Archive for febbraio 2008

“Quotidiane” di Giovanni CAMPUS

siddharta

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                      Anche sul blog La Poesia e lo spirito

DE SENECTUTE

L’inverno, con i suoi rami di gelo,
ti chiude prigioniero nei cristalli
tristi, induriti, delle tue memorie.

Vedi l’ombra degli alberi sull’acqua
del fiume: trame livide, onde scure
percorse da barlumi un tempo ardenti.

L’inerzia t’avviluppa tra i cespugli
fangosi, ti seduce la corrente.
Una barca t’invita alla deriva.

E’ la vecchiezza, ormai? Già tanti visi
amici ti rapì l’ultima sera.
Ai giovani la sfida. Esiti ancora?

A te la scelta: Averno o Campi Elisi.

Se t’abbandoni, invecchierai d’un tratto:
senza remo né vela, quella barca
s’arena sui fondali d’Acheronte.

Non vedrai più nessuno, dalla melma
immota affiorerà qualche rimorso.
L’anima toccherà le mute rive

del niente. Una palude è la tua sorte?
Ricòrdalo: sei nato a ricercare
il sentiero che torna alla sorgente.

Misteriosa è l’origine; ma l’acqua
si fa più pura quanto più risali,
più trascolora inverno in primavera.

QUANDO NASCESTI

Quando nascesti, io piansi. Eri un immenso
avvenire, una sfida, una promessa
limpida, audace. Tu levavi un grido
di richiamo sul mare luminoso
dell’essere, un messaggio
ad una terra incognita, ad amici
ignoti, ma devoti a te, vivente
e sacro testimone del mistero.
Raccogliemmo quel grido, noi che al pari
di te, tutto ignoriamo: ci chinammo
intenti a decifrare il tuo messaggio,
noi che appena sappiamo navigare
lungo la costa, timorosi, ignari,
come te, dell’oceano. Non possiamo
discioglierti ogni nodo, allontanare
ogni rovescio della sorte. Il mondo
è un enigma. Ma tutto ti appartiene
di noi, per tuo rifugio e tuo conforto,
figlio, ricorda; e fa che non si spenga
mai l’ombra d’un sorriso sul tuo volto,
figlio per cui, quando nascesti, io piansi.
Naviga con coraggio: è l’ora tua,
la tua prova. Viviamo dentro un sogno
lacero, incomprensibile, sublime:
miraggi attraversiamo, dissolvenze
di selve e di deserti, soffocanti
metropoli, e prigioni,
e giardini verdissimi, improvvisi
incantesimi; e scherno di burrasche
senza riposo, e folla, e voci, e risa
infantili, e feroci
stragi dimenticate, arse rovine,
pari tutte ad altissimo silenzio.
Un infinito nulla
ci assedia; ma non perdere
fiducia, tu, continua la battaglia.
L’esito non è incerto: tu nascesti
già più forte del nulla. Se l’ascolti,
un’eco ti risorge
di nobiltà sepolta
dentro di te: non sei figlio del Caos,
ma generato in vincolo d’amore.
Nel profondo dell’anima ti giunga
sempre la nostra voce a consolare
ogni tua pena: guarda in alto, naviga
finché resti visibile una stella.
Morire è un altro nascere: è risveglio,
ma senza pianto, infine, ad altra luce.

AUTUNNO

Eccomi nell’autunno della vita:
quando la morte corporale (antica,
se da sempre convive nel profondo
dei miei pensieri, e vigile misura
ogni sorriso) tenta le mie membra
-ora con tocchi lievi, o con presagi,
ora con più severi ammonimenti-
per il passo finale. Senza angoscia
attendilo: raccogliti in silenzio
di quando in quando, ma non disertare
la vita, ed ogni impegno che ti chiami
per nome, ancora, e dica: “Tocca a te”.
Guàrdati ancora intorno, senza invidia;
lascia negli altri un calmo desiderio
di te, per quando non sarai tra i vivi:
confidino, tranquilli, in altro incontro
fra voi, che sia perenne. Una mattina
di luce chiara, un’onda lieve, un’ala
tacita che si levi nell’azzurro
sono segni, richiami d’alto Eliso
incognito, velato ancora un poco:
ti lascino serena, trasparente
l’anima. Godi il canto degli uccelli.

FLASH

Come fossimo eterni
noi combattiamo, indocili, accaniti,
ad erigere, giorno
dopo giorno, le mura
che un altro giorno un altro
demolirà, che forse un’altra stirpe
ignorerà, che un cupo indifferente
sussulto dell’immensa
natura eternamente
seppellirà. Ma un attimo di sosta
dentro di noi rivela d’improvviso
tutta la nostra vita: è solo un flash.

EPITAFFIO

Ero soltanto un’onda
nel mare della vita,
un’onda fra le mille: trepidante,
effimera, smarrita.
Altri furono fiumi
misteriosi, solenni; altri correnti
limpide, fredde, tacite; altri ardenti
vortici, altri superbi
marosi in furia incontro a solitarie
scogliere, ed altri schiume
fragili, evanescenti,
o beffarde sirene, o vane sfingi
ignare, assorte maschere del nulla,
altri solo balugini, scintille
d’un attimo, felici
schegge di luce,
altri lievi conchiglie abbandonate
sui fondali silenti.
Io fui soltanto un’onda, liberata
per un poco nel vento, per un poco
disfiorata nel sole.
Ma noi tutti, noi figli
dell’infinito oceano di viventi,
vivemmo illuminati
dallo sguardo d’Iddio,
che di ciascuno seppe
e l’angoscia e la gioia.
Ora, in questo crepuscolo
sospesi, un suono d’arpa
ci consola, remoto, ci promette:
“Nessun limbo è per sempre”.

QUOTIDIANA

Come assidua la vita ci consuma…
ecco, invecchiamo lentamente, l’uno
di fronte all’altro. Ma è soltanto il corpo
che si logora: l’anima si affina.
Questo corpo alla fine si depone
come un abito smesso – oppure, a volte,
strappato d’improvviso, lacerato
vivendoci… Ma guarda: è solo un abito
deposto. Noi dobbiamo essere spogli
tutti, alla fine: non potrai discendere,
ancora vivo, il fiume della Vita.
Ancora greve di carnale ombra
non potresti rinascere, salpare
stupefatto, invisibile, esitante
abbandonarti al Mare della Luce.

Quotidiane – Giovanni CAMPUS
EDES – Editrice Democratica Sarda, 2007
La Biblioteca di Babele – Collana di letteratura sarda plurilingue

Nota biobibliografica

Giovanni Campus, nato in Romagna, a Cervia, nel 1930, da famiglia sarda, dopo l’infanzia trascorsa fra Romagna e Toscana (nel Casentino), compie gli studi in Sardegna, laureandosi a Cagliari in Lettere Classiche con una tesi sul Problema della morte nei Ricordi di Marco Aurelio. Ha insegnato a lungo nei licei. Vive a Roma. Ha sempre svolto intensa attività pubblicistica su quotidiani e riviste specializzate, sia nel campo letterario sia come critico cinematografico.
Dopo le prime Undici poesie (in Ichnusa, segnalate nel 1960 al Premio Cervia), ha pubblicato Salmo notturno (Laterza 1983, entrato nella terna finale del Premio Viareggio Opera Prima 1984) e Mediterranee (Edes 2003, vincitore nel 2004 del XIX Premio di Poesia “Giuseppe Dessì”).

                                                                         ***

Quotidiane-quotidiano-quotidianus-cottidie-cotti die-kwotei=nel qual giorno. Dall’italiano, a ritroso, alle antiche lingue indoeuropee dove il termine era in uso. Per dire di un titolo – del libro e della sezione eponima – che lega indubbiamente alcune di queste poesie ad eventi databili: viaggi, visite, ricorrenze. Ma al di là delle occasioni, questi componimenti attestano la lunga, instancabile meditazione di chi ha camminato nel mondo senza mai scordare la verticalità del confronto con la storia personale e collettiva, perfettamente inverata in Mediterranee, la raccolta precedente. Nel qual giorno, dunque, non solo il ricordo e l’istante che ne ha ispirato i versi, ma il segno forte ed unico di un’esistenza, nella campitura illimite della storia che tutto, e tutti, reperta.
Quotidiane è una delle nove sezioni della raccolta (assieme a Venezia, sulla tomba di Ezra Pound, Sei lettere alla moglie, Haiku, De senectute, Requiem, S’i’ fossi foco, Nuove Mediterranee, Ode al fico d’India), e contiene diciannove delle sessantanove poesie del libro.
“La quotidianità” si dice nel risvolto di copertina “è ritrovata e ascoltata oltre lo spazio e oltre il tempo, in una riflessione esistenziale sulla vita e sulla morte, fra l’amaro del dubbio e la serenità della speranza.” Riflessione che vediamo dispiegarsi ampiamente nei temi che naturalmente più insistono, in noi, con la maturità (più presenti in De senectute e Requiem), con lucida e profonda introspezione nonché – usando parole di Giuseppe Petronio nella sua introduzione a Salmo notturno – con una “sorta di tristezza virile, in una religiosità fuori dalle confessioni, che dà il senso della sacertà della vita”.
Non vi è tristezza (“Io non vedo riposo per la nostra salma inerte/mentre arde nel crematorio fino alla cenere,/pietosamente raccolta, racchiusa/in una piccola urna,”), nella poesia di Giovanni Campus, che non stemperi e si risolva da ultimo in barlumi di fede; finanche nella presenza e nel conforto dei nostri cari defunti, accanto a noi, attraverso la preghiera (“Ma dobbiamo ancora pregare/perché i morti che ci hanno amato/ci rimangano accanto: invisibili, ma più vivi,/entrando nei nostri pensieri/-anche se noi, dimentichi,/non li avvertiamo presenti-/e portandoci per mano, sorreggendoci,/scansando per noi dai sentieri/le pietre nascoste, le spine più infide,”)(Requiem aeternam).
Si noterà subito l’eleganza e la sapienza di questa scrittura (per essenzialità, nitore, linearità, vividezza di immagini, precisione descrittiva, scelte metriche) per la quale Mario Luzi, in una sua lettera all’autore, scriveva: “La compattezza del Suo alto-antico stile regge, mi pare, senza forzature, perché l’eloquio nobile e solenne, sostenuto in ogni caso, corrisponde a una emotività eletta e a un ragionar vibrato, commosso, come diceva Leopardi.”
(Giovanni Nuscis)

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Israele alla Fiera del libro di Torino

libri fiera

 

 

 

 

 

 

 

Sul sito di Nazione Indiana ho aderito a un’importante iniziativa, a firma di Diego Ianiro, volta ad estendere a "tutte le voci e le penne nate, cresciute o residenti in Israele" la partecipazione alla prossima Fiera del libro di Torino.

Non venga intanto mai dimenticata la quotidiana tragedia delle popolazioni coinvolte nel conflitto mediorientale, soprattutto di quella più debole e provata.  Vedi al riguardo, oltre agli interventi e ai commenti sullo spazio anzidetto, questo altro sito (www.secondoprotocollo.org) che offre informazioni aggiornate oltre a documentare un impegno in prima linea. 

Chi conosce altre fonti altrettanto valide è pregato di segnalarle con un commento in calce a questo post.  

“L’impresa dei mille”…

piazza del popolo

Faranno un monumento alla pazienza
dei testicoli strappati agli italiani.
Nel cuore della capitale,
in Piazza del popolo.
Sarà attrazione per turisti
e per i posteri il dono di quell’oro
per la patria.
Non lamentatevi.
Mai. C’è di peggio: la fame, la morte…
Non s’accordano due, che s’amano
figuriamoci mille, estranei.
Tenete dunque stretto ciò che avete.
Arrangiatevi. Tutto è consentito
a patto di non farvi scoprire.
Sapete – no? – com’è complesso il mondo.
Per questo ci sta la politica…
Chi è in gamba, vive e lascia vivere.
“Il somaro” diceva il contadino
“mangia la paglia, il furbo beve il vino”.
Siamo coloro che anche voi sareste,
al nostro posto. Perché
tanti discorsi di principio?
Non riuscirete mai a contenerci.
Sarete qui a votarci nuovamente
o a strisciare, per candidarvi…

…E’ ripartita la giostra dei nomi
intorno a simboli e poli.
Canteranno le casse dei partiti.
E gongolano e fremono i potenti
pronti ad infilarsi e a manovrare
suoi nuovi cavalli di Troia.
Squalo mangia squalo ma
si rigenera  il branco.
Non sarò più azionista
di un’impresa fallita in partenza.
Può un gesto di fede per anni
finire in un’urna di cenere?
Faccio voto di vendere caro
il mio voto e la pelle.
E col pollice verso
mi schiarisco la voce e voi amici
fate ciò che credete.

Edward_Hopper_Western_Motel

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE

VERBA MANENT

PRESENTA

TELA RACCONTO

PERCORSI DALLE ARTI FIGURATIVE AL TESTO LETTERARIO

GIOVEDI’ 7 FEBBRAIO 2008

 

ore 19,00

PRESSO I LOCALI DELL’ASSOCIAZIONE INTREGU

 

Via Maddalena 105 – Sassari

 

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Michele Ranchetti
Milano, 1925 – Firenze, 2 febbraio 2008

Tra i grandi poeti del secondo novecento, storico del cattolicesimo, traduttore.

Ringrazio Francesco Marotta e Georgia Mada ai cui blog rimando per altre informazioni e aggiornamenti.

http://rebstein.wordpress.com/

 http://georgiamada.splinder.com/post/15804067

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/01/19/michele-ranchetti-poesie/

http://www.giovanninuscis.splinder.com/post/15577353#more-15577353

Inès HOFFMANN – “Parto”

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 Anche sul blog La poesia e lo spirito

DESENHO ESMAECIDO

A casa nunca fora habitada
por uma família.
Por muito tempo
permaneceram nela
quatro vultos
desfigurados,
esquartejados
por dores
de infelicidade.
Moviam-se
pela força dos pensamentos
alheios
que deles esperavam
que fossem normais.
Uma Família…
A mágoa
era a roda do moinho,
que não parava de girar
e trazer de volta a dor.
Quatro solidões unidas
para tentar fazer jus
a uma palavra:
Família.
Quatro esboços
de pessoas
que nunca
seriam normais.

Nunca teriam
a paz de espírito,
da qual às vezes liam em livros…
e ficavam imaginando
se isso
seria dormir
por uma noite inteira…
ou pôr a mão no trinco da porta
sem ter medo
do que haveria do outro lado…
Ou seria a mão
que acalentava os pedaços
de um coraçãozinho
perdido e sem alento?…
A casa hoje acolhe fantasmas
em suas salas vazias,
corredor comprido,
quartos gelados.
No silêncio
quase se pode ouvir
alguns risos tímidos
vindos do passado,
em meio a gritos e gemidos
de noites de pesadelo.
Será que houve
crianças nessa casa?
Ou, eram apenas
adultos escondidos
em pequenos corpos?

Os fantasmas fazem companhia
a dois sobreviventes da casa,
cada um isolado em seu canto,
sem palavras,
sem olhares,
sem afagos
nem sorrisos.
Sobrevivem ao tempo,
e suas figuras são um rascunho
borrado pela vida…
Mas suas almas
e sua paz de espírito,
se um dia as encontraram,
apodreceram
como fruta estragada…
Enganam-se a si mesmos…
E assim esperam
que a Companheira
que os espreita
os leve e ponha fim
a essa morte em vida.

DISEGNO SBIADITO

La casa non fu mai abitata
da una famiglia.
Per molto tempo
vi dimorarono
quattro sagome
sfigurate,
squartate
dalle stilettate
dell’infelicità.
Si muovevano
incalzati dai pettegolezzi
degli altri,
che da loro s’aspettavano
che fossero normali.
Una famiglia …
La pena
era la ruota del mulino,
che non cessava mai di girare
e arrecare nuova pena.
Quattro solitudini aggregate
nel tentativo di dare contenuto
a una parola:
Famiglia.
Quattro larve
di individui
che mai
sarebbero stati normali.

Mai avrebbero conosciuto
la pace dello spirito,
della quale talvolta leggevano nei libri,
e rimanevano a immaginare
se questa
fosse dormire
per una notte intera
o porre la mano sul saliscendi della porta
senza paventare
ciò che avrebbero trovato dall’altro lato.
O non fosse magari una mano
che coccolava i pezzi
di un cuoricino
impaurito e senza vigore.
Oggi la casa accoglie fantasmi
nelle sue stanze vuote,
corridoio compreso,
e gelate.
Nel silenzio
sembra quasi udire
alcune timide risa
provenienti dal passato,
frammiste a grida e gemiti
di notti di incubo.
Ci saranno stati bambini
in quella casa?
O non piuttosto
adulti
celati in piccoli corpi?

I fantasmi fanno compagnia
ai due superstiti della casa,
ognuno di loro isolato nel proprio cantuccio,
senza parole
senza sguardi
senza carezze
né sorrisi.
Sopravvivono al tempo:
le loro sembianze una brutta copia
imbrattata dalla vita.
Ma le loro anime
e la pace dei loro spiriti,
se mai le incontrarono,
imputridirono
come frutta marcia.
Persistono a ingannare sé stessi
e aspettano così che la Sorella
che li spia
li ghermisca e ponga fine
a quella morte in vita.

PARTO

Depois de errante
buscando tudo, encontrando nada
Depois de espezinhada
declarada insana
fui tolhida por amarras
por mim impostas
à minha mente,
ao meu corpo,
à minha vida
Depois da real insanidade
e os erros me dominarem
Depois da queda do penhasco
onde vivi atordoada
sucumbi à dor da existência…
Então me redimi
comigo mesma
Concedi a mim
o indulto dos inocentes.
No tempo certo da alma encontrada
Parirei a mim mesma.

PARTO

Dopo avere vagato
cercando tutto e trovando nulla,
dopo essere stata umiliata
e dichiarata pazza
fui bloccata dalle tutele
imposte
al mio corpo
alla mia mente
alla mia vita.
Quindi la pazzia vera
e gli errori mi piegarono,
sprofondai nel baratro
e vissi inebetita
sopraffatta dall’angoscia dell’esistere.
Allora mi sono riscattata
con le mie sole forze
e mi sono concessa
il perdono degli innocenti.
Una volta ritrovata la mia anima
partorirò daccapo me stessa.

ALUIÇÃO

Sentar.
Largar o corpo
deixar escorregar,
escorrer até os pés,
o cansaço
que desmancha a alma,
o desalento
que corrói dia após dia,
a desilusão
que a vida estampou
na própria vida.
Soltar a alma,
entregar ao tempo a vida
para que ela se refaça…
Que pare o tempo
pois voltar não volta.
Que fazer,
se ele parar?
Apagar as coisas ruins
consertar os erros
manter só a alegria?
Seriam então alegrias,
se não há mais tristezas?
Que o tempo passe.
Por um momento
não me encontre aqui
sentada.

Que me deixe em meu quietismo…
até a hora de levantar-me.
Sentada,
olhos no vazio
vazia de pensamentos…
Sentir que não se sente
o sentimento de si mesma…
Do tempo
não é a velhice
que me atormenta,
não são os anos
que eu somo
que pesam.
Meu tormento é saber de mim.
O peso que carrego
é o que não fiz,
o que não juntei,
o que não construí.
O peso é o vazio.
Tenho medo de perder-me
não encontrar o caminho
de volta à razão.
Sinto que escapo do corpo,
da consciência…
chego ao lugar em que não há
conseqüências,
não há lutas a travar,
não é preciso responder
por atos impensados.
Lá sou insana e livre…
E se eu não voltar?

DISFATTA

Sedersi.
Abbandonarsi
lasciare scivolare,
colare fino ai piedi,
il cruccio
che sconquassa l’anima,
lo sconforto
che corrode giorno dopo giorno,
il disincanto
che l’esistenza ha impresso
alla vita.
Sciogliere l’anima,
affidare al tempo la vita
affinché essa si riabbia …
Chiedere al tempo, per un istante,
di tornare indietro.
E interrogarsi:
che fare se si ferma?
Cancellare le nefandezze
rimediare alle pecche
mantenere soltanto l’allegria?
Ci sarebbero dunque solo gioie
se non vi fossero più afflizioni?
Che il tempo riprenda.
Per un attimo
non mi incontri, qui
seduta.

Che mi lasci nel mio quietismo
fino all’ora di alzarmi.
Seduta,
gli occhi nel vuoto
spoglia di pensieri …
Avvertire che non si riconosce
l’entità che è in noi.
Del tempo
non è l’immanenza
che mi assilla,
non sono gli anni
che si assommano
a pesarmi.
Il mio tormento è sapere chi sono.
Il peso che mi opprime
è ciò che non ho fatto,
ciò che non ho raccolto,
che non ho costruito.
Il peso è il vuoto.
Temo di perdermi,
di non ritrovare il varco
di ritorno alla ragione.
Sento che sgattaiolo dal corpo,
dalla coscienza,
che mi spingo fino a un luogo nel quale
non ci sono conseguenze,
non ci sono lotte da ingaggiare,
non è necessario ribattere
per atti inconsulti.
Là sono dissennata e libera.
E se poi non torno?

DANÇA MALDITA

É na noite que os fantasmas
atravessam nossos corpos
É na noite que os seres inimagináveis
se tornam realidade
É na noite que os cães ladram
É na noite que os demônios atacam.
E é quando os demônios atacam
que eu me solto.
Liberto meus demônios loucos
com suas faces
deformadas e debochadas.
Deixo que dancem ao meu redor
a dança maldita
dos que perderam o juízo.
Deixo que me arrastem
para o inferno
em meu corpo insano.
Danço com eles
a dança dos seres
sem memória,
sem juízo,
sem perdão.
A dança da liberdade
de quem já perdeu
o medo da Morte e da Vida….

Danço… danço…..
Danço a fúria da insanidade
que corrói minha mente.
Danço a dor da consciência…
Danço a dor da rejeição…
Danço… danço… até cair
Exaurida no chão.

DANZA MALEDETTA

È nella notte che gli spettri
attraversano i nostri corpi.
È nella notte che le creature inimmaginabili
diventano reali.
È nella notte che i cani latrano.
È nella notte che i demoni attaccano.
Ed è quando i demoni attaccano
che io mi libero.
Metto in libertà le ombre della mia follia
con le loro fisionomie
deformi e dissolute.
Lascio che danzino tutt’intorno a me
la danza maledetta
di coloro il cui senno bazzica la luna.
Lascio che mi trascinino
all’inferno
nel mio corpo malato.
Danzo con loro
la danza degli esseri
senza memoria,
senza intelletto,
senza salvezza.
La danza sfrenata
di chi ha non ha più
ritegno alcuno verso la vita e verso la morte.

Danzo … danzo …
Danzo il furore della pazzia
che consuma la mia mente.
Danzo il supplizio dell’essere cosciente.
Danzo l’onta del ripudio.
Danzo … danzo … danzo fino a cadere
esausta sul pavimento.

DOMINATIO

No horizonte
céu esfumaçado de vermelho
círculo do sol a se pôr.
Anoitece lentamente.
Entre árvores e morros
o sol se esconde.
E em mim
surge o animal
que me atormenta.
O bicho negro e doentio
enjaulado em meu corpo
quer fugir
sair
para a noite que chega.
Aflige-me
com suas garras
arranha meu peito.
Suas asas enfurecidas
me atordoam.
Também eu quero fugir
abrir a porta
correr.
Abrir o peito
soltar a fera
que me enlouquece
me domina.

Assim ficamos
horas…
Eu controlando a fera,
a fera me descontrolando,
até que chegue
o breu da noite.
Nenhum sai vencedor.
Um rende-se ao outro
Pertencemo-nos…
Somos da mesma essência,
inseparáveis.
E a cada dia,
a cada pôr-do-sol,
a luta recomeça…
Até a morte.

DOMINIO

All’orizzonte
cielo sfumato di rosso,
sfera del sole che tramonta.
Imbrunisce lentamente.
Tra gli alberi e i poggi
il sole si eclissa.
E in me
si ridesta l’animale
che mi affligge.
La bestia nera e ributtante
ingabbiata nel mio corpo
vuole fuggire
dileguarsi
nella notte che s’appressa.
Mi dilania
con i suoi artigli,
lacera il mio seno,
le sue ali furibonde
mi stordiscono.
Anch’io vorrei fuggire
varcare la soglia
e correre.
Divaricare lo sterno
affrancare la fiera
che mi fa impazzire,
mi domina.

E così
per ore.
Io a controllare la fiera,
la fiera a cercare di divincolarsi,
fino a che non sopraggiungono
le tenebre della notte.
Nessun vincitore.
Ognuno si arrende all’altro.
Ci apparteniamo …
siamo della medesima essenza,
inseparabili.
E ogni giorno,
a ogni crepuscolo,
la lotta ricomincia …
fino alla morte.

ASSEPSIA

Aqui estou eu.
Entregue às mãos
de outros
que vêm e vão:
cuidam
olham
tocam.
Tocam
meu corpo,
meu pulso.
Tocam,
mas não me tocam.
Tratam de mim
assim:
boneca de trapo de vida,
trapo de gente.
Trapo humano
entregue às mãos brancas,
roupas brancas,
paredes brancas,
entregue à indiferença
de cuidados indiferentes.
Farrapo humano
destroçado.
Ouvem meu coração,
mas não o vêem
estraçalhado.

Medem meu pulso
mas não sentem
o sangue podre
que corre nas veias.
Apalpam meu corpo
mas não enxergam
a alma morta que leva em si.
Não imaginam o peso
dessa alma fétida
que se esvai,
aos poucos substituída
pela insanidade
do meu ser,
do meu cérebro.
Adianta eu estar aqui?

ASEPSI

Eccomi.
Consegnata nelle mani
di estranei
che vanno e vengono:
osservano
guardano
toccano.
Manipolano
il mio corpo,
il mio polso.
Toccano,
ma non mi inteneriscono.
Mi trattano
come fossi
bambola d’uno straccio di vita,
d’uno straccio di famiglia.
Cencio umano
abbandonato in mani bianche,
camici bianchi,
mura bianche,
affidato all’indolenza
di cure improbabili.
Feccia umana
devastata.
Auscultano il mio cuore,
ma non s’avvedono
che è spezzato.

Tastano il mio polso
ma non percepiscono
il sangue putrido
che scorre nelle vene.
Palpano il mio corpo
ma non scorgono
l’anima morta che alberga in me.
Non immaginano il peso
di questa anima fetida
che si dissolve,
a poco a poco sostituita
dalla alienazione
del mio essere,
della mia mente.
A che pro stare qui?

REFÚGIO

O quarto seria meu refúgio.
Lugar onde entregaria
minha vida ao tempo.
De lá iria voar
livremente
pelos meus mundos,
totalmente desprendida
de meu corpo,
chegaria a lugares
que somente
meu pensamento
conheceria.
Abandonei meu refúgio.
Nele não entrei.
Não criei meu canto.
Não levei meus livros.
Não sentei na poltrona.
Não sonhei.
Não pude escapar
da realidade
que me mostra
a face escancarada
à minha frente
todos os dias.

RIFUGIO

La stanza sarebbe stata il mio rifugio,
il luogo dove avrei consegnato
la mia vita al tempo.
Da lì avrei volato
libera
per i miei mondi,
totalmente slegata
dal mio corpo,
avrei raggiunto posti
che solamente
il mio ingegno
avrebbe concepito.
Abbandonai il mio rifugio.
Non vi entrai.
Non mi ci installai.
Non vi trasferii i miei libri.
Non vi sedetti sulla poltrona.
Non vi sognai.
Non ho potuto eludere
la realtà
che spalanca
davanti a me
la sua faccia
tutti i giorni.

Da: “Parto” di Inès HOFFMANN
Samperi Editore, 2007
Versione in Italiano di Marco Scalabrino
Presentazione di Licia Cardillo Di Prima

Inès Reichert Hoffmann è nata nel 1971 in Brasile, dove vive.

INÊS HOFFMANN
ineshoffmann@uol.com.br

Marco Scalabrino
marco.scalabrino@alice.it