“Noi siamo abituati al male…”

Fabrizio Falchetto Il bene non capito ...o forse capito troppo bene

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Noi siamo abituati al male. Il male conferma la nostra superiorità o conforta la nostra debolezza. Ci è così familiare che il bene ci sconcerta e cerchiamo di ridurlo al male, commutandolo di segno e assimilandolo ai modelli negativi che ci sono noti.
L’ho osservato nelle reazioni più comuni, compresa la mia, di fronte al volontariato. La tendenza è di interpretare l’altruismo come controfigura dell’egoismo, la generosità come gratificazione di chi la esercita, la solidarietà come aiuto provvidenziale a se stessi, il sacrificio dell’Io come ricatto di un Super-io tirannico. Non si impara neppure dalla etologia, saccheggiata per spiegare l’aggressività, ma mai il suo contrario. Gli animali che si sacrificano per la prole o per gli altri sono anche loro vittime di un Super-io? No, dell’istinto, risponde l’etologia. Ma all’uomo si nega questo istinto positivo, per dotarlo invece di tutti gli altri.
Il male – contrariamente a quanto si pensa – è rassicurante, o veneriamo nei mostri, giustifica le vendette mobilita le difese, rafforza la durezza del cuore. Il bene è un esempio inimitabile (vogliamo confrontarlo con il male?), supera fossati e mura che approntiamo contro il nemico, elude gli infiniti cavilli della intelligenza, disorienta l’astuzia perché la ignora, è disarmato e semplice. Il male ci incuriosisce e ci eccita, stimola l’investigazione, si cela nell’ultima stanza, quella del segreto infame. Il bene apre porte, non nasconde nulla, si apparta solamente per non farsi notare. Il male promette misteri, il bene è un mistero luminoso, una presenza inaccettabile.
|…|Nel male, fingendo di non riconoscerlo, ci si rispecchia, nel bene un po’ meno. Per un narratore il male è la salvezza, il bene la perdizione. L’elogio del bene ha inquietato perfino il sonno dei classici ed è stato l’incubo della loro veglia. Manzoni, per farselo perdonare, ricorre all’ironia, Cervantes alla follia, Dickens alla stupidità, Dostoevskij alla idiozia, Melville alla innocenza. Solo Hugo non esita a edificare al bene una cattedrale, ma a lui, ahimè, si perdona tutto.
Parlar bene del bene è imperdonabile. Infatti non me lo perdono |…|

Da: nati due volte – Giuseppe PONTIGGIA (Mondadori 2000)

3 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 25 agosto 2007 at 4:12 pm

    Il bene e il male in fondo sono l’alibi della propria banalità. Basta convincersi a ridare la misura alle cose e alle parole, ai gesti e alle azioni che l’equilibrio potrebbe essere possibile.
    Il tuo post è provocatoriamente da diffondere.
    Michele

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 25 agosto 2007 at 4:42 pm

    Su temi di fluida complessità come questo, Michele, effettivamente si rischia l’approssimazione, la teorizzazione fatta di mille deroghe che mina, all’origine, il valore del principio. L’approccio diretto, personale, esperienziale al fatto o all’evento concretole può forse scongiurare questo rischio. Inutile dire che proprio l’arte, con felice sintesi, sa convincerci spesso più della scienza, più di mille chiacchiere. Tutto passa infine, certo, per l’equilibrio del singolo, attraverso il sangue delle proprie esperienze talvolta dolorose.
    Grazie, Michele, buon fine settimana. Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by wumen on 25 agosto 2007 at 9:22 pm

    il peccato fa (fintamente) riposare
    nel percorso di rieducazione della mente allo STAR bene..

    Rispondi

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