Ezra POUND – “A che serve il denaro”

Ezra Pound

 

Anche sul blog La poesia e lo spirito

Una manata, come quella di un fanciullo che scansa un gioco durato troppo a lungo. D’istinto, con naturalezza.
Così vorremmo liberarci delle cose che non vanno, scalzandole via, per sempre, con la regalità perduta dell’infanzia.
In questi giorni, una concentrazione inaudita di eventi: il crollo o la crisi di prestigiosi istituti bancari (Lehman Brother e Merrill Linch) e assicurativi (AIG), negli Usa, e delle borse; l’ulteriore aumento del costo del petrolio, la crisi dell’Alitalia e quella economica e occupazionale nostrana; l’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, a cominciare dal pane. Il vertiginoso aumento (75 milioni solo nel 2007) del numero delle persone sottoalimentate nel mondo (in totale, c. 925 milioni).
Non solo una crisi economica, però, ma il fallimento di un sistema, di una filosofia di vita.

Quanti di noi sono consapevoli che ci sono comportamenti individuali e politici che hanno favorito e favoriscono il verificarsi di eventi come questi, e comportamenti che potrebbero invece contenerli, se non scongiurarli? Di fronte alle loro dimensioni immani, per complessità, estensione e numeri, abbiamo difficoltà a capire fino in fondo, e preferiamo spesso rinunciarvi, rivolgendo le nostre energie a noi stessi e ad una cerchia ristretta. Le soluzioni spesso discutibili adottate dalla politica rafforzano sempre più questa tendenza.
Pensiamo anche che gli eventi di questi giorni siano in fondo lontani da noi; ma essi coinvolgono in realtà chiunque abbia un lavoro (o lo vorrebbe), dei figli, delle aspettative di vita per sé e per i propri cari. Non stiamo assistendo a un film, ma al cedimento del pavimento e del tetto delle nostre case. Per ragioni non determinate da noi, ma che pagheremo, chi più chi meno.

Mi chiedo se possibili soluzioni ai molti problemi sociali potrebbero arrivare dalle periferie, piuttosto che dal centro, incartato da sempre con gli interessi di caste e potentati, coi conseguenti, impossibili equilibri. Dalle comunità locali bisognerebbe dunque ripartire, ascoltandone la vocazione e le attese, l’unicità della loro storia e del possibile percorso verso lo sviluppo e la vivibilità ambientale, socio-economico e culturale.

La martellante ripetizione sui media dei termini moneta, credito, banche, interessi, usura, speculazione, investimenti, mi ha ricordato le parole di un poeta, Ezra Pound, addentratosi temerariamente nei grandi quanto impoetici temi sociali ed economici del suo tempo; trattò così della moneta, del credito, dell’usura (“Nessuno deve arrabbiarsi se la collettività rifiuta di accettare le proposte sue, ma è vigliaccheria intellettuale non osare formulare i propri concetti sociali…”). Ho recuperato dalla rete alcuni scritti economici che vi propongo per estratti. Alcune considerazioni confermano che poco è cambiato, nei secoli, a prescindere dai regimi e dalle condizioni storiche.

GN

Ezra Pound – “A che serve il denaro”
Mezzo di scambio
Il denaro è valido quando il pubblico riconosce che conferisce un diritto, e quando si consegnano merci o servizi nella quantità determinata dal valore stampato sul «biglietto», sia esso di metallo o di carta.
Il denaro è un biglietto generico, e solo in ciò differisce da un biglietto ferroviario o da un biglietto di teatro. Se questa affermazione vi sembra puerile, considerate per un istante la natura di altri biglietti.
Un biglietto ferroviario è un titolo quantitativamente determinato. Un biglietto da Roma a Frascati ha un valore diverso da uno da Roma a Catania.
Tutti e due sono misurati in chilometri di lunghezza invariabile. Un biglietto monetario, in un regime monetario malsano, ha un valore oscillante. Da molto tempo il pubblico si affida a persone che si servono di misure instabili.

*
Il credito sociale

Il valore è dovuto in gran parte al lavoro. Il grano è disponibile perché la terra è stata lavorata; le castagne perché sono state raccolte.
Ma molto lavoro è stato fatto da uomini – per lo più inventori, scavatori di pozzi, costruttori di impianti industriali, ecc. – ormai defunti, i quali dunque non possono né mangiare né vestire panni.
Grazie a questa eredità di attrezzamento economico e scientifico messa a nostra disposizione da questi defunti, è stato creato un notevole patrimonio di Credito sociale che può essere ripartito fra il popolo a titolo di premio e in aggiunta al salario.
Il Douglas vorrebbe che fosse incrementata la capacità d’acquisto globale della nazione con l’emissione di biglietti da distribuirsi a ragione di un tanto per testa, e in una misura proporzionata al volume dei beni disponibili.
[…] La creazione del denaro per assicurare la distribuzione dei beni non è una novità. Se non volete credere che l’Imperatote Tching Tang sia stato il primo a distribuire, nell’anno 1766 a. C., un dividendo nazionale, chiamatelo pure con un altro nome. Diciamo che sia stato un sussidio straordinario, ma il fatto serve almeno per eliminare un equivoco. L’Imperatore metteva in valore una miniera cuprifera e batteva monete tonde, forate di buchi quadrati, che distribuiva ai poveri «e questo denaro permetteva loro di acquistare il grano dai ricchi»; ma questo denaro non poteva modificare la carestia generale di grano.
Il fatto è avvenuto tremila anni fa, ma giova ad intendere la natura del denaro e quello che può fare. Ai fini del buon governo, il denaro è un biglietto che serve ad assicurare la distribuzione senza disordine sociale dei beni a disposizione del mercato; potrà anche incoraggiare una maggiore produzione di grano o di altri beni, incoraggiare, cioè, l’abbondanza. Ma il denaro in sé non è abbondanza.

*
L’usura
Il fatto è che l’usura è divenuta la forza dominante del mondo moderno.
«D’altra parte l’imperialismo demoliberale altro non è se non un’ingente accumulazione di capitali monetari in alcuni paesi ove ammontano, lo abbiamo visto, a 4 o 5 miliardi di sterline in titoli. Questo spiega lo sviluppo straordinario preso da una categoria, o piuttosto da uno strato di persone, che vive di rendita, cioè di persone che vivono tagliando le cedole dei loro titoli, senza partecipare affatto alle attività delle imprese, la cui professione è l’ozio. L’esportazione del capitale, base economica indispensabile dell’imperialismo, non fa che accentuare il distacco dalle attività produttive di questo strato di portatori di titoli, e dà l’impronta di parassitismo allo Stato che vive sfruttando il lavoro di paesi e colonie transoceaniche»: V. I. Lenin, citando Hobson nel volume L’imperialismo, stadio supremo del capitalismo.
Va bene, lo ha detto Lenin. Ma si potrebbero citare passi simili dalle opere del nazista Hitler (vedere il paragrafo di Mein Kampf che Wyndham Lewis ha messo in evidenza nel suo volume Hitler).
«La lotta contro la finanza internazionale e contro i prestiti di capitali (Das Leihkapital) è divenuto il punto più importante del programma nazional-socialista: la lotta del popolo tedesco per la sua indipendenza e la sua libertà».

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Abc dell’economia (brani)
Parte quarta
Capitolo I

Politica, una digressione necessaria – Scienza o non scienza, un sistema economico o la mancanza di sistema economico, è necessariamente influenzato dal sistema politico in cui, o accanto a cui, sussiste; e più specialmente dai presupposti o pregiudizi o predisposizioni e atteggiamenti impliciti nel sistema politico.
Il presupposto della democrazia, diciamo nella sua forma migliore, così come fu concepita da Jefferson e Van Buren, è che gli uomini migliori (kaloì kagathoí ecc.) SI DIANO LA PENA di esporre le loro idee e programmi politici alla maggioranza in modo così chiaro e persuasivo che la
maggioranza accetterà la loro guida, cioè «sarà giusta».
Il presupposto degli Adams, cioè dei partiti aristocratici e democratici al tempo stesso, è che una piccola dose di privilegio genererà un senso di responsabilità.
Per il conservatorismo successivo i migliori devono essere serviti. In pratica si sostiene che i migliori si stancano o non si applicano abbastanza.
Sembra ben dimostrato che il privilegio NON genera un senso di responsabilità. Singoli individui, diciamo pure individui eccezionali nelle classi privilegiate, conservano il senso di responsabilità, ma la massa, cioè il 95 per cento delle classi privilegiate, sembra credere che l’interesse principale dei privilegi consista nell’essere esenti da responsabilità, da ogni tipo di responsabilità.
Questo vale sia per il privilegio finanziario sia per il privilegio politico.
L’eccezione sembra verificarsi alla nascita di ogni nuova classe privilegiata; il che vuol dire che ogni nuova classe governante è necessariamente composta di uomini eccezionali, o comunque di uomini più energici e quindi più adatti a governare dei loro compagni.
Gli scarti dell’intellighenzia, inetti a governare, cercano costantemente di diffondere la credenza che LORO sono i migliori, gli agathoí ecc.

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Carta da visita (brani)
DE MODO USURARUM

INDEBITARSI un modo di far (carriera politica. Il Mandarino Wu Yung ci racconta ch’essendo divenuto governatore, i banchieri lo pregavano di prendere da loro danaro in prestito. Egli insisteva che non avrebbe potuto mai ripagarli dal suo stipendio. Essi s’infischiavano di quel fattarello.
Questo racconto si collega colla vita dell’usciere veneziano che s’impiccò dopo quarant’anni di servizio fedele. La cambiale …. rompe i muri e l’armi.
E la politica dei salarii ingiustamente bassi può fare il giuoco degli usurai.

MONETA-MONITO
NON SI capisce ancora abbastanza che ogni sana economia, ogni procedimento economico sorge dalla giustizia. La moneta è una misura. È ammonimento di quanto il pubblico deve al portatore della moneta, del biglietto. «Non da natura, ma da abitudine; quindi chiamata numisma»
Lo stato può prestare. È più giusto che lo stato venga pagato per il lavoro che fa l’amministrazione che non per il lavoro o del lavoro che fanno gli operai non statali.
Creando precisamente questi dischi metallici, o questi pezzi di carta, che servono come mezzo di scambio e di misura degli scambi, lo stato lavora, e sarebbe giusto che gli impiegati dello stato, i governatori, fossero rimunerati per questo lavoro, invece di percepire tasse sui prodotti altrui. Il lavoro etico e intellettuale che va a determinare la misura nel misurare il prezzo giusto, merita la sua giusta ricompensa.
[…] Sarebbe anche utile che la moneta si consumasse di pari passo colle merci, invece d’essere permanente in un sistema dove i beni si consumano, e i cibi vengono mangiati.
Lo studio dell’economia monetaria è degno, perché ci conduce alla contemplazione della giustizia.

*
Orientamenti (brani)
CREDITO SOCIALE

Il credito è senza dubbio un prodotto sociale. La responsabilità personale è una delle componenti del credito concesso ad un individuo poiché in generale lo si concede fidando nella buona fede e nelle buone intenzioni del debitore cioè sulla sua volontà di restituire la somma ricevuta. Considerato però che questa restituzione dipende anche dalle condizioni dell’ambiente, dal mantenimento dell’ordine pubblico, si può affermare che il credito personale è un prodotto sociale.
Il credito si aumenta coll’organizzazione della nazione: infatti sin dall’origine è accresciuto dall’«incremento di cooperazione».Questo vuol dire, per esempio, che un milione d’individui, ciascuno lavorando per se stesso, non può costruire una corazzata, né una centrale elettrica.
Così l’enorme credito che noi conosciamo oggi sorge dall’organizzazione sociale, dall’organizzazione statale. E lo stato non ha bisogno di prendere danaro in prestito dai privati. È libero d’obblighi morali e materiali di prendere danaro in prestito dai privati.
[…] Questo non vuol dire che i Buoni Statali devono essere vietati. Io non sono contrario all’emissione dei Buoni di Stato.
Che un governo riscuota largo credito presso i suoi cittadini, ciò dimostra la loro adesione alla politica, la loro fiducia (sino ai miliardi nel detto governo).
[…] Per essere utile allo stato il potere d’acquisto della moneta deve essere sparso, cioè distribuito fra tutto il popolo, altrimenti si cade nell’elemosina, – che è veleno anti-statale, e che degenera il popolo in modo spaventevole.
Il credito è prodotto sociale, ed ogni cittadino (anche il disoccupato, anche i vecchi e i fanciulli) contribuisce alla formazione del credito.
Contribuisce coi suoi atteggiamenti, colle sue abitudini civili, i suoi modi di condursi. Ed ogni cittadino, ogni individuo, ha il diritto di partecipare ai guadagni dello Stato; e questo non implica nessuna necessità di prestare né di ricevere in prestito, quando la nazione ha veramente ricavato un profitto nell’anno o nel mese corrente.
Il profitto, o guadagno materiale, di una nazione si può apprezzare senza grandi difficoltà cioè misurando i suoi beni alla fine d’ogni anno. Se alla fine dell’anno XX l’Italia possiede più scorte ed impianti che al principio del detto anno, questo sarebbe la misura del profitto di quell’anno; e per contro sarebbe equo distribuire questo profitto per mezzo di moneta (carta) ad un valore nominativo equivalente.
[…] Ma chi deve prestare?
L’individuo o lo Stato stesso? Lo Stato può prestare. Questo era già saputo dai romani antichi e dai greci. Non si dimentichi che la flotta che vinse a Salamina fu costruita coi danari prestati dallo Stato d’Atene agli armatori privati. In quel caso si trattava di moneta metallica. Abbiamo, due verità affini e le dobbiamo distinguere scrupolosamente fra di loro.
Lo Stato può prestare danaro. Questo si apprende dalla storia.
Ma lo Stato può anche concedere credito. Di fatti essendo il credito un prodotto sociale e non individuale chi ha maggior diritto di concedere credito: lo Stato, o l’individuo?
Giovandosi del credito suo, (credito dimostrato validissimamente in questi giorni) cosa impedisce allo Stato di concederlo ai privati?

*
Oro e lavoro
da: Lavoro ed usura: tre saggi,
All’insegna del pesce d’oro, Milano 1972
[…]
Alla memoria di Aurelio Baisi
LA MODA DELL’UTOPIA
Il dieci Settembre scorso passai lungo la Via Salarla oltre Fara Sabina e dopo un certo tempo entrai nella repubblica dell’Utopia, un paese placido giacente fuori della geografia presente. Trovando gli abitanti piuttosto allegri, io domandai la causa della loro serenità e mi fu risposto che essa era dovuta alle loro leggi e al sistema d’istruzione ricevuta fin dai primi anni di scuola.
Dicono (e in questo sono d’accordo con Aristotele e altri saggi dell’antichità orientali e occidentali) che le nostre conoscenze generali derivano dalle conoscenze particolari, e che il pensiero s’impernia sulle definizioni delle parole.
Per insegnare ai piccoli ad osservare i particolari si fa una specie di giuoco, tenendo nella mano chiusa un numero di piccoli oggetti, come p. e.
tre chicchi di orzo, un soldino, un bottoncino azzurro, un grano di caffè ovvero un chicco d’orzo, tre bottoni diversi ecc. poi si apre la mano un istante, e rinchiudendola subito, si domanda al bambino cosa abbia veduto.
Poi per i ragazzi si fanno cose più complicate, e finalmente ognuno sa come vengono fatte le proprie scarpe o il cappello. E mi fu detto che, definendo le parole, questa gente è arrivata a definire, la loro terminologia economica, col risultato che diverse iniquità della borsa e della finanza sono scomparse dal paese perché nessuno ci si lascia più abbindolare.
E attribuiscono la loro prosperità ad un semplice modo di raccogliere le tasse o, meglio, la loro unica tassa, che cade sulla moneta stessa. Perché su ogni biglietto del valore di cento, sono costretti ad affiggere una marca del valore di uno, il primo giorno d’ogni mese. E il governo, pagando le sue
spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione. E così la moneta, non godendo poteri di durabilità maggiori di quelli posseduti da genere come le patate, le messi e i tessuti, il popolo è arrivato a giudicare i valori della vita in modo più sano. Non adora la moneta come un dio, e non lecca le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato. E, naturalmente, non sono minacciati d’inflazione monetaria, e non sono costretti a fare delle guerre a piacer degli usurai. Di fatto questa professione, o attività criminale, è estinta nel paese dell’Utopia, dove nessuno ha obbligo di lavorare più di cinque ore al giorno, perché molte attività burocratiche sono eliminate dal sistema di vita. Il commercio ha poche restrizioni. […]

*
L’IGNORANZA
[…]
Il liberalismo e il bolscevismo si accordano intimamente nel loro disprezzo fondamentale della personalità umana. Stalin comanda 40 vagoni di materia umana per lavori su un canale. I liberali finiscono per parlare di esportazione di mano d’opera.
Il liberalismo nasconde la sua economia nefasta sotto due pretesti: cioè la libertà della parola (parlata e stampata) e la libertà della persona, protetta, in teoria, dal processo aperto, garantito con la formula «habeas corpus».
Domandate in India e in Inghilterra come sono rispettati questi pretesti.
Domandate ad un giornalista americano, qualsiasi, quanta libertà di espressione gli è lasciata dagli «advertisers» (grandi ditte che comprano le pagine di pubblicità nei giornali americani).
Altri fattarelli utili a sapere: 1. Abbiamo bisogno di un mezzo di scambio e di un mezzo di risparmio, ma non è necessario che lo stesso mezzo serva ad ambedue questi scopi. 2. Lo Stato può PRESTARE. La flotta che vinse a Salamina fu costruita con danari prestati dallo Stato di Atene agli armatori.
Per la semplificazione dell’amministrazione statale e privata è preferibile un meccanismo che può funzionare allo sportello dell’ufficio sia statale, sia privato.
UNA NAZIONE
CHE NON VUOLE
INDEBITARSI
FA RABBIA
AGLI USURAI
IL PERNO
Tutto il commercio passa attraverso alla moneta. Tutta l’industria passa attraverso alla moneta. La moneta è il perno. È il mezzo termine. Sta nel mezzo fra industria e operai. Può darsi che l’uomo puramente economico non esista, ma il fattore economico, nel problema della vita, esiste. Vivendo
di frasi, e perdendo il senso delle parole, si perde «il ben dell’intelletto».

*
VALOR MILITARE
Il valor militare non può esistere in un clima di vigliaccheria intellettuale.
Nessuno deve arrabbiarsi se la collettività rifiuta di accettare le proposte sue, ma è vigliaccheria intellettuale non osare formulare i propri concetti sociali. Specialmente in un’epoca pregna d’opportunità, propriamente una epoca che annuncia la formulazione d’un nuovo sistema di governo. Ognuno che possiede una competenza storica ed una documentazione storica deve formulare i suoi concetti in relazione alla parte dell’organismo sociale che i suoi studi gli danno un diritto di giudicare.
Per formare tale competenza nelle generazioni future, si deve cominciare nelle scuole coll’osservazione di oggetti particolari, per poi progredire alla conoscenza dei fatti particolari della storia. Non è necessario che l’individuo abbia conoscenza enciclopedica, ma è necessario che ognuno che agisce pubblicamente possieda una conoscenza dei fatti essenziali del problema ch’egli tenta di trattare. Comincia col giuoco degli oggetti esposti per un istante davanti al bambino, nella mano che viene poi subito chiusa.
Il pensiero s’impernia sulla definizione delle parole. Testi: Confucio ed Aristotele. Terminerei gli studi obbligatorii per ogni universitario con un confronto (anche breve) fra i due maggiori libri d’Aristotele, Etica Nicomachea e La Politica, e il tetrabiblon cinese (cioè i tre libri della tradizione confuciana, Ta S’eu ovvero Studio Maturo, l’Asse che non vacilla, le Conversazioni, e il Libro di Mencio).
[…] Per la moneta basta ch’ognuno pensi per sé al principio del bilanciere, ovvero agli effetti nazionali e sociali che deriverebbero dalla semplice affissione d’una marca da bollo nel punto dovuto. Meglio sul biglietto che sulla nota d’albergo.

Ezra Pound

NB Gli scritti sono stati tratti da: www.ilbolerodiravel.org  Vetriolo

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