Archive for gennaio 2008

Un venditore di bolle di sapone in strada a Kathmandu

Dammilli a mia

 

 

 

Zoccu n’accanzi chiù

di l’occhi toi rifardi

lu jornu chi di bottu

sgabbillisci e attranti?

 

Vittiru li stiddi

lu mari li muntagni

sappiru la strata

la puisia la scienza

pottiru lu chiantu

la fantasia l’amuri …

ma tannu su’ scucivuli

vasci ntamati nugghi.

 

Avissiru statu virdi

azzoli o niurincioli

dammilli a mia ssi brinnuli

avanti chi s’astutanu;

a mia pasciutu a l’ummira

a mia chi campu scuru.

Dammilli!

Chì ancora ponnu cerniri

strucchiuliari, ridiri.

Dammilli; p’un miraculu.

 

 

 

Che ne farai più / degli occhi tuoi malandrini / il giorno che d’un tratto / la morte, ti coglierà? /  Avranno visto le stelle / il mare, le montagne / conosciuto la strada / la poesia, la scienza / potuto il pianto / la fantasia, l’amore / … ma quel giorno saranno inespressivi / bassi, allampanati, spenti. / Siano essi verdi / azzurri o neri /  regalali a me i tuoi cristalli / prima che si spengano; / a me cresciuto nell’ombra / a me vissuto nel buio. / Regalameli! / Perché  ancora  possano  scegliere  /  adoperarsi,  ridere. /  Regalameli;  per  un  miracolo. 

  

 

Marco Scalabrino

marco.scalabrino@alice.it

 

 

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“La macchina responsabile” di Maria Grazia CALANDRONE

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Dal mondo esposto

L’amore è la salute della scimmia.
Gli occhi dell’asino santo imbrattati dal vedere
la ruggine quieta delle cisterne..

Vento che arrota l’erba, l’ultravioletto calice
della sera come una latitudine radiante.

O il mare e i pomeriggi
composti dall’involucro ninfale della cicala.

Dammi le prove della tua gioia
nella carcassa del quotidiano
                                       che rodi fin che è luce, luce…

Anche sul blog "La poesia e lo spirito"

Specialmente i bambini

Spesso i sopravvissuti si lasciavano morire
perché volevano tornare
a casa e Casa è dove tra i lampioni gironzola un profumo
di caffetteria, zagare e gesso di lavagna
e non volevano vedere il vento
chiudere sopra i fratelli la sua bocca fervente.

Che cosa è mai la mia solitudine rispetto a quella di lei che
veniva
trascinata per le mani dentro il rigore della legge e lo sterno
le batteva sul marcio della terra
e l’area sacrale, la camicia con i segni geometrici dell’amore,
il ronzìo
elettrico di finestrini e il crocicchio orografico del volto
che insiste nell’area inferiore
della nostra memoria
perché lei era timo – pane nero, canto
aromatico del giorno che sgorga
del più alto degli organi come da un’arteria
e lascia il mondo coperto
dall’artificio del suo canto
e delle sue figure
e del suo sangue
di farfalla gemmante
da poche centinaia di tramonti.

Siamo un errore di trascrizione degli angeli sulla terra:
questo corpo ridotto a ramo
onirico e bianco
o cavi elettrici, nervi perduti
dalle braccia di Dio
la sutura del petto più vicino alla luce – e con le mani
sporche piegate fin che corrispondono
a grandi sempreverdi.
L’udito è tra i sensi del bosco il più tremendo e comincia
dalla cedevolezza corticale del capo sul letto
di ortica del fiume nel mite rumore
di officina prenatale.
L’inizio è sempre nello stesso chiaro
di latte e varechina.

La dolcezza del corpo tra le rocce
il suo pallore di scagliola e rotula come una spaccatura del-
-la terra un magazzino
d’amore – come a fianco dell’incombusto nulla
il giacinto animale.

Apocalisse dell’animale grande

V

Si va all’assalto correndo
dal fronte delle campagne con la grappa che infetta
il fiato e il coraggio dei fanti passa sui morti
sulle armi composte come mosche acquatiche – e pensare
che uno ha nel cuore
il grido soffocato della donna
che aspettava senza un lamento nel mondo bianco delle so-
glie
invernali, sul vialetto tra i lecci e la madreselva
nei capelli confusi
alla fragile arca di fieno
e il suo profumo insiste alle campagne insieme
alle campane in quell’altra domenica di giugno che allargava
il ponte
della feria: quello
che sta correndo
verso l’arco di gioia delle sue braccia
con la collana di vetrini azzurri della fiera, alla fossa di sale
dei suoi denti, dei seni aperti
nel sentore di oro marino dentro l’anello oscuro
della sottana: quello!
sono io, io
finalmente – e ho i pidocchi nel corpo
che sfiatava il suo nome nella fretta mariana della ruota del
sole mai fermo
tra carrubi e metano e pareva destino
l’impressione del paradiso che stava uscendo intatto dal suo
fiato
decompresso di cosa che daccapo finisce
e mi rivolge qui con tutto il corpo a questa intensa
distruzione della materia.

Fiori che sono fiori esemplari
del lutto. Domani
saremo cielo domestico
sorretto con il corpo che è una mandria inumana, domani
come quello
il cui nome trasvola tra i gabbiani e la calotta aperta dei bi-
plani e i gas
nella spunta dell’acqua, come quello
saremo, che è partito
con la zappa in spalla, l’occhio grande dei bufali nel mu-
schio
tuscolano e nel fondo del petto il miglio d’acqua
che già fermenta alla nullità del sole.

Nel fronte interno srotolano i dispacci sotto le lampade da mi-
niera
e l’ignoto attraversa il paese come filo spinato che sente
battere la pala dei fanti, lo smalto
delle gamelle contro la latta
e metri d’aglio. Maria, abbiamo
del gran danno nella testa
sporca di bestia che scappa
sottoterra, abbiamo nella groppa il crollo dei muli
sotto il peso plebeo dei materiali. Dammi il cuore
Maria, perché il tuo cuore
pesi come la terra tra le mani
mentre io ti raggiungo sotto il pericolo, Maria, con i pensieri
che non smettono mai di pensarmi, anche dopo
tienimi a te, al mio posto
sulla terra de nomi. Solo tu
sai il mio nome Maria, perché il mio nome è all’orlo
della tua gola, bianco
come un affogato nel canale
sepolto nel tuo bianco che rinviene. Anche dopo,
stanotte, quando io sarò cenere, pronunciami Maria con il
tuo corpo.

VIII
Dio faccia con me come tu hai detto

Io sono la spora che rimane – ecco
sono la serva
e la costanza.
Ma niente a che vedere con il volto l’amore
su quel camminamento non asfaltato:
la crescita incontrollata di una sagoma espulsa dalla ghiaia
un insieme di corpi caldi aspiranti: come un magnete
in fondo al buio
l’altro caldo di lei, pacchetti di proiettili sepolti, tacche di
artiglieria
il silenzio compatto delle ossa turbini bianchi e senza vento,
l’organismo infantile
incagliato al centro come l’ultima luce del mio giorno d’a-
more, della mia vita.
passano come ombre anche bellissime le vedove bambine
colme di grazia, le incestuose sorelle
come bufale rallegrando il mattino, gonfie
melogranate di San Martino con il riso e il pianto
nel luccichìo degli occhi – lamine
della roccia primordiale – affioranti fascicoli
di parole scappate dagli anfratti ai garzoni
che non credevano di saperne tanto
della ricrescita
di quegli iris lasciati in sterpose distanze suburbane
dato lo scontro di rapaci in mare che fu quel pomeriggio di
fienagione ruberia di millimetri senza responsabilità.

Lei ha messo il suo morto sotto l’albero – nella
sua vigna catarifrangente
fidando che si veda
come un sole
o traslucido vischio
di uccellatore o almeno in quanto albero veda esso
il suo frutto
l’osso lacrimale
la cartilagine
dell’ulna maturare sull’unto degli attrezzi, il suo tempo
ripartire
dalla toppa di un volto
simile al suo, più piccolo. Ave
Maria, declinazione
plurale del nome
che sale
dalle trincee, io ti saluto
in ogni donna, io
ti benedico, faccio di te
mia madre, questo è il figlio dell’uomo
che non si tocca, sei anche tu
Maria l’immacolata.

2 aprile 2005

Da: “La macchina responsabile” di Maria Grazia CALANDRONE
Crocetti Editore, 2007