Archive for luglio 2008

“Nessun mattino sarà mai l’ultimo” di Guglielmo Aprile

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Pianeta sacro

Ogni singola vita non è che una nota
dell’unica sinfonia che risuona
nel cavo di una conchiglia, nelle basse
frequenze percepite dai radiotelescopi
e nei richiami che le orche si scambiano
misurando in banchi, anno dopo anno,
le acque dei due emisferi, per andare
ad amarsi al largo delle coste
del Labrador o della Terra del Fuoco: 
una semplice virgola del poema impresso
nelle serene architetture degli astri
e nel cristallo del diamante
sepolto e plasmato da ere di rocce e lave,

e noi, noi che danziamo e moriamo
sulla terra, siamo fratelli di alberi e nuvole
e di tutto ciò che scorre nel tempo,
siamo eredi dell’immenso pianeta sacro
e gli apparteniamo, tutti, il sangue
tuo, come quello del vento, non è che un’onda
nella risacca delle stagioni, dei germogli
e dei rami morti,
e tesse ciascun minuscolo filo d’erba
di un prato ai confini tra Cassiopea e la Via Lattea
nel quale il Dio bambino gioca
e riapre gli occhi ad ogni alba.

*

Lode a un granello di sabbia

Seme del mondo – come, come riuscisti
a contenere,
per non misurabili oceani di tempo,
le albe e i deserti, l’erba e le lune
nel tuo diametro, così
perfetto e minuscolo? Fu da un punto
simile a quello che confina il tuo regno
che l’universo
fiorì dai rami dl caos
nella germogliante esplosione
di luce e d’onde, di sangue e di nuvole.

Ipotesi di pianeta, polline stellato,
paradigma del rotondo amplesso di cielo e terra,
da quali rocce sgretolate e franate
provieni, e quali piogge
o risacche, o precipitare di torrenti
ti trascinarono
candido come appena lavato e forgiato
dagli elementi selvaggi
al polpastrello del mio indice?

Embrione dei giorni e delle foglie, crisalide
del principio, perno della ruota degli emisferi:
sepolto nel tuo grembo, un dio
sognò per la prima volta
l’uomo e la primavera, descrisse sulla tua circonferenza
la traversata del sole, delle maree incalzanti
e del seme paterno.

*

Una memoria, nel sangue, mi dura

Quanto di me è più barbaro e selvatico,
è più antico dell’uomo e del suo inganno,
delle maschere che l’alveare gli ha imposto,
ha il suo letargo nel sangue profondo,
tana latrante di orsi, selva di agguati e liane carnivore,
ha radici buie, sorde, ostinate
che scalano a ritroso
boschi sottomarini, fiumi ipogei che scorrono
da prima che nascessi, e si risveglia

con l’odore acre, pungente del biancospino
al confine dell’estate, dai calici
in cui si raccoglie, ad un tempo,
la mistica dei grandi cieli
e l’attrattiva, la memoria della terra,
l’inneggiante vertigine delle stratosfere
e il richiamo per l’elemento
primo, originario: le tracce di una mia discendenza
da acque, semi, letame e
pianeti.
E l’orsa è un vascello fatato
In viaggio verso i porti di una patria
Perduta, e l’altalena delle onde
dondola il mio sangue, si culla incessante
tra l’oblio e il ricordo, l’esilio e il ritorno.

*

Ricomincia, da se stesso si rigenera

Non una sola piuma perduta in volo dal più fragile
dei naviganti dell’aria, i teneri fratelli del cielo,
gli uccelli, né il piccolo dell’orsa nato morto
(per riscaldarlo la madre spreca inutili carezze
con la zampa armata di artigli), né la tartaruga
che termina la sua corsa prima della battigia,
né il grano di senape che secca
sul terreno arido – niente – di ciò che attinga
le proprie linfe dalle radici della terra,
dalle mammelle
dell’acqua e del sole, niente di ciò che scorra
e si consumi, e consumandosi ancora scorra

andrà perduto, né io né te svaniremo
come le orme lasciate da due amanti su una spiaggia
di notte: nessun interrogativo
che si alzi dalle labbra della pioggia e del vento
pone fine al suo volto nei nidi spettrali scavati
nelle caverne dell’annientamento, nelle paludi
della dissoluzione .

E sempre macchie di muffa invaderanno
le mura di una chiesa in rovina, o le pareti
di una scogliera, sempre, e nulla potrà impedirlo.

*

Non batte a tempo il mio sangue con l’erba

Stremati, gli alberi si immolano
alla necessità dell’inverno,
come se le stagioni non potessero
succedersi senza il loro sacrificio;
si consegnano al ciclico rinnovarsi
della terra, crocifissi lungo i viali
come dopo un’epidemia. Eppure

dovrei imparare a vivere dagli alberi,
far mia la loro forza,
la certezza gioiosa
che li sostiene, nell’attesa
della tiepida pioggia verde che presto
si sfoglierà in boccioli
stellati, in corolle di madreperla
dalle loro dita: la fede
che tornerà con la speranza piumata
dei nidi, con i rapidi fruscii
che accarezzano l’erba che si fa più folta:

che il sole non è morto, che i colori
dormono soltanto sotto le palpebre del ghiaccio,
lo sanno gli alberi, e non hanno paura,
provvedono loro a pagare il pegno
perché il pianeta si risvegli, e questo basta
a confortarli nell’agonia apparente.
E invece io, solo io dispero
per ogni cosa che finisce, e non so
ruotare all’unisono con le stelle,
né obbedire alla corsa del vento e delle nuvole,
sono sordo al ritmo puro, infallibile
delle stagioni,delle acque che scorrono senza fine.

*

L’origine del mondo

Queste mani, questi occhi, un tempo
furono carne e sangue di una stella.
Una città di fuoco, che ruotava
in una vuota eternità, perfetta
nella sua abbagliante solitudine.
Poi le piovre del buio la inghiottirono,
fecero di essa un duro, pesante grumo
di piombo, senza nome nella notte.
Ciò che del suo corpo scampò al naufragio
vagò nel sonno gelido delle ere
e degli spazi, seme vivente
che fecondò un altro angolo del cosmo,
altri soli, altre terre, e chissà, altri uomini.

Forse è da una vagina iridescente
perduta nel firmamento, una fra tante,
che derivarono le nostre albe
e gli inverni, il costante succedersi
delle maree, dei fiori, e i deserti
e le grandi montagne, e noi stessi
che a notte, su una spiaggia, ci chiediamo
che volto abbia l’antica
madre che ama a un tempo le minuscole
conchiglie e le costellazioni altissime.

*

Guglielmo APRILE
Nessun mattino sarà mai l’ultimo
Zone Editrice 2008-07-20
Prefazione di Giuseppe Conte

*
Dalla prefazione:

“[…] Questa è una poesia etica, di un visionario che sogna un mondo diverso, che capisce che soltanto una utopia sconvolgente e ancora inconoscibile sarà la salvezza della Madre Terra e di una umanità discesa verso l’inferno del non senso, del nichilismo, del distacco dalla natura, dal mistero, dalla sacralità, dalla bellezza. Questa è una poesia che nei suoi eccessi va salutata come benvenuta. Da un libro così si esce stravolti e migliori. Con più fede nell’energia metamorfica dell’universo e del linguaggio: “perché morire è lo stesso che rinascere/in tutte le cose che hanno vita”. Niente avrà mai fine, verranno sempre nuovi mattini. E la poesia, questo meraviglioso, assurdo eternante, amoroso canto dell’universo, li saluterà.”

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“Undici” di Savina Dolores MASSA. Recensione di Antonio Fiori

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     Undici storie per narrare un’unica storia, undici giovani vite africane nella deriva oceanica, unite da un comune e tragico destino. Savina Dolores Massa, oristanese, finalista con quest’opera al Premio Calvino 2006, si propone con una scrittura intensa, polifonica, decisamente originale per lessico ed espressività. Encomiabile anche il lavoro documentale che l’alimenta (sui nomi, i luoghi e le abitudini dell’ ipotizzato paese d’origine), la tangibile partecipazione emotiva e lo sforzo, invece, per mantenere un controllo costante della scrittura. Sayoro, ultima voce delle undici e più volte chiamato in causa da chi lo ha preceduto, tira le fila di tutte le storie. Lui è il cantore, il suonatore di kora che sulla barca alla deriva accompagna i racconti dei dieci uomini con lui ancora vivi; o forse solo i loro pensieri, il loro intermittente ricordare. Poi, alla fine, ultimo a morire, dice al suo strumento: “questo è tutto, kora. Non perderti in altre chiacchiere.”

    L’idea del romanzo nasce, nell’autrice, dalla lettura di un fatto di cronaca: il 4 giugno 2006 una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera, è ritrovata da un pescatore a largo dei Caraibi. A bordo, i corpi quasi mummificati di undici uomini neri. È tutto ciò che resta di un convoglio di 47 persone partite dalle coste dell’Africa nel giorno di Natale.

    Questa tragedia, di un’attualità che tristemente perdura, è a fondamento di un lavoro coraggioso, dai tratti ora epici, ora realistici con una scrittura in ardito equilibrio tra prosa poetica, invettiva e lamentazione. Savina Dolores Massa ha saputo dare identità e vita letteraria a quei corpi anonimi e mummificati e ci ha dimostrato come si possa coniugare l’amore per la scrittura con quello per la verità.

Antonio Fiori

 

Savina Dolores Massa

Undici

Il Maestrale, Nuoro, 2008

 

 

“L’aria che tira. Appunti in tema di energia”

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Anche su "La Poesia e lo spirito"

 

 

 

 

 

La concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di pochi – con le manovre e i raggiri per conservarli – è da sempre la causa principale di guerre e sofferenze individuali, locali e planetarie. Molta ricchezza, com’è noto, s’è creata e si mantiene grazie ai combustibili fossili (petrolio e carbone) che fa girare macchine, spostare uomini e capitali; ed ora che se ne intravede l’esaurimento (tra il 2020 e il 2030, dicono gli esperti), e che è sempre più oneroso far fronte alle crescenti richieste del mercato, è difficile pensare a soluzioni che non siano, anche questa volta, condizionate prioritariamente dall’interesse di pochi.

Ovvie le domande: come far girare in futuro, al minor costo, con la massima efficienza e col più basso rischio per la salute, industrie, macchine, caldaie, ed accendere luci ed elettrodomestici? Sopravviveremo, dovremo rinunciare a qualcosa? Potrà farsi di necessità virtù rivoluzionando in meglio le nostre condizioni di vita?

Immersi, dentro e fuori da questo blog, nei sogni e negli incubi il tema non può esserci estraneo.

Le fonti energetiche alternative sulle quali si sta discutendo e/o investendo, principalmente, sono quella   nucleare (QUI), solare (QUI)ed eolica (QUI); si parla però anche di idrogeno (QUI) e di biocarburante (QUI).

Riguardo al nucleare, non ostante i disastri e gli incidenti passati (QUI) e recenti (QUI) e i rischi oggettivi che ancora permangono (QUI) – contenibili, sembrerebbe, con reattori nucleari di quarta generazione (QUI) disponibili commercialmente, però, tra il 2030 e il 2040 – il governo italiano (QUI e QUI)(e così si spiega, forse, il recente azzeramento dei vertici dell’Autorithy per l’energia (QUI), come molti altri paesi già fanno, è deciso a creare sul territorio nazionale diversi impianti entro il 2020, commissionandoli all’Ansaldo (QUI) che da anni sta investendo, per l’esportazione, sulla produzione di centrali elettriche nucleari. Secondo l’Agenzia di approvvigionamento Euratom (QUI) “Le risorse di uranio sono sufficienti per garantire una produzione a lungo termine dell’energia nucleare e per risparmiare quindi, a beneficio delle generazioni future, le importanti ma limitate risorse fossili.” Come l’energia fossile, però, l’uranio non è infinito in natura, e il suo il prezzo ha subito in pochi anni incrementi notevoli (dai 7 $/lb del 2001 al picco di 135 $/lb del 2007) (QUI).  I costi vanno dai 20 ai 40 miliardi di euro ("una dozzina di reattori concentrati in 3-4 siti")(QUI), ma che renderebbero "in ogni caso molto difficile incrementare sensibilmente la produzione di elettricità da nucleare in breve termine” (QUI). Non pochi i contrari, in Italia, a questo tipo di energia (QUI) per gli evidenti rischi per la salute anche a prescindere dai disastri; va rilevato che non saremmo comunque immuni dall’inquinamento da scorie o da perdite a causa della vicinanza a paesi nuclearizzati come la Francia, e per l’impossibilità di avvalersi di reattori più sicuri entro breve termine. Sembrerebbe dunque preferibile, al momento, guardare alla rapida evoluzione della tecnologia di supporto alle energie pulite, come vedremo più sotto.

Riguardo all’energia solare, la quantità “che arriva sul suolo terrestre è (…) enorme, circa diecimila volte superiore a tutta l’energia usata dall’umanità nel suo complesso, ma poco concentrata, nel senso che è necessario raccogliere energia da aree molto vaste per averne quantità significative, e piuttosto difficile da convertire in energia facilmente sfruttabile con efficienze accettabili. Per il suo sfruttamento (attraverso: a. pannello solare termico; b. pannello solare a concentrazione; c. pannello fotovoltaico) occorrono prodotti in genere di costo elevato che rendono l’energia solare notevolmente costosa rispetto ad altri metodi di generazione dell’energia”(DA QUI).  Esistono importanti incentivi finanziari per chi ricorre a fonti di energia  rinnovabili (QUI).  Ci si chiede se in prospettiva futura, per meglio ottimizzarne la raccolta e la distribuzione, non sarebbe più opportuno concentrare i pannelli (in condomìni e in quartieri, se non in grandi estensioni desertiche)  piuttosto che parcellizzarli ad uso monofamiliare.

Riguardo all’energia eolica (DA QUI), “Nonostante le intenzioni siano le migliori, la mancanza di una legge quadro o di un testo unico sulle energie eoliche, diversamente dal solare, è considerata una delle cause della lenta diffusione della tecnologia rispetto all’estero. Benché l’eolico sia l’energia meno costosa, non è né massicciamente richiesto dai produttori elettrici che potrebbero rivenderlo al costo del kWh attuale con maggiori profitti, né è la prima quantità d’energia ad essere venduta nella Borsa elettrica che pur abbina domanda e offerta di energia in base al prezzo del kWh elettrico (l’eolico, avendo il prezzo per kWh più basso e conveniente, dovrebbe collocarsi subito). […]In alcuni paesi come la Danimarca la corrente prodotta con questo sistema ha raggiunto lo straordinario obiettivo del 23% del fabbisogno nazionale. Altri stati all’avanguardia sono la Spagna 9% e la Germania 7%. L’Italia invece è settima nella classifica delle nazioni con le maggiori capacità installate. Tra il 2000 e il 2006, la capacità mondiale installata è quadruplicata. L’impatto ambientale, seppur rivalutato negli ultimi anni, è un grosso disincentivo all’istallazione di questo genere di impianti. Nella gran parte dei casi infatti i luoghi più ventosi risultano essere le cime ed i pendii di colline e montagne, spesso luoghi dove la natura viene protetta e dove gli impianti eolici risultano visibili anche da grande distanza, con un impatto paesaggistico in alcuni casi non tollerabile. Un altro problema, per ora marginale, ma importante per produzioni in larga scala, è l’intermittenza (o “aleatorietà”) della potenza elettrica prodotta. Il vento, analogamente al sole e differentemente dalle fonti di energia convenzionali, non fornisce energia continuamente ed omogeneamente e soprattutto non può essere controllato per adattare l’energia prodotta alla richiesta delle utenze, se non in combinazione con altre fonti di energia, come l’idroelettrico, capaci di essere controllati. Tuttavia, nell’ambito di ampie reti di generatori, questo aspetto viene smorzato. Va evidenziato che “alcune società italiane hanno deciso di investire sull’energia eolica in Italia e all’estero” (QUI); la Gran Bretagna diventerà a breve “il primo Paese al mondo per numero di centrali eoliche offshore» (QUI).

 

 

L’energia solare e quella eolica, in crescente impiego, sono dunque per il momento utilizzabili in forma integrata con quella tradizionale (energia idroelettrica e combustibili fossili destinati, come già detto, ad esaurirsi); ci si aspetta a questo punto una politica ad ampio raggio col coinvolgimento di tutti i soggetti pubblici e privati (Stato, regioni, province, comuni, enti ferroviari ed aziende di trasporto urbano ed extraurbano) e modulata sulle  caratteristiche, le esigenze e la cultura dei territori; volta innanzitutto a contenere, il più possibile, il fabbisogno di combustibili fossili e l’insostenibile tirannia della loro commercializzazione, favorendo nel contempo,  attraverso studi ed incentivi, lo sviluppo e l’impiego di energia pulita. E’ necessario per questo un salto culturale deciso e coeso  con strategie politiche ed economiche che spingano, innanzitutto, all’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici (da potenziare e adattare ai bisogni reali degli utenti) e, là dove possibile, di biciclette e di sane camminate (semmai favorendo la condivisione di una sola auto per recarsi al lavoro o in trasferta); intervenendo a tal fine sulle vie urbane ed extraurbane con la creazione di corsie ciclabili. Inevitabili le attività di riconversione dell’intera filiera legata ai mezzi a combustibile fossile, da cogliersi come un’opportunità migliorativa e più stabile dell’attuale.

 

GN

 

PS. Molti dati richiamati in questo intervento sono tratti dall’”enciclopedia libera” Wikipedia dove chiunque può intervenire e modificare i contenuti. Sono pertanto ben accolte, attraverso i commenti, precisazioni o rettifiche.

 

Renzo CAU “Una poesia metafisica. Saggio sulla poesia di Angelo Mundula”

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Anche su La Poesia e lo spirito

 

 

 

 

 

   Chi segue ed apprezza da anni, come me, la poesia di Angelo Mundula non può non compiacersi di questo saggio recente dedicatogli da Renzo Cau in cui si coglie, fin dalle prime pagine, la profondità e la cura di analisi che si riservano, solitamente, ad autori di prima grandezza. Uno studio in cui però, metodologicamente, tiene subito a precisare nella sua presentazione Carmelo Mezzasalma, richiamando Auerbach (Philologie der Weltliteratur. Filologia della letteratura mondiale, a cura di E. Salvaneschi e S. Endrighi, Book Editore, Bologna 2006), “il punto di partenza non deve essere rappresentato da una categoria generale applicata all’oggetto dall’esterno – deve crescere al suo interno, essere una sua parte. Le cose devono farsi linguaggio, e non si riuscirà mai nell’intento se già il punto di partenza non è concreto e ben circoscritto”.
   Lo studio di Renzo Cau si concentra sulle prime tre raccolte poetiche di Angelo Mundula – Il colore della verità (Rebellato, Padova 1969), Un volo di farfalla (Giardini Editori e Stampatori, Pisa 1973) e Dal tempo all’eterno (Nuovedizioni Vallecchi, Firenze 1979) – ritenendo “le prime tre opere del poeta sardo fondamentali per capire le restanti otto”. Il saggio è strutturato in cinque capitoli, L’ala rapace del tempo, Verso l’eterno, Una fede sofferta e viva, Il destino della parabola profetica, Rivelare il cuore nel bagliore della fede; lo completano una breve antologia tratta dalle sillogi e alcuni giudizi critici; il titolo del libro ci richiama uno dei giudizi più autorevoli espressi su di lui da Giorgio Bàrberi Squarotti: “…un grande poeta metafisico, il maggiore che si abbia oggi, accanto a quel Luzi che, significativamente, è protagonista e dedicatario di uno dei componimenti del libro.”
   Il primo capitolo, incentrato sulla raccolta poetica d’esordio, Il colore della verità, coglie subito un aspetto fondamentale della scrittura munduliana: “Già dalla prima breve poesia della raccolta, l’autocoscienza di possedere una voce poetica, ossimoricamente orientata al canto e al grido, seleziona di ogni esperienza lieta o triste dell’esistere solo quella porzione di verità, ritenuta degna di essere conservata nel cuore, la vera sede dei ricordi: la nuda verità, quella priva di calore-colore umano, è trattata alla stessa stregua della menzogna. […] L’autore intende ancorare saldamente la sua poesia al reale, dove soltanto si può ascoltare il racconto del trascolorare di “tutti gli umori delle cose”, possedute dalla forza del divenire. La lirica, che si avvale dello stilema allocutivo è animata dalla funzione conativa. Benché l’io lirico abbia come destinatario se stesso – raramente, infatti, nella raccolta abbandona la prima persona – è un invito deciso e severo al lettore a prendere coscienza del dramma esistenziale, dominato dal divenire ovvero dall’”ala rapace del tempo”.
   La seconda e la terza raccolta, a cui sono dedicati i successivi capitoli, “come per i Four Quartets di T.S. Eliot, prendono l’abbrivo da due opere di uno dei due più grandi geni del Medio Evo cristiano: sant’Agostino. L’ipogramma di Un volo di farfalla è identificabile nel libro XI, 29 delle Confessiones, quello di Dal tempo all’eterno nel De Civitate Dei (14,28)”. Lo studioso richiama anche K. Jaspers per la frequente presenza in tutte le raccolte di proposizioni interrogative (pensare interrogando), e Giacomo Leopardi e Vincenzo Monti, per evocazione o comunanza, rispettivamente, di titolo: La siepe degli infiniti spazi e A mia moglie nel suo giorno onomastico. Ma è presente nel macrotesto munduliano un “considerevole stuolo di scrittori classici e contemporanei”, da quelli dei testi biblici ad Omero, Virgilio, Dante, Antonio Machado, Paul Valery, Italo Calvino.
   Altri due punti fondamentali evidenziati dallo studioso – sulla poetica di Angelo Mundula “saldamente attestata sulla verità” – sono la “vocazione allo scavo” ed il fatto che da subito “Il problema metafisico e la sua tra-duzione in poesia deve avere affascinato il poeta. […] Nel macrotesto di Mundula temi e argomenti assai impegnativi di natura filosofica e teologica sono stati risolti in poesia con sapiente, originale perizia…”. Mario Luzi “definisce Dal tempo all’eterno un poema che “ha tradotto la sostanza teologica della fede nella sua più sperduta e umana sostanza di amore”.
   Il poeta, osserva ancora Renzo Cau, “è pienamente consapevole dell’importanza della parola, in apparenza un innocuo segno sul foglio bianco, un flebile suono […] Anche la distinzione linguistica del significato dal referente, insiste il poeta, ha la sua importanza: il dono della vita sopravvive alla parola, le ragioni della mente sono “arse dal fuoco delle voci”, mentre vivono nel cuore quelle del sogno; quelle della langue non vibrano con la stessa intensità e verità di quelle della parole, che trovano una sicura eco “dentro”, in interiore homine, appunto. Ma il grave rischio della parola è di essere tautologica, essendo incapace di significare le cose e il sogno, o inutile di fronte allo spietato passare del tempo, che tutto incenerisce. […] Non ci resta, conclude con dignità il poeta, che alimentare il “fuoco sacro” del silenzio”.
   E’ un’attenzione particolare, infatti, quella che il poeta riserva alla parola; “La parola umana, il verbo, mutuato dal lemma latino, probabilmente arriva nel testo dal prologo del Vangelo giovanneo come traduzione di logos, il Verbum con la lettera maiuscola. […] Il poeta-scriba chiama a conforto della sua particolare parola citazioni del testo sacro, che ne illuminano la responsabilità (“dalla mia parola sarò giustificato/e dalla mia parola sarò condannato”).
   La qualità alta del lavoro di Renzo Cau trova conferma avendo anche presenti le raccolte successive, quelle non considerate dallo studioso; le coordinate interpretative qui tracciate valgono pure per esse, con sorprendente puntualità: “il testo può apparire dominato da un asse paradigmatico all’insegna della colloquialità. […] una coscienza dell’ipersegno poetico, tesa più al servizio della significazione e della comunicazione che della sperimentazione formale. La sintassi dei contenuti o per meglio dire della loro approfondita meditazione non poteva non determinare una sintassi del linguaggio, tesa a favorire il dialogo con un destinatario il più numeroso possibile.”
  Si è grati, pertanto, a Renzo Cau il cui lavoro esemplare – per profondità ed estensione dell’analisi – ci sembra ora un’irrinunciabile viatico per comprendere a fondo l’opera di Angelo Mundula; di cui si propongono qui alcuni testi tratti dalle raccolte esaminate e da altre più recenti.

GN

*

Renzo CAU
Una poesia metafisica
Saggio sulla poesia di Angelo Mundula

Edizioni Feeria, 2008
Presentazione di Carmelo Mezzasalma

Renzo Cau è studioso degli scrittori sardi contemporanei intorno ai quali ha pubblicato diversi saggi. Ha pubblicato anche L’alto passo (percorsi esegetici nei canti 26 dell’Inferno e 33 del Paradiso), Il Veltro, Cagliari 2006.

Angelo Mundula è nato e vive a Sassari. Ha pubblicato, in poesia, Il colore della verità (Padova, 1969), Un volo di farfalla (Pisa, 1973), Dal tempo all’eterno (Firenze, 1979), Ma dicendo Fiorenza (Milano, 1982), Picasso fortemente mi ama (Firenze, 1987), Il vuoto e il desiderio (Catania, 1990), Per mare (Padova, 1993), con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna, La quarta triade (Milano, 2000), Americhe infinite (Milano, 2001), Vita del gatto Romeo detto anche Meo (Milano, 2005), Il Cantiere e altri luoghi (Sassari, 2006); a cui si aggiungono due libri di prosa: Tra letteratura e fede (Firenze, 1998) e L’altra Sardegna (Milano, 2003). Ha collaborato con i maggiori quotidiani italiani e con prestigiose riviste. Da vent’anni collabora con le pagine letterarie e culturali dell’”Osservatore Romano”. Hanno scritto sulla sua poesia, tra i tanti, Mario Luzi, Carlo Betocchi, Giuliano Gramigna, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Franco Fresi, Stefano Jacomuzzi, Pietro Civitareale, Franco Loi, Nicola Tanda, Ferruccio Ulivi, Giacinto Spagnoletti, Achille Serrao, Bruno Rombi, Guido Zavanone, Alberto Cappi, Carmelo Mezzasalma, Oliver Friggeri.

*

Da “Il colore della verità”

A mio padre

Batte l’orologio un tempo
che ancora non è passato nello spirito,
né passerà se, come credo, quell’ieri
è il presente che mi fingo.
E così ti rivedo, padre, nella tua bella luce
di dolcezza che ha profumo di rose e di carezze.
Morte è solo certezza che mi sfiora,
memoria ne smorza il senso amaro.
La tua vita è la mia che mi resta,
e chiudo un solco già iniziato insieme
con la tua terra, padre, e con la mia più fresca.

*

Da “Un volo di farfalla”

Tra memoria e presente

Io sono quello che son stato
ma certo io sono anche quello che ho sognato di essere.
Sono stato schiavo di un’illusione mi confesso
pure l’illusione mi apparteneva con contorni precisi
più labili i contorni delle cose che mi circondavano reali.
Quand’ero sulla porta del bosco ero dentro il bosco
la porta del bosco non comunicava più nulla
l’illusione era al di là della porta
l’uccello volato non era già più uccello
io ero dentro il futuro senza saperlo.
Ogni giorno muoviamo questo passo senza un brivido.
Oh l’uomo non vuol conoscere il suo destino!
Per tutta la vita un passo guida un altro
solo dentro può rompersi il meccanismo segreto
E allora un passo può anch’essere un segno
di nuova vita od anche di una vita parallela
memoria spezza il circuito ed io ritorno più giovane
su uno scoglio che ho amato
siedo accanto all’illusione giovane
e l’oggi è anche ieri ieri è anche oggi o solo oggi.
In me solo abitano gli estremi della vita
Non chiedono se non d’essere ricuciti in me saldati
dentro di me con amore con molto amore evocati.

*

Da “Dal tempo all’eterno”

Poiché la mia fede s’inventa il suo verbo
dirò preghiere inaudite
col mio “granello di senape”
anche se l’animo perde ciò che qui guadagna.
Ma getterò via la mia mano che mi è di scandalo?
che pure mi offende? Oserò mettermi contro le regole?
Qui lo scriba ha il suo più alto rovello
se scrivendo per fede che si duplica
rischia la morte per vivere eterno.
Ma chi sta in alto e vede
sa che si procede per un ruscello di luce
che tanto più brilla
quanto più s’avanza in quella sola fede
che fa più forti quelli che più dubitano.
E andando come tra spini che spuntano
Ogni passo è un calvario così fatto
che fa delle parole vano miracolo
se l’empio verme non è mai lontano.
Ma può chi scrive tacere il suo credo?
E dunque sia la parola a dire il dubbio
e la mia “poca fede” che si fa forza di spostare un monte
poiché dalla mia parola sarò giustificato
quando suoneranno quelle altissime trombe.

*

Da “Per mare”

Fil rouge

Dalla terrazza da cui guardammo il mare
un altro vedrà tutto l’azzurro che il nostro sguardo
non potrà più guardare e una mano straniera
scriverà sul nostro taccuino i percorsi
della sua mente originale e inseguirà
sui tasti di una macchina inerte
l’oggetto dei suoi infiniti desideri.
Un viandante mai conosciuto incontrerà la gente
che noi non potremmo più incontrare o che ci avrà
dimenticati per sempre
questo è il nostro futuro immaginabile
la nostra perdita totale eppure
in quello sguardo straniero che guarda il mare
c’è anche i nostro sguardo superstite e vitale
e il mare con le sue onde e con le sue bonacce
lo guarderemo insieme da impensabili rive
in tutte le sue fresche e dolci acque e il
sogno che sognammo e che fu più nostro
non sprofonderà per sempre nella nostra notte
qualcosa sopravviverà nell’altro che
non saprà di sognare il nostro stesso sogno
tutti i viaggi possibili partecipano dei
nostri misteriosi itinerari e sui tasti di una
macchina per scrivere un imprevedibile tasto
forzerà il senso e la mano riluttante di una
mente apparentemente solitaria che mai
avremmo immaginato
e sull’orma dei nostri passi distratti si
poserà inconsciamente il piede di chi
percorre un nuovo itinerario e l’uomo che
incontrerà un estraneo non saprà mai di
incontrare il suo innominabile fratello o padre.

*

Fine stagione

Questa è la dimora di una frivola vacanza
dove una folla immensa lascia appena una traccia
di sé qualche rara bazzecola per la
prossima rentrée. Del resto ormai tutto
cambia maschera in attesa dell’altro o chissà che.
Da questa riva disertata dall’uomo
da questo strano luogo senza
neppure un organigramma
contemplo una stagione al suo tramonto
ciò che se ne va secondo copione
ciò che resta o si nasconde
sotto il nuovo défilé.

*

Da “Americhe infinite”

Il viaggio insieme

Non viaggiamo mai soli.
Appena ci muoviamo s’alzano
da qualche parte i nostri bronzi (*)
e ci seguono. Portiamo sulla pelle
i loro nomi. E mai dimentichiamo
chi per noi fece naufragio e le
vele spezzate e il timone che sbagliò
la rotta e il mare fatto sangue
di non so quanti eroi. Sempre i nostri
morti ci seguono e parlano con noi.
Non viaggiamo mai soli. E un giorno
se approderemo a un porto vi approderemo
insieme. Se il vento non ci sarà
sarà ancora quel fiato rimasto nelle
gole quell’antico respiro
dell’antico sardo a spingere
lo scafo a gonfiare le vele.

(*) Si allude, evidentemente, ai bronzetti nuragici.

*

Giardino d’inverno

Vivo nella terra di
Sinijasvskij e Solzenicyin
in quella stessa terra che
esiliò Grazia Deledda dalla sua
verde tanca. A testa bassa
procedo nella tormenta
verso la mia dacia deserta
che morendo lasciarono ai consorti
Pasternak e l’Achmatova e dentro la
siberia in cui sono costretto
allevo i miei piccoli fiori
ogni volta forzando lo stretto di Bering
per portarli nei luoghi
dove si scioglie il gelo.
Questo è il mio giardino d’inverno.
Voglia il Cielo che un giorno i miei nipoti
Vengano a visitarlo.

*

Da “Il cantiere e altri luoghi”

Strade

Fra tanto clamore nessuna vera voce
fra tante strade nessuna via da percorrere
neppure quel “sentiero da capre” che Montale
vide aprirsi sulle nostre mappe neppure
quelle nostre rampe su cui ogni giorno
ci arrampichiamo per vedere le stelle
la luna o marte. Niente e nessuno in
questo innominabile buio. Se non fosse
per quel tenue barlume che traspare
da qualche parte e fa dire: “è giorno”
mentre intorno si addensano le ombre.

*

Del fare

Oh se potessi non scrivere
lasciando queste parole in cambio
di quel che dicono! Oh se potessi
finalmente trovare il mio vero
esistere votando la mia vita
alla vita dell’altro. Ma sono
un uomo impastoiato dalle parole
di questo antico suono che mi strugge.
Vado cercando vita ove la vita fugge.

2 Responses to “Renzo CAU “Una poe

“L’Acciuga della sera i fuochi della tara” di Marina PIZZI

l

 

 

 

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I fuochi della tara
l’acciuga della sera
ad immolare

Con petto di palude, sérrati!
pennacchio d’alta uniforme per le risa.
Impara ancora e ancora la resistenza
il proverbio servile pure il bavaglio
da strappare. Pare costi un eremo
di avverbio il bio starsene anche
insistiti inesistenti, sottraendi addendi.

*

La bàlia del cipresso
ama le spalle chiuse
le servitù domate
gli scherzi di fantasmi
i salti con la corda.
da adesso nessun asilo
sarà frutto o inguine
finalmente senza libercoli
le costipate stanze delle aureole.
le prometti che non la rivedrai
e lei è senza reazione o io.

*

Ergastolani in canottiera
anche nei sogni. Il bellimbusto che tiene
la cassa da Chanel. Sotto la ghigliottina
del ghiaccio il coccio ubriaco
l’accalappia morti.
I pittori e i poeti della domenica
arrotondano convinti. Evinci le gite
delle frottole convengono nel lusso
del piatto zecchino.
Con un bastone di zelo non sono riuscita
ad arrivare a te. La smilza conta
può dar da balbettare, dà di cerchio.

*

Il traguardo è solo un male sottile
lento lentissimo scudiero del cancello
automatico che trituri il proprio
padrone.
La gemella angelicata della felicità
(pretesa da conquistare) ancora vaga
presso le spezzature degli angioli
dei ciottoli.
In un angolo concentrico un peso di rettili
ha avvelenato il globo con un solo morso.

*

In un mare di miti conclusi
l’alfabeto non riesce a chiudersi.
In secca il berretto del turista
in stasi i coriandoli del bello
quando dotto infuriava il polso
almeno di vederti.
Il funzionario delle tasse adesso viene
a torturare le muse,
se non altro avrà da risarcire
tutte le servitù del varco.

*

Nel cipresseto che non ci vide scolari
il vento fu pingue. Resine di avverbi
non piacquero. Tra baionette di squilibri
le aureole dei vinti. Appendice di me
la dico breve: violo la cicca che non fa cilecca
che non fa cilecca. Dormo con le muse
per scendiletto dove i calcagni dolorano
la sveglia della logica. La rondine è ridotta
a trainar la biga.

*

La minestrina della maestrina:
l’università./ /I togati senza
la madonna della vergogna
alle esequie delle meraviglie.
In veglia sul lastrico la cosa
stringe la rotta pecca di ladrona.

*

I ricchi hanno sempre le finestre
sterminate
scoscese eclissi le volontà.
I poveri hanno sempre le risate
contagiose
i giochi oltre le emulazioni.
I muli hanno sempre le groppe
sfiancate
gli occhi sotto gli zoccoli.
I vitelli hanno sempre gli occhi del coma
dell’appena nascita
il poco latte da sputare dentro la mattanza.
I fiori hanno sempre la forca
nelle radici
l’estirpo degli amanti la pomice delle serre.
I padri hanno sempre strenne
senza senso
il sogno di una tresca scaturigine.
Le madri hanno sempre rimpianti
contro le vestali
il chiodo dello scorno d’invecchiare.

*

Marina PIZZI
“L’Acciuga della sera
I fuochi della tara” (2005 – 2006)

Luca Pensa Editore, 2005
Introduzione di Luciano Pagano
Postfazione “Marina Pizzi e la giostra del Silenzio” di Stefano Donno

*

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-55-55. Ha pubblicato i libri di poesia:
Il giornale dell’esule (Crocetti 1986)
Gli angioli patrioti (ivi 1988)
Acquerugiole (ivi 1990)
Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993)
La devozione di stare (Anterem 1994)
Le arsure (Lietocolle 2004)

Ulteriori informazioni biobibliografiche QUI.

*

Tra la poesia capace di resistere al tempo metterei senz’altro quella di Marina Pizzi: per la forza, l’originalità, la consistenza e definizione scultorea. Un voce sicura e inconfondibile.  GN

*

Dall’introduzione:

“I versi di Marina Pizzi, lontani dall’accezione comune di poesie civili, aprono e chiudono un percorso differente, definibile come “poesia di civiltà”, nella poesia da cui l’autrice desume il titolo della raccolta e in quella immediatamente precedente è raccolto il senso della vita e del poetare, indignazione civile nei confronti di un’umanità ridotta a sequela di manichini seriali “insistiti inesistenti, sottraendi addendi”. […] Accade raramente che una poesia riesca a fissare in modo così delineato un’atmosfera, perfino dal punto di vista della sua attuazione nel tempo. Il tempo di questi versi è indefinito, i riferimenti alla desolazione della contemporaneità sono chiari, collocabili nei momenti liminali, aurorali o vespertini (“tramontana di tramonto la stanza”). Il luogo è il proprio corpo domestico nel quale ogni oggetto è cifra di una sfumatura dell’essere “chiavistello”, “comignolo”, “laterizi”, la poesia un sisma in casa d’altri, provocato a distanza tramite la comunicazione di una disperazione luccicante alla quale fanno da contrappunto le stoppie, lo sterpigno, lo scirocco, come segnali dell’aridità. Marina Pizzi in questa raccolta si fa sublime descrittrice e nei più intimi dettagli della tensione verso un’elevazione del sé, una fuga dall’essere costrittivo imposto dalla natura della vita che trova soluzione piena nel canto.”

Il debole della forza, la forza del debole

giotto_lazzaro

 

 

 

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Un recente intervento del teologo Vito Mancuso, “Al mondo è necessario l’impero della forza”, uscito qualche giorno fa su Il Foglio e su questo blog, ha suscitato polemiche e attacchi da parte dei commentatori. Alle tre domande poste in premessa – se è giusto che il pontefice riceva con tutti gli onori in Vaticano il presidente americano George Bush, se può considerarsi giusta la sentenza della Corte di Cassazione che ha ritenuto di non dover processare e condannare il soldato americano che ha ucciso Nicola Calipari, e, infine, se sia giusto il provvedimento di sospensione per un anno delle molte migliaia di procedimenti penali compreso quello che riguarda l’attuale capo del Governo – il teologo risponde, “con un sofferto ma al contempo inequivocabile sì”, ”avendo avvertito l’impero di ciò che i nostri padri greci chiamavano ananche, e i nostri padri latini necessitas, ovvero di quel ferreo meccanismo che pone l’individuo al cospetto di forze più grandi, e anche più importanti di lui […]
Vito Mancuso sostiene, in particolare, nel primo caso: che anche “Giovanni Paolo l’avrebbe fatto”, che “ogni papa è e deve essere se stesso”, che “George Bush risulta un dilettante rispetto a papa Giulio II che faceva la guerra in prima persona.”; nel secondo caso egli dice: “Dietro la sentenza sul caso Calipari c’è la volontà della principale potenza mondiale di non far giudicare i suoi soldati in missione all’estero da nessuna istituzione giuridica non americana”, “Ciò che comanda nel mondo non è il diritto astrattamente inteso, ma è il diritto legato alla forza di chi detiene il potere.” ; riguardo all’ultimo caso egli sostiene: “se fossi stato un parlamentare del centrodestra, avrei votato quel provvedimento senza rimorsi di coscienza, ritenendo anzi di servire così il mio paese. Io ritengo infatti che ciò di cui l’Italia abbia ora maggiormente bisogno sia un governo. Il massimo bene dell’Italia ora è di essere governata, con tutta la serietà e l’efficacia possibile: sono troppo grandi e troppo urgenti i problemi per permetterci di rimanere senza governo, per permetterci il lusso di rischiare una condanna per il capo del governo democraticamente eletto e tutte le conseguenze del caso.”

Questo in sintesi, rimandandosi alla lettura integrale dell’intervento.

Ciò premesso, si osserva che:

1. le ragioni a sostegno delle risposte, nel primo caso, sono in prevalenza soggettive e generiche (“ogni papa è e deve essere se stesso”, “George Bush risulta un dilettante…”); mentre puramente fattuali sono nel secondo e terzo caso, ridotte a formule ed espressioni pericolose se staccate dalla loro ontogenesi e dal loro significato tecnico e storico (“il diritto astrattamente inteso”, “il diritto legato alla forza di chi detiene il potere”, “sono troppo grandi e troppo urgenti i problemi per permetterci di rimanere senza un governo, per permetterci il lusso di rischiare una condanna per il capo del governo democraticamente eletto”, “L’uomo maturo continua a lottare contro le ingiustizie del mondo chiamandole col proprio nome);
2. a titolo di esempio, prescindendo dal caso Calipari i cui atti processuali non conosco, dovremmo forse prima invece  chiederci cosa intendiamo per diritto “astrattamente inteso”, e per “diritto legato alla forza di chi detiene il potere.” Le regole tra stati sono stabilite, com’è noto, dai trattati internazionali; nessuno stato può imporre agli altri, per il principio dell’autodeterminazione dei popoli, le proprie leggi che, in forza di altro principio, quello di corrispettività (per il quale si osservano i contenuti pattizi nella misura in cui anche gli altri li osservano), uno stato (a meno che non venga occupato manu militari) è libero di avere o non avere rapporti con altri stati; e se ad esempio un paese decide di cooperare in azioni di guerra con un paese col quale non esistono accordi, o che, pure esistendo, non li osserva, e sceglie di cooperare ugualmente per opportunismo o per metus reveriantilis, è evidente che lo fa a proprio rischio e pericolo; basterebbe infatti non cooperare “per non subirne” la forza; 
3. nel punto dove si dice che “sono troppo grandi e troppo urgenti i problemi per permetterci di rimanere senza governo, per permetterci il lusso di rischiare una condanna per il capo del governo democraticamente eletto e tutte le conseguenze del caso”, si parla di “diritto astratto” come di un ostacolo per il governo, la democrazia e la volontà ultima del popolo sovrano; così come sarebbe un ostacolo chi lo applica, e tutti coloro “tentati” di “scandalizzarsi sempre di tutto, di fare dello scandalo la categoria che segna il rapporto tra se stesso e il mondo, un singolo perennemente in rivolta, sempre infelice, che sa solo dire solo di no, che sacrifica il bene comune a se stesso ai suoi risentimenti più o meno ideologici” etc.;
4. si sottacciono, però, o si danno per scontate le ragioni di fondo di una situazione processuale – quella del capo del governo – paradossale e unica per come s’intreccia, da anni, con la vita istituzionale; mentre si prende dura posizione contro coloro che la lamentano, con indignazione, ritenendoli ottusi fautori del fiat iustitia et pereat, “per quel senso astratto di giustizia che genera un perenne conflitto, e talora odio, verso questo mondo.”

Sostiene inoltre l’autore che “la giustizia, per essere veramente tale e non solo legalità, è sempre funzionale a un più alto grado di ordine del mondo: fiat iustitia ne pereat mundus”; che “L’uomo maturo continua a lottare contro le ingiustizie del mondo chiamandole col proprio nome”. Non viene però definito il significato di due espressioni che ci paiono importanti: a) “più alto grado di ordine del mondo”; b) “ingiustizie del mondo”. Entrambi sembrano non fare riferimento ad un assetto ordinamentale preesistente, ma ad una  tensione alla giustizia che ci richiama Platone così come citato da Hans Kelsen ne “Il problema della giustizia”, dove si dice: “La giustizia predicata dal grande filosofo esige che gli uomini debbano essere trattati in modo conforme all’idea trascendente del bene che la conoscenza razionale non può raggiungere. […] Per questo san Paolo, il primo teologo della religione cristiana, insegna che la saggezza di questo mondo è pazzia davanti a Dio, che la filosofia – cioè la conoscenza secondo la ragione – non è una via per comprendere la giustizia divina, racchiusa nell’occulta saggezza di Dio, che questa giustizia viene rivelata da Dio soltanto a chi ha fede, cioè la fede che opera attraverso l’amore.” Al di là, però, della fede religiosa e dell’”intuizione individuale” – che secondo Platone “si compie come un’esperienza mistica, concessa a pochi soltanto per grazia divina” – si è dovuti ricorrere non a caso, nei millenni, alla codifica di regole al fine di organizzare la società e le sue istituzioni, regolare le relazioni tra singoli, affermare i diritti dei singoli. Ed è a tali norme che ci si trova costretti a fare riferimento, parlando di giustizia o di ingiustizie, onde evitare il caos e gli arbitri, i soprusi.  Pur consapevoli della loro perfettibilità. Sostiene Alf Ross (“Diritto e giustizia”) che “senza un minimo di razionalità (prevedibilità, regolarità) non si potrebbe parlare di “ordinamento giuridico”, il quale presuppone che le azioni umane siano interpretabili come un tutto coerente di significato e di determinazione e siano (entro certi limiti) prevedibili.”
Non potrebbe essere diversamente, e così ogni istituzione (civile, religiosa, politica, giudiziaria) trae legittimazione da norme preesistenti che ne definiscono la competenza e i conseguenti limiti; lo stesso legislatore, chiamato dal popolo sovrano a rappresentarlo, dovrà agire nel rispetto delle norme anzidette, pur potendone applicare di vecchie o crearne di nuove. Non tutte le norme sono uguali, esiste una gerarchia che fa sottostare le une alle altre, sicché una legge ordinaria, per fare un esempio concreto, non potrà mai modificare una legge costituzionale.
Valutare la correttezza ed il giusto operare delle nostre istituzioni, e di chi coloro che le rappresentano, che non diversi da tutti gli altri cittadini (art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…”), è pertanto possibile soltanto in un modo: verificando la rispondenza di ogni singolo comportamento alle norme esistenti. Auspicando, naturalmente, il loro costante adattamento alle istanze di cambiamento e di giustizia (e quindi di “maggior bene per tutti”).
Nei tre casi considerati da Vito Mancuso la valutazione del comportamento di ciascuna autorità non potrà che avvenire nello stesso modo: sul piano della loro rispondenza alle norme ordinamentali.
Nel primo caso, la scelta del pontefice di accogliere Bush “con tutti gli onori” dovrà valutarsi in relazione all’ordinamento religioso: vale a dire con riferimento al vecchio e nuovo testamento (i dieci comandamenti e la parola di Dio rivelata attraverso Gesù). Riguardo alla decisione della Suprema corte, la sua decisione sarà stata giusta solo se si sarà osservato il diritto interno e quello internazionale (si ribadisce quanto detto prima sul principio di corrispettività, e sui rischi corribili dagli stati contraenti là dove non siano stati convenuti  aspetti importanti come quelli inerenti la giurisdizione).
Nel terzo caso – più complesso e delicato, in questo momento, e sul quale ci soffermeremo maggiormente – i comportamenti da valutarsi sono quelli del capo del Governo, dei singoli ministri e del Parlamento, che hanno rispettivamente ideato, elaborato e poi approvato un disegno di legge finalizzato a sospendere, assieme a molte migliaia, un procedimento penale per corruzione a carico del capo del Governo. L’inserimento di tale procedimento tra quelli da sospendere, per ammissione del capo del Governo e di parlamentari dello stesso partito, è stato fatto deliberatamente. Lo conferma del resto il nuovo disegno di legge (“Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato”) che intende prevedere l’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato: capo dello Stato, capo del Governo e i presidenti di Camera e Senato. La sospensione avrebbe effetto retroattivo comprendendo anche il procedimento in parola.
Le norme ordinamentali a cui riferirsi sono quelle costituzionali, che stabiliscono le competenze del Parlamento e del Governo, oltre che i principi cardine della nostra repubblica democratica. Oltre all’art. 3 (sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge) e all’art. 112 (sull’obbligatorietà dell’azione penale), andrebbero considerati anche gli artt. 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) e 93 (“Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica”)(Questa la formula del giuramento: ”Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”). Ognuno può valutare da se, ora, la “correttezza” dei comportamenti portati ad esempio confrontandoli con le norme e gli impegni formalmente assunti, ad iniziare dal giuramento disatteso sia dal capo del Governo sia dai ministri stessi.
I provvedimenti normativi adottati, pur approvati a maggioranza dal Parlamento, sono in ogni caso incostituzionali, ed è quasi certo che tali saranno dichiarati, prima o poi. O potranno cadere per effetto di un referendum abrogativo. Né è ipotizzabile un procedimento di revisione costituzionale ai sensi dell’art. 138 Cost., per questa o per altra finalità.
Questo sarà il corso naturale della vicenda, salvo ripensamenti; e non per la perfidia o il malanimo delle forze politiche della minoranza. Queste ultime, certo, non sono completamente irresponsabili della grave situazione verificatasi, non avendo dato impulso a varare, pur avendo la maggioranza per farlo, le norme necessarie per evitare la candidatura politica – a premier e a parlamentare – di persone indagate o condannate, e quella di titolari di poteri imprenditoriali e mediatici in grado di condizionare pesantemente la società ed i suoi valori, i suoi gusti, la qualità e quantità della sua cultura e informazione; e, dunque, in una qualche misura, la sua libertà e consapevolezza.

Considerata la situazione e il possibile, anticipato scioglimento di questo Governo, “il massimo bene dell’Italia ora”, a ben vedere, non può che venire dal Governo stesso, cercando ribaltare in gloria ciò che fino ad ora non lo è stato; vale a dire, recedendo dai provvedimenti più controversi ed impiegando la sua non comune efficienza organizzativa per gestire con serietà e la massima condivisione con tutte le forze politiche gli imprescindibili processi di riforma da cui dipende la stabilità, la governabilità e il futuro del Paese. Le forze politiche della coalizione di Governo dovranno dare segnali inequivocabili, in tal senso, mentre gli altri partiti non potranno tirarsi indietro. Come cittadini, ci attende una veglia smisurata, e un dovere di presenza senza odio e senza sconti.

Giovanni Nuscis