Archive for dicembre 2007

Auguri di buon anno agli amici e ai visitatori di questo blog

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  “L’anima nasce vecchia e diventa giovane” sosteneva Oscar Wilde contrariamente al “corpo che nasce  giovane e diventa vecchio…”.

    Anche se con un poco di tristezza, ho un sospiro di sollievo oggi 31 dicembre quando tra qualche ora mi volterò indietro guardando poi avanti, oltre l’imperscrutabile soglia del nuovo anno.

    Il tempo serve a non scordarlo e non di meno a superarlo, come bambini in un’immensa casa, presi solo dal gioco. Ma il tempo di un adulto non è il loro; cosa augurarsi, allora – oltre la buona salute e la serenità per sé e i propri cari e per tutti – se non di continuare il gioco nella ridotta casa dell’infanzia? Sapendolo ancora ignorare, il tempo, se è il caso, come il terreno di una lunga rincorsa per il volo verso nuove mete, o le stesse, fedelmente.

   

  http://it.youtube.com/watch?v=c5IIXeR5OUI&feature=related                                                                                                    

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La morte di Peppino Marotto

    Non conoscevo Peppino Marotto. Ciò che so, l’ho appreso dai giornali, con dispiacere. Un delitto  che lascia sgomenti, per l’età della vittima (ottantadue anni), per il modo in cui è stato ucciso,  per ciò che egli rappresentava per la comunità in cui viveva, per la sua vita dedicata alla difesa  dei più deboli quale militante sindacale nella CGIL, ancora attivo, col suo impegno nel patronato. Un simbolo, dunque, nell’isola e nella sua Orgosolo spesso ferita, in passato, da delitti efferati e dal pregiudizio che proprio uomini del suo valore hanno saputo riscattare. (Da quelli come lui, ora, da chi davvero lo ha amato – e *sa* chi lo ha ucciso – ci si aspetta la più autentica anche se dolorosa prova di balentìa: fare il nome dell’assassino, anche se fratello, cugino, amico o conoscente. Meglio una giustizia non sempre giusta, all’ingiustizia di lasciare un’infamia del genere impunita: il peggiore oltraggio che si possa fare a uomini come Peppino Marotto.) 

    Peppino Marotto era però anche un poeta, ho avuto modo di apprendere, che esprimeva con coraggio e umanità il suo sentimento e il suo sguardo sul mondo: le parole che ci lascia, per questo, resteranno, e aleggeranno e fioriranno in quelle di altri, dopo di lui. Possa egli riposare in pace.

gn

“La resistenza dei fatti” Titos PATRIKIOS (Atene, 1928)

Titos Patrikios

Su "La poesia e lo spirito"

Da Ritorno della poesia – 1948-1951

Gli amici

Non il ricordo degli amici uccisi
a straziarmi le viscere.
E’ il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.

*

Da Anni di pietra – 1953-1954

I versi, I

I versi sono come i figli.
Crescono nelle viscere con rumori segreti,
soffrono dentro di te, si ammalano,
poi inaspettatamente si fanno grandi,
un giorno ti si rivoltano contro,
contro di te che hai dato loro la vita,
finché se ne vanno per sempre
e non sono più soltanto tuoi.

*

Da Fine dell’estate – 1953-1954

VI

Io non sono quello che vedi, quello che conosci
non sono solo quello che dovresti imparare.
Devo a qualcuno ogni brandello della mia carne,
se ti tocco con la punta del dito
ti toccano milioni di persone,
se ti parla una mia parola
ti parlano milioni di persone –
riconoscerai gli altri corpi che danno forma al mio?
ritroverai le mie orme tra miriadi di altre impronte?
distinguerai i miei gesti nella marea della folla?
Io sono anche quello che fui e che più non sono –
le mie cellule morte, le mie azioni
morte, i pensieri morti
di notte tornano a dissetarsi nel mio sangue.
Io sono quello che non sono ancora –
dentro di me martella l’impalcatura del futuro.
Sono quello che devo diventare –
Intorno a me gli amici esigono, i nemici vietano.
Non cercarmi altrove
cercami soltanto qui
soltanto in me.

*

Da Tirocinio – 1956-1959

Professione paterna: attore

Ah, se tu potessi ancora prendermi per mano
tirarmi fuori da questo budello
dove la gente annusa carne umana,
potessi portarmi come allora in spiaggia
sotto gli edifici delle colonie per bambini,
quando ti aspettavo per lamentarmi
o dirti almeno che la sorvegliante
si teneva i dolci che tu mi portavi,
e invece guardavo affascinato
le tue scarpe nuove alla moda.
Padre, tu non hai mai saputo
in quale inferno mi avevate messo,
quello che mi facevano gli altri bambini
tutto il giorno mi chiamavano “attricetta”,
e io, soffocando le lacrime, me la prendevo con te
con Dio, con tutti, con te che non avevi
un lavoro come si deve, o meglio ancora un ufficio.
Mi vergognavo del tuo mestiere
come ora ne vado fiero, ora
che ogni mattina muovo per l’ordinaria schiavitù
del mio insignificante ufficio.

*

Debito

Tra tutta questa morte che è venuta a viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpì l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Così, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.

*

Da Tirocinio, ancora – 1959-1962

Segnali stradali

Nasciamo e moriamo con un bacio,
l’intero corso della vita è segnato da baci
di affetto e tradimento, d’amore e disperazione,
da semplici incontri con persone.

Nasciamo e moriamo con un pezzo di carta,
anagrafi alle due estremità della vita, e in mezzo
documenti amministrativi,
dossier delle più varie polizie,
attestati di promozione e mandati di cattura.

Nasciamo e moriamo nudi.

*

Da Specchi opposti – 1988

Versi, 3

Nessun verso può rovesciare i regimi
Avevo scritto anni prima
E ancor oggi me lo rinfacciano.
Ma i versi assolvono alla loro funzione
mostrano i regimi, dicono il loro nome
anche quando cercano di abbellirsi
di rinnovare un poco la vetrina
di cambiare denominazione e insegna.
I versi, anzi, qualche volta sorprendono
i leader in posizioni inattese
sicuri che nessuno li veda
con le mutande ingiallite e aperte
prima d’indossare le brache o i pantaloni
con gambe ossute e pantofole stracciate
prima d’infilarsi le scarpe o gli stivali,
la pancia debordante prima di tirarla in dentro
per abbottonarsi la giacca militare civile
con la dentiera lasciata nel bicchiere
prima di riprovare lo storico discorso,
con la pappagorgia e le guance pendule
prima di alzare il mento volitivo
prima ad guardare, perennemente giovani, al futuro.
I versi non rovesciano i regimi
ma certamente vivono più a lungo
di tutti i loro manifesti.

*

Quello che resta

Dove uno vive, lì ama.
Qualsiasi cosa uno viva, l’ama.
Dopo, si perdono i tratti
svaniscono i volti a uno a uno,
resta soltanto e non invecchia
la lingua che li ha descritti.

*

Da Il piacere della dilazione – 1992

L’usurpazione delle statue

Modelliamo statue con materiali
di statue già modellate
da altri artisti più antichi,
scriviamo poesie con parole
di poesie scritte
da altri poeti in altri tempi,
costruiamo vite
con il sentimento e il vissuto
di altri uomini prima di noi.
Usurpiamo opere, modifichiamo
piani, cambiamo prospettive,
inventiamo qualcosa di nuovo
facciamo cose completamente nostre
lasciando sempre le tracce
di origini più antiche.
Continuiamo scrivendo il nostro nome
vicino ad altri nomi, perfino
a quelli che vorremmo cancellare.

*

Da La resistenza dei fatti – 2000

I simulacri e le cose

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere
, diceva il poeta,*
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce. **
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

* C. Kavafis, “Itaca”
** J. W. Goethe, “Mehr Licht!”

*

Da Il nuovo tracciato – 2002-2007

I testimoni

I testimoni della mia vita
scompaiono a uno a uno.
Di tutte le cose insignificanti
o eccezionali che ho vissuto
resto l’unico testimone
e chissà chi crede
che dico la verità.
Così posso addentrarmi
nel gioco delle invenzioni,
per gli increduli come per chi crede,
cambiare le cose a piacimento
e a volte, con un po’ di fantasia,
semplicemente inventarle.
Ma poi rinuncio al tentativo:
i conti rimangono gli stessi.
Alle mie spalle
c’è sempre a controllarmi, insonne
il me stesso dei primi anni.

*

Regalo di compleanno

Mi hanno regalato altri anni ancora
per parlare non solo, come un tempo ,
degli scomparsi, che avremmo dimenticato
ma anche di quelli in mezzo ai quali vivo
di quanti incrocio senza conoscere bene
di quanti rischiano di essere dimenticati anche da vivi.

Titos PATRIKIOS – “La resistenza dei fatti
Crocetti Editore, 2007
Traduzione di Nicola Crocetti
Introduzione di Filippomaria Pontani

Buon Natale e Buon Anno!

Natività di Filippo lippi

Il Natale ha i colori

di quelli passati ma

la visione del male e del bene

si nutre di dettagli inaspettati.

Negli anni le parole si ritraggono

dai discorsi, così i discorsi

dietro sorrisi emuli

della pazienza di Dio.

Non venga meno l’amore indignato

per il neonato lasciato nel gelo

né la distanza dal potente

serpente, dal vaniloquio del tempio.

Ogni ventre può dischiudere

a sorpresa la grandezza rediviva

del Messia, una traccia del volto

o una via fresca sull’orma antica.

 

gn

 

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ArtsTribu               Ottobre in poesia      VerbaManent

 

 Presentano

 Incontri In Versi

  LETTURA DI POESIE

 

La Poesia e la Musica come occasioni d’incontro

…La lettura, l’ascolto. Per ritrovarsi nelle parole.

 

Domenica 23 Dicembre 2007

Ore 21:00

 Gambrinus

 VIALE TRIESTE, 6 Sassari

“C’è…” di Marco SCALABRINO

Coppa etrusca (metà del VI sec. a. C.) raffigurante un uomo tra l’albero della vita e l’albero della morte

Sul blog  La poesia e lo spirito

C’è . . .

C’è tanfu di morti e scrusciu di guerra.

C’è in giru arrè pi st’Europa lasca
crozzi abbirmati cu li manu a l’aria.

C’è surci di cunnuttu assimpicati
chi abbentanu, ogni notti di cristallu
li picca l’esuli l’emarginati.

C’è forbici ammulati di straforu
chi tagghianu di nettu niuru e biancu
lu sud lu nord lu pregiu lu difettu.

C’è vucchi allattariati di murvusi
chi masticanu vavi di sintenzi
cu ciati amari chiù di trizzi d’agghia.

C’è svastichi c’è fasci c’è banneri
chi approntanu li furni a camiatura
cu faiddi di libra e di pinzeri.

C’è culi ariani beddi e prufumati
chi strunzianu fora di li cessi.

C’è di quartiarisi; c’è di ncugnari.

C’è catervi di cazzi di scardari
– droga travagghiu paci libirtà
giustizia malatia puvirtà …

e c’è na razza sula: chidda umana.

 

C’è . . .

versione in Italiano di
Flora Restivo

C’è lezzo di morte e brontolio di guerra.

C’è ancora in quest’Europa lacerata
scheletriche braccia
le falangi contorte alzate al cielo,
le orbite ridotte vermicaio.

C’è topi di fogna assatanati
che azzannano
in notti di cristallo rosso-sangue
i deboli, i reietti, i senza-voce.

C’è subdole forbici affilate
che separano senza pietà
il bianco e il nero, il sud e il nord
chi ha diritto di vivere e chi può morire.

C’è bocche ributtanti
che vomitano sentenze dal fiato greve
più di spicchi d’aglio.

C’è svastiche c’è fasci c’è bandiere:
divampano i forni assassini
e ottuse lingue di fuoco
divorano sapere e civiltà.

C’è culi ariani lisci e profumati
che stanno facendo del mondo una latrina.

C’è da stare alla larga;
c’è da tenerci stretti e far barricate.

C’è cataste di rogne da grattare
– droga, lavoro, pace, libertà
giustizia, malattia, povertà …

e c’è una razza sola: quella umana.

 

Alessandra PAGANARDI – “Tre poesie”

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(Autore e titolo dell’opera non rintracciati)

CHIOCCIOLA

Prendi per mano la tua casa

e la porti con te:

non lo scoglio tiranno di un’ostrica,

non tenda di un viandante senza pace.

 

Porti con te il colore

di una perla che muore nella pietra,

un’agenda di solchi e di ferite

dove riposi come in un ricordo.

 

La casa è il tuo inquilino, tu sei casa:

tu crollata, rimane sulla foglia

il testardo abitante di macerie

contento di non dare più l’affitto.

 

Certe volte la casa è carne ed ossa,

il guscio è di parole.

 

 

 

GLICINE

 

E’ bello osservarli qui dall’alto

è  un cappello di paglia il pergolato

 

sembrano quei tramonti dalle vigne

a terrazza, cassetti sopra il mare

camposanti sereni di campagna

o tombe antiche senza più dolore

 

il tavolo ha una forma irregolare

i bambini non mangiano, le madri

parlano appese alle collane

 

 

fra un anno forse saranno gli stessi

io non sarò più io, il mio viola

sarà di un altro fiore

 

 

 

ROSA

 

Hai sfogliato la rosa nel bicchiere.

Ogni giorno ne recidevi un petalo,

tagliavi un po’ di stelo a quella morte

che non appare.

 

E’ bocciolo di nuovo, ma con una

storia, nei suoi sinceri tacchi bassi.

 

Il tempo è sempre ciò che sa restare

dopo tutto, l’applauso a scena chiusa.

 

 

 

 

Alessandra Paganardi, nata a Milano nel 1963, vive, insegna e scrive a Milano. Raccolte di poesia edite: Ospite che verrai, Joker edizioni, Novi Ligure 20072; Poesie, Facchin editore 2002. Plaquette edite: Binario provvisorio, Circolo Culturale Seregn de la Memoria, Seregno (Milano) 2006; Potevamo dire l’assenza, Crimeni, Olgiate Comasco, 2005; Espansioni, Il club degli autori 1998. E’ presente in varie antologie, fra cui “Le acque di Ermes”, La finestra, Trento, 2004, “VersiDiversi”, Crimeni, Olgiate Comasco 2005, “Milano in versi”, Viennepierre, Milano 2006, e “Antologia della poesia erotica contemporanea”, Atì editore, Italia Libri 2006. Ha ottenuto riconoscimenti in concorsi di poesia,  narrativa e saggistica: i primi premi “San Domenichino Città di Massa”, 2007 e “Dialogo”, 2003 per la poesia inedita; i primi premi “Gozzano” 2007 per la narrativa inedita e “D’Annunzio e la Versilia” 2007 per la saggistica inedita. Secondi premi di poesia: “D’Annunzio e la Versilia” 2007 per l’edito, “Agostino Venanzio Reali” 2006 e “Poeti dell’Adda”, 1997, per l’inedito. Numerose le segnalazioni di merito e le menzioni, le più recenti “Il Camaleonte – Città di Chieri”, 2007 , “Poesia di strada”, Macerata, 2007, “Lorenzo Montano”, Verona, 2006. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, Viennepierre edizioni, 2005. Ha al suo attivo la pubblicazione di singoli testi poetici ed interventi critici su riviste, tra cui “La clessidra”, “Il monte analogo”, “Alla bottega”, “Odissea”, “Leggendaria”, “Gradiva”, “L’immaginazione”, “Costruzioni psicoanalitiche”, e su alcuni siti web. Le sue opere poetiche e saggistiche sono state recensite sui quotidiani “L’Unità”, “Il Secolo d’Italia”, “L’Indipendente”, “Il Nostro Giornale (Novi Ligure)”, “Il Corriere di Como” ; sulle riviste “L’azione”, “Polimnia”, “Letture”, “Le voci della luna”, “Poesia”, “Gradiva”, “Annali d’Italianistica”. Saggi critici sono inoltre presenti in AA.VV., Atti della Giornata di Studio su Giampiero Neri a cura di Victoria Surliuga, LietoColle, 2006, e in AA.VV. Sotto la superficie: letture di poeti italiani contemporanei, a cura di Gabriela Fantato, Bocca editore, 2004.

Il suo lavoro di scrittura è stato oggetto d’ interviste radiofoniche per l’emittente piemontese locale Radio Pieve, FM 96.400. Un racconto, Diario dal deserto,  vincitore del premio Gozzano 2007, è stato pubblicato sulla rivista di cultura e narrativa “Il cavallo di Cavalcanti”, Azimut editore, n. 6, dicembre 2007, e sulla rivista web “Progetto Babele”, www.progettobabele.it n. 18, novembre 2007 ;  altri racconti, oltre a vari saggi, poesie e aforismi, sono presenti sul sito www.inattuale.vulgo.net,  diretto da Attilio Mangano. E’ redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia “La Mosca di Milano”, edizioni La Vita Felice, che ospita, oltre a vari contributi critici e recensioni, saggi dell’autrice su Antonia Pozzi (n. 14, maggio 2006), su Milo De Angelis (n. 15, dicembre 2006), e su Luigi Fontanella (n. 17, dicembre 2007).

Nota

Trovo in queste poesie di Alessandra il risultato felice di una riuscita alchimia: la semplicità amabile – per il lettore  occasionale quanto per quello attrezzato – e la preziosa e sapiente qualità di scrittura, dissimulata proprio da un equilibrio e una misura che vede alternarsi meditazione e immagine. L’effetto che se ne trae è quello, talvolta, di una sospensione metafisica (“Hai sfogliato la rosa nel bicchiere./Ogni giorno ne recidevi un petalo,/tagliavi un po’ di stelo a quella morte/che non appare.”; “tu crollata, rimane sulla foglia/il testardo abitante di macerie/contento di non dare più l’affitto.”), in una verticalità che dalla luce della superficie sprofonda nel gorgo delle domande ultime; sempre, però, con understatement che demanda non di rado il discorso all’eloquenza muta degli oggetti, con eleganza antiretorica che ricorda i grandi lombardi come Gianpiero Neri e Luciano Erba.  (GN)