Da: “L’interprete delle passioni” di IBN ‘ARABI

IbnArabiMuhy

 

 

 

Anche sul blog "La Poesia e lo spirito" 

 

 

 

 

 

XVIII

1. Férmati alle dimore,
piangi sulle rovine,
e alle abbattute abitazioni chiedi:
2. “Gli amati, dove sono?
I lor cammelli, dove sono andati?”
“Guardali, nel deserto
traversano i vapori:
3. Tu come dei giardini
li vedi, nel miraggio:
la calura dilata
negli occhi la figura.”
4. Bramosi d’al-`Udàyb,
andavan là per bere
un’acqua fresca che ridà la vita.
5. Ed io gli andavo dietro,
di lor chiedendo al vento dell’oriente:
“Han piantato le tende,
o stanno all’ombra delle piante dal?”
6. E il vento mi rispose:
“Lascia Zarud e il loro accampamento
mentre si lamentavano i cammelli
per la stanchezza del notturno viaggio.
7. Essi han fatto calare
sopra le loro tende coperture
perché la lor beltà fosse protetta
dal caldo meridiano.
8. Alzati, dunque, e va’ verso di loro,
le loro impronte cerca,
e verso loro guida
i tuoi cammelli, in fretta.
9. Quando ti fermerai
ai termini di Hagir,
ed attraverserai valli e colline,
10. Vicine ti saran le lor dimore,
e il loro fuoco diverrà visibile:
un fuoco che ha causato il divampare
della fiamma d’amore.
11. Fa’ inginocchiare i tuoi cammelli in esso!
E non farti atterrir dai suoi leoni
perché l’amore ardente li offrirà
sotto forma di cuccioli al tuo sguardo”.

1. L’autore dice alla voce di Dio che chiama dal suo cuore: “Férmati
alle dimore” (che sono le stazioni alle quali coloro che sanno
salgono nel loro viaggio verso l’infinita conoscenza dell’oggetto
del loro culto), e: “Piangi sulle rovine” (cioè le tracce lasciate
da quei conoscenti).
“abbattute abitazioni”: non c’è gioia nelle dimore che sono state
disertate; la loro vera esistenza dipende dai loro abitatori.
2. “I lor cammelli”: sono le aspirazioni.
“il deserto”: è la stazione dell’Astrazione (tagrid).
“i vapori”: sono le tracce di ciò che essi cercano; le sue tracce
sono legate al suo essere che si trova dentro loro stessi.
3. “dilata”: diventano grandi perché mettono in risalto la grandezza
di ciò che cercano. Di qui è detto: “Perciò quello che non fu
mai (cioè tu) può svanire, ed Egli che mai non fu (cioè Dio) può
sussistere per sempre”. E Dio dice: “Come un miraggio nella
pianura (cioè nella stazione dell’Umiltà), quando egli lo rag-
giunge trova che non è nulla, ma trova Dio presso di lui” (Corano,
24,39) dal momento che tutte le cause secondarie gli sono
state tolte. Perciò l’autore dice che la calura dilata, intendendo
che la superiorità dell’uomo su tutti gli altri esseri contingenti
consiste (essendo l’organismo più perfetto) nel suo dare più forte
testimonianza di Dio, come disse il Profeta: “Invero fu creato
ad immagine del Misericordioso”.
4. “Bramosi d’al-`Udàyb”: cioè ricercando il segreto della vita
nella stazione della Purezza dalla fonte della generosità.
“per bere”: bere (surb) è il secondo grado della manifestazione
divina (tagalli). Il primo è il gustare, il terzo è bere copiosamente,
il quarto è l’ebbrezza.
5. “Han piantato le tende”: si riferisce alla conoscenza acquisita
da essi.
“all’ombra delle piante dal”: si riferisce alla conoscenza infusa
da Dio, nella quale le loro azioni non hanno parte. “Dal” etimologicamente
implica una nozione di perplessità, smarrimento.
6. “Zarud”: vasta plaga desertica. Dal momento che la sabbia del
deserto è spesso agitata dal vento e portata da un luogo all’altro,
l’autore intende dire che essi sono in uno stato di irrequietezza,
poiché stanno cercando ciò che non è immaginabile, e del quale
si possono trovare nell’anima solo le tracce.
7. “perché la lor beltà fosse protetta”: se le loro facce, cioè le loro
realtà, non fossero velate, l’intenso irraggiamento di questa stazione
consumerebbe la loro bellezza, così come il sole sciupa la
bellezza del viso.
8. “le loro impronte cerca”: significa: “Cerca di avvicinarti al grado
profetico con la tua aspirazione (simboleggiata dai cammelli),
non per esperienza immediata (hal), dal momento che solo il
Profeta ha esperienza immediata di questa stazione. Comunque
non c’è nulla che allontani dall’aspirazione di ciò, benché di fatto
sia inattingibile.
9. “Hagir”: si riferisce all’ostacolo che ci rende impossibile l’esperienza
immediata di questa stazione. Vedi Corano, 29,69: “Quelli
che si sforzeranno per noi li dirigeremo per le nostre vie”:
10. “il loro fuoco diverrà visibile”: si riferisce ai pericoli che dovranno
attraversare prima di arrivare alle predette dimore, secondo
il Detto: “Il Paradiso è circondato di azioni odiose”. Uno
degli illuminati di Mosul mi disse che aveva scorto in sogno
Ma`ruf al-Karkhi che sedeva in mezzo al fuoco infernale. Il sogno
lo atterrì, e non ne capiva il significato. Io gli dissi: “Quel
fuoco è la chiusura che custodisce la dimora in cui l’hai visto
seduto. Che ognuno che voglia raggiungere quella dimora attraversi
la fiamma!” Il mio amico fu contento della spiegazione e
la riconobbe vera.
11. “leoni”: se tu sei un vero amante non scoraggiarti dei pericoli da
affrontare.

*

XX

1. Il mio male d’amore è per colei
che ha palpebre malate:
parlandomi di lei deh consolatemi!
2. Volando sui giardini grige tortore
levavano lamenti:
ed una sola causa
avevano la mia e la loro pena.
3. Possa mio padre essere il riscatto
di una tenera e amabile fanciulla,
una di quelle giovani
che sopra i palanchini si conducono,
e ondeggiando procedon fra le spose!
4. Come un sole ella sorse,
lo si vedeva chiaramente, e quando
alla fine svanì
splendette all’orizzonte del mio cuore.
5. O dimore di Rama diroccate!
Quante ragazze dai fiorenti petti,
e belle, in voi trovarono riparo!
6. Io insieme a mio padre
possa esser riscatto
d’una gazzella che Dio stesso nutre,
d’una gazzella che fra le mie costole
si pasce stando stabile e sicura!
7. Il loro fuoco su di loro è luce:
così la luce è
ciò che estingue le fiamme.
8. Tirate, o miei due amici, le mie redini,
dimodoché possa veder la forma
della loro dimora chiaramente.
9. Scendete, quando poi siate là giunti;
e là, miei due compagni,
pianto per me spargete.
10. State con me fra le rovine, un poco,
e si tenti di piangere;
che mi sia dato piangere
per ciò che mi è accaduto.
11. La brama mi colpisce senza frecce,
la passione mi uccide senza lancia.
12. Parlatemi e piangete insieme a me
quand’io presso di lei lacrimo e piango.
Aiutatemi a spandere il mio pianto!
13. Riditemi la storia
di Hind e di Lubna,
di Sulaima, di Zàynab e di `Iman!
14. E narratemi pure di Zaìd,
di Hagir e Zarud,
delle gazzelle ditemi, e dei pascoli!
15. E condoletevi per me coi versi
di Qays e di Laylà,
e con Mayya, e con Gaylan l’afflitto!
16. Mi sono consumato lungamente
per un’amabile fanciulla, adorna
di prosa e di poesia,
dotta nell’arte di parlar dal pulpito,
dotata di favella ricca e chiara.
17. Ella è una principessa
della terra di Persia,
e dalla più gloriosa
delle città proviene, da Isfahan;
18. È figlia dello `Iraq,
è figlia del mio Imam,
mentr’io sono il suo opposto,
un figlio dello Yemen.
19. O miei signori, avete udito o visto
di due opposti che mai si sian riuniti?
20. Se invero voi ci aveste scorti a Rama
offrirci l’uno all’altro
coppe di brama senza usare dita,
21. Intanto che la brama
faceva sì che dolci e lievi motti
fra noi fossero detti senza lingua,
22. Avreste avuto conto d’uno stato
in cui l’intelligenza disparisce:
Yemen e `Iraq uniti in un abbraccio.
23. Disse parole false quel poeta
che prima del mio tempo così disse
(della sua intelligenza
colpendomi coi sassi):
24. “O tu che dài le Pleiadi
in matrimonio a Suhàyl,
Iddio ti benedica!
Come si incontrerebbero altrimenti?
25. Ché sorgendo le Pleiadi si trovano
verso la direzione della Siria,
mentre Suhayl sorgendo
si trova in direzione dello Yemen”.

1. “colei che ha palpebre malate”: si riferisce alla Presenza che è
oggetto di desiderio di coloro che sanno. Sebbene essa sia troppo
elevata per essere conosciuta, si piega (movimento simboleggiato
dalla malattia) verso di loro pietosa e gentile, discendendo
nei loro cuori in una sorta di manifestazione.
“parlandomi di lei”: la sola cura per la sua malattia è la menzione
(dikr).
“consolatemi”: in originale la parola è ripetuta due volte, riferendosi
al suo ricordo di Dio, e al ricordo che Dio ha di lui (confronta
Corano, 2,147).
2. “grige tortore”: sono gli spiriti del mondo intermedio.
“levavano lamenti”: perché le loro anime non potevano riunirsi
agli spiriti liberati dal carcere del corpo terreno.
3. “una tenera e amabile fanciulla”: è una forma della Sapienza
divina, essenziale e santa, che colma i cuori di gioia.
“una di quelle giovani che sopra i palanchini si conducono”: ella
è vergine, poiché nessuno l’ha mai conosciuta prima; e durante
tutto il suo viaggio dalla Presenza divina fino al cuore dello
gnostico è rimasta pudicamente e gelosamente velata.
“le spose”: le forme della Sapienza divina già realizzate dallo
gnostico, e che lo precedevano.
4. “quando alla fine svanì”: quando tramontò nel mondo dell’apparenza
e sorse nel mondo dell’invisibile.
5. “O dimore di Rama diroccate”: sono le facoltà fisiche. Rama
deriva dal verbo rama, cercare; si allude al fatto che la ricerca
fu vana.
“Quante ragazze”: forme divine sottili, da cui le facoltà fisiche
furono annichilate.
7. Il verso significa che i fuochi naturali sono estinti dalla luce celeste
nel suo cuore.
8. “la forma della loro dimora”: la Presenza da cui la dimora stessa
è sorta. Qui sembra che l’autore desideri giungere alla stazione
della Contemplazione, ma soprattutto per amore di Quello a
cui conduce.
9. “pianto per me spargete”: perché “il dolce frui” di questa Presenza
annichilisce chiunque la raggiunga e la contempli.
10. “che mi sia dato piangere”: per la perdita degli amanti e di ogni
cosa che non sia le rovine della loro dimora.
11. “senza frecce”: cioè da distante. Si riferisce allo stato chiamato
sauq, passione.
“senza lancia”: cioè da vicino, corpo a corpo. Si riferisce allo
stato detto istiyaq, analogo al precedente.
13. Hind era la donna di Bisr; Lubna di Qays Ibn ad-Darih; `Iman
era una schiava appartenente a an-Natifi; Zaynab era una delle
donne di `Umar Ibn Abi Rabi`a; Sulayma era una schiava conosciuta
dall’autore, la quale pure aveva un innamorato. I nomi di
queste donne sono interpretati misticamente: quello di Hind è
spiegato in riferimento al luogo in cui cadde Adamo (l’India);
quello di Lubna in riferimento al desiderio; quello di `Iman in
riferimento alla scienza dei doveri e della politica; quello di
Zaynab in riferimento al passaggio dalla stazione della Santità a
quella della Profezia; quello di Sulayma in riferimento alla saggezza
di Salomone e di Balqis.
16. “amabile fanciulla”: una conoscenza essenziale.
“adorna di prosa e di poesia”: cioè assoluta rispetto all’essenza
ma limitata rispetto al possesso.
“pulpito”: è la scala ai Nomi più belli, la cui salita comporta essere
investiti delle qualità dei Nomi divini.
“dotata di favella ricca e chiara”: si riferisce alla stazione
dell’Apostolato. Si allude enigmaticamente ai vari tipi di conoscenza
mistica che vanno sotto il velo di an-Nizam, la sorella
del nostro saykh.
17. “Ella è una principessa”: a motivo del suo ascetismo, poiché gli
asceti sono i sovrani della terra.
“della terra di Persia”: cioè, lei è araba d’eloquio e straniera
d’origine.
18. “`Iraq”: lo `Iraq indica la scaturigine di tutte le cose, perciò si
vuole indicare che questa conoscenza è di provenienza nobile.
“un figlio dello Yemen”: in riferimento alla fede, alla sapienza,
alla mitezza di cuore e al respiro del Misericordioso. Queste
qualità sono l’opposto di quelle attribuite all’`Iraq, la rudezza,
la ferocia e l’infedeltà. Geograficamente invece l’opposto dello
`Iraq è il Magrib, e l’opposto dello Yemen è la Siria. L’antitesi
qui posta è fra le qualità dell’Amato e quelle dell’amante.
19. “due opposti”: si riferisce alla storia di Gunayd. Un uomo sternutì
in sua presenza e disse: “Lode a Dio!” (Corano, 1,1) e Gunayd
completò: “Che è il Signore degli esseri creati”. L’altro replicò:
“E chi è mai l’essere creato, che tu lo menzioni nel medesimo
respiro con Dio stesso?”. “Fratello – spiegò Gunayd – l’effimero,
quando è congiunto con l’Eterno, svanisce senza lasciare
tracce dietro di sé: quando Egli è presente non ci sei tu, e
quando ci sei tu non c’è Lui”.
20. “Yemen e `Iraq”: identificazione degli attributi della collera e
della pietà. Si riferisce alla risposta di Abu Sa`id al-Kharraz, il
quale, richiesto di come conoscesse Dio, disse: “Attraverso la
sua facoltà di riunire gli opposti, poiché Egli è il Primo e l’Ultimo,
il Visibile e l’Occulto (vedi Corano, 57,3).
24. “le Pleiadi”: i sette attributi divini dimostrati dalla filosofia di
scuola.
“Suhayl”: stella che simboleggia l’Essenza divina.
25. “verso la direzione della Siria”: al nord, che simboleggia il
mondo dei fenomeno. Gli attributi divini si manifestano nella
creazione, ma l’Essenza divina non vi prende parte.

*

XLVI

1. Fra i grandi occhi e i visceri
c’è una guerra d’amore,
a causa della quale
il cuore soffre pena.
2. Le sue labbra son scure, è bruna lei,
ma la bocca ha di miele:
quello che delle api
si mostra è il chiaro miele che producono.
3. Caviglie forti, un’ombra sulla luna,
sulle sue guance un vivido rossore:
ella è un ramo che cresce sopra i colli.
4. È bella e tutta adorna; è senza sposo,
e ha denti quali chicchi
di grandine, per lustro e per freschezza.
5. Tiene a distanza con il tratto serio,
benché per scherzo faccia l’amorosa;
e c’è la morte, a mezzo
fra quella serietà e quello scherzo.
6. La notte non divenne mai oscura,
e tuttavia là venne,
seguendola, il respiro dell’aurora:
e questo è risaputo da gran tempo.
7. E i venti del Levante
mai passano sui prati
9. Chiesi al vento dell’Est loro notizie,
e il vento disse: “Che bisogno hai?
10. Quando ho lasciato i pellegrini stavano
presso ad al-Abraqan,
ed a Birk-al-Gimad,
ed a Birk-al-Gamim,
dov’è l’accampamento:
11. Essi non sono fermi in alcun luogo”:
Ed io risposi al vento:
“Dove mai troverebbero rifugio
quando i corsieri del mio desiderio
l’inseguono e li cercano?”.
12. Lungi il pensiero! Essi
non han dimora che nella mia mente.
Nel luogo in cui io sono,
lì sta la luna piena. Guarda, e vedi!
13. Non è la mente mia
il luogo dove sorge, e ove tramonta
non è forse il mio cuore?
Poiché la malasorte
del ban e del garàb ora è cessata:
14. Il corvo più non gracchia
sui nostri accampamenti,
offese più non reca
all’armonia della nostra unione.

1. Il senso del verso è il seguente: “C’è una guerra d’amore fra il
mondo della commistione e della coesione e le Idee divine, per-
ché questo mondo le desidera e le ama in quanto la sua vita deriva
completamente dal loro sostegno. Ma null’altro che questo
mondo naturale allontana i cuori dei conoscenti dal percepire le
Idee divine; perciò il cuore è in pena e in ambasce a causa della
continua guerra tra essi”.
2. “Le sue labbra son scure, è bruna lei”: si riferisce a una delle
Idee divine, che descrive con le labbra scure in riferimento ai
misteri che contiene.
“quello che delle api si mostra”: menziona le api poiché hanno
esperienza immediata dell’ispirazione che i cuori dei conoscenti
desiderano.
3. “Caviglie forti”: potente e temibile, con riferimento a Corano,
68,42 e 75,29.
“un’ombra sulla luna”: cioè è nascosta, eccetto che agli occhi
della contemplazione.
“un ramo che cresce sopra i colli”: si riferisce alla qualità
dell’autosussistenza che si rivela nelle manifestazioni divine.
4. “tutta adorna”: dei Nomi divini.
“è senza sposo”: nessun essere umano l’ha mai conosciuta.
“denti quali chicchi di grandine”: si riferisce alla purezza della
sua manifestazione.
5. “Tiene a distanza”: è realmente inaccessibile.
“morte”: l’angoscia di quelli che l’amano.
6. “La notte non divenne mai oscura”: ogni mistero esoterico ha la
sua corrispondente manifestazione essoterica: Dio è sia l’Interiore
che l’Esteriore.
“i venti del Levante”: sono le influenze spirituali della manifestazione
divina.
“prati”: sono i cuori.
“belle giovani”: forme sottili della Saggezza divina e della conoscenza
sensibile derivate dalla stazione del Pudore e della
Bellezza.
8. “piegano le fronde”: l’autosussistenza si piega verso ciò che
sussiste nei fenomen
10. “Gimad”, “Gamim”: località della Penisola Arabica.
11. “in alcun luogo”: essi non permangono in alcun stato: Si riferisce
alla sistemazione nella stazione del Mutamento, che i teosofi
considerano la più elevata di tutte.
13. L’albero ban rimanda a bayn, separazione, e l’albero garab rimanda
a gurbat, esilio.

“L’interprete delle passioni” di Ibn ‘ARABI
Urra (Milano), 2008
A cura di Roberto Rossi Testa e Gianni De Martino

                                                                          ***

La lettura di quest’opera suscita un sentimento di ammirazione mista a intimo compiacimento: per la fresca bellezza che resiste, da oltre otto secoli, e per il trionfo del lettore ed estimatore sull’oblio e l’indifferenza.
Abu Bakr Muhammad Ibn ‘Ali, più noto con il nome di Ibn ‘Arabi – nato in Andalusia il 28 luglio 1165 e morto a Damasco il 16 novembre 1240) – fu soprattutto filosofo, letterato, poeta e maestro sufi, scrivendo circa cento opere. Egli compose questo canzoniere a partire dal 1201 in occasione di un pellegrinaggio alla Mecca dove conobbe Nizam, una giovane iraniana figlia del suo maestro Zahir ibn Rostan, alla cui attraente bellezza si ispirò. Rimandando alla lettura del saggio di Gianni De Martino (“L’eccedenza mistica”), prefatore e curatore dell’opera assieme a Roberto Rossi Testa, a cui va il merito di averla tradotta per primo, in Italia, dalla versione inglese di Reynold A. Nicholson (The Tarjumàn al-ashwàq: a collection of mystical odes by Muyiddin ibn al – ‘Arabi, Royal Asiatic Society, London, 1911), si segnalano due aspetti, in particolare, tra quelli evidenziati dai curatori, che non mancheranno di sorprendere i lettori. Il primo, storico-religioso, rilevato da Gianni De Martino, riguarda il “sesso e il posto del femminile nella civilizzazione islamica”, attestato dal confluire, nel canzoniere, di “poesia, erotismo e misticismo”, inducendo ad un confronto, immancabilmente, con la situazione attuale. Ibn ‘Arabi fu accusato “di aver composto poesie d’amore sensuale”, e minacciato di conseguenze legali al punto da costringerlo a scrivere, di fretta, il commentario che accompagna i testi; un apparato che se da un lato suscita il sorriso, per l’improponibile, se non canzonatoria, spiegazione ai passaggi erotico-mistici contenuti nel testo, d’altro lato, invece, ci mostra l’estesa cultura del suo autore, la brillante, duttile intelligenza.
Il secondo aspetto, di natura storico-filologica, è l’interrogativo sollevato da Roberto Rossi Testa nella sua nota: “…se e quanto Ibn ‘Arabi e il suo mondo, indipendentemente dalla possibilità materiale di contatto e passaggio, possano essere davvero stati dei precursori dello Stilnovismo in generale e di Dante in particolare, come da parecchie fonti e con varia fortuna si è sostenuto.”
Il successo di quest’opera – al di là delle premesse fatte – si deve naturalmente alla qualità alta del testo, sotto il profilo stilistico e inventivo, alla sua sorprendente rispondenza al gusto e al sentimento dei molti lettori succedutisi nelle varie in epoche e paesi diversi; e al fascino di luoghi ed atmosfere – reali e visionarie – che s’intrecciano con la sensualità pulsante della vicenda amorosa e una sensibilità e una cultura sotto il profilo storico e soggettivo. Ma il lettore è trascinato e attratto anche dai versi essenziali e persuasivi, nello stile e nel discorso.
I primi, bellissimi versi della XVIII canzone – “Fermati alle dimore,/piangi sulle rovine,/e alle abbattute abitazioni chiedi: “Gli amati, dove sono?/I lor cammelli, dove sono andati?” – ci introducono nell’atmosfera soffusa del canzoniere tra miraggio, allucinazione psichedelica e visionarietà mistica. Immagini che ricorrono e si figgono nel lettore conducendolo e trattenendolo “in un deserto (dove) traversano i vapori”, dove “calma dilata” nel “caldo meridiano”, “un fuoco che ha causato il divampare della fiamma (d’amore)”.
Altri versi ci dicono invece dell’amore appassionato e/o sofferente del poeta per la bella Nizam: “Il mio male d’amore è per colei/che ha palpebre malate:/parlandomi di lei deh consolatemi!”; “la brama mi colpisce senza frecce,/la passione mi uccide senza lancia”; “mi sono consumato lungamente/per un’amabile fanciulla, adorna/di prosa e di poesia.” L’amata ci viene descritta a volte con qualità o tratti che presumiamo reali, altre volte in modo trasfigurato, o per metafora: “dotta nell’arte di parlar dal pulpito,/dotata di favella ricca e chiara”; “le sue labbra son scure, è bruna lei,/…/caviglie forti, un’ombra sulla luna,/sulle sue guance un vivido rossore:/…/ella è un ramo che cresce sopra i colli”.
Nel canzoniere di Ibn ‘Arabi sono indubbiamente presenti alcuni connotati che saranno propri del Dolce Stil Novo: la dolcezza e la cantabilità dei versi – tenendo però a mente le scelte operate dal traduttore e dichiarate nella nota, e cioè “la resa (di ogni verso) dell’originale con un numero variabile di settenari e endecasillabi”, e il ricorso a “calchi stilnovistici” quando è parso al traduttore che il testo autorizzasse a farlo) – la concezione dell’amore e di una donna capace di elevare l’animo dell’uomo, di farlo ascendere a Dio.

Giovanni Nuscis

(Leggi anche la recensione, sul blog "La Poesia e lo spirito", di Valter Binaghi)

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4 responses to this post.

  1. Posted by frontespizio on 2 aprile 2008 at 11:29 am

    Una lunga antologia di versi che ci fanno gustare un mondo che non è il nostro. La semplicità delle cose e dei gesti, regalano un valore alle parole che stiamo perdendo in senso universale.
    Ciao Michele

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 2 aprile 2008 at 7:22 pm

    Grazie, Michele,
    un caro saluto
    Giovanni

    Rispondi

  3. Posted by giannidemartino on 5 aprile 2008 at 10:52 am

    Grazie. Un saluto cordiale,
    gianni de martino

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 5 aprile 2008 at 5:10 pm

    Ricambio il saluto, grazie.
    A presto. Giovanni

    Rispondi

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