“La fede e la paura” di Salvatore MANNUZZU

Georges de La Tour  Giobbe deriso dalla moglie

In onda sul blog La Poesia e lo spirito

La fede e la paura. Lei scrive che “l’antitesi della fede è la paura, più ancora del dubbio”.

Il dubbio è nella natura delle cose di cui stiamo parlando. Io però gli sono particolarmente affezionato: oltre la sua misura logica. Quando scrivo mi viene di partire dall’oscurità, da ciò che so. Forse una storia si può raccontare in due modi: partendo da ciò che si sa o partendo da ciò che non si sa. Io parto sempre da ciò che non so. Non tanto per mia scelta, quanto proprio per come sono diventato. E’ difficile non essere se stessi; guai se si cerca di imbrogliare le carte. Non dico che ci si deve accettare, ma insomma… almeno ci si deve adoperare, per quello che si è e non per quello che non si è.
Chiudiamo la digressione, lei mi domanda della fede e della paura. La fede è gioia, una fede vera, coerente, non può che essere gioia. Se uno crede in Dio gli deve bastare (e avanzare, traboccando: “Io non sono solo, perché il Padre è con me”, Vangelo di Giovanni). Il fatto che non gli basti è segno che la sua fede non è salda, non è piena. Ricordiamo Gesù nell’orto dei Getsemani? Il tentatore, dopo i quaranta giorni del deserto, gli ha dato appuntamento lì: e uno dei suoi argomenti, lì, è la paura. Ma Gesù vince la paura, con sudore di sangue, mettendosi nelle mani del Padre.
Così anche noi se avessimo fede non dovremmo cedere alla paura. Ci dovremmo mettere nelle mani del nostro Dio e lasciargli fare di noi quello che vuole, essendone felici. Io guardo in particolare all’esempio d’una santa che mi è cara, la piccola Teresa di Lisieux. Alla fine della sua breve vita si è messa nelle mani di Gesù, s’è lasciata fare da lui ciò che voleva.
Ma per noi che santi non siamo, la paura è una tentazione continua. La paura come sconfitta del dubbio, resa del dubbio all’oscurità totale, al nulla. Il dubbio mantiene un rapporto – un dilaniante rapporto – con la verità. La paura tende a cancellare una volta per tutte questo rapporto: vuol impedirci di continuare a cercare. Io provo paura sempre più spesso e sempre di più: questo in cui viviamo mi sembra un mondo terribile. Benché io non sappia se ci siano mai stati mondi migliori. […]

Per non cedere alla paura Gesù prega…

La parola ha una radice etimologica parente della parola latina “precarius”: “ottenuto per favore”, “dipendente dalla volontà altrui”, in senso traslato, “incerto”, “malsicuro”, “precario” appunto. Si prega perché si versa in condizioni precarie, perché ci si sente vacillanti, sospesi nel vuoto, al buio, privi di amore quando invece si ha un tremendo bisogno di amore e di luce. Le sofferenze, le prove che ci fanno sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo, Dio ce le manda per aiutarci per chiamarci a sé. Così lui ripulisce i tralci di vite che noi siamo, perché diamo più frutto, dice il Vangelo di Giovanni. La letteratura è la presa d’atto, in modi specifici, del nostro comune stato di precarietà e incompletezza. In quei modi specifici, quindi è anche una sorta di preghiera.

(Da: Discorso d’addio – Intervista a cura di Costantino Cossu)

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Salvatore MANNUZZU – “GIOBBE”
Edizioni Della Torre, Cagliari 2007
*

*Il libro contiene la lectio magistralis, incentrata sulla figura di Giobbe, tenuta da Salvatore Mannuzzu all’Università di Sassari nel 2004 in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Lettere e filosofia, oltre a due interviste (di Costantino Cossu e di Maria Paola Masala) e altri scritti e poesie.

Nota biobibliografica

Salvatore Mannuzzu, narratore e poeta, è nato a Pitigliano nel 1930 e resiede a Sassari. E’ stato magistrato e deputato per tre legislature.
Ha pubblicato le seguenti opere:
Procedura (Einaudi, 1988)(PremioViareggio e Dessì )(Romanzo)
Un morso di formica (Einaudi, 1989) (Romanzo)
La figlia perduta (Einaudi, 1992)(Racconti)
Le ceneri del Montiferro (Einaudi, 1994) (Romanzo)
Il terzo suono (Einaudi, 1995) (Romanzo)
Corpus (Einaudi, 1997) (Poesie)
Il catalogo (Einaudi, 2000) (Romanzo)
Alice (Einaudi, 2001) (Romanzo)
Le fate dell’inverno (Einaudi, 2004) (Romanzo)

3 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on 27 novembre 2007 at 7:40 am

    Il libro di Salvatore mi interessa molto: per la serietà dell’approccio e per la radicale diversità rispetto alle posizioni alle quali sono arrivata, forse mio malgrado, io. Credo di capire cosa significhi “paura come antitesi della fede”. Credo che in queste parole sia contenuta la storia di ogni formazione spirituale autentica. Penso che ogni storia sia a sè. Io sono approdata, dopo un lungo percorso, a posizioni radicalmente “laiche” e ho scoperto, con sorpresa, che quella paura originaria si dissolveva proprio così, creando spazi inattesi per la serenità, per il dialogo e per la stessa spiritualità. Credo che la paura – come la disperazione di Heidegger – sia sempre il frutto di una sproporzione tra reale e possibile, tra finito e infinito. Le due componenti abitano in noi ed emulsionarle è impossibile: bisogna scegliere. Ho un grande, grande rispetto per chi sa ancora pregare. Il “partire da ciò che non si sa”, di cui parla l’autore, mi ha ricordato la voce di grandi testi mistici come la “Nube della non conoscenza” dell’anonimo, o certi passaggi della “Pesanteur”. E’ vero, non si può non essere se stessi, e proprio per questo ciascuno ha la propria irripetibile via per sconfiggere la paura. La via laica trova più giusto partire sempre da ciò che sa, dalla luce, anche se fosse pochissima e fioca: ma se è laica davvero – laica, non laicista!! – avrà sempre un grande rispetto per l’altra via, quella che osa avventurarsi nel buio. Buon viaggio e complimenti, Salvatore: che la tua via coraggiosa possa essere d’aiuto anche a chi ha scelto di fermarsi, con l’unica piccola lanterna in dotazione dalla natura, alle soglie del buio. Ciao.alessandra.

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  2. Posted by 1Nuscis on 27 novembre 2007 at 5:36 pm

    Ciao Alessandra. Non so dirti se l’autore frequenti Internet: sarebbe bello se intercettasse il post e intervenisse in risposta al tuo commento. Il suo libro, Giobbe, è da leggere: le interviste, certo, ma anche e soprattutto la lectio magistralis dedicata a Giobbe. Punto nodale del discorso sono queste parole di Giobbe: “Se da Dio accettiamo il bene perché non dovremo accettare il male?” Per giungere alla domanda focale, nel discorso della fede, e cioé perché Giobbe, dopo le disgrazie subite, dovrebbe continuare ad amare Dio. E si chiede Mannuzzu se può esistere “negli uomini l’amore gratuito fuori dalle aspettative d’una controparte.” Una riflessione, la sua, che si articola in una trentina di pagine.

    Mi sembra davvero centrale questo punto in quanto, a ben vedere, un atteggiamento di accettazione della vita “così com’è” è acme di fede quanto di saggezza ampiamente intesa (pensiamo al Buddha). Il superamento di ogni dicotomia (male/bene, giusto/ingiusto etc) all’interno di un’armonia imperscrutable – e intuibile e accoglibile per mezzo della fede – lo ritengo un punto di arrivo a prescindere.
    Ciò premesso, quanto alla paura sono d’accordo con te: ne è all’origine – sempre – un gap “tra reale e possibile”, tra il sogno e l’ideale e il reale.
    Su quanto dice Mannuzzu mi convince appieno anche quel partire da ciò che non si sa – in palese controtendenza a quanto molti dicono che si debba parlare solo di ciò che si sa – ottima metafora, tra al’altro, del nostro umano e inesausto cercare.
    Grazie, Alessandra.

    Giovanni

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  3. Posted by anonimo on 16 dicembre 2007 at 9:43 pm

    Caro Giovanni, mi piacerebbe mettermi in contatto con Salvatore. Comunque comincerò a procurarmi il libro. La teologia è stata il mio primo amore da quando, a quindici anni, fui folgorata dalla lettura di Hans Kung e Teilhard de Chardin. Poi la poesia ha fatto il resto…ma questo percorso di Salvatore m’interessa moltissimo. Se lo senti, salutalo per me. alessandra.

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