“DI QUINTA IN QUINTA” di Antonio PIBIRI

Turi Volanti - Caduta-degli-dei

Nursery

 

si deve ancora cadere e ricadere

e capitombolare dentro la caduta

prima d’essersi rialzati

sul riavuto regolare respiro?

 

poi ricordo che la lenta peristalsi

spinse la parola fin sull’orlo della bocca,

 

più di una, e rimasero a lungo

le parole col corpo riverso e assorto,

corvidi sdraiati sulla schiena.

 

scelsi di prenderle per mano

                             posarle

sulle ali di colomba del quaderno

         aperto come braccia al sole

 

attese ai vetri della convalescenza.

 

 

*

 

 

Vantaggi secondari

 

alla fiamma che da una fenditura

del terreno s’erge accosti le mani

nella notte del peggior inverno,

come dire che all’inferno almeno

c’è da scaldarsi, spiritato falò,

nido, riparo, amnio tra i liquami

che nonostante freno e pioggia perduta.

 

*

 

TRATTO DA “IL MONDO CHE NON CAMBIA”

 

va meglio così? forse, fissando una scadenza:

porta che sai aprirti all’anelito evasivo,

come ai primi pollini che col cambio di stagione

ti fanno starnutire.

ora va meglio, contrafforti alle dighe degli occhi.

tutti i diavoli nel canneto per quanto molesti

non possono spaesarti dal centro, dal “certo”

o confonderlo, confonderti. ma troppe altre cose

ahimé hanno in se il potere di farlo.

tu, e tu, e tu, e tu che non sai. e voi che non sapete

quando ciò che è in seno risorge e con le sue

manine di bimbo tutto afferra, predace.

non sapete quando le corde spaghetti scotti

tornano a tendersi su un guscio di risonanze

e le dita piccoli imbuti.

esci di casa in tutta fretta. suderai in fronte.

che bisogno c’è? perché è una giornata

insolitamente calda e la pagina bianca

inizia a tingersi di parole, vernice fresca.

le mamme lungo la strada sono le più belle.

ti fanno dimenticare il poligono di tiro.

a coppie i nastri rossi sulle transenne s’arcuano

al vento, bretelloni tesi da pollici ilari.

ma non sembrano divertirsi gli operai

tra colate di catrame e scavi aperti.

non luccicano di sudori e non li incalza

un’ampia falcata verso lontane destinazioni.

stare. lavorare…

sui fondali sabbiosi uno sparide

cambia di continuo direzione prima di scomparire

via, libero nel liquido vincolo.

tendi un soldo ad un mendicante.

sai che lei che sta accanto

non approva, e non perde occasione

per espettorare

il sarcastico disappunto. sciocca che ama

solleticare il suo clito cogitante ed ha una parola

a sproposito per ogni cedimento del cuore

senziente.

lo tieni in borsetta, forse, il cuore, quella così

spiritosa

e quasi infantile…

ma i bambini hanno occhi increduli

per chi giace per terra

nel grande emporio che si snoda per le vie,

sangue che irrora l’intero organismo,

incensato eco-sistema

in cui vinti e avvinti fiumano.

 

*

 

                                                               Ad A. Rosselli

GATTI D’ACQUA DOLCE

 

e tempeste scalciano spruzzi di schiuma

lungo le corsie, alla luna offesa,

dei cronicari…

Amelia, Amelia con carta e penna

legata all’albero della follia

da marinai senza divisa,

ma se tutto è velato di mondo

cosa affocavi

                      dall’oculare tuo azzurro tondo?

 

*

 

                                                           a mia madre

BUFERA IN CLESSIDRA

 

madre perduta, di già perduta,

una vela di sabbia

                              scorre

lungo il suo braccio che s’erge

 

nel vento stentòreo,

 

                             prima un richiamo

d’avorio, di già filo d’eco

un grano prossimo a sparire

alle diottrie,

                    sviste del cuore.

 

*

 

L’ANIMA DI MARINA*

 

Come un malessere che inclina i piani

piaga egizia la nube di locuste

accarna i vitelli ossuti

da dietro le persiane.

 

l’occhio franto da campane di sole,

che a tutta forza suonano abbagli

colmando i riquadri.

 

sfilano in fantasie  di coriandoli

strascichi di barattoli vuoti

metallici riflessi alle allodole.

 

gincana tra le corde d’arpa è l’anima,

che s’apparta nella quiete pallida

della stessa sua veracità,

pietra di luna** nubile.

 

 

*Allude ad un’opera per voce e orchestra della compositrice russa Sofia Gubaidulina, sul testo di Marina Cvetaeva: “L’ora dell’anima”.

 

** Pietra di  luna-adularia una varietà minerale di ortoclasio,

trasparente con una leggera torpidità dai riflessi “Vaganti”.

 

*

 

                                                                 chi abiterà una lingua

                                                                 essa, essa lo uccide!

                                                                              M. A. Bedini

 

SORTE DEL PAROLAIO

 

pari ad un fantasma da nessun rito evocato

talora s’entusiasma di parole,

pur non dicendo niente.

ne segue con la coda dell’occhio lo svolìo

che non apre gorghi lungo le tempie.

 

e finisce pure che di lì a poco

gli si abbattono sopra in forma di pioggia,

le sue emissioni vocali, legami deboli

intorno ad un viraggio distratto di teste,

 

e pur essendo acqua non trattengono il calore,

il colore pirotecnico

                                nel suo ricadere triste.

 

 

 

Antonio PIBIRI

DI QUINTA IN QUINTA

Magnum-Edizioni, Sassari 2007

Prefazione di Antonio Fiori

 

 Prefazione di Antonio FIORI

   

“…un avvenire che non arretra/ ma prende, schivando vanto e placcaggi,/ i corpi / volentieri come offerte ”.Questi versi rappresentano bene il sofferto rapporto dell’autore con il vita, il futuro, il divenire  quotidiano.  In “Padre e Figlio” è scontro senza incontro (con scena da duello – “schiena contro schiena” – ma  senza “incontrarsi mai”).  In “Dopo il naufragio” “non rimangono altro che bolle/ in superficie con te che coli a piombo”. E ancora, emblematicamente, è forse il poeta quel “Mosè infuriato” che  corre giù dal monte/ per farsi martire nella folla in festa”. Colpisce lo sforzo immaginifico, l’originalità degli esiti,  la padronanza delle parole e la capacità di sentirne davvero il suono. Quella di Antonio Pibiri è una poesia che nasce certo dal dolore, fortemente legata al vissuto personale ma è nel contempo una poesia densa e sapienziale, capace di neologismi (“rameschi”) ed erudite ma pertinenti citazioni (l’Ofelia di Everett Millais, il Minotauro). Il poeta riesce a rendere favolistica e improbabile anche la realtà, come nel titolo “Gli allevatori di farfalle”, che ho poi scoperto esistere davvero ma che in questo clima poetico sembrano l’ennesimo frutto dell’immaginazione.

    L’autore stesso ci spiega il titolo – “Di quinta in quinta” – con il doppio riferimento alla scrittura musicale e alla quinta teatrale, dietro la quale si preparano gli attori all’entrata in scena.  Anche se smentite dalle apparenze, queste poesie nascondono un afflato recitativo, più spesso oracolare. E tutte confermano la matrice psichica profonda, un continuo congetturare, un’indecifrabile ma tangibile immanenza.

    In “Rampe di cielo”: “io dormo solo, e insceno come te/il punto esatto dove mi interrompo” . In “Ricorsi ignoranti”: “uno sbadiglio di lacrime che trema/in rivoli i sigilli, da incrociate spade/protetti, quanto basta/ al sospetto che ogni scienza è lì/ pronta a fallire”. Vorrei citare, ancora testualmente, “Gatti d’acqua dolce”, uno dei più begli omaggi che abbia letto ad Amelia Rosselli: Amelia, Amelia con carta e penna/legata all’albero della follia/da marinai senza divisa”. Altri testi notevoli sono “Nursery” (nascita della poesia nella convalescenza del corpo), “Silenzio del cuore” (dove si confrontano cadute e si chiude con grido di gabbiano), “Istruzioni per l’uso” (pregevole metafora dell’amore), “Randez-Vous” (incontro e non incontro che ricordano il cinema e la filosofia di Truffaut) e “Antipoesia” (elegante provocazione in due terzine). Una poesia ricca di un poeta autentico, di cui sentiremo parlare.

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4 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on 16 novembre 2007 at 5:19 pm

    ” Colpisce lo sforzo immaginifico, l’originalità degli esiti, la padronanza delle parole e la capacità di sentirne davvero il suono”, così dicevo nella prefazione a ‘Di quinta in quinta’, silloge d’esordio di Nello Pibiri. E a proposito di due dei testi qui citati: “Nursery” è “nascita della poesia nella convalescenza del corpo “; in “Gatti d’acqua dolce, c’è “uno dei più begli omaggi che abbia letto ad Amelia Rosselli: “Amelia, Amelia con carta e penna/legata al/albero della follia/da marinai senza divisa” ”
    Grazie a Giovanni per averne proposto la lettura
    Antonio Fiori

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 17 novembre 2007 at 11:27 pm

    Grazie a te, Tonino, per il richiamo della tua attenta prefazione al libro di Antonio Pibiri.
    Gianni

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 21 novembre 2007 at 10:21 pm

    “Di quinta in quinta” , lascia pensare ad uno spazio intermedio, luogo di riparo e di protezione,ma anche confine dal quale il poeta fa emergere la sua esperieza umana: la ricerca di una dimensione di cui è alla ricerca, il futuro che incalza verso il quale bisogna avviarsi,le relazioni affettive nei richiami come figlio ed uomo.
    leggere questo post mi da l’opportunità,di rifare i complimenti a Antonio Pibiri e salutare Gianni ed Antonio Fiori
    margherita rimi

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 21 novembre 2007 at 11:39 pm

    “…la ricerca di una dimensione…”

    Vero, Margherita. In questa buona prova di Antonio si intuiscono aperture ancora inapprodate, corde non ancora vibrate al pieno delle loro possibilità.
    Grazie, un caro e affettuoso saluto.
    Gianni

    Rispondi

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