“Poesie operaie” di Luigi DI RUSCIO

Poesie operaie

I commenti su "La poesia e lo spirito":

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/09/23/poesie-operaie-luigi-di-ruscio/

Filmato di presentazione del libro:

http://www.rassegna.it/2007/video/articoli/diruscio.htm  

Per colazione hanno acqua e pane
bevono molta acqua
la saliva che hanno devono sputarla sulle mani
perché il martello non scivoli
a mezzogiorno mettono nel brodo d’erbe
il solito pane nero
al coprirsi del sole se io sono pieno di malinconia
per loro è bello tornarsene a casa ridendo
sedersi in famiglia giocare con i figli
dopo dieci ore di lavoro sulle pietre
per quel poco pane e perché la moglie
continui a fare per ultimo il piatto
perché a nessuno manchi la parte.

*

lo spirito m’illumina soprattutto quando correvo
la gioia amorosa m’ingoiava completamente
eravamo illuminati poi venne il caos venne la notte e le tenebre
un angelo mi inseguiva felice scelto tra i più veloci e scattanti
con lunghissime ali che mi gettava in continue inquietudini
di certi anni ricordo solo il chiarore del sole
e una pioggia felice che batteva sulla lamiera ondulata
e avevo a disposizione giornate eterne
ed un silenzio che solo la mia penna scalfisce
mentre la lucciola festiva sugli sprofondi della notte
tesse la sua danza felice
tutto si animava ad ogni boccata d’aria respirata
e non saranno necessari i ritorni
tutto si è incarnato per sempre
avrò tutto davanti agli occhi
con la stessa lucida straziante gioia.

*

le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione

*

Per Caterina

dovrai resistere all’acqua al fuoco alle tenebre
dovrai rimanere umana nonostante la capillare brutalizzazione
toccare tutti gli elementi della morte sino alla morte
vivere tutto quello che mai è stato vissuto e mai più sarà vissuto
non credere neppure una parola di tutte quelle che ti diranno
noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti
e tutti quelli che verranno e sino a quando rimarrà la resistenza di uno solo
la sconfitta non è ancora avvenuta
non la rosa sepolta ma i comunisti massacrati e sepolti
tutto deve essere ingoiato anche quello che profondamente disprezzo
la violenza e la tortura stabilizza il mondo come la forza di gravità
tiene insieme il sistema solare e tutte ste famiglie
tenute in piedi dalla violenza del capofamiglia
e tutti gli organismi statali e parastatali e tutti i sovrapposti e sottoposti
e la violenza legittima sarebbe quella che violenta l’anima mia
bisogna sapere assolutamente in che mondo viviamo
se vedo i miraggi questo non significa che la salvezza non esiste
un tempo mi sembrava a portata di mano da poterla ghermire per sempre

*

l’ultima poesia iscritta tanto faticosamente
riprendere fiato ad ogni parola
squadrare sul vocabolario quella parola introvabile
il tutto era così luminoso intatto e mi sentivo sporco contaminato
non facevo che immergermi nella vasca
tutta quella neve esposta ad un sole precoce
tutta questa gente esposta alla morte
vivrai una vita immortale solo se vivi continuamente nel consueto nell’ovvio
muore chi è veramente vivo ed è continuamente nell’irrepetibile
le ripetizioni l’ovvio il consueto sono senza tempo eterne
chi vive veramente è in una estrema fragilità
il miracolo è avvenuto la cosa no sarà più ripetuta
appena si è mostrata è finita per sempre

*

il sottoscritto è fortunato
il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo
non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
non sarà per noi l’insulto di essere a lungo vivi senza coscienza
i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
la nostra miseria ci salva
dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato
riuscendo perfino a testimoniarvi tutti

*

se l’ago magnetico fosse pensante
crederebbe che è nella massima libertà
quando per tutta una eternità sta ad indicare il polo nord
e qualsiasi impedimento a tale perenne indicazione
sarebbe considerato la più atroce delle tirannidi
e così mi alzo tutte le mattine raccomandate alle 4,30 del mattino
come niente fosse mi dirigo verso la fabbrica e l’inferno
chi è veramente oppresso può esprimere solo l’oppressione
chi tortura vuole che il torturato riconosca il proprio padrone
nelle carceri speciali scriverei le poesie dei miei carcerieri
faccio la gesticolazione più inetta per salvarmi dalla brutalizzazione
sognavo di essere rinchiuso in un ascensore che precipitava
e alla fine del precipitare l’ascensore mi scaraventa proprio nel reparto
evidentemente non c’è più niente che fosse ancora più sotto
tutta una eternità diabolica che i diavoli hanno d’attraversare
chi spera guarda il cielo chi non spera più guarda per terra
Iddio creò tutti questi popoli per il gusto di perderli tutti
si salveranno gli unti i porporati i figli di puttana
e nessuno si domandava perché stava sempre chiusa in casa
a porte sprangate spiando i nostri tramonti
dagli spioncini delle persiane
e si disperava ogni giorno costatando
che c’eravamo ancora tutti
e la salvezza era impossibile

***

Ai compagni con cui ho lavorato
per quasi una vita

Questa notte vi ho sognato tutti
splendidamente vivi
ritornammo a rivedere
tutti gli orrori di quel reparto ridendo
non sono riusciti ad ammazzarci
siamo ancora tutti vivi
nuovi come fossimo risuscitati
non più contaminati della sporca morte

 

Essere insieme

Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell’antologia Poesia e Realtà di Giancarlo Majorino è quell’essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent’anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche alla croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le “ali illuminate” perché è questo essere insieme la prova dell’epoca, devono riuscire a vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta “siamo tutti figli di madri”, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell’essere insieme come quando ero in quel reparto italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d’anni continui. Ero insieme a tutti voi con le vostre tute, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno a uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicati e dei metalli pesanti, metallurgiche, a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l’essere diversi però fraternamente insieme. LDR

Dalla postfazione di Massimo Raffaeli:

“Che Di Ruscio fosse venuto al mondo nella povertà del vicolo Borgia, a Fermo, che fosse autodidatta, un muratore disoccupato e poi un militante di base del Pci di Palmiro Togliatti, che infine fosse emigrato nel ’57 a Oslo per acquisire lo status per lui definitivo di operaio metalmeccanico nella fabbrica fordista (e nel cosiddetto paradiso socialdemocratico), tutto ciò era senz’altro la materia prima, peraltro mai abiurata, della propria condizione personale ma non bastava affatto né basta oggi a spiegare, tanto meno ad esaurire, lo spessore della sua voce poetica, il ritmo e il tono inimitabile della sua pronuncia. La quale è una splendida eccezione, una assoluta singolarità, nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento. Non un poeta-operaio come pure e sbrigativamente si è detto tante volte, quasi si trattasse di sommare il sostantivo all’aggettivo, o viceversa, ma un poeta capace di introiettare/metabolizzare/rievocare la condizione umana tout court. La marginalità, il lavoro in fabbrica, un orizzonte politico che il dopoguerra presto richiude, qui in Italia come altrove, ne sono insieme i fondali e i referenti […]”

Luigi Di Ruscio. Poeta. Nasce a Fermo nel 1930. Emigra dalla sua città natale nel 1957, dopo l’esordio poetico nel1953 con Non possiamo abituarci a morire, presentato da Franco Fortini. Si stabilisce ad Oslo, dove per trentasette anni è operaio metallurgico. In Norvegia sposa Mary Sandberg. Hanno quattro figli. Ha pubblicato: Le streghe s’arrotano le dentiere, con la prefazione di Salvatore Quasimodo, Marotta 1966; Apprendistati, Bagaloni 1978; Istruzioni per l’uso della repressione, con presentazione di Giancarlo Majorino, Savelli 1980; Epigramma, Valore d’uso 1982; Palmiro, con postfazione di Antonio Porta, Il lavoro editoriale 1986 poi Baldini & Castaldi 1996, Enunciati, presentazione di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell’Arancio 1993; Firmun peQuod, con presentazione dei Massimo Raffaeli, Ancona 1999; L’ultima raccolta, con prefazione di Francesco Leonetti, Manni 2002; Epigrafi, Grafiche Fioroni 2003; Le mitologie di Mary, con postfazione di Mary B. Tolusso, Lietocolle 2004.
Tra i riconoscimenti ottenuti, il premio Unità Genova nel 1953 (presidente della giuria Salvatore Quasimodo); nel 1980, il Premio Camaiore con la raccolta “Istruzioni per l’uso della repressione”; nel 1993 il premio di poesia Franco Matacotta, con la raccolta “Enunciati”. Da ultimo, con Poesie operarie, il premio “In/Civile” 2007 del Comune di San Giuliano Terme.

Luigi DI RUSCIO “Poesie operarie” 

Scelta antologica

Ediesse, Roma 2007

Prefazione di Angelo Ferracuti

Postfazione di Massimo Raffaeli

3 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 25 settembre 2007 at 5:56 pm

    UN’antologia particolare. Mondi diversi che alla fine si incontrano, si ritrovano, si allontanano. Quello che non si perde è la semplicità delle cose che spesso si accantonano per grandi speranze che tolgono quella dignità quotidiana.
    Michele
    da approfondire.

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 25 settembre 2007 at 7:06 pm

    Grazie Michele, ti consiglio la lettura di questa splendida antologia di un percorso umano e poetico di decenni. Ci sono poesie che prendono al cuore, in cui in molti ci si riconosce; c’è il segno forte non solo di una personalità poetica di alto profilo, ma il lascito di una generazione che ha creduto e pagato in prima persona restando ai margini della società, senza mai colludere col potere, senza mai nulla dovergli.
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 30 settembre 2007 at 9:39 pm

    non decenni caro e gentile Nuscis, le prime poesie della raccolta sono state pubblicate nel 1953 in “non possiamo abituarci a morire” raccolta edita nel 1953 con prefazione F.Fortini. L. Di Ruscio

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