“Undici” di Savina Dolores MASSA

Undici foto di Alessandro Melis

 

 

 Anche sul Blog La Poesia e lo spirito

 

 

 

 

 (Foto di Alessandro Melis)

 

Il libro apre con la notizia di cronaca riportata il 4 giugno 2006 sul quotidiano La Repubblica, a firma di Giovanni Maria Bellu: “ Barca di clandestini africani arriva ai Caraibi dopo 4 mesi nell’Atlantico. – Una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera. E’ un pescatore ad avvistarla alle cinque del mattino del 29 aprile a 76 miglia di Ragged Point, la punta più orientale delle isole Barbados. Dondola tra le onde, nessuno la governa, anche se a bordo s’intravedono degli uomini. Sono sdraiati sul ponte, immobili. Il pescatore chiama la Guardia Costiera. Alle sei della sera, la piccola barca bianca, trainata da una motovedetta, entra nel porto di Bridgetown. A bordo ci sono i corpi quasi mummificati di undici uomini neri.”
Da questa informazioni scarne e raggelanti parte il viaggio a ritroso di Savina Dolores Massa, verso le ipotetiche esistenze degli undici sventurati viaggiatori che sognavano un riscatto alla povertà, forse anche alla chiusa semplicità dei loro villaggi, per vedere oltre. Undici storie e altrettante vite che rinascono, ribattezzate: Baba, Amdy, Bilal, Laamin, Momar, Pape, Ibou, Djibril, Ibra, Mor, Sajoro; pescatori, autisti di autobus, quasi architetti, griot (poeti e cantori col compito di conservare la tradizione orale degli antenati); e i cui destini s’intrecciano e si bruciano, fatalmente e contestualmente. Uomini smaliziati traditi da un venditore di sogni – uno spagnolo, con la promessa di portarli “a pascolare dove c’è erba migliore di qui” – per milletrecento euro stipandoli in una barca in cui si ruppe subito il motore, al largo dell’Atlantico, si spezzò l’albero e cadde la vela; e con essa poco a poco la speranza di scampare alla morte dopo giorni di lenta agonia, esauriti il cibo e l’acqua. Fino all’ultimo, però, vite dignitose, sfidanti, ironiche: “La morte, se proprio mi vuole, dovrà prendermi come sono: perfettamente sveglio”; “Non lo voglio pensare giusto un destino con una fine così faticosa e sento una rabbia che monta, Sayoro, mentre tu suoni verso le stelle; contro le stelle suona, Sayoro, se puoi. Contro ogni cosa creata per essere immortale scritta per essere immortale amata come immortale.”; “Morire è eccitante, mi procura un’erezione, ma essiccato come sono non posso più contare su nessuna eiaculazione.”; “Peccare qualche volta è un obbligo, per lasciare al Giusto il potere di perdonare.”
Se il viaggio è metafora della vita, e ci sovviene la splendida fiaba di Hermann Hesse “Sogno flautato”, il migrare ne è la condizione naturale e irrinunciabile, di luogo in luogo, di esperienza in esperienza, fino all’ultima, definitiva sosta. La demonizzazione che ne è stata fatta in tempi recenti va forse di pari passo col bisogno sociale e generalizzato di stanzialità delle comunità organizzate, che comporta il radicamento nel luogo, l’acquisizione di beni nel tempo (lavoro, casa, oggetti); e la conseguente paura di perderli, di dovervi rinunciare dopo averli faticosamente messi assieme. Ma i nostri undici nulla avevano da perdere, come i nostri migranti in fuga dall’Italia alla ricerca di vere o presunte americhe; come i tanti affamati che le catastrofi naturali, belliche o politico economiche sospingono dall’Asia, dall’Est e dall’Africa verso l’effimero benessere dell’occidente. Chi nulla possiede nulla ha da perdere.
Una scrittura duttile e colloquiale caratterizza il romanzo; allo stesso tempo acuminata, per nulla convenzionale per originalità e sintassi; in cui avvertiamo rapprendersi improvvisa la parola, per farsi poesia e meta letteratura: “il buono del parlare sta nel divagare; nell’aprire altre strade, percorrerle, e tornare al punto da cui si è partiti solo se se ne ha realmente voglia, o se ne ha voglia chi ti sta ascoltando. Tu dovrai incantare, e pazienza se a volte ti sentirai addosso odore di fico stramazzato…” E ancora: “Sfido la Poesia a cantare la vita, qui, se ce la fa. Ora la folla dei poeti mi incute terrore. Che cantino le loro storie, loro. Cosa sono loro, loro mi appaiono in tremori di sensi immobili, narcotizzati o pulsanti in acidi odori d’urina di paura che è stata incontinente.”
Una scrittura sorprendente, spesso, questa di Savina Dolores Massa, che entra nel gorgo ematico di esistenze sconosciute per parlare a loro, come loro, e in nome loro con sensibilità rara, di sapienza antica così affine ad esse; da ascoltare e riascoltare, anche, come un monito indiretto, forte come un urlo nella notte, di questa nostra notte epocale: “Dovevamo restare a casa, tutti. Ciascuno dei nostri sogni potevamo realizzarlo in Africa. Nessun sapere nuovo poteva arricchirci, altrove”. 
Questa è la loro lezione tardiva di sventurati; rivolta a noi per coglierla subito, per tempo, prima che sia tardi.

GN

*

Undici
Savina Dolores Massa
Il Maestrale, 2008

*

Savina Dolores Massa nasce a Oristano. Da alcuni anni è scrittrice a tempo pieno, anche di poesie e racconti. E’ attiva, con l’Associazione pARTIcORALI, nell’organizzazione di eventi culturali. Ha fondato recentemente la compagnia di spettacolo Hanife Ana assieme al musicista jazz Gianfranco Fedele e all’attore Alessandro Melis. Con il romanzo Undici è giunta nella rosa dei finalisti al Premio Calvino 2007.

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4 responses to this post.

  1. Posted by PannychisXI on 17 agosto 2008 at 4:33 pm

    Ecco, ora gli Undici sono meno soli, e meno morti. Grazie, per avermi davvero compresa.

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 17 agosto 2008 at 11:14 pm

    Lo scafo è robusto, l’ampia vela dispiegata; ben fornita è la cambusa. Ti siano ora propizi i venti e le correnti. Un grande abbraccio.
    Gianni

    Rispondi

  3. Posted by frontespizio on 18 agosto 2008 at 4:22 pm

    Ci sono storie dove la solitudine diventa un potente mezzo per superare la sopravvivenza.
    Ciao Michele.

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 18 agosto 2008 at 6:53 pm

    Grazie, Michele,
    un caro saluto.
    Giovanni

    Rispondi

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