Archive for ottobre 2007

“Petri” di Marco SCALABRINO

dante_poema

           

Il titolo, Petri, fa chiaro riferimento alla “Valle delle Pietre Dipinte”, la monumentale impresa del Maestro Silvio Benedetto allocata nel Comune di Campobello di Licata (AG). Ma il componimento, nella sua compiutezza, trae spunto dall’Opera che tali “Pietre”, a sua volta, ha ispirato: la “Commedia” di Dante Alighieri.

Analogamente con la “Commedia” infatti, trattasi di una allegoria; giacché, in definitiva, le “Pietre” altro non configurano che gli uomini e le donne di questo mondo: il genere umano.

Il lavoro ripercorre la struttura della “Commedia” e si articola in TRE parti, tante quante le Cantiche di questa: l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso. La prima parte (Inferno) consta di tre versi, la seconda (Purgatorio) consta di sei versi, la terza (Paradiso) consta di nove versi.

L’Autore ha inteso riproporre, come avviene nella “Commedia”, la reiterazione del numero TRE e dei suoi multipli. Appaiono in tutta evidenza, nel corpo del componimento, ben TRE – dici versi in corsivo.

Essi palesano gli interventi diretti delle anime (in conformità, peraltro, a quanto avviene nella “Commedia”).

 

Allavancu.                             Dirupo.

Allavancu.                             Rovina.

“Senza fini.”               “ Senza fine.”

 

L’Inferno descritto quindi quale dirupo (la concezione dantesca di voragine a cono capovolto) e rovina (il termine “allavancu” nel dialetto siciliano contempla entrambe le accezioni). La ripetizione del temine anticipa e accentua la condizione di disperazione in cui versano le anime dei dannati; le quali, della loro eterna perdizione, hanno piena consapevolezza. Consapevolezza che trova laconica, inappellabile sintesi nelle due, sole, drammatiche parole che esse riescono a formulare: “Senza fini.”  L’Inferno, luogo di giustizia.              

 

            Mill’anni e chiù                         Mille anni e oltre

camiannu                                 riscaldando (con le preghiere)

la muntagna:                             la montagna:

“Oh,                                       “Oh,

rinesciri                                  diventare

vastedda!”                             pane!”

 

Al pari della concezione dantesca, il Purgatorio è raffigurato come una montagna, per le cui balze le anime dei penitenti, malinconiche e al contempo fiduciose nella salvezza, pregano (camiannu), in espiazione, un tempo lungo ma tuttavia definito (Mill’anni e chiù) al fine di diventare “vastedda” . Immaginate le pietre le anime dunque – che onde purificarsi pregano. Pregano nell’aspettativa ultima di rigenerarsi (rinesciri) in pane; così da salvare a loro volta, col proprio divenire cibo dello spirito, il prossimo. Non disse forse Gesù ai discepoli, durante l’Ultima Cena, dopo avere benedetto e spezzato il pane “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”? E ancora “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo  pane vivrà in eterno”? (cfr. i VANGELI).

Il Purgatorio, luogo di misericordia.      

   

“Musica                               “Musica

musica                                 musica

e ciauru                                e profumo

 

ciauru di rosa                      profumo di rosa

e celi                                    e cieli

celi di luci                             cieli di luce

e luci                                    e luce

di sempri                              da sempre

                                    e pi sempri.”                         e per sempre.”  

 

La musica, la rosa, i cieli – NOVE i versi di questa terza parte del componimento come NOVE i cieli del Paradiso dantesco – caratterizzano l’atmosfera del Paradiso. Nessun “ambiente” pertanto, ma solo la “presenza” dei beati nei quali ravvisare l’immortalità dell’anima: “di sempri / e pi sempri.” La disposizione figuratamente ellittica dei termini musica, ciauru, celi, luci, sempri intende, inoltre, suggerire il senso di celeste concentricità dei nove cieli del Paradiso. Il Paradiso, luogo di lirica contemplazione.    

 

Dulcis in fundo, è significativo rilevare che le parole che compongono questo breve testo sono in tutto 33, giusto quanti i Canti di ciascuna Cantica della “Commedia”. Se ad esse poi aggiungessimo il titolo, arriveremmo alle 34 parole, ovvero quanti i 33 Canti dell’Inferno più uno, quello dell’introduzione generale. 

 

Come si può osservare, occorrono molte più parole per commentare una poesia che per scriverla.

E nondimeno ben altre considerazioni – più strettamente legate al linguaggio (l’aspetto individuale e creativo, “l’atto di volontà e di intelligenza” che Ferdinand De Saussure definì parole) – potremmo ancora cavarne: sulla essenzialità della parola, sul dissolvimento dell’aggettivazione, sull’assenza dei verbi coniugati ai modi finiti, eccetera eccetera.

La traduzione in Italiano infine, pressoché letterale, intende unicamente essere utile supporto a quanti non dovessero avere dimestichezza col dialetto siciliano.

 

                                                                                              Marco Scalabrino

 

     Petri

 

 

Allavancu.                             Dirupo.

Allavancu.                             Rovina.

“Senza fini.”                “Senza fine.”

 

              Mill’anni e chiù                       Mille anni e oltre

  camiannu                               riscaldando (con le preghiere)

  la muntagna:                           la montagna:

 

  “Oh,                                     “Oh,

  rinesciri                                diventare

  vastedda!”                            pane!”“

 

“Musica                               “Musica

musica                                 musica

e ciauru                                e profumo

 

ciauru di rosa                      profumo di rosa

e celi                                    e cieli

celi di luci                            cieli di luce

 

e luci                                    e luce

di sempri                              da sempre

                                    e pi sempri.”                         e per sempre.”  

 

“Quello che resta” Giuliano GRAMIGNA

tram

lapoesiaelospirito.wordpress.com

Un buco non vale l’altro. – Non si cali
nel primo che le si apre sotto
come una botola di teatro tanto per andare giù.
Non c’è nessun giù. Stia in superficie
la superficie è tutto ciò che conta –
Cerca una rima per l’udito
la vista ormai è persa.
Solo una cosa dileguata
e che poi risfori con il guizzo
di un salmone gli darebbe calma.
Ma la superficie inattaccabile…
“Mancano anche i segni d’interpretazione”

*

Come vivere nella città senza queste care presenze?
bucano all’alba nebbie e averse
con ciglia di fuoco
traballanti intirizzite ospitali;
ma quando nelle terse mattine
della primavera alzando stormi di foglie
dalle ruote – eccoli come sono
convogli stampati di nitore
splendidi di lontano in fondo a una lente
tram misericordi! prorotti dal niente,
ce ne avvisa l’odore
di ferro caldo vernice verbena
su su dai viali defunti
di Casalecchio revenants indomabili –
prima che dalla svolta appaia il viso camuso
arancione (o verde?) col numero degli anni
che restano da vivere.

*

Miei libri belli in ordine
o ammonticchiati
chissà se vi rivedrò mai più.
Al momento di uscire
sento il morire
perdo il senso
per un istante di essere posseduto
di possedere. Io via
voi brucerete solitari
nella canicola; brucerete
senza di me. Meglio riposare
in un prato come nembi di fogli
vagabondi all’infinito.

*

Chi turbinava via pedalando “senza mani”
sotto gli alberi dell’Arena?
Biciclette come Ofelie e Gilberte
fra caproni e sereni
(scritti con la maiuscola
perché nomi non umani ma di ere
poetiche).
Faci immaginarie
ardono sulle lamiere
dei tram in corsa.
dietro i cartelloni di Armani
appariranno voli di otarie
come venissero dal cielo.
Se l’afa già estiva deprime
a chi servirà mai tanto spreco di rime?

*

La visita a Ezra

Non the Old Maestro
enobarba enorme egoista e sublime
intorno cui si affollavano a rispettosa distanza
gli stupidi ragazzini intimiditi
-che fu amato da Olga-
ojos claros in un arruffio di pel rosso
e scrivo come in un testamento
temendo che non passerò la notte
Ho inciampato due volte per le strade di Milano
e una voce mi dice
Nun me fa’ la terza
Ezra appuntò i nostri nomi
rispettosamente su cartoncini colorati
che ci innalzavano (non lo sapevamo)
al suo paradiso
e non osavamo articolare
il nostro inglese di scolari
Lui venuto in pigiama e pantofole heroico
A passi sbiechi per il corridoio
A farci fare il sogno
d’incontrare la poesia. Come camusi! Come sciocchi!
ignari di ciò che saremmo stati anzi non saremmo
Mai stati quantités négligeables
Che mancavano al conto

(ora so che quel pomeriggio
È un cardine della mia vita)

*

Sono felice mi manda a dire
(o almeno io leggo così quel suo verso).
Ma non mi rallegro
lo invidio lo detesto
perché non è ottenebrato
come me.
Mi vergogno di queste righe
non perché siano belle o brutte
ma perché cade anche l’acre
resistenza alla emozione.
Non è una storia tragica e asciutta
ma l’insopportabile guaito
della bestia domestica.

“Quello che resta” Giuliano GRAMIGNA
Mondadori, 2003
Collezione Lo Specchio

Giuliano Gramigna (Bologna, 1920 – Milano, 2006). Critico letterario del “Corriere della Sera”, è poeta (“Robinson in Lombardia”, 1967; “Il terzo incluso”, 1971; “L’interpretazione dei sogni”, 1978; “Es-o-Es”, 1980; “Annales”, 1985; “Coro, 1989; “L’annata dei poeti morti”, 1998), narratore (“Marcel ritrovato”, 1969; “L’empio Enea”, 1972; “La festa del centenario”, 1989) e saggista (“Il testo del racconto”, 1975; “Il gran trucco”, 1978; “La menzogna del romanzo”, 1980; “Le forme del desiderio”, 1986). Tra le altre cose, è stato collaboratore della rivista “Anterem” e membro del Comitato d’onore del Premio Lorenzo Montano, scrivendo per diciassette anni le prefazioni alle opere vincitrici della sezione dedicata alle raccolte inedite.

Francesco Abate. Presentazione libro

Liceo classico Domenico Azuni SASSARI

 

 

SASSARI

 

Lunedì 5 novembre ore 17,30

Aula Magna del Liceo Classico “Azuni”

(Via Rolando 4)

 

 


presentazione del libro

 

 

"I RAGAZZI

DI CITTA’"

 

 di Francesco ABATE

Musiche di Luigi CANU 

 

 

Evento a cura di

 

 

 

 

 

 

 

http://www.libreriakoine.it

 

 

Presidenza e Studenti del

Liceo Classico

"Domenico Azuni"

 

 

Prof.ssa Donatella Sechi

 

 

“Nell’umiltà della pagina”. La poesia di Lucianna Argentino. Recensione di Antonio Fiori

persefone 

                      Quando la incontro, a Sassari, nel fresco ottobre del 2007, Lucianna Argentino non pare scalfita dalle intemperie della vita. Nata a Roma nel 1962, vanta una discreta produzione poetica e una fitta rete di relazioni e attività nel settore della poesia. E’ redattrice, tra l’altro, del blog letterario Viadellebelledonne, ed è proprio su internet che ho conosciuto alcuni suoi testi e avuto con lei qualche virtuale contatto. Ma trattenendoci a parlare amabilmente, noto che lo sguardo e la parola tradiscono ferite ancora in cura ed urgenze umanissime. L’ascolto e la costringo all’ascolto, quasi in terapeutica e reciproca tortura. Solo dopo leggo il suo dettato, che trovo franco e diretto, vicinissimo al mio sentire la poesia, inalterabile reperto del suo stato, di sobria eleganza e acuta sintassi. Mi riferisco, in particolare, a due sue raccolte: “Verso Penuel” (Prefazione di Dante Maffia, Edizioni dell’Oleandro, Roma – L’Aquila, 2003) e “Diario inverso” (Prefazione di Marco Guzzi, Manni Editori, 2006).

                     

                     Verso Penuel è un viaggio spirituale e poetico, fatto di palpiti e invocazioni (specialmente nella sezione “Il talento di Persefone”, dove gli imperativi d’apertura delle poesie ricordano la prima Patrizia Valduga). L’afflato religioso, ben colto da Dante Maffia in prefazione,  è manifestato dal continuo dialogo con se stessa e con Dio, dalla faticosa strada che ha come meta Penuel, il luogo biblico citato dalla Genesi dove si incontra il volto divino. Luogo non per tutti, poiché è prima di tutto “luogo di lotta”, “dove si cambia nome” ma dove anche “si rimane vivi”, dove la “vittoria è l’accoglienza”. Luogo da meritarsi dopo aver lottato con la vita (laddove è “mio un dolore tutto intero”) ma dove infine può raccogliersi il premio, vedersi il volto, dispiegarsi a pieno la poesia. Ho registrato otto volte la presenza della ‘luce’ (e poi altre parole ricorrenti, ‘voce’,’dolore’, ‘parole’, ‘cose’) all’interno di un verso libero ben curato nelle rime e nelle assonanze – quasi sempre interne e sporadiche, ma sempre ricche di senso.

                         

                     Anche se le parole più frequenti sono quasi tutte le stesse (‘luce’ e i suoi sinonimi sono presenti ben 13 volte), lo scenario di Diario inverso è radicalmente mutato: “Compiuto è l’anno, invertita la rotta…”. L’incomunicabilità, l’impossibile condivisione, i silenzi e le parole che non s’incontrano più, sono i dolorosi oggetti di questa poesia più recente, tre anni dopo il ‘pellegrinaggio’ a Penuel. “Vedo la nuca del suo allontanarsi…” ed  “io sono il bianco e lui il nero” da quando “smise d’essermi amante il suo sguardo” mentre “in lui cercavo una me più esatta”. Ora “canto il diniego, la resa”, addirittura, alla fine “mi manca la poesia”. Questo percorso inverso è un tentativo di salvezza, un esorcismo poetico del vuoto dell’assenza e del pieno del dolore – quasi un diario poetico/analitico dagli esiti positivi, forse insperati.

 

                     Per la poesia di Lucianna Argentino vorrei spendere anche il nome di Margherita Guidacci, per l’atteggiamento dialogico con Dio e per certi esiti e ragionamenti fatti sbocciare dal testo, e vorrei anche sottolineare che il verso nasce e cresce “nell’umiltà della pagina”, con raro e diretto legame al grumo interiore ma anche alla limpidezza, a quella luce cui umilmente aspira.

Antonio Fiori

diario inverso di lucianna argentino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Diario inverso" Lucianna ARGENTINO

Manni, 2006

Pagg. 56, euro 8,00

“U razzismu” di Ignazio BUTTITTA

Emigrante

Era unu di chiddi, e sunnu tanti,
i canuscemu di facci e di pirsuna;
ca partinu ca sorti d’emigranti
ncerca di pani e ncerca di furtuna;
e c’è cu i chiama zingari e cu i chiama
genti du Sud parenti da fami.

Era unu di chiddi du travagghiu
c’havia i manu ricchi e i vrazza sani;
e na ciuccata dintra senza scagghiu
senza muddìchi e né crusti di pani,
e la ciocca aggiuccata cu la vozza
vùncia di chiantu nni li cannarozza.

Era sicilianu e carni nostra
Nunziu Lìcari di Catinanova;
di picciriddu sucava culostra
nta scorcia di sò matri, comu ova;
di granni appi spini e appi chiova
ventu e timpesta e mai un’arba nova.

E da Germania, pi disfiziu e pena,
scrivìa littri d’amuri e di focu:
“Si manciu o bivu agghiuttu vilenu,
semu spartuti ma u me cori è ddocu.
Cca sugnu un straniu, carni senza prezzu,
sùcanu sangu e dunanu disprezzu”.

C’è cu ritorna e c’è cu non ritorna
e lassa l’ossa dintra li mineri;
cu chiudi l’occhi e chiudi li sò jorna
senza li figghi allato e la muggheri;
e c’è cu resta ddà mortu ammazzatu
di manu strania supra u nciacatàtu.

Unu di chisti fu Nunziu Lìcari,
ora a famigghia ci arrivanu l’ossa;
e i picciriddi c’aspettanu u patri
tàliano a casa e ci pari na fossa:
scrivìa littri, e ora a littra è iddu
ammazzatu nnuccenti e a sangu friddu.

Il razzismo

Era uno di quelli, e sono tanti,
li conosciamo di faccia e di persona,
che partono con il destino d’emigrante
in cerca di pane e di fortuna;
c’è chi li chiama zingari e chi li chiama
genti del Sud parenti della fame.

Era uno di quelli del lavoro
che aveva mani ricche e braccia sane;
una covata in una casa senza becchime
senza molliche e senza croste di pane;
e la chioccia accucciata con il gozzo
gonfia di pianto nella strozza.

Era siciliano e carne nostra
Nunzio Lìcari di Catenanova;
da bambino succhiava colostro
nel guscio della madre, come uova;
da grande ebbe spine ed ebbe chiodi
vento e tempesta e mai un’alba nuova.

Dalla Germania, avvilito per la pena,
scriveva lettere d’amore e di fuoco:
“Se mangio o bevo inghiotto veleno,
siamo divisi ma il mio cuore è con voi.
Qui sono un estraneo, carne senza prezzo,
succhiano sangue e mi danno disprezzo”.

C’è chi ritorna, c’è chi non ritorna
e lascia l’ossa dentro la miniera;
c’è chi chiude gli occhi e chiude i suoi giorni
senza i figli e senza moglie vicino;
e c’è chi resta lì morto ammazzato
da una mano straniera sopra il selciato.

Uno di questi fu Nunzio Lìcari,
adesso alla famiglia arrivano le ossa;
e i bambini che aspettano il padre
guardano la casa e gli pare una fossa:
scriveva lettere, ora la lettera è lui
ammazzato innocente e a sangue freddo.
(traduzione di Roberto Roversi)

Il fatto di cronaca
Nella cittadina tedesca di Rosenheim, in Baviera, il lavoratore siciliano Nunzio Lìcari di Catenanova è stato ucciso, domenica scorsa, dal tedesco Bergauer, di 21 anni, che lo ha brutalmente assalito con pugni e calci lasciandolo moribondo sulla strada. L’assassino ha dichiarato alla polizia che non conosceva la sua vittima e che aveva commesso l’omicidio perché si era accorto che si trattava di un italiano. “Io – ha aggiunto – non posso soffrire gli stranieri”.
Il giornale bavarese “Muenchener Mercur” nel riportare l’avvenimento commenta che l’odio razziale, soprattutto contro gli italiani, è alla base del delitto. Nunzio Lìcari era padre di cinque figli e aveva avuto un passato di miseria.
(da Ignazio Buttitta, Il poeta in piazza, Feltrinelli, Milano 1974)

* * *

Questa poesia, ispirata da un fatto di cronaca, fa parte di un gruppo di poesie pubblicate durante l’anno 1972 su Il giornale di Sicilia di Palermo. Il giornale pubblicava una poesia ogni domenica, illustrata da fumetti, e riassumeva il fatto di cronaca avvenuto nella settimana con il titolo Quando il cronista è un poeta.

“La chiusura di siti e blog…”

Copia di boccaverita

“La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile. Il 99% chiuderebbe.
A fronte di questo chiediamo al dott. Levi e al dott. Prodi e al governo tutto di impedire che la legge Levi-Prodi venga approvata così come attualmente formulata e che venga modificata negli art. 2, art.5, art. 6 e art. 7 nonchè in tutti quegli articoli che possano impedire a tutti i possessori di blog presenti su internet di continuare ad operare senza restrizione alcuna come garantito dall’art. 21 della Costituzione Italiana che riguarda la libertà di espressione che tale legge,se approvata comprometterebbe gravemente.”
(Petition to Al governo Prodi was created by Amici di Beppe Grillo and written by Vittorio Cristiano (vittoriocristiano@gmail.com)).

Chi intende firmarla, questo il link:

http://www.petitiononline.com/nolegglp/

“OTTOBRE IN POESIA…”

05-san Nicola Sassari

Per un giorno di versi. Ascoltare, vivere, assaporare la città, come poeti, con i poeti…







COMUNE DI SASSARI – PROVINCIA DI SASSARI
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SASSARI – FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

ARTS TRIBU

presenta
OTTOBRE IN POESIA


da un’idea di Leonardo Omar Onida e Luca Losito
SASSARI
VENERDI’ 19 OTTOBRE 2007

DIREZIONE ARTISTICA: Leonardo Omar Onida
PROGRAMMA:


MATTINO – ORE 10
AULA MAGNA UNIVERSITA’ CENTRALE
LA POESIA AL FEMMINILE
La poesia e la pace – incontro con Giovanna Mulas
La poesia e i luoghi interiori – incontro con Lucianna Argentino
La poesia per l’Amore – incontro con Dale Zaccaria
Poesia e vita – Omaggio ad Alda Merini.
Coordiner� l’incontro e la presentazione Marco Manotta,
docente�di Letteratura Italiana Contemporanea presso
l’Universit� degli Studi di Sassari.
Faranno da "cornice e sfondo poetico" le opere di Luca Noce.
Nell’occasione verr� presentato ufficialmente il 1� concorso letterario
internazionale Citt� di Sassari "L’Isola dei Versi".
Interverr� Giuseppe Serpillo, docente di�Letteratura Inglese
presso�l’Universit� degli Studi di Sassari.






POMERIGGIO – ORE 17
CENTRO STORICO E DINTORNI
POESIA IN MOVIMENTO
Trenta�lettori/poeti si muoveranno per le strade del centro storico della citt�,
rappresentando fisicamente la Poesia, leggendo nei vicoli, nei bar, nei negozi…
In ogni luogo che possa stimolare l’ispirazione del momento e che gli interpreti
sceglieranno per le loro mini performance.
Saranno accompagnati solo da:
– Pergamene, che verranno usate come spartiti,
le cui note suoneranno attraverso la voce, nella declamazione di poesie.
– Uno sgabello che useranno come piedistallo (in stile Speaker’s Corner)
per l’attivazione di una lettura partecipe,
in modo da coinvolgere chiunque si trovi nelle vicinanze.
Osservateli, ascoltate la loro voce, ascoltate la Poesia, non perdeteli di vista…
Saranno riconoscibili, oltre che riconoscenti…






NOTTE – ORE 21
TEATRO "IL FERROVIARIO"
POESIA PER LE STELLE
DeiVersi – Letteratura come spettacolo: recital in cui poesia, musica e danza
si alternano in immagini e letture suggestive, dove la componente della fusione
artistica � un elemento determinante.
Protagonisti di questo segmento la poetessa Giovanna Mulas e Gabriel Impaglione,
poeta argentino, che leggeranno versi, brani e liriche con l’accompagnamento
del chitarrista Natale Murru, le movenze poetiche della danzatrice Franca Pani
e il talento del giovanissimo pianista Mauro Albero Murgia.


La Suggestione del Buio… – Frammento teatrale poetico tra Mario Benedetti
e Pablo Neruda. Il viaggio, l’attesa, le donne, Arianna, Medea, Didone, Penelope,
a cura della Compagnia delle Arti. Regia di Luca Losito.
Celebri poesie e pensieri per la notte accompagnati alla chitarra da Salvatore Delogu.
Elementi coreografici di questo segmento saranno la presenza e fisicit�
del "Neutro" teatrale e le bambole "Donna-Bambina-Donna" di Carlotta Usai.


Musica per il cielo – Omaggio a Alda Merini
Un contributo filmato dedicato alla poetessa con la sua voce, immagini e suoni
per raccontare il suo mondo, con contributi di Giovanni Nuti e Valentina Cortese.


Quest’ultima parte della manifestazione ha una quota d’ingresso di 10 euro.
Ad ogni spettatore verranno consegnati in omaggio�due buoni�per ritirare
due sim card prepagate�contenenti un totale di 10 euro di traffico telefonico
presso Biagio Giordanelli – Via Dei Mille 1/b.


INFORMAZIONI
ArtsTribuInfoLine: 346.0975646