“U razzismu” di Ignazio BUTTITTA

Emigrante

Era unu di chiddi, e sunnu tanti,
i canuscemu di facci e di pirsuna;
ca partinu ca sorti d’emigranti
ncerca di pani e ncerca di furtuna;
e c’è cu i chiama zingari e cu i chiama
genti du Sud parenti da fami.

Era unu di chiddi du travagghiu
c’havia i manu ricchi e i vrazza sani;
e na ciuccata dintra senza scagghiu
senza muddìchi e né crusti di pani,
e la ciocca aggiuccata cu la vozza
vùncia di chiantu nni li cannarozza.

Era sicilianu e carni nostra
Nunziu Lìcari di Catinanova;
di picciriddu sucava culostra
nta scorcia di sò matri, comu ova;
di granni appi spini e appi chiova
ventu e timpesta e mai un’arba nova.

E da Germania, pi disfiziu e pena,
scrivìa littri d’amuri e di focu:
“Si manciu o bivu agghiuttu vilenu,
semu spartuti ma u me cori è ddocu.
Cca sugnu un straniu, carni senza prezzu,
sùcanu sangu e dunanu disprezzu”.

C’è cu ritorna e c’è cu non ritorna
e lassa l’ossa dintra li mineri;
cu chiudi l’occhi e chiudi li sò jorna
senza li figghi allato e la muggheri;
e c’è cu resta ddà mortu ammazzatu
di manu strania supra u nciacatàtu.

Unu di chisti fu Nunziu Lìcari,
ora a famigghia ci arrivanu l’ossa;
e i picciriddi c’aspettanu u patri
tàliano a casa e ci pari na fossa:
scrivìa littri, e ora a littra è iddu
ammazzatu nnuccenti e a sangu friddu.

Il razzismo

Era uno di quelli, e sono tanti,
li conosciamo di faccia e di persona,
che partono con il destino d’emigrante
in cerca di pane e di fortuna;
c’è chi li chiama zingari e chi li chiama
genti del Sud parenti della fame.

Era uno di quelli del lavoro
che aveva mani ricche e braccia sane;
una covata in una casa senza becchime
senza molliche e senza croste di pane;
e la chioccia accucciata con il gozzo
gonfia di pianto nella strozza.

Era siciliano e carne nostra
Nunzio Lìcari di Catenanova;
da bambino succhiava colostro
nel guscio della madre, come uova;
da grande ebbe spine ed ebbe chiodi
vento e tempesta e mai un’alba nuova.

Dalla Germania, avvilito per la pena,
scriveva lettere d’amore e di fuoco:
“Se mangio o bevo inghiotto veleno,
siamo divisi ma il mio cuore è con voi.
Qui sono un estraneo, carne senza prezzo,
succhiano sangue e mi danno disprezzo”.

C’è chi ritorna, c’è chi non ritorna
e lascia l’ossa dentro la miniera;
c’è chi chiude gli occhi e chiude i suoi giorni
senza i figli e senza moglie vicino;
e c’è chi resta lì morto ammazzato
da una mano straniera sopra il selciato.

Uno di questi fu Nunzio Lìcari,
adesso alla famiglia arrivano le ossa;
e i bambini che aspettano il padre
guardano la casa e gli pare una fossa:
scriveva lettere, ora la lettera è lui
ammazzato innocente e a sangue freddo.
(traduzione di Roberto Roversi)

Il fatto di cronaca
Nella cittadina tedesca di Rosenheim, in Baviera, il lavoratore siciliano Nunzio Lìcari di Catenanova è stato ucciso, domenica scorsa, dal tedesco Bergauer, di 21 anni, che lo ha brutalmente assalito con pugni e calci lasciandolo moribondo sulla strada. L’assassino ha dichiarato alla polizia che non conosceva la sua vittima e che aveva commesso l’omicidio perché si era accorto che si trattava di un italiano. “Io – ha aggiunto – non posso soffrire gli stranieri”.
Il giornale bavarese “Muenchener Mercur” nel riportare l’avvenimento commenta che l’odio razziale, soprattutto contro gli italiani, è alla base del delitto. Nunzio Lìcari era padre di cinque figli e aveva avuto un passato di miseria.
(da Ignazio Buttitta, Il poeta in piazza, Feltrinelli, Milano 1974)

* * *

Questa poesia, ispirata da un fatto di cronaca, fa parte di un gruppo di poesie pubblicate durante l’anno 1972 su Il giornale di Sicilia di Palermo. Il giornale pubblicava una poesia ogni domenica, illustrata da fumetti, e riassumeva il fatto di cronaca avvenuto nella settimana con il titolo Quando il cronista è un poeta.

10 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 23 ottobre 2007 at 3:02 pm

    L’opera di Buttitta è nota ma non come dovrebbe sssere nella nostra (I)italia. La cronaca non è che l’iceberg di una storia infinita di popoli migranti che peggio degli ebrei non hanno asilo e non vengono riconosciuti per quello che sono ovvero esseri umani.
    Michele

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 23 ottobre 2007 at 10:47 pm

    E’ proprio così, Michele. Grazie per il passaggio.
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by abend6 on 24 ottobre 2007 at 1:53 pm

    Le storie vere hanno il sapore del già sentito. Ma nella poesia di Ignazio Buttitta c’è tutta l’amarezza, l’inquietudine di una società che non è mai stata all’altezza di garantire alle persone comuni una dignità se non a prezzo di morti e morti ammazzati.
    Luisa

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 24 ottobre 2007 at 5:51 pm

    E’ vero, Luisa, e quando si sogna una società e una politica a misura d’uomo si viene presi per ingenui o per comunisti. Effettivamente, c’è chi non ha bisogno di emigrare, ché si trova benissimo dove sta, non avendo nulla di cui lamentarsi, se non degli “stupidi piagnistei di chi non ha ancora imparato a vivere”.
    Grazie, un caro saluto.
    Gianni

    Rispondi

  5. Posted by PannychisXI on 25 ottobre 2007 at 11:03 am

    Lo stupore di Nunzio nella morte. L’ultima memoria, picchiata, a chi lo aspettava. Fa bene a tutti sapere e ricordare che cos’è la vera povertà, prima dei nostri sciocchi lamenti.

    Rispondi

  6. Posted by 1Nuscis on 25 ottobre 2007 at 10:38 pm

    Vero, Savina.
    Il povero fa male vederlo; in lui si rispecchia la nostra cattiva coscienza, oltre che la paura della perdita, della precarietà. Ma dice Giobbe (richiamato su “Giobbe” di Salvatore Mannuzzu -Edizioni Della Torre, 2007). “Nudo uscii dal seno di mia madre,/e nudo vi ritornerò…” Una verità semplice e profonda al tempo stesso, che bisognerebbe non dimenticare mai.
    Ciao. Gianni

    Rispondi

  7. Posted by anonimo on 1 novembre 2007 at 8:32 am

    e’ la storia dell’umanità che si ripete,nei secoli.
    Anche se qui, il senso,assume dei connotati storici e di cronaca che in parte lo ingabbiano,forse limitandolo.
    ciao gianni,questa mia idea già la conosci
    margherita

    Rispondi

  8. Posted by 1Nuscis on 1 novembre 2007 at 11:06 am

    Sì, Margherita, il contesto non va certo ignorato, ma bisogna pure astrarne, andare ai valori e ai sentimenti che ancora sanno scuoterci e indignarci, facendo sentire la nostra voce o aderendo almeno dentro di noi al grido di rabbia, nel frastuono o nell’oblio.
    Un caro saluto
    Giovanni

    Rispondi

  9. Posted by anonimo on 8 dicembre 2008 at 3:39 pm

    qualcuno conosce la poesia madre tedesca di buttitta?non riesco a trovarla..grazie..

    Rispondi

  10. Posted by 1Nuscis on 9 dicembre 2008 at 9:12 pm

    No, purtroppo. Chissà che qualche estimatore di Buttitta, di passaggio, non legga la tua domanda e ti risponda…

    Rispondi

Rispondi a 1Nuscis Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: