“Che fare?” – La politica e i partiti.

parlamento-italiano

    Non mi piacciono la politica e i partiti, per come sono, mentre mi piace l’idea che essi possano cambiare prendendosi cura, finalmente, dei bisogni di tutti soprattutto dei più deboli, senza per questo declinare le sfide incessanti del nostro tempo. Per questo sabato scorso ho messo anch’io una firma a sostegno del V-Day. E’ bene quello che produce bene, ho pensato, e se centinaia di migliaia di firme sono utili a favorire una discussione e un cambio di rotta sul sistema politico e partitico, e le sue molte aberrazioni, ben venga questa come altre iniziative similari. Non trovo però giusti né utili la volgarità e la supponenza degli uni e degli altri, che precludono quelle aperture e cambiamenti che tutti ci si aspetta.
    C’è da dire, innanzitutto, che la complessità dell’argomento (ma in fondo tutto ciò che riguarda la politica) rende difficili, se non impossibili, ragionamenti articolati ed esaustivi. E’ facile infatti sconfinare, tematicamente, e generalizzare o definire troppo. Altra riflessione preliminare sta nella risposta (probabile) alla domanda di quanti italiani, realmente, possano dirsi insoddisfatti dell’attuale sistema. Questo perché una parte consistente di cittadini, nel paese, vive nel benessere e non   vuole di certo rinunciarvi. Cittadini con strumenti e con la forza per piegare l’interesse pubblico al loro, personale o categoriale. Un potere costituito da forze trasversali agli schieramenti, che galleggiano nelle alterne vicende della storia senza averne quasi mai svantaggi (politici, grande industria, banche, assicurazioni, categorie di professionisti, vertici di enti pubblici e dei sindacati: le cui proposte negoziali, è bene ricordarlo, una volta recepite in un contratto collettivo di lavoro hanno più forza di una legge dello Stato, che è “nulla” qualora sia in contrasto con clausole contrattuali).

    Tornando alla politica e ai partiti…

• questi ultimi – associazioni non riconosciute al pari dei sindacati – sono a mio avviso organismi dei quali non si può fare a meno: a. per la loro preordinazione ad interagire con le istituzioni; b. per il fatto di essere loro a scegliere i candidati alle varie consultazioni elettorali e i rappresentanti del partito nei vari enti pubblici;
• sempre i partiti, dovrebbero essere (ma non lo sono) organismi attraverso i quali far confluire nelle istituzioni la “migliore linfa” della società civile; essi ci mostrano invece, purtroppo, uno stato di entropia in cui l’auto conservazione (loro, dei loro vertici e dell’ampio sottobosco) è anteposta all’apertura e al dialogo costante con la società; la strozzatura che impedisce il flusso e l’avvicendamento di persone di valore  (dal mondo del lavoro, della cultura, della ricerca etc.) nei vari ruoli istituzionali è l’effetto più evidente di un modello organizzativo disfunzionale che va cambiato;
• la politica e l’attività dei partiti richiedono competenze che maturano con anni di studio e di esperienza sul campo;
• le competenze riguardano soprattutto la conoscenza dell’ampio contesto socio-economico in cui la politica opera; le conoscenze tecniche (giuridico-amministrative sul funzionamento dei principali organi e enti pubblici -Stato, parlamento, governo, regione, provincia, comune etc-); da ultimo, le conoscenze specifiche del settore di intervento (un assessore regionale alla sanità, ad esempio, non potrà non sapere il costo giornaliero di una degenza ospedaliera);
• il cittadino o un gruppo di cittadini, pertanto, difficilmente possono avere piena consapevolezza di una scelta politica (risultato del contemperamento di una serie di interessi) e del suo impatto nel sistema economico, in quello settoriale e nell’ordinamento giuridico (il più ipertrofico del mondo con più di 150.000 leggi), onde evitare incoerenze e l’inapplicabilità sostanziale dei provvedimenti assunti.

    Ciò premesso, è da chiedersi:

• se un’evoluzione strutturale e funzionale della politica e dei partiti – per la funzione di raccordo diretto che operano tra elettorato e istituzioni – possa ridare forza e senso al modello democratico nei suoi presupposti fondanti;
• se un’apertura totale e democratica dei partiti possa costituire davvero un valido contrappeso agli interessi dei poteri forti o, al contrario, il loro ulteriore potenziamento ancora più emarginante per i più deboli; (da qui, la previsione di adeguate forme di controllo che ne scongiurino il pericolo, o che metabilizzino l’ampia partecipazione di cittadini in ampia clientela);
• quale nuovo ruolo, nel concreto, sia possibile chiedere alla politica e ai partiti – nell’ottica del servizio pubblico che, del resto, essi “già si riconoscono” (con finanziamento pubblico annuale e retribuzione con corresponsione di oneri sociali e previdenziali per il proprio personale di segreteria); si potrebbe ipotizzare, solo a titolo di esempio: 1. riferimento per tutte le esigenze e le istanze di carattere politico-sociale dei cittadini (segnalazione di leggi o di misure politiche penalizzanti, o interventi politici auspicati); 2. impulso e coordinamento, sul territorio, di appositi spazi di dialogo e di confronto su tutti i temi della politica e della società in genere, coinvolgendo il mondo della ricerca, del lavoro, della cultura, oltre, naturalmente, i cittadini in genere; 3. documentazione e pubblicizzazione della loro attività anche attraverso un bilancio periodico delle spese e delle cose nel concreto realizzate; 4. intervento e intercessione presso le istituzioni politiche a difesa di interessi legittimi dei cittadini ad essi prospettati; 5. possibilità per gli elettori, in casi gravi, di rimuovere non solo dal partito ma anche dall’incarico politico rappresentanti inefficienti o indegni; 6. accogliere le idee, le proposte migliorative che provengano dalla società civile, non ultimi gli artisti il cui contributo – piuttosto che in mere icone per candidature autorevoli – non può che essere quello di offrire l’unica cosa che naturalmente offrono: la loro personale percezione del mondo, l’azzardo di un sogno.

    Per concludere…

– la politica e i partiti devono accettare la sfida del cambiamento e della trasparenza nell’ottica del servizio ai cittadini, al pari di tutti gli altri servizi pubblici finanziati con denaro pubblico;

– la trasparenza che si va a chiedere riguarda la misura dell’impegno nell’assunzione del servizio; urgono pertanto nuove forme di controllo e di verifica (qualunque organizzazione o istituzione abbandonata a sé stessa, in Italia, lo sappiamo, è destinata alla deriva) non come potere di polizia ma per fare in modo che non venga mai meno la necessaria tensione al miglioramento; presso ogni partito qualunque cittadino (anche su web) dovrebbe poter verificare, ad esempio: 1. la percentuale di presenze “in servizio”, ogni anno, di ogni parlamentare, ministro, consigliere, assessore eletto nelle loro liste; 2. di ognuno, il numero e la natura dei provvedimenti normativi proposti, e degli emendamenti, delle interrogazioni parlamentari, dei voti contro o a favore per ogni singola legge; 3. le attività e le iniziative delle sedi e delle sezioni di partito, i cittadini che vi  contribuiscono;

– i partiti fuori da un percorso evolutivo non devono essere votati; quanto meno quelli privi di una democrazia decisionale interna, in cui le sedi e le sezioni dislocate sul territorio altro non sono che vuote facciate del nulla, che risorgono solo nell’imminenza di consultazioni elettorali;

– a tal fine, con la previsione di nuove ed incisive forme di controllo, è necessario potenziare l’informazione e la loro rapida veicolazione sui media tradizionali e su Internet; 

– è necessario che i cittadini possano esprimere tempestivamente, fattivamente e civilmente, con tutti i mezzi possibili, il loro dissenso riguardo alle iniziative politiche dalle quali si sentono danneggiati.

  

Giovanni Nuscis

4 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 21 settembre 2007 at 4:03 pm

    Caro Giovanni, ho seguito il V-Day e personalmente non ho firmato.
    Quello che dici non è sbagliato ma non è nemmeno la strada giusta.
    Grillo come i movimenti hanno nei confronti dei partiti una specie di remora edipica. Secondo me, nel secolo passato e questo di inizio, ci hanno dimostrato una cosa. Bisogna uccidere la “madre” ovverossia per inventarsi una strada nuova non possiamo delegare i partiti, i sindacati, i giornalisti e tutto quello che media la nostra vita. Noi siamo passati dal bisogno al superfluo, bisogna ritornare al bisogno “importante” e eliminare il “superfluo”. Noi come cittadini non abbiamo potuto realizzare rivoluzioni, e non si prevedono per i prossimi cinquant’anni. Ridare dignità al proprio lavoro, alle proprie idee, ai propri diritti potrebbe diventare l’inizio di qualcosa di diverso. Le adunate oggi sono forme di “buonismo” e personalmente non sono un pacifista.
    Un caro saluto Michele

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 21 settembre 2007 at 5:10 pm

    “Bisogna ritornare al bisogno “importante” e eliminare il “superfluo”.” Sono d’accordo, in questo, in quanto il valore e l’esempio individuale è alla base di qualunque cambiamento sociale. E’ necessario, non vi è dubbio, una riannessione del singolo alle scelte sociali che lo riguardano. Ma andare sulla piazza armati per demolire completamente, l’e proteste vanno tanto urlate quanto organizzate: le prime da sole non bastano, così comeno basta la (buona) volontà del singolo.
    Grazie, Michele, vedo che il discorso sta parecchio a cuore ad entrambi.
    Un caro saluto
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by frontespizio on 21 settembre 2007 at 6:54 pm

    Vedi Giovanni, sono comunista. Ho sempre inteso il comunismo come una scienza e non una religione. Il nostro fallimento (ho 57 anni) è proprio in questa chiave di lettura.
    Non sono catastrofista e oggi mi sento un po’ di vivere tra le nuvole….
    Un saluto Michele

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 21 settembre 2007 at 10:06 pm

    Non riesco più a ragionare per ideologie e categorie sociali consegnate ormai alla storia. Ma buona parte del mio sogno di cambiamento trova nutrimento proprio da quella ideologia, unitamente però a qualche incubo. Sono convinto che l’opzione rivoluzionaria poco risolva in un substrato etnico-antropologico come quello italiano; ma ancor meno in un contesto macroeconomico planetario di prevalente liberismo. Insomma. è difficile sovrapporre un calco ideologico marxiano fuori dal contesto storico di quando la dottrina venne elaborata. Individuerei invece gli assi portanti che potrebbero configurare, a livello generale (in Italia come in ogn’altro paese, almeno per approssimazione, un modello di equità economica e di giustizia sociale. Mi sembrano, ragionandoci un po’ rapidamente almeno tre le direttrici: 1. adozione di una tassazione che operi una concreta (e non fasulla, risibile)redistribuzione della ricchezza nelle fasce più povere (con costruzione di case per tutti coloro che ne hanno necessità); 2. indipendenza energetica e, dunque, economica da altri paesi accelerando il processo di conversione; 3. passaggio ad una nuova etica dei consumi (contenuti all’essenziale), e redistribuzione della ricchezza in sovrappiù a meno abbienti all’intenro del paese e all’estero; 4. sostegno incisivo ai paesi più poveri; 5. diminuzione delle ore di lavoro per consentire a tutti di lavorare, e per dedicarsi maggiormente ai propri interessi.
    Ecco una sintesi forse semplicistica ma fortemente sentita di auspicabile punto di approdo. (Scusa gli errori e la fretta)
    Ciao, a presto. Giovanni

    Rispondi

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