“La poesia e la fabbrica” di Luigi DI RUSCIO

FabbricaEW

 

 

 

 

 

 

 

Mi alzo alle cinque del mattino, ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici, correre da un punto all’altro della crisi dei fili, poi di corsa a casa in bicicletta mettere subito in movimento la macchina da scrivere oggi bene ripulita con l’alcol denaturato ed è bella anche a vedersi, azzurrina come è e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali, ecco le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità, e quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità. Dopo l’orrore d’ogni giorno a casa quando mi metto a scrivere l’urlo di quell’orrore è ancora tutto presente, in tanti poeti la condizione dei culi seduti s’introdurrà nelle loro poesie, io sono in piedi per troppo tempo perchè la posizione eretta sia quella dominante e mi ripeto continuamente: NON INDEGNAMENTE MI ADDENTO NELLE TELEBRE e la presenza degli oppressi e stritolati è dietro le mie spalle e quando scrivo le scariche dell’Olivetti studio 46, macchina da scrivere rumorosissima è come se partissero le scariche di un ammattito kalashinikov e la consorte diceva che le scariche le sentiva appena imboccava lo stradone che la riportava a casa e i vicini domandano: Ma signora cosa ha da scrivere tanto suo marito? È italiano sa signora, scrive solo in italiano e neppure io so con precisione quello che mi combina. La cosa è scusata, proviene da uno straniero, strano, estraneo, stranito, estraniato. Ed è perfettamente vero, mia moglie parla solo il norvegese e neppure lontanamente immagina tutto quello che vado scrivendo e gliene importa anche poco di saperlo, insomma sono una curiosità compatita. E un giorno improvvisamente mi ha detto, caro marito con il tuo cognome qui non si va più avanti, mi riprendo il cognome tanto facile che avevo da ragazza, basta con questo D come David, I per Irene eccetera e con nome da ragazza più leggermente varcherà le porte delle provvidenze burocratiche senza dover spiegare anche a quel Porco le provenienze di un cognome così assurdo.

Mi informo della condizione operaia in Italia pare che per essere assunti alla Fiat visite mediche di tre giorni, medici al servizio della salute della Fiat, il padrone scruta con molta attenzione il nemico, medici non al servizio della salute degli uomini ma al servizio dei profitti della fabbrica, il medico tasta le nostre palle, introduce il dito nel buco del culo, non si capisce che cazzo vanno cercando, l’operaio è immesso in una continua brutalizzazione, in un massacro continuo la prima cosa che se ne va a puttana è la nostra umanità. L’oppresso si identifica con l’oppressore che diventa il modello della quotidianità, la criminalità ha i suoi modelli sublimi, il tutto è espresso dall’urlo, gli urli delle partite di calcio, l’urlo dei versi, l’urlo della Guernica.

Ci fu un periodo di stasi alla scrittura continua, anche per questioni famigliari, però alla fin e degli anni sessanta la follia poetica mi riprese interamente, scrivevo disperatamente delle streghe che si arrotano le dentiere, costatavo con precisione la responsabilità della mia poesia sull’insonnia dei sparuti lettori delle mie poesie, il sottoscritto chiamato anche poeta del ferro per aver lavorato per quasi anni quaranta nell’inferno di una fabbrica metallurgica, critici più o meno illustri mi fecero sapere che la poesia dei metallari aveva disgustato anche chi non l’aveva mai letta, come un morbo invisibile la voce della catastrofe si era sparsa nel mondo delle lettere sacre, qui è tutto blasfemico, comunque quel papa che parla l’italiano con l’accento tedesco a me sembra schifoso è da tutti bene accetto anche per le sue mossetta benedicente, IO CONTINUAVO AD INSISTERE DELLA FABBRICA COME CATTEDRALE DEL NOVECENTO. Mi trovavo alla basa della piramide sociale, essere licenziati era come essere sospinti nel niente, io potevo sempre diventare un barbone, ma li avete mai visti barboni con figli 4 e con una moglie che sta sempre a mettere in moto aspirapolvere? La produzione dell’acciaio è come la consacrazione dell’eucaristia, per aumentare lo spessore della mia poesia introducevo pezzi di prosa andati a male, sospesi nel lago della pagina bianca, ignoravo l’ago e sputavo un dente, scritture di terribili catastrofi scritte tutte mentre ridevo, forse sarebbe stato meglio nascondere la mia condizione operaia, far sapere che avendo sposato la figlia di un grosso e grasso armatore norvegese ero diventato un mantenuto ingrassato e potevo scrivere le poesie dalla mattina alla sera con i due ditini che come zappette di grilli saltellano sulla tastiera, se faremo le fabbriche senza uomini dovremo eliminare i padroni oppure tutti noi saremo eliminati, la nostra vita non varrà neppure un soldo sputato, per continuare ad esistere avremo solo le montagne odorose dei rifiuti metropolitani, la speranza della nostra sopravvivenza è affidata alla più assurda delle utopie.

 

 http://www.diruscio.it

 

LA POESIA E LA FABBRICA (Prosa di Luigi Di Ruscio pubblicata nel gennaio 2008 nel supplemento mensile “il Mese” di RASSEGNA SINDACALE )

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4 responses to this post.

  1. Posted by redmaltese on 21 marzo 2008 at 7:29 pm

    leggere le parole del Di Ruscio è sempre un colpo al cuore.
    un ulteriore urlo che si aggiunge “a quello delle partite di calcio, dei versi, della Guernica”.
    quanto mi piace l’esecrare del Di Ruscio. quanto mi piace la sua ironia.
    red

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 22 marzo 2008 at 12:11 am

    Condivido, Red, le tue parole.
    Grazie per la gradita visita, e auguri di buona Pasqua.
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by frontespizio on 25 marzo 2008 at 11:14 am

    ” curiosità compatita”.
    Un concetto che mi ha colpito e considerata la poesia di fabbrica potrebbe essere una resa con commiserazione. Però l’incazzatura c’è e viene fuori con forza sino a definire il limite dove tutto crollerà.
    Michele

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 25 marzo 2008 at 4:37 pm

    Un espressione, “curosità compatita”, che rende perfettamente sia la condizione dello straniero, dell’artista, e di chi vive in modo non omologato la propria esistenza. E’ una prosa che ci dice in sintesi, e con lucidità, parecchie più cose di quante ce ne direbbe un manuale di sociologia: sulla condizione del lavoro operario, sulla solitudine e fatica (poco romantica) dell’artista, nella società e in famiglia. Bellissime le riflessioni sulla scrittura, quando parla di “…complotto poetico” e di “esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.”
    Grazie, Michele.
    Giovanni

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