Archive for settembre 2008

Goffredo FOFI “Da pochi a pochi”. Appunti di sopravvivenza

banco-solitario

 

Riabilitazione del presente e nuova alfabetizzazione

Sono dei compiti dai quali non si può prescindere, quelli dai quali può nascere la nostra piccola forza. Un’ostinata presenza nella società, nei modi in cui ci è possibile esserci e in cui ogni personale vocazione può mettersi in campo. Da “sollecitatori” che aiutano altri a crescere, a scegliere, a fare. 
Si riabilita il presente facendovi agire la nostra diversità, esaltandone le realizzazioni rivelatrici (prime fra tutte quelle del ben fare ma anche quelle dell’arte) e l’ancora possibile bellezza del mondo. Non-accettando. Rifiutando ogni premura o ossessione del successo personale o del gruppo, per la pervicace affermazione di un metodo. Facendo noi per primi ciò che è giusto fare e, quando necessario, anche impossibile. Cercando la coerenza tra il dire e il fare, facendo interagire tra loro la teoria e la pratica. Non-accettando. Mossi da saggia impazienza. Amando la vita e cercando di farla amare anche a chi ne è distratto dal dolore, dalla solitudine, o dall’esclusione dai beni primari per sé e per i suoi. O dalla malattia della ricchezza e del potere. Studiando, e diffondendo il pensiero e le conoscenze di chi sa più di noi e ci sembra riesca a ragionare meglio di noi, veda più a fondo e più lontano. Individuando e proponendo terreni di lotta. Non-accettando. Agendo da ponti tra culture e tra “identità” nemiche, insistendo sul legame assoluto tra i fini e i mezzi di cui ci serviamo per il loro raggiungimento. Non chiedendo agli altri quello che non siamo disposti a dare anche noi. Non disprezzando nessuno, ma esigenti con se stessi e dunque autorizzati a esserlo anche con gli altri. Non-accettando. Aperti a tutti e in funzione di tutti, ma trasmettendo le nostre acquisizioni, oggi almeno, nella confusione dell’epoca, da pochi a pochi.

Goffredo FOFI
Da pochi a pochi
Appunti di sopravvivenza
Elèuthera 2006

Vedi anche sul blog "La poesia e  lo spirito"

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Ezra POUND – “A che serve il denaro”

Ezra Pound

 

Anche sul blog La poesia e lo spirito

Una manata, come quella di un fanciullo che scansa un gioco durato troppo a lungo. D’istinto, con naturalezza.
Così vorremmo liberarci delle cose che non vanno, scalzandole via, per sempre, con la regalità perduta dell’infanzia.
In questi giorni, una concentrazione inaudita di eventi: il crollo o la crisi di prestigiosi istituti bancari (Lehman Brother e Merrill Linch) e assicurativi (AIG), negli Usa, e delle borse; l’ulteriore aumento del costo del petrolio, la crisi dell’Alitalia e quella economica e occupazionale nostrana; l’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, a cominciare dal pane. Il vertiginoso aumento (75 milioni solo nel 2007) del numero delle persone sottoalimentate nel mondo (in totale, c. 925 milioni).
Non solo una crisi economica, però, ma il fallimento di un sistema, di una filosofia di vita.

Quanti di noi sono consapevoli che ci sono comportamenti individuali e politici che hanno favorito e favoriscono il verificarsi di eventi come questi, e comportamenti che potrebbero invece contenerli, se non scongiurarli? Di fronte alle loro dimensioni immani, per complessità, estensione e numeri, abbiamo difficoltà a capire fino in fondo, e preferiamo spesso rinunciarvi, rivolgendo le nostre energie a noi stessi e ad una cerchia ristretta. Le soluzioni spesso discutibili adottate dalla politica rafforzano sempre più questa tendenza.
Pensiamo anche che gli eventi di questi giorni siano in fondo lontani da noi; ma essi coinvolgono in realtà chiunque abbia un lavoro (o lo vorrebbe), dei figli, delle aspettative di vita per sé e per i propri cari. Non stiamo assistendo a un film, ma al cedimento del pavimento e del tetto delle nostre case. Per ragioni non determinate da noi, ma che pagheremo, chi più chi meno.

Mi chiedo se possibili soluzioni ai molti problemi sociali potrebbero arrivare dalle periferie, piuttosto che dal centro, incartato da sempre con gli interessi di caste e potentati, coi conseguenti, impossibili equilibri. Dalle comunità locali bisognerebbe dunque ripartire, ascoltandone la vocazione e le attese, l’unicità della loro storia e del possibile percorso verso lo sviluppo e la vivibilità ambientale, socio-economico e culturale.

La martellante ripetizione sui media dei termini moneta, credito, banche, interessi, usura, speculazione, investimenti, mi ha ricordato le parole di un poeta, Ezra Pound, addentratosi temerariamente nei grandi quanto impoetici temi sociali ed economici del suo tempo; trattò così della moneta, del credito, dell’usura (“Nessuno deve arrabbiarsi se la collettività rifiuta di accettare le proposte sue, ma è vigliaccheria intellettuale non osare formulare i propri concetti sociali…”). Ho recuperato dalla rete alcuni scritti economici che vi propongo per estratti. Alcune considerazioni confermano che poco è cambiato, nei secoli, a prescindere dai regimi e dalle condizioni storiche.

GN

Ezra Pound – “A che serve il denaro”
Mezzo di scambio
Il denaro è valido quando il pubblico riconosce che conferisce un diritto, e quando si consegnano merci o servizi nella quantità determinata dal valore stampato sul «biglietto», sia esso di metallo o di carta.
Il denaro è un biglietto generico, e solo in ciò differisce da un biglietto ferroviario o da un biglietto di teatro. Se questa affermazione vi sembra puerile, considerate per un istante la natura di altri biglietti.
Un biglietto ferroviario è un titolo quantitativamente determinato. Un biglietto da Roma a Frascati ha un valore diverso da uno da Roma a Catania.
Tutti e due sono misurati in chilometri di lunghezza invariabile. Un biglietto monetario, in un regime monetario malsano, ha un valore oscillante. Da molto tempo il pubblico si affida a persone che si servono di misure instabili.

*
Il credito sociale

Il valore è dovuto in gran parte al lavoro. Il grano è disponibile perché la terra è stata lavorata; le castagne perché sono state raccolte.
Ma molto lavoro è stato fatto da uomini – per lo più inventori, scavatori di pozzi, costruttori di impianti industriali, ecc. – ormai defunti, i quali dunque non possono né mangiare né vestire panni.
Grazie a questa eredità di attrezzamento economico e scientifico messa a nostra disposizione da questi defunti, è stato creato un notevole patrimonio di Credito sociale che può essere ripartito fra il popolo a titolo di premio e in aggiunta al salario.
Il Douglas vorrebbe che fosse incrementata la capacità d’acquisto globale della nazione con l’emissione di biglietti da distribuirsi a ragione di un tanto per testa, e in una misura proporzionata al volume dei beni disponibili.
[…] La creazione del denaro per assicurare la distribuzione dei beni non è una novità. Se non volete credere che l’Imperatote Tching Tang sia stato il primo a distribuire, nell’anno 1766 a. C., un dividendo nazionale, chiamatelo pure con un altro nome. Diciamo che sia stato un sussidio straordinario, ma il fatto serve almeno per eliminare un equivoco. L’Imperatore metteva in valore una miniera cuprifera e batteva monete tonde, forate di buchi quadrati, che distribuiva ai poveri «e questo denaro permetteva loro di acquistare il grano dai ricchi»; ma questo denaro non poteva modificare la carestia generale di grano.
Il fatto è avvenuto tremila anni fa, ma giova ad intendere la natura del denaro e quello che può fare. Ai fini del buon governo, il denaro è un biglietto che serve ad assicurare la distribuzione senza disordine sociale dei beni a disposizione del mercato; potrà anche incoraggiare una maggiore produzione di grano o di altri beni, incoraggiare, cioè, l’abbondanza. Ma il denaro in sé non è abbondanza.

*
L’usura
Il fatto è che l’usura è divenuta la forza dominante del mondo moderno.
«D’altra parte l’imperialismo demoliberale altro non è se non un’ingente accumulazione di capitali monetari in alcuni paesi ove ammontano, lo abbiamo visto, a 4 o 5 miliardi di sterline in titoli. Questo spiega lo sviluppo straordinario preso da una categoria, o piuttosto da uno strato di persone, che vive di rendita, cioè di persone che vivono tagliando le cedole dei loro titoli, senza partecipare affatto alle attività delle imprese, la cui professione è l’ozio. L’esportazione del capitale, base economica indispensabile dell’imperialismo, non fa che accentuare il distacco dalle attività produttive di questo strato di portatori di titoli, e dà l’impronta di parassitismo allo Stato che vive sfruttando il lavoro di paesi e colonie transoceaniche»: V. I. Lenin, citando Hobson nel volume L’imperialismo, stadio supremo del capitalismo.
Va bene, lo ha detto Lenin. Ma si potrebbero citare passi simili dalle opere del nazista Hitler (vedere il paragrafo di Mein Kampf che Wyndham Lewis ha messo in evidenza nel suo volume Hitler).
«La lotta contro la finanza internazionale e contro i prestiti di capitali (Das Leihkapital) è divenuto il punto più importante del programma nazional-socialista: la lotta del popolo tedesco per la sua indipendenza e la sua libertà».

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Abc dell’economia (brani)
Parte quarta
Capitolo I

Politica, una digressione necessaria – Scienza o non scienza, un sistema economico o la mancanza di sistema economico, è necessariamente influenzato dal sistema politico in cui, o accanto a cui, sussiste; e più specialmente dai presupposti o pregiudizi o predisposizioni e atteggiamenti impliciti nel sistema politico.
Il presupposto della democrazia, diciamo nella sua forma migliore, così come fu concepita da Jefferson e Van Buren, è che gli uomini migliori (kaloì kagathoí ecc.) SI DIANO LA PENA di esporre le loro idee e programmi politici alla maggioranza in modo così chiaro e persuasivo che la
maggioranza accetterà la loro guida, cioè «sarà giusta».
Il presupposto degli Adams, cioè dei partiti aristocratici e democratici al tempo stesso, è che una piccola dose di privilegio genererà un senso di responsabilità.
Per il conservatorismo successivo i migliori devono essere serviti. In pratica si sostiene che i migliori si stancano o non si applicano abbastanza.
Sembra ben dimostrato che il privilegio NON genera un senso di responsabilità. Singoli individui, diciamo pure individui eccezionali nelle classi privilegiate, conservano il senso di responsabilità, ma la massa, cioè il 95 per cento delle classi privilegiate, sembra credere che l’interesse principale dei privilegi consista nell’essere esenti da responsabilità, da ogni tipo di responsabilità.
Questo vale sia per il privilegio finanziario sia per il privilegio politico.
L’eccezione sembra verificarsi alla nascita di ogni nuova classe privilegiata; il che vuol dire che ogni nuova classe governante è necessariamente composta di uomini eccezionali, o comunque di uomini più energici e quindi più adatti a governare dei loro compagni.
Gli scarti dell’intellighenzia, inetti a governare, cercano costantemente di diffondere la credenza che LORO sono i migliori, gli agathoí ecc.

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Carta da visita (brani)
DE MODO USURARUM

INDEBITARSI un modo di far (carriera politica. Il Mandarino Wu Yung ci racconta ch’essendo divenuto governatore, i banchieri lo pregavano di prendere da loro danaro in prestito. Egli insisteva che non avrebbe potuto mai ripagarli dal suo stipendio. Essi s’infischiavano di quel fattarello.
Questo racconto si collega colla vita dell’usciere veneziano che s’impiccò dopo quarant’anni di servizio fedele. La cambiale …. rompe i muri e l’armi.
E la politica dei salarii ingiustamente bassi può fare il giuoco degli usurai.

MONETA-MONITO
NON SI capisce ancora abbastanza che ogni sana economia, ogni procedimento economico sorge dalla giustizia. La moneta è una misura. È ammonimento di quanto il pubblico deve al portatore della moneta, del biglietto. «Non da natura, ma da abitudine; quindi chiamata numisma»
Lo stato può prestare. È più giusto che lo stato venga pagato per il lavoro che fa l’amministrazione che non per il lavoro o del lavoro che fanno gli operai non statali.
Creando precisamente questi dischi metallici, o questi pezzi di carta, che servono come mezzo di scambio e di misura degli scambi, lo stato lavora, e sarebbe giusto che gli impiegati dello stato, i governatori, fossero rimunerati per questo lavoro, invece di percepire tasse sui prodotti altrui. Il lavoro etico e intellettuale che va a determinare la misura nel misurare il prezzo giusto, merita la sua giusta ricompensa.
[…] Sarebbe anche utile che la moneta si consumasse di pari passo colle merci, invece d’essere permanente in un sistema dove i beni si consumano, e i cibi vengono mangiati.
Lo studio dell’economia monetaria è degno, perché ci conduce alla contemplazione della giustizia.

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Orientamenti (brani)
CREDITO SOCIALE

Il credito è senza dubbio un prodotto sociale. La responsabilità personale è una delle componenti del credito concesso ad un individuo poiché in generale lo si concede fidando nella buona fede e nelle buone intenzioni del debitore cioè sulla sua volontà di restituire la somma ricevuta. Considerato però che questa restituzione dipende anche dalle condizioni dell’ambiente, dal mantenimento dell’ordine pubblico, si può affermare che il credito personale è un prodotto sociale.
Il credito si aumenta coll’organizzazione della nazione: infatti sin dall’origine è accresciuto dall’«incremento di cooperazione».Questo vuol dire, per esempio, che un milione d’individui, ciascuno lavorando per se stesso, non può costruire una corazzata, né una centrale elettrica.
Così l’enorme credito che noi conosciamo oggi sorge dall’organizzazione sociale, dall’organizzazione statale. E lo stato non ha bisogno di prendere danaro in prestito dai privati. È libero d’obblighi morali e materiali di prendere danaro in prestito dai privati.
[…] Questo non vuol dire che i Buoni Statali devono essere vietati. Io non sono contrario all’emissione dei Buoni di Stato.
Che un governo riscuota largo credito presso i suoi cittadini, ciò dimostra la loro adesione alla politica, la loro fiducia (sino ai miliardi nel detto governo).
[…] Per essere utile allo stato il potere d’acquisto della moneta deve essere sparso, cioè distribuito fra tutto il popolo, altrimenti si cade nell’elemosina, – che è veleno anti-statale, e che degenera il popolo in modo spaventevole.
Il credito è prodotto sociale, ed ogni cittadino (anche il disoccupato, anche i vecchi e i fanciulli) contribuisce alla formazione del credito.
Contribuisce coi suoi atteggiamenti, colle sue abitudini civili, i suoi modi di condursi. Ed ogni cittadino, ogni individuo, ha il diritto di partecipare ai guadagni dello Stato; e questo non implica nessuna necessità di prestare né di ricevere in prestito, quando la nazione ha veramente ricavato un profitto nell’anno o nel mese corrente.
Il profitto, o guadagno materiale, di una nazione si può apprezzare senza grandi difficoltà cioè misurando i suoi beni alla fine d’ogni anno. Se alla fine dell’anno XX l’Italia possiede più scorte ed impianti che al principio del detto anno, questo sarebbe la misura del profitto di quell’anno; e per contro sarebbe equo distribuire questo profitto per mezzo di moneta (carta) ad un valore nominativo equivalente.
[…] Ma chi deve prestare?
L’individuo o lo Stato stesso? Lo Stato può prestare. Questo era già saputo dai romani antichi e dai greci. Non si dimentichi che la flotta che vinse a Salamina fu costruita coi danari prestati dallo Stato d’Atene agli armatori privati. In quel caso si trattava di moneta metallica. Abbiamo, due verità affini e le dobbiamo distinguere scrupolosamente fra di loro.
Lo Stato può prestare danaro. Questo si apprende dalla storia.
Ma lo Stato può anche concedere credito. Di fatti essendo il credito un prodotto sociale e non individuale chi ha maggior diritto di concedere credito: lo Stato, o l’individuo?
Giovandosi del credito suo, (credito dimostrato validissimamente in questi giorni) cosa impedisce allo Stato di concederlo ai privati?

*
Oro e lavoro
da: Lavoro ed usura: tre saggi,
All’insegna del pesce d’oro, Milano 1972
[…]
Alla memoria di Aurelio Baisi
LA MODA DELL’UTOPIA
Il dieci Settembre scorso passai lungo la Via Salarla oltre Fara Sabina e dopo un certo tempo entrai nella repubblica dell’Utopia, un paese placido giacente fuori della geografia presente. Trovando gli abitanti piuttosto allegri, io domandai la causa della loro serenità e mi fu risposto che essa era dovuta alle loro leggi e al sistema d’istruzione ricevuta fin dai primi anni di scuola.
Dicono (e in questo sono d’accordo con Aristotele e altri saggi dell’antichità orientali e occidentali) che le nostre conoscenze generali derivano dalle conoscenze particolari, e che il pensiero s’impernia sulle definizioni delle parole.
Per insegnare ai piccoli ad osservare i particolari si fa una specie di giuoco, tenendo nella mano chiusa un numero di piccoli oggetti, come p. e.
tre chicchi di orzo, un soldino, un bottoncino azzurro, un grano di caffè ovvero un chicco d’orzo, tre bottoni diversi ecc. poi si apre la mano un istante, e rinchiudendola subito, si domanda al bambino cosa abbia veduto.
Poi per i ragazzi si fanno cose più complicate, e finalmente ognuno sa come vengono fatte le proprie scarpe o il cappello. E mi fu detto che, definendo le parole, questa gente è arrivata a definire, la loro terminologia economica, col risultato che diverse iniquità della borsa e della finanza sono scomparse dal paese perché nessuno ci si lascia più abbindolare.
E attribuiscono la loro prosperità ad un semplice modo di raccogliere le tasse o, meglio, la loro unica tassa, che cade sulla moneta stessa. Perché su ogni biglietto del valore di cento, sono costretti ad affiggere una marca del valore di uno, il primo giorno d’ogni mese. E il governo, pagando le sue
spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione. E così la moneta, non godendo poteri di durabilità maggiori di quelli posseduti da genere come le patate, le messi e i tessuti, il popolo è arrivato a giudicare i valori della vita in modo più sano. Non adora la moneta come un dio, e non lecca le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato. E, naturalmente, non sono minacciati d’inflazione monetaria, e non sono costretti a fare delle guerre a piacer degli usurai. Di fatto questa professione, o attività criminale, è estinta nel paese dell’Utopia, dove nessuno ha obbligo di lavorare più di cinque ore al giorno, perché molte attività burocratiche sono eliminate dal sistema di vita. Il commercio ha poche restrizioni. […]

*
L’IGNORANZA
[…]
Il liberalismo e il bolscevismo si accordano intimamente nel loro disprezzo fondamentale della personalità umana. Stalin comanda 40 vagoni di materia umana per lavori su un canale. I liberali finiscono per parlare di esportazione di mano d’opera.
Il liberalismo nasconde la sua economia nefasta sotto due pretesti: cioè la libertà della parola (parlata e stampata) e la libertà della persona, protetta, in teoria, dal processo aperto, garantito con la formula «habeas corpus».
Domandate in India e in Inghilterra come sono rispettati questi pretesti.
Domandate ad un giornalista americano, qualsiasi, quanta libertà di espressione gli è lasciata dagli «advertisers» (grandi ditte che comprano le pagine di pubblicità nei giornali americani).
Altri fattarelli utili a sapere: 1. Abbiamo bisogno di un mezzo di scambio e di un mezzo di risparmio, ma non è necessario che lo stesso mezzo serva ad ambedue questi scopi. 2. Lo Stato può PRESTARE. La flotta che vinse a Salamina fu costruita con danari prestati dallo Stato di Atene agli armatori.
Per la semplificazione dell’amministrazione statale e privata è preferibile un meccanismo che può funzionare allo sportello dell’ufficio sia statale, sia privato.
UNA NAZIONE
CHE NON VUOLE
INDEBITARSI
FA RABBIA
AGLI USURAI
IL PERNO
Tutto il commercio passa attraverso alla moneta. Tutta l’industria passa attraverso alla moneta. La moneta è il perno. È il mezzo termine. Sta nel mezzo fra industria e operai. Può darsi che l’uomo puramente economico non esista, ma il fattore economico, nel problema della vita, esiste. Vivendo
di frasi, e perdendo il senso delle parole, si perde «il ben dell’intelletto».

*
VALOR MILITARE
Il valor militare non può esistere in un clima di vigliaccheria intellettuale.
Nessuno deve arrabbiarsi se la collettività rifiuta di accettare le proposte sue, ma è vigliaccheria intellettuale non osare formulare i propri concetti sociali. Specialmente in un’epoca pregna d’opportunità, propriamente una epoca che annuncia la formulazione d’un nuovo sistema di governo. Ognuno che possiede una competenza storica ed una documentazione storica deve formulare i suoi concetti in relazione alla parte dell’organismo sociale che i suoi studi gli danno un diritto di giudicare.
Per formare tale competenza nelle generazioni future, si deve cominciare nelle scuole coll’osservazione di oggetti particolari, per poi progredire alla conoscenza dei fatti particolari della storia. Non è necessario che l’individuo abbia conoscenza enciclopedica, ma è necessario che ognuno che agisce pubblicamente possieda una conoscenza dei fatti essenziali del problema ch’egli tenta di trattare. Comincia col giuoco degli oggetti esposti per un istante davanti al bambino, nella mano che viene poi subito chiusa.
Il pensiero s’impernia sulla definizione delle parole. Testi: Confucio ed Aristotele. Terminerei gli studi obbligatorii per ogni universitario con un confronto (anche breve) fra i due maggiori libri d’Aristotele, Etica Nicomachea e La Politica, e il tetrabiblon cinese (cioè i tre libri della tradizione confuciana, Ta S’eu ovvero Studio Maturo, l’Asse che non vacilla, le Conversazioni, e il Libro di Mencio).
[…] Per la moneta basta ch’ognuno pensi per sé al principio del bilanciere, ovvero agli effetti nazionali e sociali che deriverebbero dalla semplice affissione d’una marca da bollo nel punto dovuto. Meglio sul biglietto che sulla nota d’albergo.

Ezra Pound

NB Gli scritti sono stati tratti da: www.ilbolerodiravel.org  Vetriolo

Prima giornata nazionale sulla SLA

Sla: un pugno nello stomaco
 
Sclerosi laterale amiotrofica: tre parole che a molti di noi, fino a poco tempo fa, non dicevano niente, sembravano non avere significato.
Eppure si tratta della terribile sla. Non voglio usare la maiuscola perché non “la merita”, come dice Carlo M. che da dieci anni combatte contro quella che lui chiama “la maledetta”.
Dicevo, fino a pochi anni fa, poco o nulla si sapeva, oggi sappiamo di più sul suo modo infido di presentarsi, di farsi conoscere, ma quasi niente sulle cause che la scatenano.
Si mettono sotto accusa le sostanze tossiche, gli antiparassitari, eventuali traumi subiti e altro ancora. Ma di certo, purtroppo, non c’è nulla e non esiste una cura che la debelli o perlomeno ne blocchi il decorso.
Abbiamo davanti agli occhi e nella mente lo sguardo e la terribile esperienza di Piergiorgio Welby, di Giovanni Nuvoli e di altri meno conosciuti, e assistiamo impotenti al dramma di tanti nuovi ammalati.
Chi ha il dono della fede, cerca di trovare in essa la speranza, il coraggio di vivere quest’esperienza, per quanto è possibile, con serenità, apprezzando, pur nella sofferenza, ciò che ogni nuovo giorno offre. Inginocchiandosi e rimettendosi in piedi con forza, alternando momenti di sconforto e angoscia ad altri più sereni, confortato dall’affetto e dal sostegno di chi lo ama.
E chi fede non ne ha? E’ difficile rispondere e si viene presi dallo  sgomento.
Per tutto questo, per fare nel nostro piccolo quel poco che si può, vorrei chiedere ai blogger generosi e sensibili di unirsi a noi nel proporre sui loro blog qualsiasi cosa ritengano valida per una conoscenza più approfondita di questa terribile malattia.
Tutto può tornare utile: un articolo, un commento, una riflessione, un’esperienza, un racconto, una poesia.
Parlarne, far conoscere quest’ ambigua malattia degenerativa è un modo per combatterla e per far sentire il nostro sostegno ai troppi malati che oggi devono affrontare una durissima prova.
Voglio ricordare due date fondamentali:
  Domani, 18 settembre, ci sarà a Roma la PRIMA GIORNATA    NAZIONALE sulla SLA.
Domenica, 21 settembre, l’ASSOCIAZIONE AISLA sarà presente in quaranta piazze italiane per sensibilizzare e raccogliere fondi per la ricerca.
Sono due giornate molto importanti, per questo chiediamo il contributo di tutti nel modo che ritengono più vicino alla propria personalità e al proprio modo di sentire.
Sembra poco quello che tutti insieme potremo fare, in realtà è tanto, perché credo che la sensibilità, la condivisione del dolore degli altri è di conforto a loro ma aiuta noi a crescere e ad avere uno sguardo più consapevole e maturo sui problemi “veri”.
Un grazie di cuore a tutti coloro che ci affiancheranno.
Vorrei suggerire, per un ulteriore approfondimento, la visita ad un blog che è sempre vicino a chi è più fragile e indifeso:
Tratto dal blog "I mulini a vento"

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Premio nazionale di poesia “David Maria TUROLDO”

david maria turoldo

 

 

 

6° edizione – anno 2008

 

Regolamento

"Acasadidio" di Giorgio MORALE

“Ogni opera è un pezzo di mondo, un tessuto di relazioni e domande che diventa testo”, premette Giorgio Morale alle sue parole di ringraziamento che completano il volume. Parole che chiariscono, certo, il canone prescelto e le ragioni del suo scrivere, ma che paiono soprattutto confermare, a lettura ultimata dell’opera, la sua distanza dalla moltissima narrativa destinata all’intrattenimento e al successo di pubblico, piuttosto che rispondere ad un’urgenza espressiva e testimoniale. Sono uno di quei lettori che non leggono per passare il tempo ma per apprendere, possibilmente, qualcosa, cercando in una storia bellezza, originalità, acutezza di sguardo sul mondo e sull’uomo. E proprio l’acutezza e persuasività di sguardo – dentro la finzione letteraria – mi sembrano qualità preminenti in questo romanzo esemplare di Giorgio Morale, restitutivo di verità, appunto, piuttosto che di una bellezza che sorvola o pervade le pagine ma senza mai sporcarsi con le cose di questo mondo; bellezza a cui si può giungere, comunque, per reazione, dopo avere attraversato le lande desolate del quotidiano disincanto; l’abbrutimento è spesso inconsapevole in chi lo subisce; ma quasi mai disgiunto dal cinismo di chi lo crea o favorisce: “…Perché le persone sono così: come le tratti, diventano”, si annota nella seconda pagina dell’opera; a cui noi aggiungeremmo, parafrasando, a libro richiuso: “perché le persone sono così, e come gli consentiamo di fare, diventano.”
Non vi è dubbio: dove vi è denaro, facile o da rendere tale con qualsiasi mezzo, lì accorrono furbi, faccendieri e malavitosi, singoli o associati in sodalizi storici o estemporanei, in coppola o in gessato. Ed è solo questione di stile, di entrature, di contesti propizi. Ecco allora che anche la necessità di assistenza e di lavoro di un extracomunitario si fa “risorsa” preziosa, come si racconta in questo romanzo; ed ecco come la cattiva coscienza collettiva si alleggerisce, elargendo cospicui finanziamenti pubblici per una “buona causa”, perpetua nel contempo l’antica prassi clientelare elargitiva di favori e di denaro ad amici e servi; nel romanzo, questo avviene attraverso un’associazione di volontariato che si occupa del collocamento degli extracomunitari, gestita da un direttore intrallazzone e narcisista supportato da una vicepresidente factotum; e da una schiera di volontari sfruttati e malpagati costretti, per giunta, a sorbire le quotidiane vanterie e miserie del capo, quintessenza delle italiche “virtù”; e della faziosità, dei capricci e delle perfidie della bulimica vicecapo. Il romanzo si cala perfettamente nel nostro tempo, nella Milano “non più da bere” ma da suggere e sbocconcellare accortamente, con nuovi stili, nel suo corpo sociale ed urbano in continua e rapida trasformazione; una metropoli, al pari delle altre, fluida e spesso invisibile persino a sé stessa, arcipelago policromo di microcosmi più o meno interagenti. Della piccola comunità che ruota intorno all’associazione, l’autore delinea caratteri con pregi, difetti e contraddizioni, con occhio puntuto e obiettivo; dalla rassicurante superficie dei discorsi e delle azioni egli fa spuntare ed affiorare le magagne retrostanti e sottostanti, come quando parla del collegio dove ha studiato Teresa, una delle volontarie del Centro, delle ipocrisie dei licenziosi gestori e della sua stessa famiglia, preoccupata più dell’immagine pubblica che del bene della figlia.
Quadri precisi e sintomatici di un insieme complesso e indicibile – attraverso una mimesi selettiva ed espressiva della realtà che si rappresenta – troviamo dunque in questo lavoro dalla scrittura pulita e precisa, dall’ironia mai dimentica dell’ethos di un mondo possibile e auspicabile. (gn)

Giorgio MORALE
Acasadidio
Manni, 2008

Ancona Fontana delle tredici cannelle

 

Viva la scuola. Maestro unico e grembiulino

A cura di Giorgio MORALE

sul blog "La Poesia e lo spirito"

Un confronto, una testimonianza di Franco Arminio,

un po’ di numeri, due appelli  (QUI e QUI)

Angelo Maria RIPELLINO (Palermo 1923 – Roma 1978)

angelo maria ripellino

 Anche su La Poesia e lo spirito

Da: Notizie dal diluvio (1968-69)

28.
Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei
che tu non conoscessi il cane nero della sventura,
quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.
Vorrei che tu non debba portare bazooka,
che tu non debba tremare nel folto di un bombardamento,
che tu non debba pagare per le mie colpe
né vergognarti di me, del mio cicaleggio
e dei miei vani versi e della mia professura.
Vorrei che tu non fossi mai gramo o malato
o maldestro come Scardanelli,
vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi,
anche quando mi avrai dimenticato.

*

47.
Un uomo crepa per il troppo ridere.
Il suo naso staccato cadrà dalla ribalta,
piomberà nel terriccio l’ingombro abominevole.
Queste morti in allegria, questi tranelli tramati
dalle spie del Diluvio.
Dalle spie, dalle talpe appannate, dalla colluvie
di ciechi arnesi e di orribili referendari.

Un uomo crepa per troppa gaiezza,
perché si sentiva immortale, perché la sua vita
era un armadio a sorpresa, una vedova in festa,
un branco di giorni gioviali, una storia marcita
nella salute, nell’asinità, nel benessere.
Dietro al suo catafalco un’abbecedaria
folla di bianchi musi andrà singhiozzando.
Perché continua la falsità inevitabile, la mercenaria
ipocrisia del bianco.

*

60.
Tra due-trecento anni la vita sarà migliore.
Ma intanto noi siamo ormai alla frontiera,
senza gli angeli di Elohim precipita la scala nel Novecento,
e il Duemila già sventola la sua bandiera
per coloro che sono sicuri di entrarvi.
Io resterò da questa parte, in questo buio,
in questo viluppo di meschinità e di bisogno,
senza conoscere il terso luccichìo del futuro.
A me sarà bastato visitarlo nel sogno,
come uno sciamàno che scenda con piatti e sonagli
nel reame dei morti a conversare coi lèmuri.
Resterò sulla soglia come un réprobo, come uno spergiuro.
Perché scusatemi, posteri, che freddo,
che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli
soffiano da quel futuro.

*

68.
Voi camminate lassù nella luce, geni beati, ma in terra:

se un dittatore impugna le rèdini
e scàrdina e schianta le schiene,
che ne sarà di Scardanelli?

Totgeschwiegen.

Se un dittatore, un barsabucco, un facanappa
con la sua banda sbilenca di referendari e buffoni
calpesta la libertà, che ne sarà di K.?

Totgeschwiegen.

Se come bruchi dall’aceto vecchio
spuntano torme di zaffi e di boia e di marrani,
che ne sarà del Sempre-in-dissidio, del poeta?

Totgeschwiegen.
Totgeschwiegen.

*

Da: Sinfonietta (1970-71)

30.
Chi dice che io sia insincero, quando sono più sincero?
Se fossi tutto sincero, distruggerei la mia sostanza,
come un automa che si offre alle fiamme e deflagra.
Mi inebria la routine degli ipòcriti, è vero,
ma è solo un modo per reggere in questa torbida sagra,
per dissimulare il deserto, l’intolleranza.
Chi dice che io ami le maschere di orrida calce, i pierrots lunari, le cere,
i violini di Krespel avvolti di nero crespo,
io, scrittore faceto e motteggévole,
negato al pianto, non saltimbanco, non mesto?
Io così goffo nel frigido frac da pinguino,
io che ormai guardo come uno sciamàno il mio scheletro
dai rami sempre più storti e più deboli,
l’albero gramo della mia vita, il mio manichino,
io che ero una volta superbo come il principe di Eboli.

*

49.
Dopo l’età dei Lulloni venne l’età degli Zinnen.
E ormai manca poco al momento in cui il sole
scioglierà tutta la cera che teneva incollate
le piume delle mie ali, le mie compatte parole.
Ma splendono come limoni le cose passate,
tu cresci ed io mi allontano, io che sono già ieri.
Presto ti vergognerai di baciarmi, cominceranno
ad assediarti ragazze dagli occhi neri.
Com’è fuggita la vita. Sarà già un anno
che non manovri più i Piko né i Dinky Toys.
Il signor Philips ti manda valvole e fili,
dìodi e rocchetti e fusibili e condensatori
e altri insetti di rame e di tungsteno.
Dopo l’età dei Lulloni venne l’età degli Zinnen.
Tu non ami le immagini, la carta scritta ti stanca,
sorridi delle parole che vanamente tintinnano,
pulci di latta spaurite, ciòndoli di arcobaleno,
sorridi del mio delirio, della mia poesia saltibanca.

*

51.
Paese di occulti forami e mostruose spelonche,
in cui si inselvano enormi cotali,
di ventrute colline e tettazze-loggiati,
di piazze con monumenti a Messer Batacchio.
Giorno di fiera: rubicondi giovinastri,
cercando la tana, conducono mani bavose
lungo flaccide chiappe dipinte da un Bouguereau di villaggio.

Giuocano al sorecillo, a baciacunno,
a quattro spinte, a tiremmolla, a gamba al collo.
Mercato di menchie smargiasse e di vulve che bruciano,
di gallinacci dementi dai bargigli di fuoco,
tòrbido odore di sèdano e di colatura.
Dinanzi alle porticine di mille occhi cisposi
Balla in banco, la faccia stibiata, una nuda
Salomé saltatrice fra zanni e trastulli.
Si aggira triste il rimbambito Pantalone,
con le calze slabbrate sulle gambe stecchite.

*

Da: Lo splendido violino verde

2.
Guai a chi costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickerìa.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra i neri ceffi di lupi digrignanti.

*

21.
Oh, se invece di tanta minutaglia,
nei miei versi torpidi e sbandati,
si spiegasse l’intera carta del mondo.
Ma che fare se agli occhi si stagliano
solo frastagli di foglie, cavallini malati,
cionche reliquie, congedi con brividi,
e quindi lividi autunni che piangono?
La memoria fallisce e non sa dirvi
dove si trovino il Brahmaputra e Rio Branco,
gli affluenti dell’Orinoco, lo stretto della Sonda.
Conosceva tutto a menadito,
e ora invece è un trombone arrugginito,
una navicella che affonda.

*

50.
Pian piano anche tu ti sfilerai dalla stretta
cruna della rivolta,
per diventare un vecchietto benpensante che sgretola
croste di massime ottuse, la stolta
avena del fastidioso Buon Senso.
Pian piano diverrai anche tu un oggidiano,
un arcisapiente melenso,
che fruga perdute felicità fra i detriti,
getterai gli spallacci dorati dell’arroganza,
tutte le obese spoglie dei miti,
sarai buffo sul làstrico verde,
sarai raggricchiato, minuscolo, nano
nella luce palustre della tua notte che avanza,
avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.

*

Angelo Maria Ripellino
Notizie dal diluvio
Sinfonietta
Lo splendido violino
Einaudi 2007
A cura di Alessandro Fo, Federico Lenzi, Antonio Pane e Claudio Vela

*
Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 – Roma 1978) dal ‘37 si trasferisce a Roma dove sempre vive fino alla morte. A Praga nel ‘46 conosce Ela Hlochová, che sposa l’anno seguente. Docente di Letteratura russa alla “Sapienza” di Roma, e cronista teatrale dell’”Espresso”, Ripellino è stato poeta appassionato (il suo corpus in versi è stato di recente restaurato in due volumi, rispettivamente pubblicati da Aragno ed Einaudi), nonché fra i maggiori saggisti del nostro Novecento (fra i suoi titoli Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento, Einaudi 1965; Letteratura come itinerario nel meraviglioso, ivi 1968; Saggi in forma di ballate, ivi 1978; L’arte della fuga, a cura di Rita Giuliani, Guida 1987; Nel giallo dello schedario, a cura di Antonio Pane, Cronopio 2000); innumerevoli anche le sue traduzioni (da Blok a Pasternak, da Belyi a Majakovskij e Chlebnikov). Altre sue opere, Praga magica, 1973, Storie del bosco boemo, 1975 e I sogni dell’orologiaio, 2003
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