Sul senso dello scrivere

Franz Kafka

    Pensando alla scrittura, si materializza davanti a me l’immagine di un uomo piegato su un tavolo. Solo lui, nella stanza. Un’immagine semplice ma che sa riassumerci molte cose. La distanza dal mondo, il raccoglimento, la dedizione, e, forse, anche il sogno, l’urgenza, la fede in ciò che sta facendo, la capacità di fare a meno del calore del mondo: almeno per il tempo che si trova lì.
Alcuni aspetti, i primi, sono dati oggettivi, e poco conta la motivazione personale: necessità, terapia, lutto, sofferenza, emarginazione, riscatto sociale, follia, narcisismo?
    Nulla è più significativo di quell’immagine che richiama un disegno di Franz Kafka, al sicuro nella purezza del suo circolo chiuso, della sua individualità insanabile.
    Il tempo, per chi scrive, non è lo stesso tempo degli altri; fluisce con una scansione peculiare nella patologia del vivere discosti, nell’aver saltato l’argine, o l’essersi posti in bilico su di esso, tra il mondo e il vuoto: extraterritoriali, o quasi, per vivisezionarlo, il mondo, e così i pensieri, la vita. E così facendo, ferendosi e fortificandosi. E’ il marchio di Caino quello che si imprime nella carne del poeta, bene in vista o nascosto. E’ il marchio della non adesione totale, della socialità con riserva, se non coi fidati compagni di viaggio, e coi familiari; e non sempre, anche con loro. E’ il marchio della coerenza nell’incoerenza, che è duttilità, docilità, fede della piuma che asseconda la corrente.
   La crescita del poeta non segue le strade consuete del saper vivere, della pienezza di godimento, dell’ingolfarsi nella materialità delle cose. Procede invece verso l’acuizione dello sguardo, dell’ascolto, verso la percezione animale della vita, per compenetrarne il segreto, per rinominarla.
   E parallelamente, ci si arma per opporre resistenza, per ingaggiare ben altra battaglia contro la grande nemica: la morte. Accogliendola a piccole dosi come un veleno, studiandone gli effetti, la natura, preparandosi al suo avvento, con compostezza e dignità, sereni. Si chiede alla vita anche questo: di non lasciarsi sopraffare dalla morte, di poterla dominare; addirittura sfruttare, con complicità, almeno un poco, proprio con la scrittura. Confidando, ovviamente, di riuscire poi magari a ribaltarla, la morte, nel suo esatto opposto, e cioè, in vita intensissima, piena, con lo slancio disperato della consapevolezza. Picco altissimo che poi ridiscende, si stabilizza nella misura a noi più congeniale.
    Vivi tra i morti, può capitare di sentirsi, e morti tra i vivi, ma con segreta, struggente aspirazione alla vita, come il Detlef del racconto Gli affamati, di Thomas Mann.
    La poesia tutto e tutti accoglie, come una madre: il canto alto e solare delle anime felici – eteree, quasi angeliche, che sfiorano appena il terreno – e quello degli orfici, dei faustiani interlocutori degli abissi. Si possono forse evitare queste due dimensioni, l’una o l’altra, si può forse rinunciare a essere piume, ad appartenere a sé stessi e a nessun altro?
    Come poi l’uomo dell’immagine scriva, quali maestri abbia ascoltato, chi egli sia, nel profondo, poco conta. Vedendolo di spalle ognuno potrà immaginarne il sorriso, o una smorfia, un’espressione pensosa o divertita, un guizzo scanzonato negli occhi, o l’opacità flemmatica della disillusione. Ognuno potrà vedervi chi crede, non una sola volta, ma tutte le volte che vorrà cambiare pelle, in piena libertà: in quel volto, allora, potrà vedere Eliot, Pound, Celan, Yeats, Machado, Pessoa, Borges, Kavafis, e via dicendo.
    La salvezza e la congruità della scelta non sarà nel nome, ma nel tratto percorso a piedi, con fatica. Nell’inciampo e nella caduta, e nel successivo risollevarsi. Non ci saranno numi a sorridere, nei momenti difficili; i loro volti si rabbuieranno di nuovo; ricomparirà, sempre e soltanto, nuovamente, la stessa immagine che abbiamo detto, fino a quando non sobbalzeremo scoprendo, nell’uomo di spalle, il nostro volto. Sorridente o triste, giovane o vecchio: come l’avremo reso negli anni.

Giovanni Nuscis

(Pubblicato nel 2004 sulla rivista Poiein)

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3 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 22 agosto 2007 at 10:11 am

    In tuo scritto è sentito, quasi scritto di getto; ha la forza e la semplicità di descrivere l’immagine dell’uomo che scrive con la giusta e terribile universalità.
    Michele

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 22 agosto 2007 at 7:50 pm

    Ti ringrazio, Michele. Queste riflessioni – alcune tra le tante possibili – sono state scritte proprio di getto, con pochi adattamenti finali.
    Un caro saluto
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by japa on 25 agosto 2007 at 8:13 am

    materiale resistente 🙂

    Rispondi

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