Archive for agosto 2007

uomo che pensaSette mie poesie inedite

sono da oggi sul sito 

"Nazione Indiana"

Ringrazio di cuore Franz Krauspenhaar

per il gentile invito

http://www.nazioneindiana.com/

“Noi siamo abituati al male…”

Fabrizio Falchetto Il bene non capito ...o forse capito troppo bene

Vedi i commenti su LPELS:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/08/21/noi-siamo-abituati-al-male/#comments

Noi siamo abituati al male. Il male conferma la nostra superiorità o conforta la nostra debolezza. Ci è così familiare che il bene ci sconcerta e cerchiamo di ridurlo al male, commutandolo di segno e assimilandolo ai modelli negativi che ci sono noti.
L’ho osservato nelle reazioni più comuni, compresa la mia, di fronte al volontariato. La tendenza è di interpretare l’altruismo come controfigura dell’egoismo, la generosità come gratificazione di chi la esercita, la solidarietà come aiuto provvidenziale a se stessi, il sacrificio dell’Io come ricatto di un Super-io tirannico. Non si impara neppure dalla etologia, saccheggiata per spiegare l’aggressività, ma mai il suo contrario. Gli animali che si sacrificano per la prole o per gli altri sono anche loro vittime di un Super-io? No, dell’istinto, risponde l’etologia. Ma all’uomo si nega questo istinto positivo, per dotarlo invece di tutti gli altri.
Il male – contrariamente a quanto si pensa – è rassicurante, o veneriamo nei mostri, giustifica le vendette mobilita le difese, rafforza la durezza del cuore. Il bene è un esempio inimitabile (vogliamo confrontarlo con il male?), supera fossati e mura che approntiamo contro il nemico, elude gli infiniti cavilli della intelligenza, disorienta l’astuzia perché la ignora, è disarmato e semplice. Il male ci incuriosisce e ci eccita, stimola l’investigazione, si cela nell’ultima stanza, quella del segreto infame. Il bene apre porte, non nasconde nulla, si apparta solamente per non farsi notare. Il male promette misteri, il bene è un mistero luminoso, una presenza inaccettabile.
|…|Nel male, fingendo di non riconoscerlo, ci si rispecchia, nel bene un po’ meno. Per un narratore il male è la salvezza, il bene la perdizione. L’elogio del bene ha inquietato perfino il sonno dei classici ed è stato l’incubo della loro veglia. Manzoni, per farselo perdonare, ricorre all’ironia, Cervantes alla follia, Dickens alla stupidità, Dostoevskij alla idiozia, Melville alla innocenza. Solo Hugo non esita a edificare al bene una cattedrale, ma a lui, ahimè, si perdona tutto.
Parlar bene del bene è imperdonabile. Infatti non me lo perdono |…|

Da: nati due volte – Giuseppe PONTIGGIA (Mondadori 2000)

Sul senso dello scrivere

Franz Kafka

    Pensando alla scrittura, si materializza davanti a me l’immagine di un uomo piegato su un tavolo. Solo lui, nella stanza. Un’immagine semplice ma che sa riassumerci molte cose. La distanza dal mondo, il raccoglimento, la dedizione, e, forse, anche il sogno, l’urgenza, la fede in ciò che sta facendo, la capacità di fare a meno del calore del mondo: almeno per il tempo che si trova lì.
Alcuni aspetti, i primi, sono dati oggettivi, e poco conta la motivazione personale: necessità, terapia, lutto, sofferenza, emarginazione, riscatto sociale, follia, narcisismo?
    Nulla è più significativo di quell’immagine che richiama un disegno di Franz Kafka, al sicuro nella purezza del suo circolo chiuso, della sua individualità insanabile.
    Il tempo, per chi scrive, non è lo stesso tempo degli altri; fluisce con una scansione peculiare nella patologia del vivere discosti, nell’aver saltato l’argine, o l’essersi posti in bilico su di esso, tra il mondo e il vuoto: extraterritoriali, o quasi, per vivisezionarlo, il mondo, e così i pensieri, la vita. E così facendo, ferendosi e fortificandosi. E’ il marchio di Caino quello che si imprime nella carne del poeta, bene in vista o nascosto. E’ il marchio della non adesione totale, della socialità con riserva, se non coi fidati compagni di viaggio, e coi familiari; e non sempre, anche con loro. E’ il marchio della coerenza nell’incoerenza, che è duttilità, docilità, fede della piuma che asseconda la corrente.
   La crescita del poeta non segue le strade consuete del saper vivere, della pienezza di godimento, dell’ingolfarsi nella materialità delle cose. Procede invece verso l’acuizione dello sguardo, dell’ascolto, verso la percezione animale della vita, per compenetrarne il segreto, per rinominarla.
   E parallelamente, ci si arma per opporre resistenza, per ingaggiare ben altra battaglia contro la grande nemica: la morte. Accogliendola a piccole dosi come un veleno, studiandone gli effetti, la natura, preparandosi al suo avvento, con compostezza e dignità, sereni. Si chiede alla vita anche questo: di non lasciarsi sopraffare dalla morte, di poterla dominare; addirittura sfruttare, con complicità, almeno un poco, proprio con la scrittura. Confidando, ovviamente, di riuscire poi magari a ribaltarla, la morte, nel suo esatto opposto, e cioè, in vita intensissima, piena, con lo slancio disperato della consapevolezza. Picco altissimo che poi ridiscende, si stabilizza nella misura a noi più congeniale.
    Vivi tra i morti, può capitare di sentirsi, e morti tra i vivi, ma con segreta, struggente aspirazione alla vita, come il Detlef del racconto Gli affamati, di Thomas Mann.
    La poesia tutto e tutti accoglie, come una madre: il canto alto e solare delle anime felici – eteree, quasi angeliche, che sfiorano appena il terreno – e quello degli orfici, dei faustiani interlocutori degli abissi. Si possono forse evitare queste due dimensioni, l’una o l’altra, si può forse rinunciare a essere piume, ad appartenere a sé stessi e a nessun altro?
    Come poi l’uomo dell’immagine scriva, quali maestri abbia ascoltato, chi egli sia, nel profondo, poco conta. Vedendolo di spalle ognuno potrà immaginarne il sorriso, o una smorfia, un’espressione pensosa o divertita, un guizzo scanzonato negli occhi, o l’opacità flemmatica della disillusione. Ognuno potrà vedervi chi crede, non una sola volta, ma tutte le volte che vorrà cambiare pelle, in piena libertà: in quel volto, allora, potrà vedere Eliot, Pound, Celan, Yeats, Machado, Pessoa, Borges, Kavafis, e via dicendo.
    La salvezza e la congruità della scelta non sarà nel nome, ma nel tratto percorso a piedi, con fatica. Nell’inciampo e nella caduta, e nel successivo risollevarsi. Non ci saranno numi a sorridere, nei momenti difficili; i loro volti si rabbuieranno di nuovo; ricomparirà, sempre e soltanto, nuovamente, la stessa immagine che abbiamo detto, fino a quando non sobbalzeremo scoprendo, nell’uomo di spalle, il nostro volto. Sorridente o triste, giovane o vecchio: come l’avremo reso negli anni.

Giovanni Nuscis

(Pubblicato nel 2004 sulla rivista Poiein)

“Lettere a un giovane poeta” Rainer Maria RILKE

Rainer Maria Rilke

                                                                                                                         Parigi,17 febbraio 1903

                Egregio signore,

                                               la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.

Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.

Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
    Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
    Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
    Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
    Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

 Suo devotissimo
                                                                                        Rainer Maria Rilke

Da: Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke (Mondadori 1994)

“Una nuova cultura” Franco FORTINI

Franco FORTINI

(Pubblicato sul blog collettivo "La Poesia e lo Spirito")

Per leggere  i commenti vai su:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/08/15/una-nuova-cultura-franco-fortini/#more-2323

Quando si pronuncia la parola cultura, viene fatto di pensare ai libri e allo studio; perché per i più, infatti, cultura equivale a sistema più o meno organizzato di conoscenze intellettuali. Per altri, e per noi, cultura è invece il modo nel quale gli uomini producono quanto è necessario alla loro esistenza, la particolare maniera, mutevole per il mutare dei mezzi di produzione, con la quale essi entrano in rapporto con gli altri uomini e con le cose. Cultura è la forma nella quale gli uomini, nella loro storia, si sono scambiati i prodotti del lavoro, costruite capanne e cattedrali, scelte le parole dell’amore; è la forma varia nella quale hanno fissato i costumi, i riti, le leggi; nella quale hanno arati i campi, esplorato il mare, condotto gli eserciti, speculato i cieli, composto i poemi. Queste forme noi sappiamo che non soltanto non sono eterne ma che anzi si mutano più o meno visibilmente nel tempo secondo una legge necessaria che l’uomo deve cercare di conoscere per potere efficacemente agire.
    Mutano i mezzi della produzione e poi, lentamente, penosamente, muteranno di conseguenza leggi, costumi e filosofie degli uomini. Un’antica popolazione ne rese schiava un’altra; e il lavoro dei vinti lasciò respiro ai vincitori, non più costretti all’aratro, per scolpire le statue di Atene o dettare le leggi di Roma. La scoperta del vapore creò, con la grande industria, gli enormi proletari del secolo passato; e il lavoro dell’operaio moderno poté lanciare le transiberiane che recarono all’artista occidentale le opere d’arte della cultura giapponese e a quella le meraviglie della meccanica europea. Questi modi, queste forme costituiscono dunque la cultura (o la civiltà) di una determinata nazione o popolo o classe o individuo, in un dato tempo o periodo.
    Ma il tempo odierno, per essere quello d’una profondissima trasformazione dei mezzi e dei rapporti di produzione, vede anche una crisi rivoluzionaria della sua cultura. E questo si scorge appunto nel concetto di cultura; che è ancora, per molti, legato a un’erronea distinzione fra spirito e materia, fra arte e scienza, tra lavoro dell’intelletto e lavoro delle mani. La rivoluzione industriale che dovunque, ora è un secolo, portò al potere la borghesia del capitale provocò un modo di produzione – la grande fabbrica – che era destinato ad alterare profondamente tutta la cultura della società; ma sopravvivevano intanto, come tutt’oggi sopravvivono, leggi costumi arti e filosofie dell’epoca precedente, modi di produzione intellettuale che, per antichissima tradizione, godevano d’una considerazione privilegiata.
    Avvenne così la distinzione della quale oggi soffriamo: i filosofi, gli artisti, gli studiosi furono “industrializzati” e usati come merce qualsiasi, oppure furono onorati tanto più quanto il loro “aroma spirituale” si sostituiva a quello delle screditate religioni ufficiali. Ma furono, al tempo stesso, accuratamente invitati ad astenersi dalla vita reale della società; invito che, in generale, fu largamente seguito. Si finì col chiamar cultura solo quella degli studiosi e dei pensatori e fin quella delle scuole, cioè la cultura dei libri, l’erudizione o l’informazione invece dell’azione formatrice. Oggi anche noi siamo costretti a usare in questo senso la parola cultura, per poterci intendere. E così continuiamo a chiamare, per comodità, uomini di cultura tutti gli intellettuali che abbiano un certo grado di informazione e di letture. Quelli insomma che dovrebbero avere nella società contemporanea la funzione di una coscienza vigile.
    Ma noi sappiamo che una coscienza senza presa sul reale è illusoria, è vera incoscienza. Né v’è possibilità di presa sulla realtà per gli intellettuali della cosiddetta cultura se non nella relazione, nel flusso e nel riflusso, nello scambio fra i modi e le forme della produzione intellettuale (la Cultura con la C maiuscola) e i modi e le forme della produzione tecnica (agricola, industriale). Queste culture hanno divorziato fra loro, nel mondo moderno, riflettendo la violenza della divisione in classi della società. Ecco che il poeta scrive i suoi versi come se i suoi lettori fossero venti o cinquanta; e l’editore ne abbandona il delicato fascicolo sulle bancarelle mobili di tutte le stazioni, fra i pacchi di prosa dei quotidiani. L’architetto disegna le sue case come vogliono scienza e arte; e le leggi della proprietà privata gliene impediscono la realizzazione. Lo scienziato elabora per lunghi anni rimedi contro la tubercolosi finché il suo governo sferra migliaia di bombardieri sulle città e sui sanatori. Rendersi conto di questo divorzio è già muoversi per superarlo; perché, come nell’individuo lo squilibrio fra intelletto e volontà paralizza l’azione, così nella società le varie forme di cultura dovrebbero tendere non a elidersi o a ignorarsi ma a entrare in rapporto dialettico tra loro. Per ciò appunto chiamiamo alta o esemplare quella civiltà o quella cultura nella quale le varie produzioni sono compiute secondo un certo comune modo, ubbidienti ognuna a una comune misura. Così è alta ed esemplare la cultura di certo medioevo perché nella sua produzione, sia agricola che artigiana, architettonica o scientifica, nelle ideologie politiche come in quelle religiose, si rivela una singolare unità, superiore ai contrasti: che è quella del concetto feudale di proprietà o del nascente diritto comunale.
    Noi diciamo che la “cultura intellettuale” del nostro tempo è stata sconfitta e da tempo. Quella che si era fatta titolo d’onore della propria assoluta indipendenza e irresponsabilità di fronte alla produzione della volontà politica della classe dominante (le false democrazie e le dittature) e all’anarchia della produzione industriale (autarchia e imperialismo economico) sin da prima della guerra del 1914 era stata ottimismo idealistico o progressista, e fu incapace di disarmare gli eserciti. Fra le due guerre fu angosciato irrazionalismo che rese possibile tutte le mitologie che hanno vagato e forse ancora vagano sui continenti.
    Sappiamo che è un antico sogno assurdo chiedere agli uomini che producono arti, filosofia e scienza, di esercitare sulla società le funzioni proprie del politico o del tecnico; tra uomo di stato e filosofo che lo consiglia, sappiamo che uno dei due ha sempre la peggio: lo stato o la filosofia. Ma sappiamo anche che cosa ha permesso e favorito la scissione delle culture della società moderna: la formazione cioè della grande industria e la conseguente creazione di una minoranza dominante di privilegiati. Essi hanno fatto sì che i modi e le forme della produzione industriale favorissero e accrescessero i loro privilegi – e sappiamo bene come. Così la cultura del capitalismo è scritta sulle facciate delle metropoli moderne: è la grande officina, la produzione cronometrata, l’esercito motorizzato, la grande stampa, il cinema.
    Ma, al tempo stesso, essi avevano ereditato dalla società precedente l’ossequio superstizioso per l’intelligenza: “Studi dunque tranquillamente lo scienziato nei suoi laboratori il modo migliore di far progredire la scienza, l’architetto il modo più sano e più bello di abitare; e dipinga pure, nel suo studio, il pittore” dissero allora gli uomini che detenevano il potere economico. “Ma io delle invenzioni scientifiche userò solo quelle che rafforzeranno i miei privilegi e la potenza dei miei eserciti; piuttosto che comode case per tutti sarà meglio costruisca archi e monumenti a testimonianza della mia potenza. E, quanto al pittore, egli dovrà allietare, con lo scrittore, i miei riposi o morire di fame nelle sue soffitte.”
    La cultura intellettuale si trovò così senza mani o con deboli mani asservite; e le mani della cultura industriale e contadina si trovarono cieche, senza mente, o con deboli menti asservite.
    Questa è la ragione per la quale le più grandi intelligenze della grande cultura mondiale, per quanto abbiano sostenuto il rispetto della dignità e della libertà umana, della democrazie e della ragione, nulla hanno potuto fare davanti allo scatenarsi della barbarie. Ma noi non rimproveriamo a quelle ideologie di essere impotenti a mutare certi modi e rapporti di produzione o a evitarne le conseguenze distruttrici. Noi rimproveriamo a quelle ideologie di non rendersi sufficientemente conto di essere appunto le ideologie di quei certi modi e rapporti di produzione e precisamente di quelli della cultura borghese e non piuttosto di quei modi e forme della produzione che già, entro la società di oggi, hanno disegnato quella di domani. Rimproveriamo quindi all’idealismo di Croce, all’umanesimo di Mann e allo “spirito non prevenuto” di Gide (o meglio agli idealismi, umanesimi, spiritualismi, esistenzialismi di oggi; almeno per quella parte di essi che vorrebbero farci credere di aver trionfato con la carta Atlantica e la bomba atomica) di essere cultura insufficientemente critica verso se stessa e perciò sterile e regressiva.
    Ma sappiamo anche che non esiste possibilità di separare l’uomo di ieri da quello di oggi e di domani. Quella cultura intellettuale sussiste e agisce tuttora come, separate da quella, sussistono tutte le forme della produzione industriale e contadina. E la cultura degli sfruttatori. Che possiamo giudicare dunque, tranquillamente, barbarie.
    Sappiamo perciò che agire per una nuova cultura intellettuale – vale a dire per una nuova filosofia e per una nuova sociologia ed economia e arte e teatro e scuola – equivale a lottare per una nuova società e quindi anche per la modificazione della sua struttura economica, premessa di ogni altra. Parallelamente dunque e non indipendentemente dall’azione sociale e politica corre la nostra via, che attua nuove forme di produzione intellettuale (di “servizi” intellettuali) a quel modo stesso che i ricostruttori sociali e politici attuano forme nuove di produzione e di distribuzione dei beni. Solo la coscienza e la volontà di questa interdipendenza può far sì che opposte culture, nel seno d’una medesima società, si integrino in una unità che convien dire dialettica. Così che il ritmo di lavoro dell’operaio, la struttura dell’ambiente in cui vive, le leggi che lo governano, il suo modo di divertirsi, di parlare, eccetera, rechino il segno d’una possibile perfezione dettata dall’intelletto; e che, inversamente, le produzioni dell’intelletto non siano dettate dal privilegio.
    Tracciare le linee di questa cultura unitaria vorrebbe dire ripetere inutilmente i temi della polemica politica e sociale che la società nuova conduce da decenni dentro la vecchia e a cui l’ultima guerra dei tiranni ha dato così tragica risonanza. E vorrebbe dire anche rischiare il generico di un programma che, in sé per sé, non può esistere. Possiamo solo ripetere che alla meta della nostra opera sta anzitutto il superamento del dualismo, generato dalle classi, fra cultura intellettuale e cultura della produzione o tecnica che dir si voglia; e al suo inizio vi sta il concetto di “persona umana” o di “uomo”, obiettivo e origine di ogni cultura, inteso come l’individuo nella coscienza della propria correlazione col prossimo e delle proprie determinazioni storiche. Che è come dire, con esclusione di quanto tende a distruggere la persona o nella direzione dei miti sotterranei e collettivi della razza, del sangue e della natura (massa indifferenziata) o in quella dei miti celesti di un astratto Spirito o di un astratto Io (individualismo anarchico).

Settembre 1945

Franco FORTINI – Una nuova cultura – da Saggi ed epigrammi (Mondadori 2003)(I meridiani)

Nei giorni di festa…

 Chistiane Riter

Nei giorni di festa ci si conta

tra ridenti carri armati

che ogni lasciata è persa

forzati della ricorrenza

che così  è, e pazienza

i malati e i sofferenti

quelli di turno e gli appartati

nell’ombra ad osservare

dal maxi schermo ombelicale

lo spettacolo di vita che scorre

ma solo in apparenza senza loro

paganti, senza sconto.

 

Poesie – LI PO (701-662)

LI PO

Davanti alle coppe piene

Lo zeffiro in corsa verso levante ci visita;
Sfiora nei calici il vino che appena s’increspa.
I fiori aperti cadono dai rami;
Cullati dal vento amoroso abbracciano il suolo.
La bella s’inebria, il roseo volto s’arrossa;
Ahi, che muore il fulgore del pesco e del pero!
Il tempo bugiardo nasconde le tracce e fugge;
Tu puoi danzare ma il sole s’inclina a Ponente.
Tu puoi serbare ancor la gaiezza dei giovani,
Ma i tuoi capelli sono già tutti bianchi –
E ti lamenti invano!

*

Svegliandomi dall’ubriachezza
in un giorno di primavera

“La vita nel mondo non è che un lungo sognare:
Col lavoro e le cure non la voglio sciupare”.
Così dicendo restai tutto il giorno ubriaco
Allungato nel portico innanzi alla porta di casa.
Sveglio, sgranai gli occhi abbagliati sul prato:
Un uccello cantava, solo, in mezzo ai fiori.
Mi chiesi se il giorno era stato bello o piovoso:
Lo zeffiro ne parlava all’uccello mango.
Da quel canto commosso trassi un lungo sospiro
E poiché il vino c’era riempii la mia coppa.
Come un pazzo cantando attesi l’alba lunare;
A canzone finita i miei sensi se n’erano andati.

*

In montagna un giorno d’estate

Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra
sporgente;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.

*

A Tan Chiu

L’amico mio dimora
In alto sui monti dell’Est;
Gli è cara la bellezza
Delle valli e dei monti.
Nella stagione verde
Giace nei boschi vuoti;
E dorme ancora quando
Il sole alto risplende.
Un vento di pineta
Gl’impolvera maniche e manto;
Un ruscello ghiaioso
Gli terge il cuore e l’udito.
T’invidio! Tu che lontano
Da discorsi e discordie
Hai la testa appoggiata
A un guanciale di nuvole azzurre.

*

I corvi che gracchiano a sera

Le nuvole d’oro bagnano la muraglia,
I corvi neri gracchiano a volo sui nidi.
Nidi dove vorrebbero riposare:
Triste e sola la giovane sposa sospira.
La mani lasciano abbandonato il telaio,
Gli occhi guardano l’azzurra tenda del cielo.
Tenda che sembra dividerla dal mondo,
Come la nebbia leggera che vela il fiume.
E’ sola: lo sposo viaggia in terre lontane;
Sola tutte le sere nella sua stanza.
Le stringe i cuore quella solitudine,
E le sue lacrime come pioggia leggera – cadono
sulla terra.

*

Ascoltando la mandola d’un prete buddista

Ha una mandola il prete buddista di Chou:
Scende dalla montagna dei Sopraccigli
Verso Ponente, e la suona in onore mio.
I suoni vibranti somigliano al brusio
D’una foresta di pini mossa dal vento.
Come se uscisse lavato dall’acqua d’un fiume
Il mio cuore si sente purificato.
La dolce melodia
S’unisce ai rintocchi d’una campana lontana.
Insensibilmente scende attorno il crepuscolo,
E i monti si smussano nella nebbia leggera.

*

Il mio voto

Il Fiume Giallo corre all’Oceano dell’Est,
Il sole scende verso il mare dell’Ovest.
Come il tempo l’acqua fugge per sempre,
Non arrestano mai la loro corsa.
Con giovinezza scompare la primavera,
L’autunno giunge coi miei capelli bianchi.
La vira umana è più corta di quella d’un pino.
Che meraviglia allora –
Se la bellezza fugge e fugge la forza?
Perché non posso inforcare un Drago Celeste
Per respirare essenza di luna e di sole
E divenire immortale?

*

Canto del lago

Lucide acque profonde; luna d’autunno.
Sul lago del Sud si colgono bianche ninfee.
I fiori a festuca flessibili, pare che vogliano dirci
qualcosa;
Ahimè che li uccide la nostra barchetta oscillante.

Li Po (701-662), considerato spesso come il più grande dei poeti cinesi, è certo il più conosciuto in Europa e il più tradotto. Visse in uno dei periodi più neri della storia cinese, durante una guerra nella quale morirono trenta milioni di uomini; ma nei suoi versi riuscì a starne lontano, “colla testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre”, per dirla con lui.

Da: Liriche cinesi (1753 a. C. – 1278 d. C.) Antologia dell’antica poesia cinese a cura di Giorgia Valensin. Prefazione di Eugenio Montale (Einaudi 1981)