“L’Acciuga della sera i fuochi della tara” di Marina PIZZI

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  Anche sul blog La Poesia e lo spirito

 

 

 

 

 

I fuochi della tara
l’acciuga della sera
ad immolare

Con petto di palude, sérrati!
pennacchio d’alta uniforme per le risa.
Impara ancora e ancora la resistenza
il proverbio servile pure il bavaglio
da strappare. Pare costi un eremo
di avverbio il bio starsene anche
insistiti inesistenti, sottraendi addendi.

*

La bàlia del cipresso
ama le spalle chiuse
le servitù domate
gli scherzi di fantasmi
i salti con la corda.
da adesso nessun asilo
sarà frutto o inguine
finalmente senza libercoli
le costipate stanze delle aureole.
le prometti che non la rivedrai
e lei è senza reazione o io.

*

Ergastolani in canottiera
anche nei sogni. Il bellimbusto che tiene
la cassa da Chanel. Sotto la ghigliottina
del ghiaccio il coccio ubriaco
l’accalappia morti.
I pittori e i poeti della domenica
arrotondano convinti. Evinci le gite
delle frottole convengono nel lusso
del piatto zecchino.
Con un bastone di zelo non sono riuscita
ad arrivare a te. La smilza conta
può dar da balbettare, dà di cerchio.

*

Il traguardo è solo un male sottile
lento lentissimo scudiero del cancello
automatico che trituri il proprio
padrone.
La gemella angelicata della felicità
(pretesa da conquistare) ancora vaga
presso le spezzature degli angioli
dei ciottoli.
In un angolo concentrico un peso di rettili
ha avvelenato il globo con un solo morso.

*

In un mare di miti conclusi
l’alfabeto non riesce a chiudersi.
In secca il berretto del turista
in stasi i coriandoli del bello
quando dotto infuriava il polso
almeno di vederti.
Il funzionario delle tasse adesso viene
a torturare le muse,
se non altro avrà da risarcire
tutte le servitù del varco.

*

Nel cipresseto che non ci vide scolari
il vento fu pingue. Resine di avverbi
non piacquero. Tra baionette di squilibri
le aureole dei vinti. Appendice di me
la dico breve: violo la cicca che non fa cilecca
che non fa cilecca. Dormo con le muse
per scendiletto dove i calcagni dolorano
la sveglia della logica. La rondine è ridotta
a trainar la biga.

*

La minestrina della maestrina:
l’università./ /I togati senza
la madonna della vergogna
alle esequie delle meraviglie.
In veglia sul lastrico la cosa
stringe la rotta pecca di ladrona.

*

I ricchi hanno sempre le finestre
sterminate
scoscese eclissi le volontà.
I poveri hanno sempre le risate
contagiose
i giochi oltre le emulazioni.
I muli hanno sempre le groppe
sfiancate
gli occhi sotto gli zoccoli.
I vitelli hanno sempre gli occhi del coma
dell’appena nascita
il poco latte da sputare dentro la mattanza.
I fiori hanno sempre la forca
nelle radici
l’estirpo degli amanti la pomice delle serre.
I padri hanno sempre strenne
senza senso
il sogno di una tresca scaturigine.
Le madri hanno sempre rimpianti
contro le vestali
il chiodo dello scorno d’invecchiare.

*

Marina PIZZI
“L’Acciuga della sera
I fuochi della tara” (2005 – 2006)

Luca Pensa Editore, 2005
Introduzione di Luciano Pagano
Postfazione “Marina Pizzi e la giostra del Silenzio” di Stefano Donno

*

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-55-55. Ha pubblicato i libri di poesia:
Il giornale dell’esule (Crocetti 1986)
Gli angioli patrioti (ivi 1988)
Acquerugiole (ivi 1990)
Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993)
La devozione di stare (Anterem 1994)
Le arsure (Lietocolle 2004)

Ulteriori informazioni biobibliografiche QUI.

*

Tra la poesia capace di resistere al tempo metterei senz’altro quella di Marina Pizzi: per la forza, l’originalità, la consistenza e definizione scultorea. Un voce sicura e inconfondibile.  GN

*

Dall’introduzione:

“I versi di Marina Pizzi, lontani dall’accezione comune di poesie civili, aprono e chiudono un percorso differente, definibile come “poesia di civiltà”, nella poesia da cui l’autrice desume il titolo della raccolta e in quella immediatamente precedente è raccolto il senso della vita e del poetare, indignazione civile nei confronti di un’umanità ridotta a sequela di manichini seriali “insistiti inesistenti, sottraendi addendi”. […] Accade raramente che una poesia riesca a fissare in modo così delineato un’atmosfera, perfino dal punto di vista della sua attuazione nel tempo. Il tempo di questi versi è indefinito, i riferimenti alla desolazione della contemporaneità sono chiari, collocabili nei momenti liminali, aurorali o vespertini (“tramontana di tramonto la stanza”). Il luogo è il proprio corpo domestico nel quale ogni oggetto è cifra di una sfumatura dell’essere “chiavistello”, “comignolo”, “laterizi”, la poesia un sisma in casa d’altri, provocato a distanza tramite la comunicazione di una disperazione luccicante alla quale fanno da contrappunto le stoppie, lo sterpigno, lo scirocco, come segnali dell’aridità. Marina Pizzi in questa raccolta si fa sublime descrittrice e nei più intimi dettagli della tensione verso un’elevazione del sé, una fuga dall’essere costrittivo imposto dalla natura della vita che trova soluzione piena nel canto.”

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One response to this post.

  1. Posted by anonimo on 10 settembre 2009 at 6:47 pm

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