Archive for marzo 2008

Massimo SANNELLI: un Maestro. La sua Scuola di poesia

simposio

Di rado capita di incontrare dei maestri autentici  per  sapienza e altezza dei loro insegnamenti. Massimo Sannelli, poeta, critico e studioso, lo è.  

Cura da mesi sul blog collettivo "La Poesia e lo spirito" una scuola di poesia. Ne propongo la sua 11° lezione (qui  la restante parte del post che comprende i commenti)(Qui le lezioni  precedenti)

L’ascolto è forse il migliore modo di ripagarlo della gratuità e generosità del dono. 

1

Lettore, leggi questa dichiarazione di Milo De Angelis: «[…] il mio primo maestro fu Franco Fortini, uomo inflessibile, ossessionato dal giorno del giudizio. Con lui, per anni, ho trascorso interi pomeriggi a discutere un andare a capo, come se dalla riuscita di quella poesia dipendesse il destino del mondo. Ancora di più: dipendesse la felicità di chi *in quel momento* passava per strada, ci sfiorava sui marciapiedi. Folle e preciso intreccio di esistenze. Era il tribunale delle parole, il luogo a cui presentarsi senza colpa, il luogo in cui tutti i poeti venivano chiamati a rispondere delle proprie pagine, venivano chiamati a giudizio. E d’altra parte il discorso giuridico continua ad accompagnarmi. Oggi insegno in un carcere di massima sicurezza» («Italian Poetry Review», 2 [2007], p. 475). Tanto può l’*imprinting*, dopo anni, e non era altro che la riscoperta della parola come légge. E poi ascolta: «Una guaritrice, con le sue formule mormorate il cui significato nemmeno lei capisce, o un sacerdote che pronuncia preghiere, parti delle quali sono a lui stesso incomprensibili, non sono affatto fenomeni assurdi, come superficialmente può sembrare. Non appena quella formula viene pronunciata, è indicata e fissata la relativa *intenzione* – il *proposito* di pronunciare la formula. Si stabilisce così il contatto tra parola e personalità, e dunque è compiuto l’atto più importante» (Pavel A. Florenskij, Il valore magico della parola, a c. di G. Lingua, Medusa, Milano 2003, p. 74). Tanto basta a dire qualcosa di utile, rispetto ad identificazioni troppo facili della *cosa* con la *chiarezza*. Il performer religioso – guaritrice o sacerdote – non capisce le sue formule e le sue preghiere; quindi non gli sono chiare, e ancora meno saranno popolari; eppure la guaritrice e il sacerdote fissano «il proposito di pronunciare la formula», che sarà efficace all’esterno della bocca.

Così la formula è stata *pronunciata* [non solo *pensata*]. La «volontà di dire» compie [nel sistema di fede di Fortini e di Florenskij] l’azione. La parola giusta funzionerà, e l’enjambement a cui si dedicano «interi pomeriggi» sarà valido su due piani: per dignità estetica e per importanza [e per impegno *totale*, compreso il corpo] della «volontà di dire». E quell’importanza è *magica*. Io ci credo? E tu?

2

Lettore, quello che dice De Angelis è inquietante. Perché ci costringe ad un aut aut: O il «destino del mondo» – meno enfaticamente: la felicità dell’uomo in strada – è legato ad una NOSTRA espressione (non del mondo e non dell’uomo della strada); O non lo è, non è vero, e non è sano pensarlo. Qui non posso insegnarti nulla. Devi scegliere, e la tua risposta non può essere né bigotta né materialistica. Devi dire perché condividi questa idea dell’uomo inflessibile (Fortini) e del servo fedele (Florenskij); non basta enunciare la tua accettazione; oppure: devi dire perché la rifiuti, non solo enunciare il tuo rifiuto. Io accetto l’idea, ma – ripeto – in questo caso non posso insegnarti nulla [ma credo che Florenskij abbia colto nel segno: l’efficacia esterna corrisponde ad un’adesione interna, che non è l’«esecuzione [farisaica, formalistica] di un’esecuzione», ma la vera pura onesta esecuzione di *quel* gesto *quella* parola e *quell’*«andare a capo»]. L’ho scritto in un testo per Federico Federici, anno 2006: «Al suo orecchio la parola non è più una serie di lettere. Ora la lingua si muove per se stessa. Scrive, e ha l’impressione che sbagliare una parola, un suono, un ritmo, porti dolore ad altri. Non dubita che *dall’altra parte del mondo* qualcuno morirà, se sbaglia una parola. Sulla tastiera, per una lettera imprecisa, cancella l’intera frase, anche più volte. Pronuncia poco i nomi propri, anche quello della donna che ama, perché *il nome è sacro*. […] Se la non-ragione gli permette di credere alla parola sacra, ogni parola è un’icona. Venera la poesia». Queste cose sono diverse dalla poesia che conosciamo. Credendoci, non da oggi, ho sempre detto che non sono un poeta. E poi: se la poesia non è questo, e non è ciò di cui parlano De Angelis e Florenskij – a me della poesia non importerebbe nulla. Davvero: nulla.

Il paradiso e la felicità *altrui* sono garantiti da una tua parola poetica *corretta*, ma il «tribunale delle parole» ti giudica, se sbagli. Quell’«intreccio di esistenze», che comprende la tua parola e la mente dell’estraneo «sui marciapiedi», è vero o falso. E queste parole di De Angelis, e di Fortini da lontano, e di Florenskij che le precede e le integra – tu puoi considerarle la più alta sapienza del mondo o la più demenziale superbia. Il salmista chiede all’Eterno: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Salmo 8,5); e che cosa è la parola dell’uomo per salvare estranei e sconosciuti? E può, secondo te? Può *veramente*? E Dio si ricorda *veramente* dell’uomo? E che la parola abbia o meno effetti – perché un «uomo inflessibile», un comunista, un traduttore di Brecht *ci crede*? Perché ci crede De Angelis, che non è un bigotto? E se avessero ragione – oseresti ancora scrivere senza «il contatto tra parola e personalità»? Se una tua frase riuscita rendesse felice anche chi non ti conosce e non ti legge – come scriveresti? Perché qui non si tratta di autori e lettori, ma di rendersi angeli per sconosciuti, in quanto autori. Non è facile dirlo, e ancora meno crederci. Se non ci credi – come spieghi questa fede in un uomo come Fortini? Ecco, la ragione è ferita un’altra volta.

[25 marzo 2008, giorno dell’Incarnazione]

                                                                                         Massimo Sannelli

Notizia.
La bio- è tutta spostata sulla -grafìa dei libri firmati da Massimo Sannelli (nato nel 1973, vive a Genova). Gli ultimi sono "Venti sonetti" (La Camera Verde, 2006); "Lo schermo" (Feaci, 2006); "Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini" (Fara, 2006); "Nome, nome" (Inedition, 2007); "Huit poèmes" (trad. di A. Raos e E. Suchère: Contrat Maint, 2007); "Amanuense" (Cantarena, 2007); "inversiOn" (trad. di C. Daino: Dusie, 2007) e la traduzione di "Su un Io Colonna" di Emily Dickinson (La Camera Verde, 2007). Di prossima pubblicazione traduzioni da Susana Gardner e da classici indiani, più la raccolta delle interviste ("Al popolo futuro. Dialoghi", Cantarena, 2007). Vive a Genova.

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Da: “L’interprete delle passioni” di IBN ‘ARABI

IbnArabiMuhy

 

 

 

Anche sul blog "La Poesia e lo spirito" 

 

 

 

 

 

XVIII

1. Férmati alle dimore,
piangi sulle rovine,
e alle abbattute abitazioni chiedi:
2. “Gli amati, dove sono?
I lor cammelli, dove sono andati?”
“Guardali, nel deserto
traversano i vapori:
3. Tu come dei giardini
li vedi, nel miraggio:
la calura dilata
negli occhi la figura.”
4. Bramosi d’al-`Udàyb,
andavan là per bere
un’acqua fresca che ridà la vita.
5. Ed io gli andavo dietro,
di lor chiedendo al vento dell’oriente:
“Han piantato le tende,
o stanno all’ombra delle piante dal?”
6. E il vento mi rispose:
“Lascia Zarud e il loro accampamento
mentre si lamentavano i cammelli
per la stanchezza del notturno viaggio.
7. Essi han fatto calare
sopra le loro tende coperture
perché la lor beltà fosse protetta
dal caldo meridiano.
8. Alzati, dunque, e va’ verso di loro,
le loro impronte cerca,
e verso loro guida
i tuoi cammelli, in fretta.
9. Quando ti fermerai
ai termini di Hagir,
ed attraverserai valli e colline,
10. Vicine ti saran le lor dimore,
e il loro fuoco diverrà visibile:
un fuoco che ha causato il divampare
della fiamma d’amore.
11. Fa’ inginocchiare i tuoi cammelli in esso!
E non farti atterrir dai suoi leoni
perché l’amore ardente li offrirà
sotto forma di cuccioli al tuo sguardo”.

1. L’autore dice alla voce di Dio che chiama dal suo cuore: “Férmati
alle dimore” (che sono le stazioni alle quali coloro che sanno
salgono nel loro viaggio verso l’infinita conoscenza dell’oggetto
del loro culto), e: “Piangi sulle rovine” (cioè le tracce lasciate
da quei conoscenti).
“abbattute abitazioni”: non c’è gioia nelle dimore che sono state
disertate; la loro vera esistenza dipende dai loro abitatori.
2. “I lor cammelli”: sono le aspirazioni.
“il deserto”: è la stazione dell’Astrazione (tagrid).
“i vapori”: sono le tracce di ciò che essi cercano; le sue tracce
sono legate al suo essere che si trova dentro loro stessi.
3. “dilata”: diventano grandi perché mettono in risalto la grandezza
di ciò che cercano. Di qui è detto: “Perciò quello che non fu
mai (cioè tu) può svanire, ed Egli che mai non fu (cioè Dio) può
sussistere per sempre”. E Dio dice: “Come un miraggio nella
pianura (cioè nella stazione dell’Umiltà), quando egli lo rag-
giunge trova che non è nulla, ma trova Dio presso di lui” (Corano,
24,39) dal momento che tutte le cause secondarie gli sono
state tolte. Perciò l’autore dice che la calura dilata, intendendo
che la superiorità dell’uomo su tutti gli altri esseri contingenti
consiste (essendo l’organismo più perfetto) nel suo dare più forte
testimonianza di Dio, come disse il Profeta: “Invero fu creato
ad immagine del Misericordioso”.
4. “Bramosi d’al-`Udàyb”: cioè ricercando il segreto della vita
nella stazione della Purezza dalla fonte della generosità.
“per bere”: bere (surb) è il secondo grado della manifestazione
divina (tagalli). Il primo è il gustare, il terzo è bere copiosamente,
il quarto è l’ebbrezza.
5. “Han piantato le tende”: si riferisce alla conoscenza acquisita
da essi.
“all’ombra delle piante dal”: si riferisce alla conoscenza infusa
da Dio, nella quale le loro azioni non hanno parte. “Dal” etimologicamente
implica una nozione di perplessità, smarrimento.
6. “Zarud”: vasta plaga desertica. Dal momento che la sabbia del
deserto è spesso agitata dal vento e portata da un luogo all’altro,
l’autore intende dire che essi sono in uno stato di irrequietezza,
poiché stanno cercando ciò che non è immaginabile, e del quale
si possono trovare nell’anima solo le tracce.
7. “perché la lor beltà fosse protetta”: se le loro facce, cioè le loro
realtà, non fossero velate, l’intenso irraggiamento di questa stazione
consumerebbe la loro bellezza, così come il sole sciupa la
bellezza del viso.
8. “le loro impronte cerca”: significa: “Cerca di avvicinarti al grado
profetico con la tua aspirazione (simboleggiata dai cammelli),
non per esperienza immediata (hal), dal momento che solo il
Profeta ha esperienza immediata di questa stazione. Comunque
non c’è nulla che allontani dall’aspirazione di ciò, benché di fatto
sia inattingibile.
9. “Hagir”: si riferisce all’ostacolo che ci rende impossibile l’esperienza
immediata di questa stazione. Vedi Corano, 29,69: “Quelli
che si sforzeranno per noi li dirigeremo per le nostre vie”:
10. “il loro fuoco diverrà visibile”: si riferisce ai pericoli che dovranno
attraversare prima di arrivare alle predette dimore, secondo
il Detto: “Il Paradiso è circondato di azioni odiose”. Uno
degli illuminati di Mosul mi disse che aveva scorto in sogno
Ma`ruf al-Karkhi che sedeva in mezzo al fuoco infernale. Il sogno
lo atterrì, e non ne capiva il significato. Io gli dissi: “Quel
fuoco è la chiusura che custodisce la dimora in cui l’hai visto
seduto. Che ognuno che voglia raggiungere quella dimora attraversi
la fiamma!” Il mio amico fu contento della spiegazione e
la riconobbe vera.
11. “leoni”: se tu sei un vero amante non scoraggiarti dei pericoli da
affrontare.

*

XX

1. Il mio male d’amore è per colei
che ha palpebre malate:
parlandomi di lei deh consolatemi!
2. Volando sui giardini grige tortore
levavano lamenti:
ed una sola causa
avevano la mia e la loro pena.
3. Possa mio padre essere il riscatto
di una tenera e amabile fanciulla,
una di quelle giovani
che sopra i palanchini si conducono,
e ondeggiando procedon fra le spose!
4. Come un sole ella sorse,
lo si vedeva chiaramente, e quando
alla fine svanì
splendette all’orizzonte del mio cuore.
5. O dimore di Rama diroccate!
Quante ragazze dai fiorenti petti,
e belle, in voi trovarono riparo!
6. Io insieme a mio padre
possa esser riscatto
d’una gazzella che Dio stesso nutre,
d’una gazzella che fra le mie costole
si pasce stando stabile e sicura!
7. Il loro fuoco su di loro è luce:
così la luce è
ciò che estingue le fiamme.
8. Tirate, o miei due amici, le mie redini,
dimodoché possa veder la forma
della loro dimora chiaramente.
9. Scendete, quando poi siate là giunti;
e là, miei due compagni,
pianto per me spargete.
10. State con me fra le rovine, un poco,
e si tenti di piangere;
che mi sia dato piangere
per ciò che mi è accaduto.
11. La brama mi colpisce senza frecce,
la passione mi uccide senza lancia.
12. Parlatemi e piangete insieme a me
quand’io presso di lei lacrimo e piango.
Aiutatemi a spandere il mio pianto!
13. Riditemi la storia
di Hind e di Lubna,
di Sulaima, di Zàynab e di `Iman!
14. E narratemi pure di Zaìd,
di Hagir e Zarud,
delle gazzelle ditemi, e dei pascoli!
15. E condoletevi per me coi versi
di Qays e di Laylà,
e con Mayya, e con Gaylan l’afflitto!
16. Mi sono consumato lungamente
per un’amabile fanciulla, adorna
di prosa e di poesia,
dotta nell’arte di parlar dal pulpito,
dotata di favella ricca e chiara.
17. Ella è una principessa
della terra di Persia,
e dalla più gloriosa
delle città proviene, da Isfahan;
18. È figlia dello `Iraq,
è figlia del mio Imam,
mentr’io sono il suo opposto,
un figlio dello Yemen.
19. O miei signori, avete udito o visto
di due opposti che mai si sian riuniti?
20. Se invero voi ci aveste scorti a Rama
offrirci l’uno all’altro
coppe di brama senza usare dita,
21. Intanto che la brama
faceva sì che dolci e lievi motti
fra noi fossero detti senza lingua,
22. Avreste avuto conto d’uno stato
in cui l’intelligenza disparisce:
Yemen e `Iraq uniti in un abbraccio.
23. Disse parole false quel poeta
che prima del mio tempo così disse
(della sua intelligenza
colpendomi coi sassi):
24. “O tu che dài le Pleiadi
in matrimonio a Suhàyl,
Iddio ti benedica!
Come si incontrerebbero altrimenti?
25. Ché sorgendo le Pleiadi si trovano
verso la direzione della Siria,
mentre Suhayl sorgendo
si trova in direzione dello Yemen”.

1. “colei che ha palpebre malate”: si riferisce alla Presenza che è
oggetto di desiderio di coloro che sanno. Sebbene essa sia troppo
elevata per essere conosciuta, si piega (movimento simboleggiato
dalla malattia) verso di loro pietosa e gentile, discendendo
nei loro cuori in una sorta di manifestazione.
“parlandomi di lei”: la sola cura per la sua malattia è la menzione
(dikr).
“consolatemi”: in originale la parola è ripetuta due volte, riferendosi
al suo ricordo di Dio, e al ricordo che Dio ha di lui (confronta
Corano, 2,147).
2. “grige tortore”: sono gli spiriti del mondo intermedio.
“levavano lamenti”: perché le loro anime non potevano riunirsi
agli spiriti liberati dal carcere del corpo terreno.
3. “una tenera e amabile fanciulla”: è una forma della Sapienza
divina, essenziale e santa, che colma i cuori di gioia.
“una di quelle giovani che sopra i palanchini si conducono”: ella
è vergine, poiché nessuno l’ha mai conosciuta prima; e durante
tutto il suo viaggio dalla Presenza divina fino al cuore dello
gnostico è rimasta pudicamente e gelosamente velata.
“le spose”: le forme della Sapienza divina già realizzate dallo
gnostico, e che lo precedevano.
4. “quando alla fine svanì”: quando tramontò nel mondo dell’apparenza
e sorse nel mondo dell’invisibile.
5. “O dimore di Rama diroccate”: sono le facoltà fisiche. Rama
deriva dal verbo rama, cercare; si allude al fatto che la ricerca
fu vana.
“Quante ragazze”: forme divine sottili, da cui le facoltà fisiche
furono annichilate.
7. Il verso significa che i fuochi naturali sono estinti dalla luce celeste
nel suo cuore.
8. “la forma della loro dimora”: la Presenza da cui la dimora stessa
è sorta. Qui sembra che l’autore desideri giungere alla stazione
della Contemplazione, ma soprattutto per amore di Quello a
cui conduce.
9. “pianto per me spargete”: perché “il dolce frui” di questa Presenza
annichilisce chiunque la raggiunga e la contempli.
10. “che mi sia dato piangere”: per la perdita degli amanti e di ogni
cosa che non sia le rovine della loro dimora.
11. “senza frecce”: cioè da distante. Si riferisce allo stato chiamato
sauq, passione.
“senza lancia”: cioè da vicino, corpo a corpo. Si riferisce allo
stato detto istiyaq, analogo al precedente.
13. Hind era la donna di Bisr; Lubna di Qays Ibn ad-Darih; `Iman
era una schiava appartenente a an-Natifi; Zaynab era una delle
donne di `Umar Ibn Abi Rabi`a; Sulayma era una schiava conosciuta
dall’autore, la quale pure aveva un innamorato. I nomi di
queste donne sono interpretati misticamente: quello di Hind è
spiegato in riferimento al luogo in cui cadde Adamo (l’India);
quello di Lubna in riferimento al desiderio; quello di `Iman in
riferimento alla scienza dei doveri e della politica; quello di
Zaynab in riferimento al passaggio dalla stazione della Santità a
quella della Profezia; quello di Sulayma in riferimento alla saggezza
di Salomone e di Balqis.
16. “amabile fanciulla”: una conoscenza essenziale.
“adorna di prosa e di poesia”: cioè assoluta rispetto all’essenza
ma limitata rispetto al possesso.
“pulpito”: è la scala ai Nomi più belli, la cui salita comporta essere
investiti delle qualità dei Nomi divini.
“dotata di favella ricca e chiara”: si riferisce alla stazione
dell’Apostolato. Si allude enigmaticamente ai vari tipi di conoscenza
mistica che vanno sotto il velo di an-Nizam, la sorella
del nostro saykh.
17. “Ella è una principessa”: a motivo del suo ascetismo, poiché gli
asceti sono i sovrani della terra.
“della terra di Persia”: cioè, lei è araba d’eloquio e straniera
d’origine.
18. “`Iraq”: lo `Iraq indica la scaturigine di tutte le cose, perciò si
vuole indicare che questa conoscenza è di provenienza nobile.
“un figlio dello Yemen”: in riferimento alla fede, alla sapienza,
alla mitezza di cuore e al respiro del Misericordioso. Queste
qualità sono l’opposto di quelle attribuite all’`Iraq, la rudezza,
la ferocia e l’infedeltà. Geograficamente invece l’opposto dello
`Iraq è il Magrib, e l’opposto dello Yemen è la Siria. L’antitesi
qui posta è fra le qualità dell’Amato e quelle dell’amante.
19. “due opposti”: si riferisce alla storia di Gunayd. Un uomo sternutì
in sua presenza e disse: “Lode a Dio!” (Corano, 1,1) e Gunayd
completò: “Che è il Signore degli esseri creati”. L’altro replicò:
“E chi è mai l’essere creato, che tu lo menzioni nel medesimo
respiro con Dio stesso?”. “Fratello – spiegò Gunayd – l’effimero,
quando è congiunto con l’Eterno, svanisce senza lasciare
tracce dietro di sé: quando Egli è presente non ci sei tu, e
quando ci sei tu non c’è Lui”.
20. “Yemen e `Iraq”: identificazione degli attributi della collera e
della pietà. Si riferisce alla risposta di Abu Sa`id al-Kharraz, il
quale, richiesto di come conoscesse Dio, disse: “Attraverso la
sua facoltà di riunire gli opposti, poiché Egli è il Primo e l’Ultimo,
il Visibile e l’Occulto (vedi Corano, 57,3).
24. “le Pleiadi”: i sette attributi divini dimostrati dalla filosofia di
scuola.
“Suhayl”: stella che simboleggia l’Essenza divina.
25. “verso la direzione della Siria”: al nord, che simboleggia il
mondo dei fenomeno. Gli attributi divini si manifestano nella
creazione, ma l’Essenza divina non vi prende parte.

*

XLVI

1. Fra i grandi occhi e i visceri
c’è una guerra d’amore,
a causa della quale
il cuore soffre pena.
2. Le sue labbra son scure, è bruna lei,
ma la bocca ha di miele:
quello che delle api
si mostra è il chiaro miele che producono.
3. Caviglie forti, un’ombra sulla luna,
sulle sue guance un vivido rossore:
ella è un ramo che cresce sopra i colli.
4. È bella e tutta adorna; è senza sposo,
e ha denti quali chicchi
di grandine, per lustro e per freschezza.
5. Tiene a distanza con il tratto serio,
benché per scherzo faccia l’amorosa;
e c’è la morte, a mezzo
fra quella serietà e quello scherzo.
6. La notte non divenne mai oscura,
e tuttavia là venne,
seguendola, il respiro dell’aurora:
e questo è risaputo da gran tempo.
7. E i venti del Levante
mai passano sui prati
9. Chiesi al vento dell’Est loro notizie,
e il vento disse: “Che bisogno hai?
10. Quando ho lasciato i pellegrini stavano
presso ad al-Abraqan,
ed a Birk-al-Gimad,
ed a Birk-al-Gamim,
dov’è l’accampamento:
11. Essi non sono fermi in alcun luogo”:
Ed io risposi al vento:
“Dove mai troverebbero rifugio
quando i corsieri del mio desiderio
l’inseguono e li cercano?”.
12. Lungi il pensiero! Essi
non han dimora che nella mia mente.
Nel luogo in cui io sono,
lì sta la luna piena. Guarda, e vedi!
13. Non è la mente mia
il luogo dove sorge, e ove tramonta
non è forse il mio cuore?
Poiché la malasorte
del ban e del garàb ora è cessata:
14. Il corvo più non gracchia
sui nostri accampamenti,
offese più non reca
all’armonia della nostra unione.

1. Il senso del verso è il seguente: “C’è una guerra d’amore fra il
mondo della commistione e della coesione e le Idee divine, per-
ché questo mondo le desidera e le ama in quanto la sua vita deriva
completamente dal loro sostegno. Ma null’altro che questo
mondo naturale allontana i cuori dei conoscenti dal percepire le
Idee divine; perciò il cuore è in pena e in ambasce a causa della
continua guerra tra essi”.
2. “Le sue labbra son scure, è bruna lei”: si riferisce a una delle
Idee divine, che descrive con le labbra scure in riferimento ai
misteri che contiene.
“quello che delle api si mostra”: menziona le api poiché hanno
esperienza immediata dell’ispirazione che i cuori dei conoscenti
desiderano.
3. “Caviglie forti”: potente e temibile, con riferimento a Corano,
68,42 e 75,29.
“un’ombra sulla luna”: cioè è nascosta, eccetto che agli occhi
della contemplazione.
“un ramo che cresce sopra i colli”: si riferisce alla qualità
dell’autosussistenza che si rivela nelle manifestazioni divine.
4. “tutta adorna”: dei Nomi divini.
“è senza sposo”: nessun essere umano l’ha mai conosciuta.
“denti quali chicchi di grandine”: si riferisce alla purezza della
sua manifestazione.
5. “Tiene a distanza”: è realmente inaccessibile.
“morte”: l’angoscia di quelli che l’amano.
6. “La notte non divenne mai oscura”: ogni mistero esoterico ha la
sua corrispondente manifestazione essoterica: Dio è sia l’Interiore
che l’Esteriore.
“i venti del Levante”: sono le influenze spirituali della manifestazione
divina.
“prati”: sono i cuori.
“belle giovani”: forme sottili della Saggezza divina e della conoscenza
sensibile derivate dalla stazione del Pudore e della
Bellezza.
8. “piegano le fronde”: l’autosussistenza si piega verso ciò che
sussiste nei fenomen
10. “Gimad”, “Gamim”: località della Penisola Arabica.
11. “in alcun luogo”: essi non permangono in alcun stato: Si riferisce
alla sistemazione nella stazione del Mutamento, che i teosofi
considerano la più elevata di tutte.
13. L’albero ban rimanda a bayn, separazione, e l’albero garab rimanda
a gurbat, esilio.

“L’interprete delle passioni” di Ibn ‘ARABI
Urra (Milano), 2008
A cura di Roberto Rossi Testa e Gianni De Martino

                                                                          ***

La lettura di quest’opera suscita un sentimento di ammirazione mista a intimo compiacimento: per la fresca bellezza che resiste, da oltre otto secoli, e per il trionfo del lettore ed estimatore sull’oblio e l’indifferenza.
Abu Bakr Muhammad Ibn ‘Ali, più noto con il nome di Ibn ‘Arabi – nato in Andalusia il 28 luglio 1165 e morto a Damasco il 16 novembre 1240) – fu soprattutto filosofo, letterato, poeta e maestro sufi, scrivendo circa cento opere. Egli compose questo canzoniere a partire dal 1201 in occasione di un pellegrinaggio alla Mecca dove conobbe Nizam, una giovane iraniana figlia del suo maestro Zahir ibn Rostan, alla cui attraente bellezza si ispirò. Rimandando alla lettura del saggio di Gianni De Martino (“L’eccedenza mistica”), prefatore e curatore dell’opera assieme a Roberto Rossi Testa, a cui va il merito di averla tradotta per primo, in Italia, dalla versione inglese di Reynold A. Nicholson (The Tarjumàn al-ashwàq: a collection of mystical odes by Muyiddin ibn al – ‘Arabi, Royal Asiatic Society, London, 1911), si segnalano due aspetti, in particolare, tra quelli evidenziati dai curatori, che non mancheranno di sorprendere i lettori. Il primo, storico-religioso, rilevato da Gianni De Martino, riguarda il “sesso e il posto del femminile nella civilizzazione islamica”, attestato dal confluire, nel canzoniere, di “poesia, erotismo e misticismo”, inducendo ad un confronto, immancabilmente, con la situazione attuale. Ibn ‘Arabi fu accusato “di aver composto poesie d’amore sensuale”, e minacciato di conseguenze legali al punto da costringerlo a scrivere, di fretta, il commentario che accompagna i testi; un apparato che se da un lato suscita il sorriso, per l’improponibile, se non canzonatoria, spiegazione ai passaggi erotico-mistici contenuti nel testo, d’altro lato, invece, ci mostra l’estesa cultura del suo autore, la brillante, duttile intelligenza.
Il secondo aspetto, di natura storico-filologica, è l’interrogativo sollevato da Roberto Rossi Testa nella sua nota: “…se e quanto Ibn ‘Arabi e il suo mondo, indipendentemente dalla possibilità materiale di contatto e passaggio, possano essere davvero stati dei precursori dello Stilnovismo in generale e di Dante in particolare, come da parecchie fonti e con varia fortuna si è sostenuto.”
Il successo di quest’opera – al di là delle premesse fatte – si deve naturalmente alla qualità alta del testo, sotto il profilo stilistico e inventivo, alla sua sorprendente rispondenza al gusto e al sentimento dei molti lettori succedutisi nelle varie in epoche e paesi diversi; e al fascino di luoghi ed atmosfere – reali e visionarie – che s’intrecciano con la sensualità pulsante della vicenda amorosa e una sensibilità e una cultura sotto il profilo storico e soggettivo. Ma il lettore è trascinato e attratto anche dai versi essenziali e persuasivi, nello stile e nel discorso.
I primi, bellissimi versi della XVIII canzone – “Fermati alle dimore,/piangi sulle rovine,/e alle abbattute abitazioni chiedi: “Gli amati, dove sono?/I lor cammelli, dove sono andati?” – ci introducono nell’atmosfera soffusa del canzoniere tra miraggio, allucinazione psichedelica e visionarietà mistica. Immagini che ricorrono e si figgono nel lettore conducendolo e trattenendolo “in un deserto (dove) traversano i vapori”, dove “calma dilata” nel “caldo meridiano”, “un fuoco che ha causato il divampare della fiamma (d’amore)”.
Altri versi ci dicono invece dell’amore appassionato e/o sofferente del poeta per la bella Nizam: “Il mio male d’amore è per colei/che ha palpebre malate:/parlandomi di lei deh consolatemi!”; “la brama mi colpisce senza frecce,/la passione mi uccide senza lancia”; “mi sono consumato lungamente/per un’amabile fanciulla, adorna/di prosa e di poesia.” L’amata ci viene descritta a volte con qualità o tratti che presumiamo reali, altre volte in modo trasfigurato, o per metafora: “dotta nell’arte di parlar dal pulpito,/dotata di favella ricca e chiara”; “le sue labbra son scure, è bruna lei,/…/caviglie forti, un’ombra sulla luna,/sulle sue guance un vivido rossore:/…/ella è un ramo che cresce sopra i colli”.
Nel canzoniere di Ibn ‘Arabi sono indubbiamente presenti alcuni connotati che saranno propri del Dolce Stil Novo: la dolcezza e la cantabilità dei versi – tenendo però a mente le scelte operate dal traduttore e dichiarate nella nota, e cioè “la resa (di ogni verso) dell’originale con un numero variabile di settenari e endecasillabi”, e il ricorso a “calchi stilnovistici” quando è parso al traduttore che il testo autorizzasse a farlo) – la concezione dell’amore e di una donna capace di elevare l’animo dell’uomo, di farlo ascendere a Dio.

Giovanni Nuscis

(Leggi anche la recensione, sul blog "La Poesia e lo spirito", di Valter Binaghi)

sono ospite nel blog di

Daniela RAIMONDI

che ringrazio con affetto

Buona Pasqua

Caravaggio La_resurrezione_di_Lazzaro

“La poesia e la fabbrica” di Luigi DI RUSCIO

FabbricaEW

 

 

 

 

 

 

 

Mi alzo alle cinque del mattino, ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici, correre da un punto all’altro della crisi dei fili, poi di corsa a casa in bicicletta mettere subito in movimento la macchina da scrivere oggi bene ripulita con l’alcol denaturato ed è bella anche a vedersi, azzurrina come è e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali, ecco le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità, e quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità. Dopo l’orrore d’ogni giorno a casa quando mi metto a scrivere l’urlo di quell’orrore è ancora tutto presente, in tanti poeti la condizione dei culi seduti s’introdurrà nelle loro poesie, io sono in piedi per troppo tempo perchè la posizione eretta sia quella dominante e mi ripeto continuamente: NON INDEGNAMENTE MI ADDENTO NELLE TELEBRE e la presenza degli oppressi e stritolati è dietro le mie spalle e quando scrivo le scariche dell’Olivetti studio 46, macchina da scrivere rumorosissima è come se partissero le scariche di un ammattito kalashinikov e la consorte diceva che le scariche le sentiva appena imboccava lo stradone che la riportava a casa e i vicini domandano: Ma signora cosa ha da scrivere tanto suo marito? È italiano sa signora, scrive solo in italiano e neppure io so con precisione quello che mi combina. La cosa è scusata, proviene da uno straniero, strano, estraneo, stranito, estraniato. Ed è perfettamente vero, mia moglie parla solo il norvegese e neppure lontanamente immagina tutto quello che vado scrivendo e gliene importa anche poco di saperlo, insomma sono una curiosità compatita. E un giorno improvvisamente mi ha detto, caro marito con il tuo cognome qui non si va più avanti, mi riprendo il cognome tanto facile che avevo da ragazza, basta con questo D come David, I per Irene eccetera e con nome da ragazza più leggermente varcherà le porte delle provvidenze burocratiche senza dover spiegare anche a quel Porco le provenienze di un cognome così assurdo.

Mi informo della condizione operaia in Italia pare che per essere assunti alla Fiat visite mediche di tre giorni, medici al servizio della salute della Fiat, il padrone scruta con molta attenzione il nemico, medici non al servizio della salute degli uomini ma al servizio dei profitti della fabbrica, il medico tasta le nostre palle, introduce il dito nel buco del culo, non si capisce che cazzo vanno cercando, l’operaio è immesso in una continua brutalizzazione, in un massacro continuo la prima cosa che se ne va a puttana è la nostra umanità. L’oppresso si identifica con l’oppressore che diventa il modello della quotidianità, la criminalità ha i suoi modelli sublimi, il tutto è espresso dall’urlo, gli urli delle partite di calcio, l’urlo dei versi, l’urlo della Guernica.

Ci fu un periodo di stasi alla scrittura continua, anche per questioni famigliari, però alla fin e degli anni sessanta la follia poetica mi riprese interamente, scrivevo disperatamente delle streghe che si arrotano le dentiere, costatavo con precisione la responsabilità della mia poesia sull’insonnia dei sparuti lettori delle mie poesie, il sottoscritto chiamato anche poeta del ferro per aver lavorato per quasi anni quaranta nell’inferno di una fabbrica metallurgica, critici più o meno illustri mi fecero sapere che la poesia dei metallari aveva disgustato anche chi non l’aveva mai letta, come un morbo invisibile la voce della catastrofe si era sparsa nel mondo delle lettere sacre, qui è tutto blasfemico, comunque quel papa che parla l’italiano con l’accento tedesco a me sembra schifoso è da tutti bene accetto anche per le sue mossetta benedicente, IO CONTINUAVO AD INSISTERE DELLA FABBRICA COME CATTEDRALE DEL NOVECENTO. Mi trovavo alla basa della piramide sociale, essere licenziati era come essere sospinti nel niente, io potevo sempre diventare un barbone, ma li avete mai visti barboni con figli 4 e con una moglie che sta sempre a mettere in moto aspirapolvere? La produzione dell’acciaio è come la consacrazione dell’eucaristia, per aumentare lo spessore della mia poesia introducevo pezzi di prosa andati a male, sospesi nel lago della pagina bianca, ignoravo l’ago e sputavo un dente, scritture di terribili catastrofi scritte tutte mentre ridevo, forse sarebbe stato meglio nascondere la mia condizione operaia, far sapere che avendo sposato la figlia di un grosso e grasso armatore norvegese ero diventato un mantenuto ingrassato e potevo scrivere le poesie dalla mattina alla sera con i due ditini che come zappette di grilli saltellano sulla tastiera, se faremo le fabbriche senza uomini dovremo eliminare i padroni oppure tutti noi saremo eliminati, la nostra vita non varrà neppure un soldo sputato, per continuare ad esistere avremo solo le montagne odorose dei rifiuti metropolitani, la speranza della nostra sopravvivenza è affidata alla più assurda delle utopie.

 

 http://www.diruscio.it

 

LA POESIA E LA FABBRICA (Prosa di Luigi Di Ruscio pubblicata nel gennaio 2008 nel supplemento mensile “il Mese” di RASSEGNA SINDACALE )

Verso le elezioni: …quasi un manifesto.

scheda-elettorale

 

 

 

Anche sul blog "La Poesia e lo spirito"

 

 

 

 

   

    Non andrò a votare. O forse sì, se da uno di quei cavalli di troia che sono i partiti – coi candidati chiusi nel burka di un contrassegno, grazie al sistema maggioritario – vedrò luccicare da lontano qualche spada, sentirò un grido convincente e indignato, noterò un viso, un’espressione fisiognomicamente credibile (Goethe, amico di Lavater, ci credeva…).Ma non sarà facile veder affiorare da uno stagno putrido qualcosa di diverso dai pesci morenti. La società, intorno, non va molto meglio, nella crescente lotta per sopravvivere ed estenuata da decenni di offensive mediatiche nel tentativo di farne – come Pasolini aveva ben intuito – un docile strumento di consumo e di consenso, acritico e ottuso; spesso, riuscendoci. Senza averne spento, però, la vocazionale ed etnica furbizia praticata in ogni contesto sociale, economico ed istituzionale, salvo poi lamentarsene quando le bastonate lasciano il segno. Ma quasi sempre è attrazione fatale: quanti biasimano la gaglioffa simpatia del vincente che fa i suoi comodi in barba alle leggi, ai diritti degli altri?

    La politica, ovviamente, non è solo fallimenti, cialtroneria, ladrocinio, furberie. Non poche le persone serie e competenti, che lavorano duro, con passione autentica. Ma il baratro c’è e non si può non vedere, tra la politica e i cittadini, tra i loro bisogni reali, urgenti, insoddisfatti e quelli personali di chi ci rappresenta: anteposti a tutto, quando è in gioco la loro conservazione e quella del clan familiare, amicale e partitico che li sostiene. La situazione che ne deriva è duplice: un sistema bloccato sulle questioni economiche, sociali e istituzionali e, nel contempo, il permanere di un potere forte e resistente in capo ai singoli politici. Ne è la dimostrazione l’intangibilità dello status e dei loro privilegi, non ostante la crescente disapprovazione motivata, oltre tutto, dal mancato assolvimento del mandato.
    Tra l’astensione dal voto o una croce posta sulla scheda senza convinzione, turandosi il naso, non ci sono alternative. Il clima che si avverte è di rassegnazione, di tacita acquiescenza. E con la gente tacciono gli intellettuali, sperando forse nel miracolo, o che siano altri a muoversi, a far qualcosa per loro e per tutti; o per sconforto, per stanchezza, consapevoli della complessità crescente dei problemi e del mondo, e dell’inanità di gesti e parole quando sono dialettica infeconda, fuori da un processo storico in divenire, giocato, si sa, da altri attori, da altre variabili. La spettacolarizzazione della realtà, inoltre, dovuta ai media, soprattutto quello televisivo – con tempi, contesti, riprese, tagli, cuciture (di immagini e discorsi) che  fanno della scena politica una commedia dell’arte, con ruoli, tic e maschere comiche, o grottesche – fa poi il resto.

    Come ho già detto, sarà difficile che vada a votare, ma se decidessi di farlo non potrei che votare per:

1. un partito al cui interno non ci siano candidati moralmente discutibili per vicende giudiziarie, di cronaca e personali, e per conflitto di interessi nelle varie forme; a prescindere da eventuali procedimenti giudiziari o condanne a loro carico;
2. un partito che dichiari d’impegnarsi, subito dopo le elezioni, ad attuare la riforma per ridurre il numero dei parlamentari, e per far sì che ne vengano dimezzati i privilegi stipendiali ritenuti, ormai, un insulto a fronte della crescente miseria dei cittadini;
3. un partito che intenda impegnarsi, subito dopo le elezioni, per la corretta applicazione dell’art 53 della Costituzione (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”), in modo da ridurre il divario crescente tra le diverse categorie sociali;
4. un partito che intenda impegnarsi, subito dopo le elezioni, affinché le Camere, ogni anno e a fine legislatura, rendano pubblici: a) il bilancio consuntivo di tutti i provvedimenti normativi approvati, col nome dei parlamentari e dei partiti che li hanno promossi, di quelli che hanno votato a favore o contro, rendendo così palese il voto e la coerenza di ognuno; b) i dati statistici riepilogativi, per ciascun parlamentare, delle giornate di lavoro in aula o in commissione anche in percentuale alle giornate di lavoro complessive;
5. un partito che dichiari d’impegnarsi a definire, subito dopo le elezioni, efficaci strategie occupazionali e di stabilizzazione della posizione di chi già lavora, spesso precaria e di sostanziale sfruttamento; creando, tra le altre cose, strutture in grado di monitorare l’offerta del lavoro, a livello locale e nazionale, e i settori interessati, indirizzando e supportando i giovani e i senza lavoro in tale direzione;
6. un partito che intenda impegnarsi, subito dopo le elezioni, per riformare il servizio pubblico radiotelevisivo, eliminando o contenendo al minimo i programmi di “intrattenimento” – quiz, varietà, soap opera – garantendo un’informazione professionale e corretta e consentendo ai giornalisti delle redazioni radiotelevisive e della carta stampata di lavorare e di esprimersi in piena libertà; attivando, sempre nel servizio pubblico, una programmazione studiata da un apposita commissione composta da personalità del mondo della cultura in sinergia con competenti istituzioni nazionali e internazionali (università, accademie, teatri, conservatori e orchestre musicali), e con realtà espressive di movimenti culturali d’avanguardia (artisti, studiosi, riviste cartacee e su web), tenendo conto degli orientamenti dei cittadini anche attraverso forum permanenti;
7. un partito che dichiari d’impegnarsi, subito dopo le elezioni, per fare in modo che siano resi pubblici i finanziamenti (sulla base di leggi nazionali, comunitarie e di provvedimenti amministrativi) erogati alle varie categorie sociali e professionali anche nella forma di agevolazioni o detrazioni a vario titolo;
8. un partito che dichiari d’impegnarsi, subito dopo le elezioni, affinché l’assistenza medica, ospedaliera e/o domiciliare, in caso di gravi malattie, sia totale carico del sistema sanitario, salvo che gli assistiti godano di fonti reddituali sufficienti a sostenerne la spesa; nonché alla creazione o al potenziamento delle strutture di cui all’art. 1 e segg. della legge 22 maggio 1978 n. 194, rendendole operanti anche per il sostegno e la prevenzione dei gravi problemi che affliggono i singoli e le famiglie;
9. un partito che dichiari d’impegnarsi, subito dopo le elezioni, per la creazione e/o messa a disposizione di alloggi per tutti coloro che, per reddito, non sono in grado di acquistarlo o affittarlo; anche avvalendosi, per la costruzione, di maestranze selezionate tra le persone condannate per reati non gravi, come modalità di espiazione della pena; o ricorrendo ad ai numerosi immobili di proprietà pubblica, prevedendo a tal fine la possibilità di trasferimenti all’ente per donazione ed eredità da parte di privati, o a seguito di confisca;
10. un partito che dichiari di impegnarsi, subito dopo le elezioni, nella grave situazione riguardante gli infortuni sul lavoro, favorendo le prassi virtuose da parte delle aziende, potenziando i controlli sui cantieri e prevedendo l’obbligatorietà e periodicità di adeguata formazione per lavoratori, responsabili e titolari;
11. un partito che dichiari di volersi attivare per il riconoscimento della priorità della scuola per lo sviluppo culturale, civile, sociale ed economico del Paese, e che, in dialogo con essa, s’impegni a sostenerla indicando concretamente i programmi di investimenti nelle strutture, nell’aggiornamento didattico e nella valorizzazione delle risorse umane degli insegnanti e del personale della scuola, indicandone i precisi tempi di realizzazione.
12. un partito che dica chiaramente: a) come intende affrontare il problema della concorrenza sleale che mette in crisi le imprese nazionali; b) la politica ambientale e quella energetica per sopperire per tempo al declino della produzione petrolifera; c) la propria politica per perseguire o rafforzare, con gli altri paesi della comunità europea, l’autosufficienza e l’indipendenza energetica e militare dagli altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti.

Giovanni Nuscis

* Alcune delle priorità su indicate hanno condiviso e recepito il contributo di alcuni redattori di questo blog.

Poesie di Bianca MADECCIA

Pinuccio Sciola Pietra sonante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vetro

Madre
Dove son finite le tue parole di ieri?
Le ho lasciate entrare dentro di me
– grata –
acqua nella terra secca

Nulla
a parte quei pezzi di vetro
che stanno li’ piantati da una vita.
Lo porto scritto in faccia
-Assolvimi Madre
perche’ non ti somiglio –

E tu l’hai fatto Madre
Tu hai fatto piovere
le parole giuste

– Chi e’ sano va via –

Epitaffi

Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
Donna del disincanto
Raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
In questo mondo ricoperto di polvere

E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio.
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena.

Dei fiori che colsi ne faccio corone.
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi

In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente

Acqua

Io sogno
un indumento d’acqua
assolo di vetro
e nel mio sogno
le parole
golfo cristallino
acque pericolose e incerte
onda di seta
vela d’angelo spezzata
si tuffano
lacerando
in piena luce

*

Credo
nella trama fitta
delle piccole cose
in un segreto linguaggio circolare
nelle minute presenze invisibili

Credo
negli echi
nelle ombre
nell’impalpabile
nei cori notturni sul mare

Credo
nelle musiche sussurrate dalle pietre
nell’idioma delle nuvole
nel silenzio delle parole
nei discorsi contenuti nel silenzio

oggi credo

e mi unisco al coro dei cantori
dell’esistente
invisibile

Alla luna

Un guerriero zen
innamorato della morte
parla parla parla
mentre mostra
le cicatrici alla luna
per farla invaghire di sé:
“Vedi? Potrei morire domani
se solo volessi”.

L’astro non risponde
e osserva dall’alto
questa eternamente mimata
vicenda adolescenziale.
Agli umani piace recitare.
Che ne sanno loro di una vita infinita?
Che ne sanno loro della morte eterna?
Ci sono già state ere glaciali,
né migliori né peggiori di queste.
Tutto il resto è teatro.

Una tragedia,
quando si ripete due volte,
diventa farsa.

Gabbie

Sazia di scalare stelle
mi spingo verso il mare

Ora tu sogni lenzuola stese al sole
io invece di notte
sogno falò

Il giorno ci sveglia
e costruisce per noi
grandi gabbie di vetro

Di nuovo i papaveri
saranno solo macchie di linguaggio
che non sanno nulla di me

Ma non li rinnego
Anche oggi
Li reggo.

Maestrale (Invettiva)

Ah, che il disprezzo seminato ti invada il giardino
E il terrore di notte ti tormenti in sogno

Vederti annegare nelle lacrime che spargi
E la rabbia che hai dentro bruciare come fosforo l’aria

Che insipienza di vita ti renda il pane sciapo
Condannato a desiderare e a non poter mai avere

Lebbroso scacciato da tutte le porte
Costretto a vagare senza meta
La tua stirpe sparsa ai quattro venti

Possa solitudine tenerti compagnia a vita
Il dolore abitare in eterno a casa tua
E allearsi con buio e tempesta
E tu vivere in ombra perenne

Che anche la terra si rifiuti di accogliere le tue ceneri

Che tutto l’odio che hai ti ritorni indietro
Moltiplicato per mille e poi mille ancora
Sotto forma di gelo, disprezzo, pensiero, catena, tortura,
amore

E’ sera

E’ sera sorella e ti guardo
Ti frugo
con occhi di umore-caledoiscopio che fluttua
Inquieti, diversi, mai appagati
Ecco tutto

E’ sera e mi guardi sorella
Quello sguardo, il tuo
non lo conosco
ne’ forse lo conoscero’ mai
calmo, pieno, rotondo
occhi vuoto-colmati
cerchio perfetto
privo di tragicita’
tenerezza che non teme di mostrarsi

Lo amo
Lo amo e lo invidio
quel modo
di posare gli occhi sul mondo

*

Biografia breve:

Bianca Madeccia, è giornalista. Ha pubblicato microracconti, sillogi poetiche, saggi, traduzioni. Suoi testi sono stati pubblicati in numerose antologie di poesia. E’ autrice di una raccolta poetica “L’acqua e la pietra” (LietoColle 2007) e di due raccolte poetiche inedite. E’ appassionata di fotografia e arte materica che ama contaminare con testi poetici. http://biancamadeccia.wordpress.com

                                                                                           ***

Versi netti e levigati, questi di Bianca Madeccia, dall’attrito sfidante – nei temi e nello stile – di un percorso di essenzialità e verità della parola, di uno sguardo nudo ed interiorizzato sul mondo.
I testi che si propongono ci parlano di elementi primigeni e archetipici, di una ricerca tesa a scoprirne la chimica segreta, l’”acqua”, “le piccole cose”, “il silenzio”, “l’idioma delle nuvole”, “il golfo cristallino”, il “segreto linguaggio circolare”, “le musiche sussurrate dalle pietre”.
L’autrice, allo stesso tempo, è “donna del disincanto”, che diffida comprensibilmente dei “buoni sentimenti”, e rilancia: “(possa) il dolore abitare in eterno a casa tua/…/Che tutto l’odio che hai ti ritorni indietro” (Maestrale); senza però che venga meno il sogno (“Io sogno/un indumento d’acqua/assolo di vetro” (Acqua)), e una fede, accorta, non disgiunta da una scommessa sulla vita: “Credo/negli occhi/e nelle ombre/nell’impalpabile/nei cori notturni/…/e mi unisco al coro dei cantori/dell’esistente/invisibile”.
Non sfugge, inoltre, di questa poesia la tensione etica e programmatica (“Io sogno/…/le parole/golfo cristallino” (Acqua), “Credo/…/nel silenzio delle parole/nei discorsi contenuti nel silenzio”), consapevole dell’unicità d’ogni uomo, della solitudine e responsabilità che ne deriva (“Lo porto scritto in faccia/-Assolvimi Madre/perché non ti somiglio”), accettate
con dignità, e a muso duro. (Giovanni Nuscis)