“Quello che resta” Giuliano GRAMIGNA

tram

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Un buco non vale l’altro. – Non si cali
nel primo che le si apre sotto
come una botola di teatro tanto per andare giù.
Non c’è nessun giù. Stia in superficie
la superficie è tutto ciò che conta –
Cerca una rima per l’udito
la vista ormai è persa.
Solo una cosa dileguata
e che poi risfori con il guizzo
di un salmone gli darebbe calma.
Ma la superficie inattaccabile…
“Mancano anche i segni d’interpretazione”

*

Come vivere nella città senza queste care presenze?
bucano all’alba nebbie e averse
con ciglia di fuoco
traballanti intirizzite ospitali;
ma quando nelle terse mattine
della primavera alzando stormi di foglie
dalle ruote – eccoli come sono
convogli stampati di nitore
splendidi di lontano in fondo a una lente
tram misericordi! prorotti dal niente,
ce ne avvisa l’odore
di ferro caldo vernice verbena
su su dai viali defunti
di Casalecchio revenants indomabili –
prima che dalla svolta appaia il viso camuso
arancione (o verde?) col numero degli anni
che restano da vivere.

*

Miei libri belli in ordine
o ammonticchiati
chissà se vi rivedrò mai più.
Al momento di uscire
sento il morire
perdo il senso
per un istante di essere posseduto
di possedere. Io via
voi brucerete solitari
nella canicola; brucerete
senza di me. Meglio riposare
in un prato come nembi di fogli
vagabondi all’infinito.

*

Chi turbinava via pedalando “senza mani”
sotto gli alberi dell’Arena?
Biciclette come Ofelie e Gilberte
fra caproni e sereni
(scritti con la maiuscola
perché nomi non umani ma di ere
poetiche).
Faci immaginarie
ardono sulle lamiere
dei tram in corsa.
dietro i cartelloni di Armani
appariranno voli di otarie
come venissero dal cielo.
Se l’afa già estiva deprime
a chi servirà mai tanto spreco di rime?

*

La visita a Ezra

Non the Old Maestro
enobarba enorme egoista e sublime
intorno cui si affollavano a rispettosa distanza
gli stupidi ragazzini intimiditi
-che fu amato da Olga-
ojos claros in un arruffio di pel rosso
e scrivo come in un testamento
temendo che non passerò la notte
Ho inciampato due volte per le strade di Milano
e una voce mi dice
Nun me fa’ la terza
Ezra appuntò i nostri nomi
rispettosamente su cartoncini colorati
che ci innalzavano (non lo sapevamo)
al suo paradiso
e non osavamo articolare
il nostro inglese di scolari
Lui venuto in pigiama e pantofole heroico
A passi sbiechi per il corridoio
A farci fare il sogno
d’incontrare la poesia. Come camusi! Come sciocchi!
ignari di ciò che saremmo stati anzi non saremmo
Mai stati quantités négligeables
Che mancavano al conto

(ora so che quel pomeriggio
È un cardine della mia vita)

*

Sono felice mi manda a dire
(o almeno io leggo così quel suo verso).
Ma non mi rallegro
lo invidio lo detesto
perché non è ottenebrato
come me.
Mi vergogno di queste righe
non perché siano belle o brutte
ma perché cade anche l’acre
resistenza alla emozione.
Non è una storia tragica e asciutta
ma l’insopportabile guaito
della bestia domestica.

“Quello che resta” Giuliano GRAMIGNA
Mondadori, 2003
Collezione Lo Specchio

Giuliano Gramigna (Bologna, 1920 – Milano, 2006). Critico letterario del “Corriere della Sera”, è poeta (“Robinson in Lombardia”, 1967; “Il terzo incluso”, 1971; “L’interpretazione dei sogni”, 1978; “Es-o-Es”, 1980; “Annales”, 1985; “Coro, 1989; “L’annata dei poeti morti”, 1998), narratore (“Marcel ritrovato”, 1969; “L’empio Enea”, 1972; “La festa del centenario”, 1989) e saggista (“Il testo del racconto”, 1975; “Il gran trucco”, 1978; “La menzogna del romanzo”, 1980; “Le forme del desiderio”, 1986). Tra le altre cose, è stato collaboratore della rivista “Anterem” e membro del Comitato d’onore del Premio Lorenzo Montano, scrivendo per diciassette anni le prefazioni alle opere vincitrici della sezione dedicata alle raccolte inedite.

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