“Quotidiane” di Giovanni CAMPUS

siddharta

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                      Anche sul blog La Poesia e lo spirito

DE SENECTUTE

L’inverno, con i suoi rami di gelo,
ti chiude prigioniero nei cristalli
tristi, induriti, delle tue memorie.

Vedi l’ombra degli alberi sull’acqua
del fiume: trame livide, onde scure
percorse da barlumi un tempo ardenti.

L’inerzia t’avviluppa tra i cespugli
fangosi, ti seduce la corrente.
Una barca t’invita alla deriva.

E’ la vecchiezza, ormai? Già tanti visi
amici ti rapì l’ultima sera.
Ai giovani la sfida. Esiti ancora?

A te la scelta: Averno o Campi Elisi.

Se t’abbandoni, invecchierai d’un tratto:
senza remo né vela, quella barca
s’arena sui fondali d’Acheronte.

Non vedrai più nessuno, dalla melma
immota affiorerà qualche rimorso.
L’anima toccherà le mute rive

del niente. Una palude è la tua sorte?
Ricòrdalo: sei nato a ricercare
il sentiero che torna alla sorgente.

Misteriosa è l’origine; ma l’acqua
si fa più pura quanto più risali,
più trascolora inverno in primavera.

QUANDO NASCESTI

Quando nascesti, io piansi. Eri un immenso
avvenire, una sfida, una promessa
limpida, audace. Tu levavi un grido
di richiamo sul mare luminoso
dell’essere, un messaggio
ad una terra incognita, ad amici
ignoti, ma devoti a te, vivente
e sacro testimone del mistero.
Raccogliemmo quel grido, noi che al pari
di te, tutto ignoriamo: ci chinammo
intenti a decifrare il tuo messaggio,
noi che appena sappiamo navigare
lungo la costa, timorosi, ignari,
come te, dell’oceano. Non possiamo
discioglierti ogni nodo, allontanare
ogni rovescio della sorte. Il mondo
è un enigma. Ma tutto ti appartiene
di noi, per tuo rifugio e tuo conforto,
figlio, ricorda; e fa che non si spenga
mai l’ombra d’un sorriso sul tuo volto,
figlio per cui, quando nascesti, io piansi.
Naviga con coraggio: è l’ora tua,
la tua prova. Viviamo dentro un sogno
lacero, incomprensibile, sublime:
miraggi attraversiamo, dissolvenze
di selve e di deserti, soffocanti
metropoli, e prigioni,
e giardini verdissimi, improvvisi
incantesimi; e scherno di burrasche
senza riposo, e folla, e voci, e risa
infantili, e feroci
stragi dimenticate, arse rovine,
pari tutte ad altissimo silenzio.
Un infinito nulla
ci assedia; ma non perdere
fiducia, tu, continua la battaglia.
L’esito non è incerto: tu nascesti
già più forte del nulla. Se l’ascolti,
un’eco ti risorge
di nobiltà sepolta
dentro di te: non sei figlio del Caos,
ma generato in vincolo d’amore.
Nel profondo dell’anima ti giunga
sempre la nostra voce a consolare
ogni tua pena: guarda in alto, naviga
finché resti visibile una stella.
Morire è un altro nascere: è risveglio,
ma senza pianto, infine, ad altra luce.

AUTUNNO

Eccomi nell’autunno della vita:
quando la morte corporale (antica,
se da sempre convive nel profondo
dei miei pensieri, e vigile misura
ogni sorriso) tenta le mie membra
-ora con tocchi lievi, o con presagi,
ora con più severi ammonimenti-
per il passo finale. Senza angoscia
attendilo: raccogliti in silenzio
di quando in quando, ma non disertare
la vita, ed ogni impegno che ti chiami
per nome, ancora, e dica: “Tocca a te”.
Guàrdati ancora intorno, senza invidia;
lascia negli altri un calmo desiderio
di te, per quando non sarai tra i vivi:
confidino, tranquilli, in altro incontro
fra voi, che sia perenne. Una mattina
di luce chiara, un’onda lieve, un’ala
tacita che si levi nell’azzurro
sono segni, richiami d’alto Eliso
incognito, velato ancora un poco:
ti lascino serena, trasparente
l’anima. Godi il canto degli uccelli.

FLASH

Come fossimo eterni
noi combattiamo, indocili, accaniti,
ad erigere, giorno
dopo giorno, le mura
che un altro giorno un altro
demolirà, che forse un’altra stirpe
ignorerà, che un cupo indifferente
sussulto dell’immensa
natura eternamente
seppellirà. Ma un attimo di sosta
dentro di noi rivela d’improvviso
tutta la nostra vita: è solo un flash.

EPITAFFIO

Ero soltanto un’onda
nel mare della vita,
un’onda fra le mille: trepidante,
effimera, smarrita.
Altri furono fiumi
misteriosi, solenni; altri correnti
limpide, fredde, tacite; altri ardenti
vortici, altri superbi
marosi in furia incontro a solitarie
scogliere, ed altri schiume
fragili, evanescenti,
o beffarde sirene, o vane sfingi
ignare, assorte maschere del nulla,
altri solo balugini, scintille
d’un attimo, felici
schegge di luce,
altri lievi conchiglie abbandonate
sui fondali silenti.
Io fui soltanto un’onda, liberata
per un poco nel vento, per un poco
disfiorata nel sole.
Ma noi tutti, noi figli
dell’infinito oceano di viventi,
vivemmo illuminati
dallo sguardo d’Iddio,
che di ciascuno seppe
e l’angoscia e la gioia.
Ora, in questo crepuscolo
sospesi, un suono d’arpa
ci consola, remoto, ci promette:
“Nessun limbo è per sempre”.

QUOTIDIANA

Come assidua la vita ci consuma…
ecco, invecchiamo lentamente, l’uno
di fronte all’altro. Ma è soltanto il corpo
che si logora: l’anima si affina.
Questo corpo alla fine si depone
come un abito smesso – oppure, a volte,
strappato d’improvviso, lacerato
vivendoci… Ma guarda: è solo un abito
deposto. Noi dobbiamo essere spogli
tutti, alla fine: non potrai discendere,
ancora vivo, il fiume della Vita.
Ancora greve di carnale ombra
non potresti rinascere, salpare
stupefatto, invisibile, esitante
abbandonarti al Mare della Luce.

Quotidiane – Giovanni CAMPUS
EDES – Editrice Democratica Sarda, 2007
La Biblioteca di Babele – Collana di letteratura sarda plurilingue

Nota biobibliografica

Giovanni Campus, nato in Romagna, a Cervia, nel 1930, da famiglia sarda, dopo l’infanzia trascorsa fra Romagna e Toscana (nel Casentino), compie gli studi in Sardegna, laureandosi a Cagliari in Lettere Classiche con una tesi sul Problema della morte nei Ricordi di Marco Aurelio. Ha insegnato a lungo nei licei. Vive a Roma. Ha sempre svolto intensa attività pubblicistica su quotidiani e riviste specializzate, sia nel campo letterario sia come critico cinematografico.
Dopo le prime Undici poesie (in Ichnusa, segnalate nel 1960 al Premio Cervia), ha pubblicato Salmo notturno (Laterza 1983, entrato nella terna finale del Premio Viareggio Opera Prima 1984) e Mediterranee (Edes 2003, vincitore nel 2004 del XIX Premio di Poesia “Giuseppe Dessì”).

                                                                         ***

Quotidiane-quotidiano-quotidianus-cottidie-cotti die-kwotei=nel qual giorno. Dall’italiano, a ritroso, alle antiche lingue indoeuropee dove il termine era in uso. Per dire di un titolo – del libro e della sezione eponima – che lega indubbiamente alcune di queste poesie ad eventi databili: viaggi, visite, ricorrenze. Ma al di là delle occasioni, questi componimenti attestano la lunga, instancabile meditazione di chi ha camminato nel mondo senza mai scordare la verticalità del confronto con la storia personale e collettiva, perfettamente inverata in Mediterranee, la raccolta precedente. Nel qual giorno, dunque, non solo il ricordo e l’istante che ne ha ispirato i versi, ma il segno forte ed unico di un’esistenza, nella campitura illimite della storia che tutto, e tutti, reperta.
Quotidiane è una delle nove sezioni della raccolta (assieme a Venezia, sulla tomba di Ezra Pound, Sei lettere alla moglie, Haiku, De senectute, Requiem, S’i’ fossi foco, Nuove Mediterranee, Ode al fico d’India), e contiene diciannove delle sessantanove poesie del libro.
“La quotidianità” si dice nel risvolto di copertina “è ritrovata e ascoltata oltre lo spazio e oltre il tempo, in una riflessione esistenziale sulla vita e sulla morte, fra l’amaro del dubbio e la serenità della speranza.” Riflessione che vediamo dispiegarsi ampiamente nei temi che naturalmente più insistono, in noi, con la maturità (più presenti in De senectute e Requiem), con lucida e profonda introspezione nonché – usando parole di Giuseppe Petronio nella sua introduzione a Salmo notturno – con una “sorta di tristezza virile, in una religiosità fuori dalle confessioni, che dà il senso della sacertà della vita”.
Non vi è tristezza (“Io non vedo riposo per la nostra salma inerte/mentre arde nel crematorio fino alla cenere,/pietosamente raccolta, racchiusa/in una piccola urna,”), nella poesia di Giovanni Campus, che non stemperi e si risolva da ultimo in barlumi di fede; finanche nella presenza e nel conforto dei nostri cari defunti, accanto a noi, attraverso la preghiera (“Ma dobbiamo ancora pregare/perché i morti che ci hanno amato/ci rimangano accanto: invisibili, ma più vivi,/entrando nei nostri pensieri/-anche se noi, dimentichi,/non li avvertiamo presenti-/e portandoci per mano, sorreggendoci,/scansando per noi dai sentieri/le pietre nascoste, le spine più infide,”)(Requiem aeternam).
Si noterà subito l’eleganza e la sapienza di questa scrittura (per essenzialità, nitore, linearità, vividezza di immagini, precisione descrittiva, scelte metriche) per la quale Mario Luzi, in una sua lettera all’autore, scriveva: “La compattezza del Suo alto-antico stile regge, mi pare, senza forzature, perché l’eloquio nobile e solenne, sostenuto in ogni caso, corrisponde a una emotività eletta e a un ragionar vibrato, commosso, come diceva Leopardi.”
(Giovanni Nuscis)

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3 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 29 febbraio 2008 at 6:27 pm

    L’abito che l’autore ci consegna non è logorato e non è consolatorio.
    E’ il disegno normale della nostra esistenza che è fatta d’impeto e di una vita troppo breve.
    Michele

    Rispondi

  2. Posted by diamine on 3 marzo 2008 at 7:41 am

    Un autore dalla traccia duratura.
    Antonio Fiori

    Rispondi

  3. Posted by 1Nuscis on 3 marzo 2008 at 2:03 pm

    Vi ringrazio, Michele e Antonio, per le vostre parole.
    Un caro saluto ad entrambi.
    Giovanni

    Rispondi

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