Archive for gennaio 2009

Fabrizio DE ANDRE’ – (1999 – 2009: Assenza, più forte presenza…)

Fabrizio_De_Andre

Preghiera in gennaio

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(Anche sul blog la Poesia e lo spirito)

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“AMBIENTE. Vicino alle nubi sulla montagna crollata.”

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Luca Ariano (inedito)

Un lungo viale di tigli accanto al Naviglio
-quando il Paesone non era un dormitorio-
profumava la primavera mentre passavi davanti la finestra
in attesa d’un cenno;
oggi solo una balaustra di metallo e odore di fogna,
d’hinterland e la Metropoli a due passi.
Sbocciano le torri dell’Innominato in quartieri
di plastica dove macchie verdi si seccano di calce:
si scavano resti di civiltà, una foto e poi ricoprire
di parcheggi e appartamenti vuoti.
Il professor Emilio prenderà una camera
in affitto “buongiorno
e buonasera” nel cigolio d’orgasmi a ore.
Se vai dall’architetto con le tre buste
e pesca quella giusta vinci il tuo appalto e lui ingrassa
sgasando il suo jeeppone e sbattendo sorrisi di vetro.
In quella piazza fanno il loro gioco:
abbassi gli occhi ma una stretta di mano non si nega
tu che cerchi un posto più forte del tuo verso.
I muratori pranzavano sulla rotonda all’ultimo sole
sognando una lampada
da tronista e ora il freddo un cicchino di Gazza.
-E’ arrivata la nebbia nei Borghi- dicevano
che non c’era più e non sai che regali fare per Natale,
come al povero Andrea che suo padre ogni anno
regala un cofanetto nuovo di Rino Gaetano.

*

Cristina Babino (Cuore di Tetrapak)

Volo plastica su ali di polimero
se rotta e abbandonata
mi svuoto d’ogni peso e gravità
degli avanzi della cena

e allora come vela gonfia
d’aria e niente sopra
megaliti urbani plano
invento traiettorie oblique

tra container clessidre
dall’alluminio senza
sabbia e senza tempo.

Poi mi poso m’impiglio
a un ramo secco tra
refusi industriali mi riposo.

Una volta qua era tutta campagna.

*

Enrico Cerquiglini (inedito)

Piangi, madre mia, di nascosto, anche quando sei primavera e t’inghirlandi
i crini, libellula di festa in festa. Hai ferite che nascondi, ulcere riaperte
dal vibrare di questo treno che dissimuli con sorrisi che a ben guardare
hanno la stessa radice dell’urlo. Cerchi di tenerci attorno a te, come pigolìo
di stelle e a volte sei fiera di noi figli che goffamente amiamo
o goffamente ci stupiamo di esserci. Sei bella madre, anche nel dolore
ed abilmente nascondi le ferite che ti hanno offesa, le sonde che ti penetrano
il ventre, i prelievi di sangue sempre più frequenti, le ustioni su tutto
il corpo. Sei bella e qualcuno ti crede eterna fanciulla, vergine ignuda,
giovane donna da possedere, da violare, da rendere schiava d’inammissibili
desideri… Sai sopportarci con quell’amore che tutto mosse, privandoti
della salute, mortificata nell’aspetto, pallida e febbricitante, hai mille
quotidiane gravidanze da portare a termine ed altrettanti figli da seguire
in funerale: riso e pianto, nascita e ritorno, affetto e angoscia
muovono il tuo seno in palpiti ritmati, ma non sai spiegarti
perché il tuo ventre s’è creato tanto male, né darti pace per dei figli,
allevati con sublime affetto, che armati di odio contro te, contro fratelli
infieriscono, quasi assoldati da un potere ascoso che asserve e nega.
Rubano le tue lacrime da vendere in bottiglie, succhiano il tuo sangue
per nutrirsene, scavano le tue viscere per un banchetto infame, depilano
il tuo pube, le tue ascelle, la tua testa per riti a te ignari, ti privano del sudore,
devastano i tuoi seni per avere latte in polvere di facile digeribilità,
incidono il tuo corpo con bulini dolorosi, scavano come scabbia
gallerie dolorose per giochi che stenti a capire… “E sono miei figli”
-sussurri al vento- “Lo ripeti spesso crollando un po’ il capo, tremando
per siringhe di prelievi diuturni che ti lasciano stremata e vuota
di forze. Senti che un liquido di fuoco ti percorre, che la tua fronte
scotta, che la tua pelle levigata si disquama, avverti continui brividi
e mille bisturi incidono neoplastiche formazioni e biopsie ripetute
scoprono insospettate malattie, senti che non potrai a lungo sostenere
l’assedio del male e la stanchezza ti predispone alla morte, a lasciarci
orfani col rimorso stampato in fronte, orfani in odore di matricidio.

*

Carmine De Falco (inedito)

Il caglio fresco non va ingerito.
Ci respiriamo addosso, sento,
un fiato che non è mio in aria
che non è dolce. Lasciano che i fiori
siano contaminati. Ci beviamo
brucellosi,ritardi, vuoti legislativi
e l’amore dei gatti di febbraio.
L’oro bianco s’è macchiato

Si cade sull’Appennino Centrale
da fermi, ci si rompe le ossa
a peso morto, fratture
scomposte, rotture di polsi,
fasce e poi ingessature

le Calle cominciano a sbocciare
in anticipo di due mesi e mezzo
dovrei retrodatare il compleanno?
Siamo nati tutti un po’ prima, qualcuno
non è nato. Ci saranno conseguenze
sul cielo della nostra pelle?

Ma a Pomigliano era il tempo
della spazzatura accumulata
dalle mattine super umide velate
da un leggero e distribuito
strato di fumo, decomposizione
e diossina.
La gente non vuole
gli inceneritori per poter incenerire?

*

Gianni D’Elia (E qui concluse)

“Ci stanno avvelenando, lentamente,
da decenni, per fretta d’incassare
produrre, distribuire, vendere, smerciare

ogni creatura vegetale e animale; bestie,
han fatto diventare cannibali gli erbivori,
dando lo da mangiare loro stessi;

le chiamano farine, ma sono ceneri, queste,
degli animali morti e sminuzzati,
che per mangiarsi si sono ammalati,

impazzendo di prioni nei cervelli;
sedici mila anni contadini, ecco,
non erano bastati; ci volevano i nati

nel secondo Novecento, per guastare
tutta la catena della vita naturale;
con tutta la nostra intelligenza artificiale,

questa Europa, questo mondo, fa vomitare…
Che la voce delle lotte li perseguiti,
come costoro i corpi infermi ed esili…

Pochi o nessuno dice in alto niente;
e tu, che poco fai, pure cuore-mente
no cedere loro; tieniti al presente

che dal passato sale al suo futuro,
per tutti i vivi oppressi dietro il muro
dei soldi ascosi nei caveaux del mondo…

Ricorda, solo un nuovo sentire-pensare
potrà cambiare davvero il vecchio fare,
e paria tra i paria è il poeta, nel fondo…

E tu ragiona con noi, tra storia e rima,
con la gioia a venire del diverso, spero,
che rivà incontro al vero della riva…

Ogni onda, amico, ogni riga, ogni deriva…”

*

Anna Maria Farabbi (inedito)

Le cose stanno così madre

abbiamo perso le stagioni incatramando gli orti
anche quelli interiori
i ghiacciai si sciolgono si scioglie
anche la pietra di Saint Victoire
Ii quadro giallo di Vincent lo specchio di alice
dentro cui non passa più io

Leggici nei polmoni cosa abbiamo fatto nell’aria
pesci ed ucceli improvvisamente scoppiano
si rovesciano tutti gli animali dell’arca quasi capovolta

manca noè manca un filo con cui tessere memoria e responsabilità
nell’eredità dei quattro elementi
manca un vaso femmina dentro cui immergersi e rinascersi
riconoscendoti

il vento svuota una tempia dopo l’altra e chiacchiera in ogni bocca

Anche in quella dei poeti
che illanguidiscono senza pane limpido e fuoco liquido
nel sangue nel canto nel vino
mentre creano tende di carta e tornei durante il loro esodo

Di questo non piango
perché attraverso e vivo ancora con insistenza e ancora impa-
rando dall’alba
l’alba in me permane tutto il giorno e nella notte ruota
i suoi chiarissimi rossi i suoi chiarissimi tuorli

Scrivo ormai solo sui palmi dei miei piedi mentre ti cammino
non insegno a nessuno il mio non verbale alfabeto
insisto ancora a leccare con la mia lingua il mio abisso
insisto ancora tramandando l’alba nel donare questa lingua
e questo mio abisso

*

Fabio Franzin (Muore il panorama)

Muore il panorama
e lo scorcio, e la veduta

perduta ne è ormai ogni eco
fra i crepacci della memoria
e se lo sguardo è costretto
a sgomitare col rumore
e la storia di ogni luogo urla
ai cieli i brandelli strappati

se la ruggine impana i cancelli
e il cemento copre i richiami.

Il poggio ci annuncia che l’asfalto
ha già raggiunti le radici dei faggi

all’ultimo tornante prima del rifugio.

Nessun possidente di antico stampo
potrà ancora sporgersi dal belvedere
col figlio primogenito, far vagare
un indice, laggiù, insieme alla consueta
e bella frase ereditaria

e sperare che ciò che il suo dito indica
dica all’epoca del poi di preservare.

*

Davide Nota (Il fiume)

Hai il corpo smangiato dagli olii, morto
fiume che penoso passi… a pezzi
la pelle del letto riarsa s’affaccia
coi peli di paglia stecchiti e la piaga
del sole nel petto; qualche brandello
di carne s’attanaglia. Sei, torrente,
dai rovi ricoperto e dalle pile
delle auto; su un masso
dove stente s’incagliano le rive
un grasso laureando scrive
le sue orribili poesie, stirando
le fibre smagliate del ventre… già,
l’estate è rovi, copertoni e batterie
sul bordo sfiancato del niente, Ivan.

E i sampietrini rialzati,i calcinacci
di questa ultima periferia
dove sei cumulo di resti e vanghe
tra presti lavori di muratura
e i cementizi tumuli… reale
è questo campo che tronco fecale
alla deriva trapassi, Tronto
che fosco gli abusi ritingono e vile
tra gli scarichi industriali e i rifiuti
ti vedo sotto i piloni fluire
dalle circonvallazioni, non fiume
ma rivolo di sangue, sterco, muco
che scende, non sorgente ma rifiuto,
scarico urbano che la vita abiura.

*

Luca Paci (inedito)

1.
Grandine, case & snodi tangenziali
curve apolidi bisecanti

parallele s’incrociano
nell’illusione della collusione.

Avamposti di paessaggio
discariche-passaggio
a manciate
scarti organici e tossici,

Nostalgia di capannoni dimessi al bordo […]

2.
Ove Calipso e i ciclopi ed un uomo
Chiamato nessuno
Percorreva l’inconscio della
Vela
Con la docilità d’un encomio
Un cartello pubblicizza il nuovo
Centro commerciale
Dalla collina terra d’occasione
Solo
S
venduta
S
mangiata
Passata di mano
In mano

Sotto il segno dell’irruzione merce
Le stigmate d’asfalto
Segnano fresca la pelle del Monte
Lucidi scudi d’auto
Accecano il lucore
Di pareti e
Palazzi
E
Casazze
Arginando
Il rollio
Del mare

*

Marco Saya (Lische)

Il bambino e la sua bolla,
scoppia a una certa altezza.
Schegge di sapone a nozze con polveri
sottili nevicano l’asfalto.
Il camino fuma ceneri
di lische consumate.
Balconi anneriti nero di seppia.
Gran fritto di olii nelle branchie ingurgitati.
Rigurgita l’atmosfera,
rigurgito della massa a terra:
“dove andiamo?”
Il fondotinta nasconde gli involucri,
“pioverà?”
Laviamoci ammollandoci nelle cicerchie.

*

VICINO ALLE NUBI
SULLA MONTAGNA CROLLATA
Campanotto Editore, 2008
Prefazione di Leonardo Mancino
A cura di Enrico Cerquiglini e Luca Ariano

*

Da Una terra di canti e disincanti

[…] Questa antologia è nata con spirito pasoliniano, mi spiego meglio. Il nostro obiettivo non è certo “scimmiottare” le battaglie politiche e culturali di Pasolini né osiamo considerarci suoi eredi o vediamo nella figura di Pasolini un profeta, solo vorremmo che quello spirito critico del poeta friulano e di tanti altri intellettuali della sua generazione come Volponi o legati a quella stagione come Fortini, Vittorini, Alfonso Gatto ed altri fosse presente in questo lavoro. In questa stagione post guerra fredda, post muro di Berlino, post ideologie, post-post-post non guardiamo a certa ideologia con nostalgia o dietrologia (certe logiche oggi sarebbero impensabili) ma vorremmo che un tipo di intellettuale civilmente (nel senso di ‘cives’) e politicamente (sempre nel senso etimologico del termine ‘Polis) si affacciasse nel panorama attuale. Non siamo certo così ingenui da pensare che un’antologia (che non ha nelle nostre intenzioni valenza critica, ma di sensibilità verso una certa situazione) possa modificare nell’immediato le cose, ma ci piace credere, pensare e tentare di fare in modo che attraverso una poesia, un semplice verso qualcuno possa accorgersi che i poeti non vivono nel loro mondo, ma sono parte attiva e con la loro voce cercano di migliorare, far riflettere e cambiare le cose, proprio in quest’ottica abbiamo inserito anche due nostre poesie, proprio perché non di lavoro critico si tratta, bensì di testimonianza di dissenso, e sofferenza verso la realtà contemporanea. (Luca Ariano e Enrico Cerquiglini)

(*) Le dieci poesie, tra gli ottimi testi antologizzati, sono state scelte per la loro particolare aderenza al tema dell’ambiente, e alla rubrica (“Ambiente”) di questo blog.

“Del dialetto siciliano” di Marco SCALABRINO”

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La concezione del dialetto quale codice dei parlanti di un ristretto consesso sociale, un codice chiuso, non contaminato e/o contaminabile, un codice sinonimo di sottocultura, è tuttora diffusa. Concezione fondata sul luogo comune, sul pregiudizio, sulla sconoscenza di quanto invece c’era – c’è – di bello, di prezioso, di antico nel nostro dialetto.
E allora, perché il Dialetto? E si può – si deve – scegliere fra l’uno, il Dialetto, o l’altro idioma, l’Italiano? E in relazione a che? All’argomento, al destinatario, al caso …? E dulcis in fundo, zumando sulla specificità che più da vicino ci coinvolge, l’annosa questione: il Siciliano è Dialetto o Lingua?
Nessuno di noi ritengo si accosterebbe mai al Francese, all’Inglese, al Tedesco … senza conoscerne l’ortografia, la morfologia, la sintassi, la semantica … E dunque perché farlo col Siciliano?
Non credo basti essere nati – e cresciuti – nell’Isola per scrivere il Siciliano! Noi tutti ne siamo sì, in virtù di ciò, naturaliter, dei parlanti. Per acquisire l’altra qualità, la qualità che ci qualifichi scriventi, occorre un praticantato, occorre un impegno diuturno volto all’apprendimento delle opere degli Autori siciliani e dei saggi inerenti agli stessi e al Dialetto, occorre la frequentazione di un preliminare, diligente esercizio di scrittura.
In definitiva, bisogna amare, studiare, votarsi toto corde al Siciliano.
All’interrogativo “il Siciliano è Dialetto o Lingua?” reputo opportuno abbinare – al fine di approfondire – quell’altro che viene posto, sovente, da taluni: “non esistendo un Siciliano nel quale scrivere ha senso dannarsi sulla corretta trascrizione delle parole?”
Affrontiamo complessivamente le due domande, tramite le autorevoli valutazioni di Mario Sansone e di Salvatore Camilleri:
1) dal punto di vista glottologico ed espressivo non c’è alcuna differenza essendo la lingua letteraria un dialetto assurto a dignità nazionale e ad un ufficio unitario per complesse ragioni storiche;
2) il Siciliano, con la poesia alla corte di Federico II, è stato determinante per la nascita della poesia italiana;
3) il Siciliano è stato strumento letterario di poesia e di prosa: nella seconda metà del sec. XV diede vita alle Ottave o Canzuni, nel sec. XVIII a un autentico poeta come Giovanni Meli e nel XIX secolo a Nino Martoglio, ad Alessio Di Giovanni, al Premio Nobel Luigi Pirandello.
Riportiamo oltre a ciò l’avviso di Guido Barbina: “Tralasciamo, perché puramente accademico e fuorviante, il pretestuoso problema della differenziazione fra lingua e dialetto”, e un passo tratto dal pezzo LE LINGUE MINORITARIE PARLATE NEL TERRITORIO DELLO STATO ITALIANO di Roberto Bolognesi. Bolognesi asserisce: “Tecnicamente i termini lingua e dialetto sono interscambiabili … il loro uso non implica nessuna precisa distinzione genetica e/o gerarchica. Tutti i cosiddetti dialetti italiani sono lingue distinte e non dialetti dell’Italiano”.
“Il dialetto – assevera Salvatore Riolo – non è una corruzione né una degenerazione della lingua e non potrebbe mai esserlo, perché i dialetti non sono dialetti dell’italiano, non derivano cioè da esso ma dal latino e soltanto di questo potrebbero eventualmente essere considerati corruzione”.
Ulteriori considerazioni (appena ricordando peraltro che nella Sicilia del Cinquecento operavano già due Università: quella di Catania e quella di Messina, nonché la proposta del 1543, del siracusano Claudio Mario Arezzo, di istituire il siciliano come lingua nazionale) potrebbero passare attraverso la presenza di Vocabolari, di testi di Ortografia, di Grammatica, di Critica, eccetera.

Questa incursione nel passato ci porge il destro per dei brevi cenni di etimologia.
Se oggi io inframmezzassi il mio intervento con termini quali: LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI, SPARAGNARI, nessuno di noi – credo – si allarmerebbe, si lamenterebbe di non comprendere, si riterrebbe escluso. Tutti, piuttosto, troveremmo palese conferma a una nostra sensazione che uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha compiutamente così fissato: “Il Siciliano è differente dall’Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui” in Siciliano e in Italiano standard.
Quelli, LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI, SPARAGNARI, sono termini che adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, sono parole con le quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione. Ma la cosa più rilevante ai nostri fini è che tali, ed altri lemmi, fanno parte, a pieno titolo, del nostro odierno parlare, sono pregni di attualità.
Ciò detto non ci rendiamo forse conto, perché magari mai ci siamo interrogati in tal senso, che sono antichi di secoli quando addirittura non di millenni.
Il Siciliano, le cui radici diciamo così ufficiali affondano nel lontano 424 a. C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, “Noi non siamo né Joni né Dori, ma Siculi”, è dunque un organismo vivo, palpitante. Un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “incontrato”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste sulle proprie, originarie fondamenta.
Ecco, si avvicendano nel tempo il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma sostanzialmente sempre una lingua, una sola: il Siciliano.
Ricordando per inciso che l’etimologia è la scienza che studia l’origine e la derivazione delle parole di una lingua, ci chiediamo: “Quali sono le origini del Siciliano?”
La risposta, in parte, è insita già nella premessa appena fatta, ma il quesito necessita comunque di una trattazione, impone una ancorché succinta esposizione.
Lucio Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., asseriva che i Siciliani parlavano tre lingue: il Greco, il Punico e il Latino. Ma da allora, e fino al XIX secolo, ne sono passati di “ospiti”!
Veniamo pertanto a rievocare le frequentazioni del Siciliano servendoci di alcuni esempi.

DAL GRECO, VIII secolo a.C.:
Bastaz – Vastasu; Kerasos – Cirasa; Babazein – Babbiari; Lipos – Lippu; Baukalis – Bucali; Keiro – Carusu; Rastra – Grasta; Bubulios – Bummulu; Apestiein – Pistiari.
E in aggiunta: Naca, Cannata, Taddarita, Ammatula …

DAL LATINO, III secolo a.C.:
Muscarium – Muscaloru; Crassus – Grasciu; Hodie est annus – Oggiallannu; Ante oram – Antura; et cetera et cetera.

DALL’ARABO, 827 d.C.:
Zbib – Zibibbu; Qafiz – Cafisu; Suq – Zuccu; Tabut – Tabbutu; Qashatah – Cassata; Saut – Zotta; Giâbiah – Gebbia; Babaluci – Babbaluci; Giulgiulan – Giuggiulena; Sciarrah – Sciarra.
E poi: Lemmu, Funnacu, Giarra, Margiu, Zagara, Burnia, Zimmili …
Una curiosità: l’Etna è chiamato Mungibeddu, voce che assomma la radice latina di mons (monte) e quella araba di gebel (bello).

DALLA RADICE FRANCESE, in conseguenza della dominazione normanna e angioina, tra il 1060 e il 1282: Ache – Accia; Mucer – Ammucciuni; Boucherie – Vucciria; Couturie – Custureri; Trousser – Truscia; Raisin – Racina. E: Giugnettu, Accattari, Avanteri …

DALLO SPAGNOLO, che praticammo quasi ininterrottamente per cinque secoli dal 1412 al 1860: Abocar – Abbuccari; Lastima – Lastima; Encertar – Nzirtari; Scopeta – Scupetta; Esgarrar – Sgarrari; Alcanzar – Accanzari; Tropezar – Truppicari. E quindi: Muschitta, Sarciri, Picata, Ammurrari …

DAL TEDESCO, tra il 1720 e il 1734 quando la Sicilia venne assegnata dagli Spagnoli all’impero austriaco: Hallabardier – Laparderi; Rank – Arrancari; Sparen – Sparagnari; Wastel – Guastedda; Nichts – Nixi.

E, per accuratezza di informazione e con la puntualizzazione dello stesso autore: “questo mio articolo vuole essere un invito a chiunque ha nel cuore la nostra Isola, per discutere sulla nostra lingua e collaborare con unità d’intenti perché essa venga riconosciuta de jure”, annotiamo altresì l’ipotesi di Giovanni Ragusa: “I Siculi erano un popolo indo-europeo. Dall’India essi vennero verso l’Europa e quelli che giunsero nella nostra Isola, guidati da Siculo, furono chiamati Siculi. La loro lingua pertanto doveva essere, se non la sanscrita, una che certamente ne derivava. Alcuni vocaboli: il nostro pùtra (puledro) nel sanscrito è pùtra che vuol dire figlio; il nostro màtri non deriva dal latino mater, ma dal sanscrito màtr; il nostro bària (balia) nel sanscrito è bhâryâ e vuol dire moglie, e Murika chiamavasi la sicula Modica.” E prosegue: “I Siculi, sottomessi dai Greci, furono costretti per necessità a far proprio il lessico dei dominatori, ma lo espressero con la fonetica che era ad essi congenita. Ciò avviene anche a noi che, dovendo parlare l’italiano, lo esprimiamo (foneticamente e sintatticamente) come ci è naturale; e ciò fa sì che veniamo riconosciuti “siciliani” in ogni luogo e da tutti. Sappiamo che la nostra lingua ha, come il sanscrito e le lingue semitiche che ne sono derivate, soltanto vocali a, i, u. Sappiamo che la lingua siciliana rifiuta in modo assoluto la e e la o atone. Sappiamo anche che ha suoni cacuminali non esistenti nel latino (ggh, dd, tr, str, sdr) e che si esprime con regole diverse da quelle delle lingue latina e italiana. Di essa non dobbiamo vergognarci, perché non ci rivela, come dicono i concittadini del Nord Italia, terroni, ma gente di antica e nobile civiltà.”

Non possiamo chiudere il capitolo delle influenze senza fare una ulteriore brevissima allusione. Tra il secolo XI e il secolo XIII, schiere di militari, di cavalieri, di fanti, con a seguito le famiglie, dal Monferrato e dalla Gallia Cisalpina calarono in Sicilia. Le popolazioni delle località, tra le quali Piazza Armerina, Aidone, Nicosia, San Fratello, Sperlinga e Novara di Sicilia, ove costoro si stabilirono, mantengono tuttora nella loro parlata le connotazioni fonetiche, morfologiche e lessicali ben distinte da quelle del Siciliano, che hanno determinato il c.d. GALLO-ITALICO.

Ci siamo ovviamente limitati a pochi condivisi casi, ma le relazioni sono innumerevoli quante le parole stesse del dialetto siciliano e di certo ognuno di voi potrebbe immediatamente suggerire chissà quanti e quali altri vocaboli o locuzioni.

Alla luce di quanto esposto, ritengo si possano sciogliere, entrambi positivamente, i quesiti che ci siamo posti e affermare:
A) il Siciliano può essere considerato, se proprio vogliamo impuntarci su questo termine, alla stregua di una Lingua; l’appellarlo però Dialetto nulla gli sottrae e niente affatto lo diminuisce –
B) ha senso, per chi vuol dare dignità al proprio dettato e a se stesso, perseguire la corretta trascrizione del Siciliano.
Rebus sic stantibus: “Perché il Siciliano? E quando?”
La questione, in realtà, è ben altra! La scelta del sistema di comunicazione non è, infatti, abito soggetto alla moda, al fine, all’ambiente. La scelta è dettata a priori: il “sentire siciliano”. Il che significa, ci soccorre daccapo Salvatore Camilleri, “esprimersi con forme, con spirito, con immagini profondamente siciliani e non già con scialbe traduzioni dall’Italiano”, significa “liberarsi dal preconcetto che il dialetto debba solamente rivolgersi alle piccole cose, al folclore, al ricordo”, giacché “il dialetto può esprimere tutte le complesse realtà: la storia, la filosofia, la sociologia, tutte le scienze, non in quanto tali ma come patrimonio culturale che chi scrive consuma nell’atto della creazione.”
E perciò quale Siciliano? Quello di Catania o quello di Palermo? Quello di Siracusa o quello di Trapani? E perché non tutti assieme, il prodotto di tutti essi? L’Agrigentino, l’Ennese, il Messinese, il Nisseno, il Ragusano non sono pure essi Siciliano?

Premio di poesia

 

05-san Nicola Sassari

II Edizione Concorso Internazionale di Poesia

L’Isola Dei Versi"

SCADENZA: 30 Aprile 2009

BANDO

II Edizione Concorso Internazionale di Poesia