“Era mio padre” di Franz KRAUSPENHAAR

era mio padre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    “Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… […] Bisogna allora continuare  la strada da soli, nella notte. Abbiamo perso i veri compagni. Non gli abbiamo fatto la domanda giusta, quella vera, quando c’era tempo.”  (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte).

    Ma se “quella gente”, metti caso, era nostro padre, altro sarà il sentimento, il rimpianto per la domanda non fatta, per il gesto incompiuto “quando c’era tempo.” (“Vago nella nebbia dei ricordi. Cerco una risposta, senza alcuna certezza che questa risposta arriverà.”)

    Non vorremmo semplificare il coacervo di ragioni e stati d’animo all’origine del romanzo, la necessità e urgenza di questo viaggio nelle profondità del vissuto, ma le domande ci stavano, sospese, coi loro nodi robusti e il dono, alla fine, di una o più risposte che si cercavano, come luce alla fine di un tunnel.

    Il titolo del libro non deve ingannare: questo lavoro di Franz Krauspenhaar non è solo la biografia del padre Carl – nato nel 1925 ad Aussig (cittadina cecoslovacca annessa poi al Terzo Reich) e morto in Svizzera nel 1988 – e del complesso rapporto col figlio. Certo, vi si narra la sua storia e quella della sua famiglia, a ritroso nel tempo; dell’esperienza dell’ultima guerra nell’esercito tedesco (guerra che maledirà al pari di Hitler e del nazismo), della formazione e delle vicende  della nuova famiglia e del lavoro, in Italia, a Milano. Il libro, però, è ben di più, è il viaggio di Franz nel proprio sangue: dai capillari ai grandi vasi senza interdizione di transiti ed approdi, e di zone – cerebrali, genitali, nervose, muscolari, gastriche – da scrittore viscerale qual è (“I libri fatti con le viscere e col sangue sono sempre utili: a chi li scrive e spesso, ancora di più, a chi li legge con la giusta partecipazione”). Ed è nello scorrere dei giorni, nel compiersi di azioni e nel formarsi di pensieri che lo s’interroga, il sangue; inseguendolo, vorticoso o blando, cercandolo incessantemente per ritrovarvisi; anche nei punti di possibile affinità somatica, caratteriale, col proprio padre e i propri avi.

    Due vite a confronto. L’una che richiama all’occorrenza l’altra, ad intervalli, con un gioco di flashback, di finestre dalle quali ricompare la figura paterna; per analizzarne i gesti e le parole di allora, come da una moviola, per rivederlo attore di un destino non ancora definitivo; forse, ancora recuperabile… Un legame unico, e simile, per alcuni aspetti. Ma sempre unico, e insostituibile. Erano state “carezze e schiaffi, al bisogno”, “un testimone scomodo” (il padre) dalla cui “liberazione” è iniziato per il figlio l’impegno serio nella scrittura. Ed anche, il “ricordo” del padre, “una delle poche cose dolci di tutta la mia vita che mi vengono in mente, nonostante tutto, nonostante me.” E “Io prego, caro lettore. Prego con foga e con ferocia. Questo padre che mi ha abbandonato troppo presto. Lo prego per tutto.”

    Ci si sente attraversare da questo romanzo perché intuiamo che è l’autore, per primo, ad essere stato attraversato dalla vita che descrive, il quale, con spietata e spesso dolorosa lucidità di sguardo, e  intensità ed onestà di sentimenti, poi, nulla ha lesinato alla pagina. “Non voglio fare di questo libro  un’agiografia. Voglio parlare chiaro, dire “le cose come stanno”. E non si può non riconoscere rispondenza piena tra intento e risultato finale.

    Dicevamo che “Era mio padre” non è solo la storia del padre Carl, ma più storie assieme, sullo sfondo epocale di circa un secolo; dove il fuoco descrittivo e il punto prospettico ci mostrano quadri di sicuro interesse, come quando si parla della seconda guerra mondiale, o del nostro tempo che ingloba eventi collettivi e privati; dell’autore innanzitutto, con le relazioni e le amicizie indicate con nome e cognome.

    Un romanzo, questo, che lascia il segno con la sua irriducibile ricerca di verità e autenticità, e dove l’uomo è nudo, in una solitudine cosmica ed epocale nella quale non è difficile riconoscersi, nell’inesausta ricerca di identità e di conferme. Se è vero che si scrive per essere amati, a maggior ragione si vive per essere amati, incondizionatamente, a prescindere dall’umana, inevitabile diversità. E se qualche conto rimane, in sospeso, in questa come in ogni altra vicenda umana, il conto prima o poi, in un modo o nell’altro, si pareggia; per dissolvenza della storia – la nostra, in primis – in quella più ampia che tutto riequilibra.

 

Giovanni Nuscis

 

 

Franz Krauspenhaar

Era mio padre

Fazi Editore, Roma 2008

 

 

 

Franz Krauspenhaar è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato i romanzi Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Cattivo sangue (Baldini &Castoldi Dalai, 2003). E’ presente nell’antologia Best Off 2006 curata da Giulio Mozzi (Minimum Fax, 2006) e nell’antologia di racconti I persecutori (Transeuropa, 2007). Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana, e ha creato e gestito assieme a Fabrizio Centofanti il blog collettivo La Poesia e lo spirito. Collabora con riviste e giornali scrivendo di letteratura.

 

 

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4 responses to this post.

  1. Posted by frammentidiblu on 23 giugno 2008 at 12:51 am

    e allora ci resta il rimpianto di non avere chiesto , e la colpa di essere stati indifferenti , questa frase così acuta mi fa male…

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 23 giugno 2008 at 11:37 pm

    Tutti, credo, siamo incorsi in questa leggerezza.
    Ciao

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  3. Posted by anonimo on 24 giugno 2008 at 7:17 am

    La nostra è una civiltà senza più padri. Noi tutti scontiamo una “nemesi” anonima, senza paternità. Questo è il senso più profondo del nostro disorientamento.Sto per gettarmi nella lettura di questo libro, e questa recensione sarà un ottimo viatico.
    Grazie, Gianni (come sempre)

    Pasquale Vitagliano

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  4. Posted by 1Nuscis on 24 giugno 2008 at 1:44 pm

    E’ una civiltà senza più padri, forse, anche per una difficoltà a serbare dentro di noi lo spazio della memoria, e dunque dell’affetto filiale. Non può esserci un sentimento profondo senza memoria dei gesti, della genesi di una relazione significativa. E la memoria (la nostra storia individuale, la cui sommatoria costituisce quella collettiva) è ormai tiranneggiata e spesso soverchiata dalla “memoria di lavoro”, ogni giorno (il crescente macinare e metabolizzare stimoli su stimoli, informazioni su informazioni). Cosa resta, allora, dei molti gesti che hanno sostanziato il rapporto umano, negli anni, e, soprattutto, cosa resta di noi? La perdita (con conseguente, disperata ricerca) di identità credo che sia in buona parte anche questo: l’invasione di uno “spazio” originariamente destinato ad altro.

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