“La resistenza dei fatti” Titos PATRIKIOS (Atene, 1928)

Titos Patrikios

Su "La poesia e lo spirito"

Da Ritorno della poesia – 1948-1951

Gli amici

Non il ricordo degli amici uccisi
a straziarmi le viscere.
E’ il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.

*

Da Anni di pietra – 1953-1954

I versi, I

I versi sono come i figli.
Crescono nelle viscere con rumori segreti,
soffrono dentro di te, si ammalano,
poi inaspettatamente si fanno grandi,
un giorno ti si rivoltano contro,
contro di te che hai dato loro la vita,
finché se ne vanno per sempre
e non sono più soltanto tuoi.

*

Da Fine dell’estate – 1953-1954

VI

Io non sono quello che vedi, quello che conosci
non sono solo quello che dovresti imparare.
Devo a qualcuno ogni brandello della mia carne,
se ti tocco con la punta del dito
ti toccano milioni di persone,
se ti parla una mia parola
ti parlano milioni di persone –
riconoscerai gli altri corpi che danno forma al mio?
ritroverai le mie orme tra miriadi di altre impronte?
distinguerai i miei gesti nella marea della folla?
Io sono anche quello che fui e che più non sono –
le mie cellule morte, le mie azioni
morte, i pensieri morti
di notte tornano a dissetarsi nel mio sangue.
Io sono quello che non sono ancora –
dentro di me martella l’impalcatura del futuro.
Sono quello che devo diventare –
Intorno a me gli amici esigono, i nemici vietano.
Non cercarmi altrove
cercami soltanto qui
soltanto in me.

*

Da Tirocinio – 1956-1959

Professione paterna: attore

Ah, se tu potessi ancora prendermi per mano
tirarmi fuori da questo budello
dove la gente annusa carne umana,
potessi portarmi come allora in spiaggia
sotto gli edifici delle colonie per bambini,
quando ti aspettavo per lamentarmi
o dirti almeno che la sorvegliante
si teneva i dolci che tu mi portavi,
e invece guardavo affascinato
le tue scarpe nuove alla moda.
Padre, tu non hai mai saputo
in quale inferno mi avevate messo,
quello che mi facevano gli altri bambini
tutto il giorno mi chiamavano “attricetta”,
e io, soffocando le lacrime, me la prendevo con te
con Dio, con tutti, con te che non avevi
un lavoro come si deve, o meglio ancora un ufficio.
Mi vergognavo del tuo mestiere
come ora ne vado fiero, ora
che ogni mattina muovo per l’ordinaria schiavitù
del mio insignificante ufficio.

*

Debito

Tra tutta questa morte che è venuta a viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpì l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Così, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.

*

Da Tirocinio, ancora – 1959-1962

Segnali stradali

Nasciamo e moriamo con un bacio,
l’intero corso della vita è segnato da baci
di affetto e tradimento, d’amore e disperazione,
da semplici incontri con persone.

Nasciamo e moriamo con un pezzo di carta,
anagrafi alle due estremità della vita, e in mezzo
documenti amministrativi,
dossier delle più varie polizie,
attestati di promozione e mandati di cattura.

Nasciamo e moriamo nudi.

*

Da Specchi opposti – 1988

Versi, 3

Nessun verso può rovesciare i regimi
Avevo scritto anni prima
E ancor oggi me lo rinfacciano.
Ma i versi assolvono alla loro funzione
mostrano i regimi, dicono il loro nome
anche quando cercano di abbellirsi
di rinnovare un poco la vetrina
di cambiare denominazione e insegna.
I versi, anzi, qualche volta sorprendono
i leader in posizioni inattese
sicuri che nessuno li veda
con le mutande ingiallite e aperte
prima d’indossare le brache o i pantaloni
con gambe ossute e pantofole stracciate
prima d’infilarsi le scarpe o gli stivali,
la pancia debordante prima di tirarla in dentro
per abbottonarsi la giacca militare civile
con la dentiera lasciata nel bicchiere
prima di riprovare lo storico discorso,
con la pappagorgia e le guance pendule
prima di alzare il mento volitivo
prima ad guardare, perennemente giovani, al futuro.
I versi non rovesciano i regimi
ma certamente vivono più a lungo
di tutti i loro manifesti.

*

Quello che resta

Dove uno vive, lì ama.
Qualsiasi cosa uno viva, l’ama.
Dopo, si perdono i tratti
svaniscono i volti a uno a uno,
resta soltanto e non invecchia
la lingua che li ha descritti.

*

Da Il piacere della dilazione – 1992

L’usurpazione delle statue

Modelliamo statue con materiali
di statue già modellate
da altri artisti più antichi,
scriviamo poesie con parole
di poesie scritte
da altri poeti in altri tempi,
costruiamo vite
con il sentimento e il vissuto
di altri uomini prima di noi.
Usurpiamo opere, modifichiamo
piani, cambiamo prospettive,
inventiamo qualcosa di nuovo
facciamo cose completamente nostre
lasciando sempre le tracce
di origini più antiche.
Continuiamo scrivendo il nostro nome
vicino ad altri nomi, perfino
a quelli che vorremmo cancellare.

*

Da La resistenza dei fatti – 2000

I simulacri e le cose

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere
, diceva il poeta,*
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce. **
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

* C. Kavafis, “Itaca”
** J. W. Goethe, “Mehr Licht!”

*

Da Il nuovo tracciato – 2002-2007

I testimoni

I testimoni della mia vita
scompaiono a uno a uno.
Di tutte le cose insignificanti
o eccezionali che ho vissuto
resto l’unico testimone
e chissà chi crede
che dico la verità.
Così posso addentrarmi
nel gioco delle invenzioni,
per gli increduli come per chi crede,
cambiare le cose a piacimento
e a volte, con un po’ di fantasia,
semplicemente inventarle.
Ma poi rinuncio al tentativo:
i conti rimangono gli stessi.
Alle mie spalle
c’è sempre a controllarmi, insonne
il me stesso dei primi anni.

*

Regalo di compleanno

Mi hanno regalato altri anni ancora
per parlare non solo, come un tempo ,
degli scomparsi, che avremmo dimenticato
ma anche di quelli in mezzo ai quali vivo
di quanti incrocio senza conoscere bene
di quanti rischiano di essere dimenticati anche da vivi.

Titos PATRIKIOS – “La resistenza dei fatti
Crocetti Editore, 2007
Traduzione di Nicola Crocetti
Introduzione di Filippomaria Pontani

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6 responses to this post.

  1. Posted by accipicchia on 27 dicembre 2007 at 6:28 pm

    Non conoscevo Titos Patrikios e grazie a te ho scoperto un poeta greco straordinario. Ho letto con grande interesse le sue poesie cercando di mettere a fuoco i temi che più gli sono cari. Non so se ho ben capito, ma mi sembra che approfondisca in particolare questi: il ruolo del poeta e il dovere della denuncia, l’importanza degli amici e il nostro debito verso di loro, la consapevolezza che la ripresa di temi già trattati da altri prima di noi, richieda da parte nostra l’onestà di ammettere che qualsiasi cosa un poeta dica, qualsiasi sua riflessione ha comunque origine nel passato e porta l’impronta di chi prima di noi ha già vissuto. Andrò presto ad acquistare questo libro perchè credo che abbia molto da insegnarmi. Grazie. Piera

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 27 dicembre 2007 at 7:03 pm

    Sì, Piera, sono temi cari a Patrikios. Considera però che il libro di Crocetti è seleziona testi estratti dalle raccolte pubblicate in quasi 60 anni. Quella che propongo è una selezione della selezione… Libro da tenere caro, Piera, fai bene ad acquistarlo.
    Un caro saluto, a presto.
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 28 dicembre 2007 at 12:48 pm

    Patrikios si rivela un poeta di alto profilo: ben pochi possono permettersi un così abbondante uso dell’ io senza rimanerne danneggiati, depotenziati. Da sottolineare anche la bellezza e profondità che hanno le sue metapoesie (che vedo incastonate, a volte, in testi di più ampio respiro). Una poesia diretta e ben tradotta, almeno nella resa complessiva, in questa chiarezza che sa già di polvere di stelle, di autore destinato a diventare un classico, fosse pure tra i minori del novecento, un ‘piccolo’ classico.
    Grazie dunque a Giovanni, divulgatore attento della poesia, che si confronta sempre ‘in proprio’, come poeta, con gli autori che ci propone
    Antonio Fiori

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 29 dicembre 2007 at 12:36 am

    Grazie, Tonino per l’attenta lettura. (spero che Splinder non mi bruci anche questo commento).
    Sì, in Patrikios una dimensione fortemente civile – la storia ha trafitto la sua generazione, soffrendo il carcere e l’esilio – s’accompagna, spesso, a quelle lirica e metafisica, con uno sguardo acuto sulle cose, una meditazione costante sull’uomo, e il suo destino, attraverso il dono più volte celebrato della poesia.
    Un caro saluto.
    Giovanni

    Rispondi

  5. Posted by anonimo on 10 novembre 2009 at 2:11 pm

    Intensa e patriottica la poesia di Patrikios. M’è subito piaciuta e adesso la leggo sempre.

    Rispondi

  6. Posted by 1Nuscis on 13 novembre 2009 at 1:46 pm

    Grazie, gentile anonimo, è una poesia dal segno forte, vissuta sulla carne. 

    Rispondi

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