Archive for aprile 2008

“Sposa del vento” di Roberto ROSSI TESTA

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 Anche sul blog "La Poesia e lo spirito"

 

 

 

 

 

    “Sposa del vento” è la quarta raccolta poetica di Roberto Rossi Testa – traduttore e saggista nato a Torino nel 1956 – dopo Stanze della mia sposa (1987), Poca luce (2002) e Eunoè (2005). L’elegante volume, edito da Nino Aragno Editore, raccoglie i componimenti scritti tra 1984 e il 2004 suddivisi in due parti; la seconda, più ampia, contiene i testi più recenti.

     Il titolo dell’opera richiama quello della prima raccolta (Stanze della mia sposa) ma anche il quadro di Oscar Kokoschka La sposa del vento (1914), riprodotto in copertina. Il termine “sposa”, utilizzato nei due titoli, è riferito alla poesia ma, osserva Ernesto Livorni nella sua postfazione, “…c’è una voluta ed ironica ambivalenza nella definizione della provenienza della stanze stesse, della poesia che si dispiega in quei testi, così che il titolo suggerisce tanto la lettura forte, per così dire, della formulazione del testo poetico da parte del poeta quanto quella debole dell’accoglienza della poesia da parte del poeta, in una dinamica erotica ed agapica ad un tempo che non a caso affonda le sue radici nella esplicita rivisitazione di luoghi del Dolce Stil Nuovo.”

    Ripensando al libro e al quadro di Kokoschka, ci si chiede se nel “tempus fugit” stia il grido reiterato del “vento”, a cui è destino che s’accompagni, ora, la “sposa”, nella difficile se non tribolata convivenza: “Tu volevi la calma,/un semplice sfiorarsi/di lontano con gli occhi,/e quasi con durezza/hai respinto i miei brividi,/il mio mutare, i miei/tentativi di stretta./Pure per qualche istante/io ti ho fatta mia sposa,/sposa del mio vento”. (Pallidia). Un vento, anche, che strappa via, allontana, e poi, d’improvviso, ciclicamente, riconduce a noi, che profeticamente e religiosamente attendiamo con sensi e cuore protesi all’orizzonte, e all’oltre: “Verrà. Verrà! Ancora/non ha volto né nome/ma saprò riconoscerlo/e in che modo chiamarlo/perché so da che punto/sarà la sua venuta/e ho imparato a distinguerlo/da tutti gli impostori/../Verrà ed accoglierà/verrà ed assolverà/malgrado la sua legge/che adesso appare adatta/solo a prendere in fallo/ma che paleserà/la sua misericordia./Brucerà interamente/tutta la legna verde/che ora fa lacrimare./Nessuno non ne andrà/sollevato e gioioso.” (Canto per la venuta).

    Una sposa “visitata”, dunque, a suo tempo, nelle sue “stanze”, e, adesso, “tirata, coinvolta, resa partecipe, trascesa”: “Se adesso stufo il Cielo/coi miei lamenti è per/estrema fedeltà/verso di Lei: che disse:/”Non ti serve la fede/perché ora mi vedi./Ma quando me ne andrò/tu continua a cantare,/canta quello che vedi:/sarà così che tu/ancora canterai/ciò che non vedrai più”.

    Nella raccolta confluisce così una poesia che potremmo definire di rincontro e di dialogo con altri poeti (“In loco di paura”, “Gabbiani a Torino”), una poesia che testimonia e invera l’esperienza del sacro (“Katharmata”, “La corona e la cenere”) e, da ultimo, una poesia in cui l’attrito con la vita disvela, dell’autore, sentimenti, pensieri, volo metafisico (“Pallidia”). Una scrittura, quella di Roberto Rossi Testa, colta, sempre, e consapevole, dove la tradizione letteraria e artistica che si evoca (Cavalcanti, Kafka, Bacon, Hindemith, Giuseppe Conte etc.) s’intreccia col mito e la storia di ogni tempo (Giobbe, Diotima, Parmenide, Eraclito, Maria, Calipso, San Francesco d’Assisi) e latitudine: dalla Mesopotamia alle Orcadi.

    La lingua utilizzata è alta, mai gergale; le scelte metriche si richiamano alla tradizione – come in “Orcadia”, “Trafugamento d’aura”, “Aurifodina”, “La corona e la cenere”, “Pallidia”, “Canto per la venuta” – con utilizzo prevalente di settenari che verticalizzano il dettato, lo sciolgono nel canto.

    Lo splendido poemetto “Pallidia”, autobiografia in versi, ci dà la misura della qualità di questa scrittura, nell’esito di un percorso dove tensione etica, lucidità, profondità di sguardo, ironia/autoironia e sapienza imprimono un segno forte e persuasivo sulla pagina. Nudità e fragilità (“Gridare alla mia età/vuol dire aver fallito/nel gridare da giovane:/così resto in silenzio/o parlo a tono basso,/tutt’al più grida il corpo/con le sue malattie/o grida la poesia…”) si fanno sacrificio e richiamo di una comunanza di destino: storico, collettivo e individuale; una fragilità, però, mai arresa, remissiva (“…so che fuoco m’aspetta,/parimenti si sappia/in che palude agghiaccia/chi i miei atti fraterni/ha pagato tradendo”; oppure, “…Ma in fondo a questo buco/io vedo ancora bene,/io so ancora distinguere/la notte fonda e il giorno,/e il mio cra-cra di rana/non contrabbanda osanna/per l’osceno pantano/camuffato da Eden;/né m’indurranno a cedere/all’uso neocristiano/di abbracciare chiunque,/di andare sottobraccio/persino con il diavolo/tentando d’imbonirlo,/facendosi imbonire…”): fedele, l’autore, alla “sposa”, a sé stesso.

Giovanni Nuscis

 

“Sposa del vento” di Roberto ROSSI TESTA
Poesie 1984-2004
Nino Aragno Editore (2007)
Postfazione di Ernesto Livorni

AURIFODINA

(2002 – 2003)

 

 

 

I.

 

Ardua miniera d’anime.

Qui tra la morte e il sonno

i pensieri scuciti

l’uno dall’altro si

allontanano come

veli presi dal vento.

Bocca della miniera:

esalazioni sfuggono,

spacca il martello grumi

e s’incrocian gli sguardi

per lo più torvamente

di chi sale e chi scende.

 

*

 

Cono tronco all’ingiù,

Babele rovesciata:

lungo la doppia elica

di continuo s’incrociano

carovane stracariche,

merci salgono e scendono,

più e meno si sommano,

la somma non è zero.

 

*

 

Le parole son case

con cantina e solaio.

Da questo sole e stelle,

in fondo a quella s’apre

una bocca infiammata,

il pozzo del carbone,

al centro della terra.

In alto e in basso forse

il medesimo fuoco.

Uno ferisce gli occhi,

li fa incantare e piangere,

l’altro brucia la gola

e stana il sangue a fiotti.

 

*

 

Spesso tremendo è il bello,

e non è nuovo mai.

La casa di bellezza

poggiante su un cratere

in cucina-fodina

ha utensili e ingredienti

mille volte riusati,

mille volte su e giù,

sembran nuovi del genio

solo all’oscuro sole.

Accanto al forno il pozzo,

acqua si attinge che

a intervalli lunari

si tinge di un bel rosso.

 

*

 

Fondata su un vulcano

la casa trema e crepita.

Da cantina a solaio

una colonna d’aria

rovente sale, e articola

parole elementari,

parole d’altri dette

in altri luoghi e tempi:

giù piombate nel magma,

e che adesso ritornano

per la necessità

di respirare (il vero),

di digerire (il bello),

e di espellere il rospo.

 

*

 

Il mio respiro è facile,

lungo un canale pervio;

ma l’altro è avvelenato

da ciò che non s’è fatto

carne e sangue, e va espulso;

e quando i morti tornano

mi cuociono la gola.

 

*

 

Quello che piomba giù

fra i morti e si trasforma

torna in calore e moto,

in vento dello spirito.

 

*

 

Guàrdati indietro, in fondo:

chi rimane, chi vive,

chi una patina lascia

sopra cose e parole.

Chi ha perso vincerà,

dolcissimo e implacabile

nel ritorno dei morti.

 

*

 

Morto troppo loquace,

chi vive non ha pace,

l’osso di morto è un dolce

che fonda parentela

tra il forno e la miniera.

 

*

 

Piatto misto sacrale,

ceci fagioli fave,

olla dei venti, doppia

che crepita e non scoppia.

 

*

 

Fil di fumo che sale

dal camino collega

il ventre con le stelle,

unica e universale

fornace senza pace.

 

 

II.

 

È provvida e crudele

l’eruzione, l’ignaro

corre per ciò che crede

a suo modo salvabile,

come Plinio Seniore

corre e muore da eroe.

 

*

 

Non più profeti: tutti,

tutti profeti ormai,

libidinosi eunuchi.

Sulle labbra preghiere,

tra le mani la spada.

 

*

 

Lingueggia la fiammella,

ora voce ora vento,

ora vento soltanto,

che qui nel nero spande

luminosa sostanza.

 

*

 

Per capillarità

sale le fondamenta,

attraverso le crepe

circola melodioso

il canto dei millenni.

Sufficiente a se stesso,

senza parere sfida.

 

*

 

Torri d’umile orgoglio

in precario equilibrio

di libri e di giornali

poco o per niente letti;

pure quello che conta

è mera vicinanza,

subdolamente l’opera

si fa quasi da sé,

candore è sconsigliato

e prudenza non basta.

 

*

 

È bastata una sillaba

perché sorgesse il mondo:

ora all’intera solfa

non si muove un sassetto,

non s’alza un ossicino,

non balla un orsacchiotto.

 

*

 

Ma se la bocca è muta,

se la gola è ostruita,

viene il verso da sé,

si presenta alla penna

già maturo, giù cade

con un tonfo d’inchiostro.

 

*

 

Non ho bevuto a fonti

né sognato su monti.

Custode di museo,

spolverando reperti

ho veduto (creduto?)

brillare sul piumino

qualche pepita mai

prima scoperta dai

miei antichi colleghi.

Conservando il berretto

in segno del mio uffizio

l’ho adornato così

di una discreta fronda.

 

E sempre da “Sposa del vento“ (Pallidia), nel post uscito su LPELS a cura di Franz Krauspenhaar

 

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“IL SORRISO DI DIO” di Luigi DI RUSCIO

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 Il filmato relativo all’intervista a Luigi Di Ruscio in occasione della presentazione del libro "Poesie operaie"  (Roma, gennaio 2008) QUI

 

 

 

1

mi accorgevo sempre di più
di parlare di me stesso
come se parlassi di un estraneo
non riuscivo a capire dove si fosse cacciata
l’identità sottoscritta
che sia annegata
in una pozzanghera di gioia?

2
avendo detto Cristo di amare
i propri nemici
essendo nemico d’Iddio
dall’Iddio sono molto amato

3
mi sentivo pieno
del sorriso d’iddio
nel pieno della smorfia di dio
che non avrà certo deciso di creare uomini
per empire un inferno
che dalla creazione era rimasto vuoto ed inutile
come tutte le stufe accese
in una casa destinata a rimanere vuota per sempre

4
come un angelo svolazzavo
incolume tra i traffici terrorizzati
i camionisti mi lasciano spazi sufficienti
per continuare a vivere tra voi
con l’atroce in agguato da tutte le parti
e mai mi sono sentito tanto vivo
come quando ero vicinissimo
alla morte

5
la poesia comunica e scomunica
tiene giudizio sopra di voi
i versi sono particelle mentali
che superando la velocità della luce
che si scaraventano sulla vostra immobilità
(non fare l’addormentata, svegliati!)

6
ha nevicato per tutta la notte
ora il sole
è a capofitto sulla neve nuova
le cime degli abeti
sembrano le punte di pietre preziose
tutto l’universo
diventa un diamante splendente
basta poco per cancellare tutto

7
i voli strani sconclusionati
degli uccelli ai primi voli
si gettano a precipizio dai nidi
appena sfiorano il suolo si rialzano
uno sale altissimo
e come colpito da improvvisa vertigine
di nuovo precipita
e il poeta dalla finestra scruta
i tuoi spasimi

8
per un inverno intero
una vespa
fu il nostro unico animale domestico
per nutrirla bastò
una goccia di acqua e zucchero alla settimana
con la primavera sparì per sempre
per abbeverarsi in uno zuccherificio infinito
ed oggi per passare dalla zona d’ombra
alla luce oggi è bastato
un passo solo

9
vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione dove nessuno immagina
di poter morire

10
l’universo spasimava
per potersi vedere
alla fine è riuscito a creare l’occhio umano
ed è con il nostro occhio
che alla fine l’universo è riuscito
a guardarsi

11
tutto ad un tratto il sottoscritto
riesce a scorgere il sorriso d’Iddio
la pietà di Dio
poi ancora la gioia di Dio
mettendomi a ridere come un matto
ritrovandomi intero dentro nella grazia di Dio
godere in pace la sua gioia
essendo noi uomini i creatori del Dio
e ogni uno di noi ha il Dio che si merita

12
il sottoscritto sorpassa tutto
feticismi e necrofilie
svolando con la massima impudenza
le cento scale proclamate
preferendo le donne grasse che sono più allegre
meno lugubri meno disperate delle secche
dovendo attraversare tutta una vita ridendo
essendo nel pieno del sorriso d’iddio
nel pieno della smorfia di dio

13
Iddio non esiste
è solo una invenzione degli uomini
gli uomini come i veri creatori d’Iddio
ed ogni uno di noi ha il Dio che si merita

14
una ilarità sino alle lagrime
ed improvvisamente tutto si è spento
vado subito a dormire
intanto questa poesia dove la metto?
a chi la faccio leggere?
dove la stampo?
a chi la mando?
come mi salvo dalle punizioni
come riuscirò ad evitare le botte?

15
con la fine degli umani i grattacieli
si copriranno improvvisamente di licheni spumosi
gli asfalti inizieranno fioriture
che richiameranno gli insetti più luminosi
nessun gatto
rischierà di venire castrato
e nell’universo rimarrà lo spendente ricordo
di essersi visto con l’occhio umano

16
senza l’irresponsabilità sottoscritta
la poesia muore
la tengo in vita sino a sfiatarmi con un bocca a bocca
agito gli ultimi brandelli disperatamente
m’incollo l’ultima disperata fatica

17
normalmente sono ateo
ma certe volte al Dio ci credo
altre volte sento un universo
privo dell’esistenza di Dio
e la felicità è estrema
ed è perfino lo stesso
Iddio a godere di non esistere
o

18

essendo il tutto scaturito
dal ventre d’Iddio
alla fine dei tempi
il tutto ritornerà nel suo ventre
niente andrà perduto
tutto
sarà gioiosamente salvato

 

 

Luigi DI RUSCIO

 

***Una selezione delle poesie della prima raccolta di Luigi Di Ruscio,  "Le streghe s’arrotano le dentiere",  è presente nel blog di Francesco Marotta "La memoria del tempo sospeso".

Da: Quinto Orazio Flacco. Versione in dialetto siciliano di Marco SCALABRINO

orazio

 

 

 

 

 

 

 

( I, 7. )

Cantassiru napocu la bedda Rodi o Mitilene
o Efeso o li mura di Corinto vagnata di dui mari
o Tebe ancora e Delfi divoti a Baccu e Apollu
o pansina la valli di Tempe; e autri,

cu puemi distinati a l’eternità
e ramiceddi d’olivu ‘n-frunti,
Atene, la città cara a la vergini Pallade;
e nun su’ picca chiddi chi, a onuri di Giunoni,

celebranu li cavaddi di Argo e la ricca Miceni.
A mia nun m’attalenta né la gnirriusa Sparta
né la flòria campagna di Larissa
ma la grutta risunanti di Albunea,

l’Anieni chi s’allavanca, lu voscu sacru di Tiburnu
e l’arvuli di frutta tutt’attàgghiu a li ciumi.
Lu biancu Sciroccu assicuta li nuvuli niuri di lu celu
ma nun sempri porta l’acqua

e tu, Planco, fatti spertu,
e arrassa la picònia e li camurrìi di la vita
cu lu vinu bonu, quannu si’ in battagghia
e macari quannu si’ a l’ùmmira di la to amata Tivoli.

Teucro, scappatu di Salamina e di so patri,
si cunta chi si misi nna li sònnura umiti
na cruna di chiùppuru e accussì parrau a l’amici:

IX

Lu vidi quantu è biancu e autu di nivi
lu Soratti chi nun ni tennu chiù lu pisu
l’arvuli e lu ghiacciu
citrignu attassa li ciumi?
Arrassa lu friddu, Taliarcu,
mittennu ligna e ligna supra lu focu
e abbunnanti sdivaca lu vinu
di quattru anni di lu bùmmalu sabinu.
Lu restu làssalu a li dei
chi ammànzanu li venti furiusi e li mari
e li vecchi chiuppi
e li fràssini ponnu, ora sì, scialari.
Di lu futuru nun ti dumannari
e li jorna chi la sorti t’accorda
aggarratilli, comu puru li ducizzi di l’amuri
e li jochi, sennu chi si’ picciottu
e la vicchianìa smanciusa ancora addimura.
Chistu è lu tempu di li chiazzi e di l’ariu,
lu tempu di li ciuciulìi ntra la notti,
lu tempu di la carusa e di li risati,
tradituri mentri idda s’agnunìa
darrè la cantunera e tu ci ascippi
di li vrazza un pignu d’amuri,
e di li jìdita soi chi fannu finta di anniccari.

Bandusia

Fonti Bandusia splinnenti chiù di lu cristallu
cu vinu duci e ghirlanni di ciuri
dumani t’aju a offriri un ciaraveddu
cu li corna giustu giustu spuntati
ma già allungati ammeri li battagghi di l’amuri.
Ammàtula però: chì, vastaseddu figghiu
di na mànnara, lu russu di lu so sangu
avi a ‘llurdari l’acqui toi gnilati.
Tu chi lu chiù tintu càudu
nun ti tinci, tu chi arricrìi
li tori stanchi di lu vòmmiru
e li pecuri quannu si sbànnanu,
tu macari arresti pi sempri
sennu ca ju cantu l’ìlici ‘n-capu dda rocca
d’unni l’acqui toi,
carcariànnusi, scìddicanu.