Calari, Arborea, Torres e Gallura) “nominandosi” sovrani (re giudici). I Giudicati, regni a tutti gli effetti (superiorem non recognoscens), esercitarono il loro potere dal IX al XV secolo. Il giudicato più importante, ultimo a resistere all’esercito aragonese, fu quello di Arborea, di cui furono giudici Eleonora e suo padre  Mariano.

*

Parlare. Ascoltare. Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia. Scoprire l’altro nelle storie che racconta.

*

Ora sei custode del tempo, disse Antonio Setzu e soggiunse a bassa voce: Come coloro che ti hanno preceduto dovrai rimanere cristiano senza discussione e rispettare le leggi che ci siamo dati nella notte del tempo e abbiamo scritto e modificato durante i giudicati di Mariano e Eleonora. Più malvagi saranno in tempi più l’adesione all’antica legge parrà ribellione o sedizione.
Potrai aggiungere spiegazioni nuove dei fatti antichi narrati nella storia che ti è affidata e raccontare avvenimenti memorabili del trentennio della tua custodia, purché con chiarezza e concisione. Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.

Indicazioni bio-bibliografiche su Sergio Atzeni in un mio articolo pubblicato da Italia Libri nel 2005, a dieci anni dalla morte.
http://www.italialibri.net/contributi/0509-1.html

Per informazioni sul periodo giudicale, la cui conclusione – non a caso – coincide con quella della storia raccontata, rimando a: http://it.wikipedia.org/wiki/Giudicati

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8 responses to this post.

  1. Posted by Bakis on 18 luglio 2007 at 1:16 am

    Un libro che ogni sardo dovrebbe leggere almeno una volta.

    Rispondi

  2. Posted by ventidiguerra on 18 luglio 2007 at 10:50 pm

    … Quando le risposte ai nostri perchè, esistono: molto interessante, come sempre, il tuo post! Ti sono grata per le informazioni che mi inducono a meglio documentarmi, dolendomi della mia abissale ignoranza.
    Grazie, Gianni,
    fraterni saluti e un abbraccio-
    Giulia.

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 18 luglio 2007 at 11:30 pm

    Grazie, Bakis e Giulia.

    (Cara Giulia, ti consiglierei la lettura di almeno due suoi libri: “Il quinto passo è l’addio” e “Passavamo sulla terra leggeri”. Un abbraccio. Gianni)

    Rispondi

  4. Posted by ventidiguerra on 18 luglio 2007 at 11:44 pm

    Senza meno, Gianni
    grazie per i preziosi suggerimenti.

    Un abbraccio,
    Giulia.

    Rispondi

  5. Posted by frontespizio on 19 luglio 2007 at 10:08 am

    Non conosco le storie di sardegna.
    Il racconto però è piacevole, duro e di sostanza. Lo sguardo quasi distaccato con l’anima dolente.
    Michele

    Rispondi

  6. Posted by 1Nuscis on 19 luglio 2007 at 9:46 pm

    Grazie Michele. Se hai tempo e voglia ti consiglio gli stessi romanzi indicati a Giulia al #3.

    Giovanni

    Rispondi

    • Posted by Monica on 6 settembre 2012 at 11:36 am

      Oggi è l’anniversario della sua morte avvenuta a Carloforte il 6 settembre 1995. Sempre oggi a Venezia verrà proiettato il film si Salvatore Mereu dal titolo “Bellas Mariposas” liberamente tratto dal racconto di Sergio Atzeni. Una curiosa e bella coincidenza?
      Mi permetto di suggerire altri due titoli di Sergio “bellas mariposas” e “il figlio di Bakunin” che considero, e non solo io, due piccoli capolavori.
      Un caro saluto
      M

      Rispondi

  7. Grazie, Monica. Consiglio anch’io anch’io la lettura del racconto e del romanzo che segnali; due splendide storie (la seconda attualissima, in queste settimane) non a caso trasposte poi cinematograficamente.
    Un caro saluto a te.
    Giovanni

    Rispondi

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