Archive for ottobre 2008

"Teatro naturale" di Ivan FEDELI

 

 

 

 

 

Dal balcone

Amava il vento e i giorni a cielo pieno    Attilia stesi i panni sul balcone
e voci che conosci dalla faccia    di sotto tutte insieme a fare razza.
“Invento una canzone e poi la canto    per chi si spinge avanti scomparendo;
in alto si sta meglio, vedi il mondo,    un pezzo sempre in forse d’orizzonte.
Chissà quando si arriva dopo al punto”.    Chiamava i nomi a caso per capire
se c’erano gli sguardi coi capelli    o un popolo di piedi lì a morire
in cerca di una pioggia per gli ombrelli.    “Le vedi teste e scarpe in una gara
a scomparire in fretta, darsi al niente:    la donna con il seno ben rifatto
felice della nuova permanente,    il vigile in divisa, la paletta,
il giovane di un tempo in bicicletta.    La vita ben compressa in un istante”:
lanciava fogli scritti a penna rossa    con frasi un po’ d’amore dei poeti
sperando che qualcuno le leggesse    o almeno le appendesse alla parete
“per ricordarsi di essere passati    da questa strada che non ha padrone.
Non vale che un momento, l’emozione.    Per me, voli di rondini e aquiloni
pazienti nell’attesa di planare.    Importa immaginare almeno un sole,
trovare l’anestetico al dolore”.    E ripassava i luoghi dell’infanzia,
i tetti conosciuti e gli altri all’ombra    attenta a calcolare la distanza
tra quello che è ormai stato e ciò che sembra.    “E ritrovarsi almeno nell’odore
di pelle e di cucina della nonna;    soltanto per morire ma di meno,
resistere alla corsa verso il nulla.    Il bruco nel pensiero è già farfalla”.
Si sbilanciava come a salutare    lampioni e passeggini nella folla
sperando sconfiggessero la nebbia    che chiude cuori e cose in una gabbia.
La sera, lo si sa, non indietreggia.

*

L’onore del marinaio

‘Norato combatteva la sua guerra    con l’oleandro in fiore e la marina
non quella del trentotto ma più a terra    la patria pedonale dei vicini
e cani lì a varcare la frontiera    del povero giardino sulla sera.
“La gamba gliel’ho data al colonnello    nel buio aprile del quarantaquattro
a pattugliare un orizzonte spento    adesso conto i gatti e non ci sento
se chiamano a marciare per il fronte.    Rispondo un sì comandi solo al mondo”.
Eppure si levava quel berretto    da uomo di parola e un po’ di mare
“lo faccio per rispetto delle suore,    mi invitano a cantare e sembra brutto
che nato da tenore adesso invecchio    in cerca di maestrale e di buon letto”.
Aveva una sua bussola a orologio    e l’ago a dare il nord col cielo grigio,
la rotta verso il sole quando invece    venivano giù i giorni a piena luce.
“Questione di spostare il baricentro    su qualche parallelo sotto casa,
la vita va a millimetri e si sposta    secondo i movimenti della costa.
Nessuno mai ci pensa che s’arresta”.    S’armava di se stesso e del bastone
per dare un senso ai vecchi marciapiedi    che portano alla piazza e alla stazione
“almeno vedo i treni e le persone    partire coi bagagli e coi saluti,
poi chiedo cartoline ma firmate    da quelli che davvero sono andati.
Le metto in fila tutte con le date    e in ordine alfabetico per nome.
Mi dicono del tempo che rimane”.    E s’appoggiava al suo dialetto mite
di recluta in licenza da domani    credendo che resiste il reggimento
ai colpi della sorte e alla fatica    di chi s’arrende e non si dà per vinto
perché si sa che dopo cambia il vento.    Così stava di guardia e attento al cambio,
lo sguardo ti guardava, sorridendo.

*

(Angelo della polis)

Proteggici dai codici fiscali,    dai mutui con le banche dagli occhiali
firmati dia cinesi dai polacchi    dal fumo che si spinge dentro gli occhi.
Dal se condizionale e dal millennio    dai santi e dai profeti ad esportare
il credo democratico e la fede.    Preservaci da chi qui troppo ride
da quelli che già piangono a comando    pensando ad arrivare fino in fondo
al video esistenziale che è poi il mondo.    Ridonaci uno sguardo per vedere
il popolo minore sulla scena    in coda per l’affitto le bollette
attento a non barare se il tressette    ha un giro sfortunato e perdi tutto
e dopo ci si trova a mezzo tetto.    Aiutaci dal vento esponenziale
che cresce con le accise con i bolli    magari ci si crede al bene e al male
chissà quale lozione per capelli    ha fatto sì un miracolo un prodigio
ed il colore azzurro tende al grigio    del cielo che fa il cielo per i buoni
cattivi siamo tanti e all’occasione    rubiamo caramelle e congiuntivi
importa qualche volta dirsi vivi    tra previsioni meteo e poeti
che marcano un po’ visita i malati.    Riportaci a una stella popolare
di quelle che ti brillano la sera    e oscurano le antenne coi canali
le connessioni in rete date in prova.    Ed allontana il tre per due del mondo
il prozac già prescritto a tutto tondo    buttato giù a preghiera contro il Caso
che venga un altro agosto non piovoso.    Infine dona nobis pacem hodie
lasciando quasi intatto ciò che c’è    in questo tratto di una terra sbieca
tu arcangelo dei nomi tu profeta    tu piede che non muove mai alla cieca.

*

 

teatro-naturale1

Ivan FEDELI
Teatro naturale
Puntoacapo Editrice (Novi Ligure, 2008)

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Il libro dei doni – Capitolo IV, 1

libro dei doni

 

Alcune mie poesie fanno parte

de Il libro dei doni – Capitolo IV, 1 

all’interno del blog di Francesco Marotta

"La memoria del tempo sospeso"

Un grazie infinito a Francesco!

Roberto CECCARINI, “Giorni manomessi”

giorni manomessi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da La guerra sparitai giorni manomessi


dopo i passi dei morti
l’orologio dei vivi turnò
all’ora stabilita

i vivi cercano i morti
nelle loro stanze senza civico
ascoltando la voce della memoria,
gli annodano le braccia intorno
credono che ogni cosa
non abbia fine,
sia eterna (e atroce)
come la storia. 

1945 festa al castello

c’eravamo cascati dentro. c’eravamo cascati tutti.
come se fino allora non fosse esistita la notte.
c’eravamo dentro fino al collo. e ballavamo,
come in mezzo a un banco di nebbia,
senza musica, ad occhi chiusi, sospesi quasi.
difesi dalla nebbia, lontano dagli spari,
dalla guerra, dalla fame dei protocolli.

*

Da Collezione privataappunti

mi chiedo:
in quale fermata ti sarai fermata,
in quale sezione del giorno sarai sparita.
se sono ancora appeso al tuo fazzoletto
spiegato,
a sventolare.

accade allora di vederti sul divano,
oggetto tra gli oggetti della casa.
proiettata verso spazi interni
a grattare solitudini interiori.

poi mordi un labbro, silenziosa
strappi la crosta del pane come se fosse
pelle e non vedi carrellare le nostre figure,
addestrate ad andare lontano, a segnare

tutto il confine.

*

le stanze nude, precise.
non hai di me che un cielo
accovacciato, chiuso in sé,
un uomo neutro, limpido.
le scale portano giù,
verso l’orlo sottile dell’autunno.
nel cielo, un fanale reale
riflette, sbadiglia, sogna…
pesa questa presa di coscienza;
arrovella, smunge. io, te, lo stridere
delle letture mute. chiedo parole,
trappole, suppellettili. nell’occhio,
il vuoto provvisorio, di giorni manomessi.

*

Da Consuntivazioni – (interni)

così non sostano più negli occhi le cose,
come facevano quando eravamo giovani.
si spostano velocemente, come se
non fossimo più presenti in questo
bicchiere di vita lasciato a metà.

*

è di questo che ti volevo parlare:
di come il tempo serri le fila,
cataloghi i tempi morti,
li metta ad essiccare sul davanzale
materno, mentre tu stendi memorie
ad asciugare e bambini
lievitano come soli estivi,
allargati sul bagnasciuga. e sentire
gli anni, sentirli tutti:
il fruscio, il salto più in basso,
la voce rauca che scèma,
chi trema dietro la porta
e che importa se tutto tace,
quando viene sera
e il sole affoga
e nessuno accorre.

*

cos’è che fugge
quest’opera di Dio capovolta
a cavalcioni sull’esterno. ora che
l’aria passa tra costola e manica.c
chiedimi se sono io che chiedo o lui
che tende a difendere la sua libertà
di deambulare, libero, “di soglia in soglia”.

*

nella cucina magra
bicchieri vuoti, fondi,
parole latitanti, irreperibili.
pensieri, tracce, sguardi
aggrappati ad un altro
mattino teso, contratto.
oltre questo gelo, preme
da fuori la strada
che sbianca, sbanda.
sotto ruote taglienti
le neve ultima langue.
sul fuoco,
la caffettiera ondeggia.

*

viene il tempo di lasciare,
di sparire tra le stanze taciturne,
quando tutto ormai dorme
e la luna sorveglia la casa.

*

Da Liturgie

tutti i giorni, tutti i santi giorni
a contare i passi che ci dividono
uno, due, tre… a inclinare l’occhio
che s’abbevera nell’occhio altrui,
a scriversi sulla pelle ogni cosa
invocandola come santo slogan.

tutti i giorni, tutti i santi giorni
a cercare un aprile per fargli l’orlo,
esprimere un pensiero, qualunque
esso sia (viaggiare liberi).

tutti i giorni , tutti i santi giorni
a osannare la parola che scava,
che scava e rincuora. e libera,
soprattutto libera.

tutti i santi giorni a partorire un albero
nella sua fiera interezza, ad innaffiarlo,
a schiacciarlo fra terra e cielo.

tutti i giorni tutti i santi giorni
a rincorrerci presi dalle geometrie dei vicoli.
a salvarci passo dopo passo

a non guardare il breve volo
d’uomo che impera e buca
l’altro, in ogni suo scampolo.

*

Roberto CECCARINI
Giorni manomessi
L’arcolaio 2008
Prefazione di Giacomo Cerrai

*

Roberto Ceccarini è nato a latina nel 1967, dove tutt’ora vive. Lavora nell’area delle risorse umane di una società chimica farmaceutica. E’ presente in alcune antologie poetiche, tra le quali “Il segreto delle fragole 2008”, Lietocolle Editore, e “Vicino alle nubi sulla montagna crollata”, Campanotto Editore.
E’ gestore del blog poetico “Oboesommerso” (
www.oboesommerso.splinder.com ), all’interno del quale cura il “progetto lettura”.

Berlusconi ci salvi da Berlusconi…

palazzo chigi

(Intervento al post "Il ventennio di Berlusconi" di Fabrizio Centofanti, sul blog "La Poesia e lo spirito")

Tra il serio e il faceto, in questa situazione oggettivamente disperante, pongo questa domanda: potrà Silvio salvarci da Berlusconi? Considero il suo retrocedere da molte delle scelte politiche fin qui operate una delle poche possibilità per uscire dallo stato attuale di malcontento diffuso, scongiurando in questo modo tragedie e dolore infinito per decine di milioni di italiani. L’avversione crescente nei confronti suoi e dei suoi ministri e sodali non è, infatti, quello di un gruppetto di “comunisti”, ma di milioni e milioni di persone normali e moderate senza alcuna tessera politica o sindacale, colpite in vario modo (o in procinto di esserlo) dalle scelte del suo governo.
Ma c’è da chiedersi anche come mai un uomo giunto all’età di 73 anni, ricchissimo, con una vasta esperienza di vita e con ottime relazioni personali in Italia e all’estero (pensiamo solo a Bush e a Putin) non abbia per davvero lavorato per il bene comune che – va chiarito – non è quello che lui ha inteso e intende, duramente contestato, ma quello percepito, se non da tutta una comunità nazionale, dalla sua gran parte. Mai s’è vista in Italia tanta gente scontenta dell’operato di un governo: nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro pubblici e privati, nei quartieri e nelle periferie della povertà e dell’emarginazione.
In una democrazia degna di questo nome, non si può scontentare così tanta gente, non si può suscitarne l’odio e le proteste fino al punto attuale, dichiarando pubblicamente di infischiarsene.
Se non fosse circondato da opportunisti compensati con denaro e privilegi per i servigi resi – “amici fidati”, ora, che lo rinnegheranno e a pugnaleranno quando il leone sarà morente – gli avrebbero detto che non si può governare in questo modo, che il parlamento non è il luogo dove si ratificano scelte fatte altrove da Lui o da pochi altri, ma dove ci si confronta e ascolta fino in fondo, onestamente, pervenendo alle soluzioni più ampiamente positive e condivise dentro e fuori dall’aula.
Così restando le cose, egli avrà frustrato le attese di una larga parte del paese, e il suo nome sarà maledetto e ricordato con disprezzo.
La vita – la sua, la nostra – non è infinita. E come non si può lottare in eterno, così non rimangono in eterno le leggi e le opere non condivise dai più, presto rimosse o distrutte.
Possa dunque Silvio fermare Berlusconi, contenerne i timori di perseguitato dai giudici, convincendolo a un’inversione totale di rotta, nella direzione dell’abbattimento dei privilegi, della giustizia sociale, della valorizzazione della scuola attraverso una riforma autenticamente migliorativa del servizio, e, da ultimo, coi suoi amici capi di stato riformare l’Onu, renderlo un organismo efficacemente operante per iniziare una politica mondiale in tema di guerre e armamenti, di ambiente, di fame e di redistribuzione della ricchezza, di energie alternative etc.
Lo ricorderemo in questo caso con gratitudine, stimandone l’opera meritoria al servizio del paese, e non solo.

GN

Piero CALAMANDREI. A difesa della scuola pubblica

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Dal blog di Luigi Metropoli

 

L’ipotesi di Calamandrei

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950 – pubblicato nella rivista Scuola democratica, 20 marzo 1950.

 Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice di quelle di stato. E magari si danno premi, come ora vi dirò. O si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

 

Tratto da «Internazionale» 762, 19-25 settembre 2008, p. 21.