Archive for marzo 2008

“Mitologie private” di Daniela RAIMONDI. Presentazione

 Mitologie private di Daniela Raimondi

La Libreria Mondadori Dessì e l’Associazione Verba Manent

ti invitano alla presentazione del libro di poesie

"MITOLOGIE PRIVATE"

di

DANIELA RAIMONDI

Presenta

Giovanni Nuscis

Sassari,14 marzo 2008 alle ore 18,00

presso la Saletta della LIbreria Mondadori Dessì, in Largo Cavallotti 17

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“Bevendo il té con i morti” di Livia CANDIANI

tè

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche sul blog "La Poesia e lo spirito"

Bevendo il tè con i morti di Livia Candiani, edito da Viennepierre,
sarà presentato mercoledì 12 marzo alle ore 18, presso la libreria Equilibri
di via Rodolfo Farneti 11 (MM Lima), a Milano.
Presentano Sebastiano Aglieco e Francesco Marotta, legge Livia Candiani.

***

Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

*

Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.

*

In forma di prefazione

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.

*

Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.

*

Quel che ora provo per te
non è distacco
ma imparziale abbandono
all’assoluta polvere
di nome e forma
posso anche dimenticarti
madre ora
che sei cerniera
che apre e chiude
di legami i mondi.

*

Ti amo come
ho amato il tuo abisso,
di solito degli esseri
io amo il bacio
dell’orma sul terreno,
la tua era scucita
e non lasciava segni
se non come nuvole e uccelli
segni di aria
liberata.

*

E invece sì
tutti gli oggetti cinguettano
quando lo sguardo li coglie
devoti servitori
molecole legate
dal soffio di un concetto,
che paura abbiamo allora
che il mondo vada a pezzi
e ferro e porcellana
facciano ritorno
alla terra e alla montagna.
Senza scia
sarebbe allora
il peso già lieve
di nostre mani
nella sartoria celeste.

*

E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

*

Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
“Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome.”

Livia Candiani, Bevendo il tè con i morti
Viennepierre Edizioni (Milano, 2007)
Prefazione di Vivian Lamarque

Livia Candiani è nata nel 1952 a Milano, dove vive attualmente. Sue poesie sono presenti in Antologia della poesia femminista italiana (Savelli, 1978), Poesia degli anni Settanta (Feltrinelli, 1979), La pratica del desiderio (Sascia, 1986), Sette poeti del premio Montale (Crocetti, 2002) e nelle agende “Le stagioni dei poeti” 2003, 2004, 2005, 2006, 2007. Ha pubblicato i libri Fiabe vegetali (Aelia Laelia, 1984), Una poesia, Ritratto, Sonatina per il gatto (Il Pulcino Elefante, 1996, 1998, 2004); Il libro di fiabe Sogni del fiume (La Biblioteca di Vivarium, 2001). Per la poesia, Io con vestito leggero (Campanotto, 2005), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (Biblioteca di Vivarium, 2006), e La porta (Biblioteca di Vivarium, 2006). Nel 2001 ha vinto il Premio Montale per l’inedito.

                                                                            ***

“Ma fatti lieve/entra nella delicata soglia/che non regge…” Sa bene Livia Candiani che né scienza né transito cieco, a pelo d’acqua, può cogliere il mistero della comunione che ci unisce ai morti. Né la ragione, dunque, né la solenne, reiterata rappresentazione del corpo vivo o esanime; bensì la disposizione vocata alla contiguità, coi morti, all’ascolto dell’ubiqua presenza in noi e per noi, e attraverso noi, e nel mondo tutto.
La poesia, il logos come solo mezzo possibile, dunque, alla stregua di un sismogramma o di un audiogramma per registrare, dei morti, movimenti e voce? E come la punta sensibile, di tali apparecchi, “lievi le mani della poesia/intorno alla morte/lievi.”?
Non un freddo registro delle assenze, queste poesie, ma un verbale che dei diversamente vivi ci attesta il multiforme manifestarsi, il loro tocco leggero sulla nostra pelle, prima, e sulla pagina, poi.
Livia Candiani è esattamente ciò che il poeta dovrebbe essere, che ogni uomo, in fondo, dovrebbe essere, almeno in parte: sguardo puro e calmo e acuto e sensibile e aperto e instancabile sul mondo; consapevoli della bertolucciana ”assenza, più acuta presenza”; uno sguardo che si fa “aquilone/sopra il deserto” a seguire “i morti/il loro antico respiro”. Da qui, l’incessante ridefinire, per il poeta, il proprio spazio e tempo, e la misura della morte nella vita, e della vita nella morte; egli vive proprio in questo spazio e tempo ridefinito, egli è questo spazio e questo tempo, egli è il punto, dinamico, attraversato da queste necessarie coordinate; punto non più scontatamente visibile di quanto lo sarà un domani, nelle trasparenze del segno o del refolo improvviso sul viso di chi sarà dopo di lui.
In questo divelto confine si muovono le poesie di Livia Candiani: assenze-presenze finalmente liberate, restituite alla loro chimica e oggettiva consistenza: piuttosto che alla fissità iconica e lapidea di nomi e di ricordi disseminati da un interminabile Spoon River.
“La delicata soglia è aperta”, ora e sempre, e lieve sarà il transito, tanto quanto è impercettibile la soglia. Non da un luogo ad un altro, ma lo stesso luogo. Questo sembra dirci l’autrice fugando sia la spaventevole raffigurazione del salto estremo, dalla vita alla morte, sia la caricaturale irruzione dei “morti” con oggetti che cadono e tintinnii notturni. “La morte non fa paura” scriveva Michele Ranchetti “[….] “fa paura il morente”.
E nei confini divelti della materia è chiara, adesso, la prodigiosa quanto fragile concatenazione di suoi elementi nella temporanea gabbia di una struttura definita, e l’immancabile ritorno allo status quo ante. Aspettare fiduciosi, perciò, “sulla soglia dell’ultimo respiro/che anche un uomo diventi/gettato disegno.”
Dai pregevoli testi contenuti nelle tre sezioni della raccolta, Bevendo il tè con i morti, Fiorito riposo, Madre e eretica, desumiamo, inoltre, le ragioni e il modo dello scrivere: “Lavoro di miniera/che spacca a sangue/le unghie fino all’osso/madre ragazza/senza madre senza/soglia”. E ancora: “Mi insegno/a non proferire urlo/mentre mi cadono addosso/secchi di notte/…/mi insegno nascoste acrobazie/d’ascolto, tane e cunicoli/sottopelle mentre l’erudita/superbia dell’ovest mi conta/le ciglia perdute per delicatezza./Mi insegno a parlare molte lingue/sotto la fitta sassaiola/dei silenzi armati,” “di solito degli esseri/io amo il bacio/dell’orma sul terreno,”.
Un bacio sulla pagina sembrano, effettivamente, i versi di Livia Candiani, leggeri e profondi, percorsi dalla tensione metafisica di chi ha compreso il senso ultimo delle cose: “Quando arriverà il tuo passo/metterò una conchiglia sopra la soglia/e nell’aprirla/i frantumi volando/reciteranno il tuo nome.”

Giovanni Nuscis

8 marzo…

vermeer madre che prepara il figlio per la scuola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Più di ali false e un focolare,

murato, i piedi, ben piantati.

E un viso duro

di labbra e ciglia arcuate

a schioccare lingua e strali. 

Le sue parole, adrenalina

in chi le stava intorno.

Sola, nei tre figli e nei seni

che le gonfiano il petto.

La gonna è una vela

il destino la rosa dei venti

con autunni di ghiande in testa,

pioggia che non si dimentica.

Non una capra che belava 

ma una fiera, senza padrone

che senza dolore

ne ulula la fuga.

La notte i figli sono sogni

maree lungo le palpebre. 

Nell’affresco oro e indaco

le nubi, sui visi, ombre veloci.

Artigli sui fianchi, dall’alba 

ma cuore e caviglie sono

ancora terra leggera che danza.

gn 

 

 

 

“Fuoricampo” di Roberto RAIELI

roberto raieli

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                            senza parole
leggerai il ricordo delle mie parole
immancabilmente seduta nello studio azzurro
oltre le mura della nostra casa
seguirai il fluire delle mie parole
che ti avvince irresistibilmente tra le spire
e ad occhi chiusi ti trascina altrove
là ti attendo
in nessun luogo
dove ci scaglierà l’estasi dei corpi nudi
sarai l’immagine del tuo nome
sarò le consonanti della nostra unione
saremo l’uno dell’altra la sensazione
senza metafore
senza parole

28 giu 2005

                                                  il mare rugghiante
il mare rugghiante stanotte
nell’acquario di casa
liscia esasperante la sabbia
che mai si è ammollita
seppure lui ha ingoiato i grani a miliardi
e lei ne è assorbita
quanti mari hanno toccato
i tuoi piedi stanotte
che mai si sono imperlati
il tuo seno inturgidito dal vento
che ha atteso ere il mio petto
sul quale asciughi
asciughi le labbra
trionfammo per sempre stanotte
e tu sei scesa come lava
sul mio arcipelago dannato
tu sei scesa
scesa nella fonte
del mio atollo inesplorato

27 dic 2004

*

                                                    una passeggiata nel deserto
una passeggiata nel deserto
tu da un punto all’altro
senza reggermi la mano
sei vera
sotto il lino chiaro
che ti protegge dagli eccessi del sole
insensatamente angelicata
nelle mie parole disidratate tra la sabbia
segni tracce perenni
poggiando passi stanchi sul terriccio ocra
il Nilo ha seppellito
il saluto dei contadini ai faraoni
trasportati in colonna verso il Cairo
a te non interessano
i racconti dei luoghi educati nei millenni
ma il deserto
dove costruisci con lo sguardo
pizzicandoti le labbra
e io ti guardo da lontano
bellissima
sfocata dalla luce
mentre da sola percorri il deserto sovrastato dal cielo
mi vieto seguirti
ostacolare il tuo viaggio appesantendoti di cure
inumidire il caldo secco di parole
sei grandiosa tra la morta solennità delle dune
bianca
piccola donna coperta da un mantello leggero
che attraversa il deserto
palpitando umanamente sotto il velo

7 gen 2004

*

finire e rimanere memorabili
ciò sarebbe il guadagno
crolla una vita intera
tutte le volte un tanto
ma si disperde nel brillio segreto
della linfa che da sempre ci nutre
nel mio nucleo discreto
che nei cristallini degli occhi posso
a me stesso celare
accecandomi chiudendo le uscite
da cui potrei riconnettermi al mondo
poi suvvia non sarà
più svelto l’orologio del rifiuto
dell’elegante clessidra del corpo
o della rete dell’informazione
che ci esalta e ci uccide
tutti gli istanti un tanto

ott 2003 – dic 2005

*

ecco l’Adda
che scorre
algido
in mezzo alla
tua fronte
tumula
nel fango
i tuoi piedi
marcescenti
ecco l’Adda
tra i neri
sassi
della piana
di Catania
si getta
moribondo
nel Simeto

24 set 2005

*

                                                     Cosa esattamente è la poesia
alla fine non mi troverai mai
sarò sempre altrove
fuori dal campo della tua immaginazione
sarò seduto in un momento
solo un momento
di stasi nella mia caccia senza oggetto
oziato intorno al grumo della luce
per ascoltarne il rintocco
sarò fermo e in movimento
sputato tra le fiamme di un cannone
starò correndo
risalendo la spirale dei miei vari natali
sarò morto e preparato
per ritornarmene alla vita
sarò un frammento
vagante di un frammento di organico universo
sarò il multiverso
qui e ora e in altro e mai e ancora
eternamente pendulo
sarò il tuo cerchio
sarò il tormento
il pathos la paura il riso il pianto
il bello e il sublime
ma alla fine non mi troverai mai
sarò sempre altrove
fuori dal campo della tua sensazione

16 mag 2005

*

                                                                      scrittura e cancellazione
non scriverei se fosse in dubbio il foglio
c’è nella vita c’è un dolce nitore
il no dell’universo si ripopola
scrivo e cancello tra memoria e oblio
c’è quasi nuova armonia c’è allegria
un piccolo pensiero per me solo
nell’estatica nella taciturna
nella prima movenza di mio figlio
c’è un demone che prende la mia mano
il muto movimento delle labbra
mi atterrisce la cella senza porta
la notte si ritira lentamente
c’è una mano che sorregge il mio labaro
mi sveglio e ho scritto un altro canto in meno

11 nov – 31 dic 2004

*

gli umani in cui sono stato nel corso del tempo
i paesi in cui sono nato
il muro ricco di bolle
di vesciche bollenti contro cui ho rimbalzato
nel silenzio il fruscio
la carta imbiancata
taciturnità
solo grida cancellate
palinsesto di uomini le città il muro
per cui non ho trovato nome
per cui non ho parlato

27 dic 2004

*

Fuoricampo di Roberto RAIELI
Lietocolle, 2006
Prefazione di Maria Luisa Spaziani

Roberto Raieli è nato nel 1970, è siracusano, ma adesso vive stabilmente a Roma con Anna e Matteo. Per passione si è diplomato in Regia cinematografica e laureato in Filosofia, per professione si è laureato in Biblioteconomia. Nel tempo ha scritto e pubblicato di Cinema, Teatro, Filosofia e Biblioteconomia. Il suo impegno letterario si esplica, oltre che nella creazione e nella ricerca individuali, nelle attività del Movimento della Neorinascenza letteraria, di cui è uno dei fondatori, presso il Café Notegen di Roma. È inoltre vice direttore della rivista línfera, fondata dal Movimento nel 2006.

***

Amore ed eros, affetti, luoghi, natura, metapoesia. Una scrittura che si presenta subito viva e pulsante, quella di Roberto Raieli, e non di meno sapiente. Ne è la prova il primo componimento di questo estratto, in cui il desiderio erotico si rappresenta con l’andamento blando del metro; e di una fluttuazione anaforica (il termine “parola” ripetuto quattro volte, le prime tre ravvicinate, la quarta a conclusione dell’ultimo verso) , nonché, di una scansione insistita di rime ed assonanze (parole, altrove, nome, sensazione…) in chiusa di nove dei quattordici versi.
I molti avverbi e aggettivi utilizzati definiscono e danno vividezza alle molte sequenze descrittive; ma allo stesso tempo costituiscono il “segno”, il carattere, la forza propulsiva di questa scrittura, che non può che implicare intensità di sentimenti e solidità di valori. Si ha per questo l’impressione di un equilibrio, e di una congruità e verità del mondo che egli poeticamente ci rappresenta, rispetto alla parola che lo esprime. Una poesia che si interroga e che s’addensa in una riflessione pacata (“finire e rimanere memorabili/ciò sarebbe il guadagno”; “gli umani in cui sono stato nel corso del tempo/i paesi in cui sono nato”), senza che venga meno, però, una solarità di fondo, un senso positivo dell’esistere.
(Giovanni Nuscis)