Archive for febbraio 2009

“Un dolore senza fissa dimora” di Adriana Libretti. Recensione di Pasquale VITAGLIANO

A Libretti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adriana Libretti, Un dolore senza fissa dimora, Atì Editore, Milano, euro 15,00

Ci sono persone che mettono le cose a posto, anche senza volerlo. Nella propria vita e in quella degli altri. Senza fare grandi cose, in modo talvolta neppure percettibile in apparenza. Angela Fiori è una di queste. Lo è così tanto da trasformare un terribile e rimosso amore molesto nella struggente storia di un padre perduto e ritrovato. Riscoperto, malgrado un dolore segreto e indicibile. Un dolore nato senza fissa dimora, che però Angela riporta a casa, dove placarlo nell’abbraccio caldo di uno strappo esistenziale ricucito, di una vita pacificata.
Il sogno ricorrente di Angela è di stringere tra le mani una gabbia di uccellini. Questi giacciono riversi sul fondo, i becchi insanguinati. Per giorni e giorni si è dimenticata di fornire loro acqua e cibo. Sono morti d’inedia, a causa di Angela e lei non si dà pace. Chi commette violenza spesso non ne serba il ricordo e la stessa cosa capita a chi la subisce. Questi incubi ricorrenti scandiscono la sua vita e conducono tutti a suo padre Leonardo. Quando era piccola era partito per un lungo viaggio, questa almeno era stata la verità raccontatale da sua madre Emma. Le aveva così tenuto segreta la loro separazione. Come segreta e inconfessata era rimasta la violenza sessuale subita. Lui invece era rimasto sempre là dove avevano vissuto, a Palermo. Adesso è morto e ha lasciato ad Angela la sua eredità. Affida i suoi due bambini alla nonna e parte subito da Genova dove vive. Ha così inizio il suo viaggio al rovescio nei luoghi della sua memoria, finendo per scandagliare, in un involontario noir dell’anima, gli angoli più riposti della sua esistenza.
Gli uomini di Angela non restano. Non solo il padre. Anche suo marito non è restato. Ha deciso di andare a lavorare in Africa per un’organizzazione di medici volontari. Per Angela è un’altra separazione. Un’altra ferita al cuore. Un altro richiamo di quella voce che la spinge a muoversi per cercarne la fonte. E’ la voce del dolore. Un dolore senza fissa dimora. Genova, Palermo, Beirut, Leonforte, Caprera o Gerusalemme, il viaggio di Angela non è una discesa all’averno alla ricerca della propria anima. Il suo è un viaggio alla ricerca del proprio corpo. Smarrito, rimosso, offeso. Un viaggio che insegue il dolore ma non è doloroso. Lo sguardo di Angela, anzi la sua parola è taumaturgica. Lei ha la forza di guarire gli altri e alla fine guarirà anche se stessa. Angela passeggia nel Parco della Favorita ma potrebbe trovarsi in Africa, a Beira, sull’Oceano Indiano, o in Cina, “in eterno a respirare quel refolo balsamico” che il mondo, la vita stessa spande. Angela non compie un viaggio esotico, il suo è un pellegrinaggio prodigioso. Angela ritrova il respiro della vita alla fonte del suo segreto dolore. Ed è un respiro colorato di rosso, di bianco, di esperidi e pomi aurei. Odoroso di “tuorlo, marsala, arance, acqua e manna”.
Suo padre era stato il suo orco cattivo. La voce di Angela riesce a vincere persino quest’orribile verità. Rende accettabile persino la sua eredità, dentro questa sua vitale compassione. Non importa il valore del suo patrimonio, vale il suo lascito sentimentale, questo sì risarcitorio. Gli oggetti, dei “cimeli garibaldini” del 1850, reliquie di un nobile passato familiare, o reperti archeologici di altri mondi. La figura paterna può essere ricostruita, oltre ogni inconfessabile violenza subita. Anche il rapporto con gli uomini può aprirsi a nuove possibilità, meno scontate, o addirittura inaudite. “Rivediamoci”, gli dice Antonio, conosciuto in questo viaggio, al momento del loro saluto. Ci sono, dunque, uomini che restano. E ci sono uomini che ritornano. Come l’antico amore francese di mamma Emma. “… Mamma! Tu non immagini nemmeno quello che è successo…”. “Per favore, parla!”. “Josef è in Italia… Lo vedi?… Là!”. La parola di Angela indica, dice, parla, toglie le storie dallo scenario virtuale del possibile e le mette in vita. La dolcezza della fine ha reso tollerabile qualsiasi dolore. Senza happy end, ma con un finale apertissimo. Il dolore ha ritrovato dimora in quei segreti posti dell’anima, dove stazionano a lungo ma poi il tempo diluisce fino a scomparire per sempre.
Angela, come Adriana Libretti, fa la doppiatrice e prima del suo viaggio le capitava di inciampare tra le sillabe. Certe parole le si aggrappavano alla punta della lingua, le risucchiavano il sangue e l’attenzione; petto e palato altro non erano che casse di risonanza vuote. Vuote come lei, senza più corpo. Adesso a casa ha riportato anche il proprio corpo. La sua voce non risuonerà più nel vuoto. Può tornare ad essere una voce narrante. Sì, dare voce può salvare. Angela ha dato voce al dolore e lo ha vinto. Raccontare storie salva. Anche la letteratura può guarire, rimette le cose a posto, mette a dimora il dolore. Questo è il primo romanzo di Adriana Libretti, attrice di cui ho ascoltato la voce e scrittrice di cui ho apprezzato le pagine. E’ un esordio pieno di parole. Quel non casuale incipit, “Rimase senza parole” è ormai lontano. Vibra nei nostri fragili corpi questa comune piccola verità, che ci hanno salvato le storie. E pì e pì e pì, sette fimmini p’un tarì…

Annunci

Jolanda CATALANO – Poesie da: “Invincibili”

Canova Venere e Adone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Invincibili.
Così ci credevamo.
E siamo stati delusi,
massacrati dal nostro io confuso
tra sentieri di gioia e albe ingrate.
Così, così si defilarono i giorni
nell’attesa vana, irrisolta
di un bene estremo
per condurci altrove .
Ma era la fine,
il buio rappreso
di una stantia gloria
lievitata nell’anima
con radici di superbia
e inconcludenti fiori
già recisi .
Invincibili,
ci credevamo capaci
di risolvere enigmi
con segni,
geroglifici mobili al pensiero,
non decifrabili certo
in questa vita .

…………

*

VII

Vagai
ma non conoscevo ancora il Tempo fra le dita
che si piegavano per estirpare arbusti.
Così fu di nuovo sera
e vidi il cielo con bagliori strani,
puntini incandescenti sul mio viso
che si perdeva colmo di stupore.
Dov’ero in quei minuti
e la mia mente sarebbe stata pronta
a escogitare qualcosa per coprire
il corpo nudo e ancora senza amore?
Vidi lontano, coi raggi della luna,
qualcosa che sembrava avere un senso
poiché il freddo forte mi scuoteva
e acqua dal cielo (che strano!) giù veniva.
Era un lembo di non so quale artificio
e me l’avvolsi tutto intorno al corpo
che si distese al sonno sotto un tronco
enorme e concavo come la terra madre.

*

X

Fu il sogno
a farmi scoprire il desiderio,
ciò che mai avrei immaginato
potesse nel mio petto divampare
come quel fuoco acceso fra due sassi.
Mia madre c’era (il sogno era stato chiaro)
io c’ero in tutta la pienezza,
perché dunque non cercare altrove
qualcosa che somigliasse a un amore?
Scappai velocemente dalla boscaglia
evitando serpenti e animali
che forse m’indovinavano i pensieri
visto che al mio passare si scansavano.
Trovai infine un prato dove l’erba
formava un mare verde e vellutato
e ancora più lontano vidi un castello
da mille e mille fuochi illuminato.

*

XII

Ma intrepido e voglioso di carezze,
non lessi nei suoi occhi la paura
e come un bruto (dimentico del sogno)
strappandole le vesti con violenza
le profanai il ventre una, due volte,
le mani attorcigliate sui suoi seni.
Non conoscevo ancora il suo mistero
ma vidi gocce scenderle sul viso
quando ritraendomi dal male,
il suo sangue inzuppò tutto il giaciglio.
Piansi,
per la prima volta piansi
e fu stupore
la sua mano dolce di carezze,
la sua bocca pronta al mio calore.
Così, l’avviluppai, di nuovo persa,
ma fui più dolce e tenero d’amore.
Cos’ero mentre il cuore mi scoppiava,
dimentico di ogni rappresaglia
mentre l’unguento dolce sulle mani
le percorreva il corpo palmo a palmo?
Cos’era lei, gemente sul mio petto,
le dita arrese e forti a ogni ardore?

*

XIII

Ci ritraemmo vinti anche dal sonno
con il sussurro della sua roca voce.
E mai volli sapere perché mi diede
amore e non assenze,
mai lei mi spiegò perché ciò avvenne.
Assenti al Tempo (che cominciò a pulsare)
saziammo a lungo fame e desiderio
sino all’estremo perderci nel sonno.

*

XV

Credetti di svenire
ma lei, pronta, mi condusse per mano
e sul giaciglio raccapricciante della prima sera
(oh, perché tanta violenza nel mio cuore?)
m’inebriò di oli e aromi arcani
e poi mi bevve il sangue dalle vene.
Vagai con la mente alla caverna
e al cammino intrapreso senza meta
ma le mie mani ora si aggrappavano
a un corpo morbido che chiedeva amore.
Ed io l’amai, la rivestii di baci,
percorsi il corpo suo dal capo ai piedi
(altro viaggio questo, altro ardore)
e poi di nuovo sino a farle male
dentro le oscurità del suo mistero.
Brividi intensi pulsavano nel ventre,
forti emozioni mentre bevevo umori.

*

XXII

Sconfitto, dunque mi lasciai lambire
da acque ormai lontane dagli orrori,
dove fanciulle tenere e suadenti
mi obliarono fra le loro mani.
Oh sciagurati i giorni del piacere,
i canti, le danze sotto il sole,
mentre lontano piangeva l’unica donna
alla quale non seppi dare amore.
Oh la sventura d’essere codardo,
di non aver compreso in un baleno
che l’unica certezza in questa vita
sono due braccia aperte al vero amore.
Fuori dal talamo, la vita, figlio, è dura,
solo sconquassi ed egoismi amari,
e uomini che pensano al potere
mentre innocenti muoiono a milioni.

*

XXIX

E poiché fui vinto, nulla più mi resta
se non questo rimpianto improduttivo.
Superbo, persi come l’aquilone
che si credette uccello ma fu vento.
E dunque solo, mi appresto a un divenire
fatto di pianto muto dentro gli occhi,
poiché ho sprecato il soffio della vita
e non c’è più per me alcun ritorno.
Solo il poeta che mi diede fiato
può andare e ritornare senza peso.

*

………………
Ed ora, vinti,
pensiamo di volare,
di salire l’ Olimpo della parola
con coppe d‘ambrosia nelle mani
e troni inesistenti
per un dire
che non si sposa più con il dolore
né ferma ancora
punti esclamativi .
Irrisolti,
con la presunzione d‘essere fratelli,
vaghiamo come ombre all’ imbrunire
e il Tempo gode
di questa nostra assenza
e, libero, ci toglie
giorni nuovi .

*

Jolanda CATALANO

Invincibili

Città del sole Edizioni (2005)

*

Un’epopea individuale, generazionale e, a ben vedere, eterna, quella che affiora da questa raccolta di Jolanda Catalano. Nessuno ne è escluso; nessuno, intendiamoci, con sensibilità e consapevolezza; e ci si riconosce, così, si comprende chiaramente di essere ben sotto e dentro quell’arco di esistenza aurorale, prima, e occiduo, poi.
Invincibili./Così ci credevamo./… Questi due primi versi esprimono perfettamente lo stato d’animo di chi ha occhi, cuore e memoria per volgersi a ritroso e rivederla, intera, la parabola che, ripeto, è umano destino; non però sul piano della consapevolezza.
Ma proprio quel primo componimento, proemiale, sa ben riassumere un’intera esistenza, e la sua/la nostra identità la sua/le nostre scelte (di scrittura?), l’umana gloria.
Epopea ripercorsa a ritroso, in un cammino sospeso e onirico (il nostro passato ripercorso e raccontato come un sogno; di una vita che sembra di altri, non la propria); un cammino non deciso – come la velleità e la superbia che spesso hanno sostenuto le nostre scelte – ma lieve quasi malcerto: la parola vagai è per otto volte incipit nei componimenti.
Aurorale di una vita, di tutte le vite, dell’intera umanità; della prima, edenica. Uomo e donna, qui, si fanno simbolo di tutti gli uomini e di tutte le donne; così come l’amore, la congiunzione dei corpi. Corpi esposti alla natura, nudi, inermi, ipersensibili, senza maschere né sovrastrutture; come in realtà siamo nella nostra essenza, e non solo al momento della nascita e della morte. Corpi esposti agli elementi, naturali – a percepire freddo, caldo, accecamento etc – e non di meno agli stati emotivi: stanchezza, dolore, stupore etc. E tutto si fa paradigma di una condizione diffusa.
La raccolta è compatta, solida, ben articolata nei componimenti che paiono quadri di un’esposizione, se non tappe di una via crucis (a ricordarmelo, curiosamente, sono i numeri romani), ma senza il tragico epilogo. Raccolta compatta e sapiente anche nella prosodia, coi frequenti endecasillabi ariosi e discorsivi. (gn)

*

Altre poesie di Jolanda Catalano sono ospitate nel blog “La memoria del tempo sospeso” di Francesco Marotta: QUI , QUI ,  QUI e QUI

Antonio FIORI – “Trattare la resa”

Fiori_solo10

 

 

 

 

 

 

 

 

Rina in giardino

Concerto di ronzii di calabroni
in tarda primavera nel giardino
– ricordo il sorriso e la postura
in quella sera sarda di profumi
di Rina dolce seduta al tavolino.
Non so se conoscesse i fiori
ed i misteri dell’arte del giardino
gli insetti strani o i bulbi bruni
– so solo che vendette gli anni
un giorno di nascosto
ad un bambino. Rina è così
rimane senza età, si guarda intorno
sempre un po’ svagata ed oggi è qui
nella fotografia che l’ha fissata.

Provette ed alambicchi anche noi usiamo,
genetisti autodidatti della parola
e ben sappiamo, irta di dubbi e fedi
la vita, nostra sostanza sola.

Nota: gli ultimi quattro versi costituiscono un testo autonomo, ‘Provette ed alambicchi’, della raccolta Sotto mentite spoglie( Manni, 2002)

*

Campo di battaglia

Mi trafiggono invisibili
dai quattro angoli del foglio
tutte le infinite rette
delle soluzioni possibili

Gli strateghi e i proconsoli
– tutti attorno alla mappa.

Luccicavano le armature al chiarore dell’alba
voci sguaiate guidavano l’adunata.
Un destino di morte era pronto
e sbarrava ogni strada
ma il sangue pulsava felice
dentro i corpi bagnati
come già fosse estate.

Noi, senza scudi
sul campo di battaglia.

Nota: la prima quartina è ‘Mi trafiggono’, dalla raccolta La quotidiana dose (LietoColle, 2006) Campo di battaglia

*

La stanza del dialogo

Proprio qui so che m’attende l’ansa
che mi è concesso chiudermi dal mondo
per restarvi dentro, in questa stanza.

Aveva pareti sottili
imbiancate di fresco
e pronte al dolore dei chiodi
per quadri infantili

Aveva la porta socchiusa
e una finta finestra
un tavolo vecchio e una sedia
e restava in attesa

Chiunque poteva decidere
un giorno d’entrare
– trovarvi qualcuno disposto
a trattare la resa.

Nota: l’exergo in corsivo è ‘Proprio qui’, della raccolta Sotto mentite spoglie (Manni, cit.)

*

 

Fiori Antonio
Trattare la resa
LietoColle – collana Solodieci (2009)

*

Antonio Fiori è nato a Sassari nel 1955.
Ha pubblicato: Almeno ogni tanto (Milano, 1998), Sotto mentite spoglie (Manni, 2002), La quotidiana dose (LietoColle, 2006).

È presente in diverse antologie e riviste, tra le quali: Antologia della poesia erotica contemporanea (ATì Ed. 2006), Il segreto delle fragole, 2004 e 2006 (LietoColle), Verso i bit-Poesia e computer (LietoColle, 2005), Il corpo segreto (Lietocolle, 2008), Verba Agrestia (LietoColle, 2008), Vicino alle nubi, sulla montagna crollata (Campanotto, 2008), Febbre d’amore (Tellus29, Labos, 2008).
Premio Montale Europa 2004 per la silloge inedita e menzione di merito, sempre per raccolta inedita, al Premio Lorenzo Montano 2008. Collabora a blogs letterari.

*

Nasce sotto mentite spoglie la poesia di Antonio Fiori
di Massimo Onofri

Mi arriva ora, freschissima di stampa per i tipi di LietoColle, la deliziosa plaquette di Antonio Fiori, sassarese del 1955, intitolata Trattare la resa. Conosco Fiori dal 2002, quando Mondina e Leonardo Sole m’invitarono, insieme all’amico Aldo Morace, a tenere qualche lezione per la loro scuola di scrittura. Le mie, in realtà, erano lezioni di lettura: e Fiori era tra i più attenti, molto acuto e assai colto. Una persona perbene. E mi piace sottolinearlo, in un tempo in cui non esistono quasi più le persone: figuriamoci il resto. Nel dicembre dello stesso anno, Fiori pubblica la raccolta di poesie Sotto mentite spoglie: che mi colpì per la sua forza. Rispetto a quelli d’allora, i versi di oggi – pur se sempre molto lavorati – impegnano meno provette ed alambicchi: mentre si fanno, con strappi imprevisti, anche prosastici e feriali. In Sotto mentite spoglie, con un linguaggio non di rado alto e desueto, era una specie di metrico resistente, in nome della poesia superstite, per stare al titolo dell’ultima sezione del librino. Ora, la vita sembra imporgli un di più d’assenza, dolore e desiderio, sicché la poesia, da superstite, gli diventa impotente: come testimoniano i versi molto belli di Per dirla tutta la poesia non basta. Al poeta, insomma, non resta che “trattare la resa”. La sfida è grande, ma Fiori ha tutti gli strumenti all’uopo. Vedremo come andrà a finire.

(La Nuova Sardegna del 9 febbraio 2009)

“ROMPIAMO IL SILENZIO” Appello di “Libertà e giustizia”

“Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità… La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti.
Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme”.
Norberto Bobbio

Primi firmatari: Gustavo Zagrebelsky, Gae Aulenti, Umberto Eco, Claudio Magris, Guido Rossi, Sandra Bonsanti, Giunio Luzzatto, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini, Salvatore Veca.

Continua QUI

Da: “Il Panico e la Grazia” di Emidio MONTINI

ilpanicoelagrazia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“…Sono fratello germano del dubbio!” Sì, era proprio vero, e nel parlarne mi si rivelava. Quello zoccolo duro ch’era il mio inferno e la mia grazia. Precoce in talune cose, refrattario in altre: ritardato in molte, mi rivedevo non molti anni prima accovacciato presso il termosifone dl bagno intento a leggere con un senso di estasi il Fedone. Ogni tanto mi alzavo e sbirciavo dalla finestra. I miei ricordi più vivi appartengono alle giornate di pioggia o di neve. I gerani, in estate, ben disposti da mia madre sul balcone, erano lucidi. Per le strade le luci dei lampioni, l’affrettarsi della gente, i colori degli ombrelli. Ragazzi e ragazze passavano strettamente abbracciati. A volte si fermavano sotto un balcone per baciarsi, si accarezzavano senza curarsi di me che li vedevo. Sentivo allora molte cose scorrere. E desideravo e invidiavo, tutto così facile, per gli altri. Tutto a portata di mano. Mi dicevo che non era giusto, ma non sapevo, non potevo diversamente. “Avevi ucciso la fame!” mi disse il ragno, “E ciò non è buono. E’ come uccidere il proprio bue”. Certo, e lo sapevo, in un qualche modo. Ma mi trovavo nelle stesse condizioni di chi debba compiere un atto vitale, e che per farlo debba forzare se stesso: lavorare di coltello su un morso non cercato”. La mia adolescenza è stata senza equilibrio. Già allora sentivo di essere diverso. Non ero certo un mostro, ma l’amore non mi toccava. Nessuno mi cercava: non la seconda volta. Non partecipai ad una sola festa se non molto tardi. In quanto a ragazze, non ero capace di corteggiarne alcuna: né tanto meno di conquistarne. Ma la causa principale non era la timidezza, mi infastidiva il gioco ipocrita dei rapporti. La mimica da pavoni nella commedia dei sessi. Quella che avrebbe dovuto essere pura esuberanza diventava recitazione, contatto di maschere. Non che avessi tendenze ascetiche, tutt’altro, respiravo l’odore del sesso nell’aria! Forse molto più degli stessi ganzi d’allora, delle prime donne. Arrivo ora a pensare che quel che temevo ero io stesso. La violenza potenziale del mio stesso istinto. A questa probabilmente opponevo inconsciamente il mio veto e perdevo il mio tempo senza concludere nulla. Senza trovare il coraggio né d’agire secondo il mio puro appetito né d’adottare i costumi dei miei coetanei. Non detti un solo vero bacio che a vent’anni! Oggi può sembrare pazzesco ma è così. Mi trascinavo respirando l’atmosfera rarefatta delle vette, mi isolavo, diventando sempre più bizzarro, ribelle. Agognavo le vanità che disprezzavo, e sempre ne fuggivo sogghignando, o pensandone peste e corna! Eppure quanti lamenti e paure e digrignare di denti: quanta distanza fra me e gli altri! Più tardi trovai un gruppo d’amici e amiche. Dapprima, credo, mi condusse a loro proprio la mia bizzarria, li guidava una sorta di curiosità verso l’eccentrico, il distorto. Solo più tardi si creò fra noi un legame più vero. Mi ricordo che in quegli anni avevo un’abitudine particolare: ogni tanto sparivo senza dir nulla. Neppure ai miei. Nessuno sapeva dove mi trovassi. Di solito stavo via pochi giorni. Viaggiavo intorno ai nostri laghi, dormivo nei giardini di Venezia, sulle colline di Trieste, vicino ai caselli delle autostrade. Mandavo agli amici cartoline con sopra versi sconclusionati. Dopo qualche giorno tornavo fresco come una rosa, ma presto ricadevo nei miei scoramenti d’adolescente irrequieto, per fortuna in quel periodo non mi innamorai mai veramente. Di certo sarebbe stato un amore non corrisposto e ne sarei stato male da cani. Al culmine dei miei movimenti neri, un pensiero confortante mi spronava a andare avanti. Nulla di chiaro, solo un barlume come alla fine di un tunnel. Vedrai, mi dicevo, vedrai che tutto cambierà. Verrà anche per te il momento e sarà come lo sogni. Interamente tuo e bello, e mi riferivo all’amore sì, ma anche ad altro. Forse era una sorta di tenacia mista a orgoglio, ne non voler essere come gli altri. Quella che era una naturale diversità divenne un perverso accanimento. Che mi portava avanti, lavorando per me e contro di me. Ero torrido e non tiepido. Ora sto imparando a coltivare la mia diversità, senza farne una divinità rigida e infeconda. In quegli anni mi vestivo in maniera veramente impossibile. E questo non perché non avessi abiti migliori, ma perché disprezzavo le apparenze, perché quella era una delle forme per rendere manifesto il mio rifiuto, la mia ribellione interna con atteggiamenti visibili, incontrovertibili. Ma la spaccatura non era generazionale, era decisamente esistenziale e quindi metafisica. Io sarò migliore o peggiore, ma almeno non mi camuffo. Non mi nascondo a voi e non mi cerco in voi. E questo Voi era un generico Tutti. Ora capisco che in parte sbagliavo. E mi rendevo la vita difficile. Meglio sarebbe stato cercarmi in ognuno senza perdere io nocciolo originale ch’era in me. Mi dicevo: non vi è nulla che vi distingua veramente, non sogni non rabbia. Non moti vivaci e danzanti, non l’azzardo di fedi vissute nell’azione. Una ripetizione costante, una monotona successione di recitate parti. Nessuno è indispensabile quando il sangue è codificato, la danza delle apparenze ha il solo fine di simulare l’esteso, il copioso: non di edificare il Duraturo, qui nel tempo dell’Uomo. (Pagg 61-64)

Emidio MONTINI
Il Panico e la Grazia

L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri
Prefazione di Filippo Davòli

Altre informazioni QUI

Fernanda ROMAGNOLI – Poesie

fernanda romagnoli

 

 

Dal post di Francesco MAROTTA su la Poesia e lo spirito

 

 

 

Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato (1980) Libri Scheiwiller, 2003 (I ediz., Milano, Garzanti, 1980).

Testi

Ritratto

Certo che lo conosco:
sul libro, in frontespizio, bianco-e-nero
viso tutto concesso all’allegria,
che in un’ombra comincia a intimorirsi
del suo solstizio.
Chi è lui vero, adesso,
nelle strettoie della malattia,
nell’età adulta dei figli che lo sgomina
di fronte al mondo:
lui, che nascosto domina
dal fortilizio dei versi, alzato il ponte
d’accesso, tuttavia sempre raggiunto
da spie d’occhi, da venti, da farfalle
– perchè ha finestre aperte,
non feritoie – …
Che me lo centri l’anima,
affacciato alla valle ove Appennino
beve ammansito ai guadi del tramonto
e voci estive si sperdono in faville
– sfinite gioie – .
Lui, feudatario mite,
zigomi accesi da nubi in transumanza,
tremende sopracciglia su pupille
ove un riverbero impiglia
lacrime e intatta ilarità d’infanzia.

 

Capro espiatorio

Uggiola alla fessura, cagna-luce.
Qualcuno il mio sonno ha legato
quattro zampe in un mazzo. All’aurora
chi aprirà? Voglio alzarmi. Ho paura.
Nel pozzo del cranio
– senza uscita -. Nel buio sacrario
sconsacrato. (La luce come un’unghia
sotto le porte). Capro espiatorio
già caduto sul fianco, otre di sangue
già mezzo vuoto – come scalci ancora
forte, mia vita.

 

Coniugale

E affacciati guardando fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora
polene da balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio
sale dal fondo e ci annaspa nella mente
per attestare ch’è vera, che esiste,
ch’è nostra come un figlio anche malvagio
è nostro, come la vita – anche se sanguina
chinandosi come quest’aria in questa sera?

 

Poi

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana.
Io ti raggiungerò
dove tu «Sono qui!»
balenerai, che ancora dalla fascia
del buio mi districo.
«Qui dove» – nell’angoscia
di troppa luce, nessuno distinguendo –
ti griderò. Ma già saremo Uno.

 

Processo

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice! Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
crescendomi a tormenti.
Che m’incalzavi ad adescare i giorni
come una spia, come una meretrice,
per la tua fame di strani nutrimenti
grati a te solo: il giusto, il vero, il bello.
Malata, maledicendomi che stretto
con me a soffrire, deperivi. E quando
tornavo viva, fra risa come pianti…
Come prezioso anello raccogliendo
ogni attimo caduto…
D’ora in avanti chi pagherà i tuoi debiti
di scapestrato cadetto, s’io rifiuto?
S’io diserto il tuo letto, a chi scaldarti?
T’ho smascherato, spirito che m’abiti.
T’aborro, ma non m’è dato rinnegarti:
tu amante mio, mio figlio, mio fratello.

 

Falsa identità

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia fra i capelli in giù sporta
che sùbito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

 

Lui

Con Lui non abbiamo contatti.
Firma e sigillo: l’impronta del suo pollice.
Stipuliamo impossibili contratti
ordini riceviamo scritti in codice,
di cui fingiamo attenti la lettura
– il mento basso, la fronte increspata –
mentre intanto ci obnubilano lacrime.
Gli eletti che hanno accesso all’anticamera
e gli porgono istanze alla fessura
poi col sorriso storto dei graziati
volgon pupille corrose dal riverbero.
Le finestre non guardano che pietre,
da che segarono l’albero e l’uccello
portò altrove il suo canto. Adesso qui
gracchiano in tutti gli angoli i telefoni:
ma solo per convogliare fra i tentacoli
le nostre voci precipiti a null’altro
che al più vuoto silenzio. Noi da quello
riconosciamo che è Lui.

 

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto qui come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto fuori.

 

Niente

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte,
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.

 

Tu

Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
reietta, indesiderabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione né coperta
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere:
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticinii fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
«Fronda smossa,
pietra caduta» trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

 

Mandorli

All’ultima stazione
venne uccisa la notte in un agguato.
Sbocciò dal buio un fiato, come un’anima
fluendo a galla. Muoveva con bracciate
lentissime, si sfogliava senza posa
di lunghissime bende. Erano bande
di nebbie – nascondevano la rosa
oltre le cime, il pugnale! Con sottile
correità – laggiù – fu assassinata
dietro i monti, la notte! Poi la luce
traboccò, venne a riva. Su quel mare
mandorli in lunghe file di drizzavano
incolpevoli, immemori – agitavano
nell’aria le briglie di schiuma,
le criniere del vento d’aprile.

 

Bruco

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.

 

Nota biobibliografica

Fernanda Romagnoli nasce a Roma nel 1916. Diplomata in pianoforte dal Conservatorio di S. Cecilia a diciotto anni, a venti conclude, da privatista, gli studi magistrali. Nel 1943 pubblica la sua prima raccolta di versi, Capriccio, con la prefazione di Giuseppe Lipparini. Rifugiatasi con la famiglia a Erba nel 1944, ritorna a Roma nel 1946. Il matrimonio con l’ufficiale di cavalleria Vittorio Raganella, la porterà dal 1948 a vivere in diverse città, da Firenze a Roma a Pinerolo, infine a Caserta, dove resterà dal 1961 al 1965. In questo periodo prende un impiego di maestra elementare. Nel 1965 esce il suo secondo libro di versi, Berretto rosso. A partire dai primi anni Settanta il suo isolamento letterario sarà confortato dall’amicizia di Carlo Betocchi e Nicola Lisi e quindi di Attilio Bertolucci che, nel 1973, farà uscire presso Guanda la sua terza raccolta, Confiteor. Intanto, dopo il definitivo rientro a Roma, ha iniziato a collaborare ad alcune riviste come «La Fiera Letteraria» e «Forum Italicum» e, per la radio, a «L’Approdo». D’altra parte, gli esiti di una epatite contratta durante la guerra hanno minato gravemente la sua salute, al punto di dover subire nel 1977 un serio intervento chirurgico al fegato, una temporanea salvezza che non le eviterà anni di dolorosa infermità. Quando il male lo consente continua a scrivere e raccoglie, con il consiglio di Bertolucci e Betocchi, le poesie che confluiranno nel volume, Il tredicesimo invitato, pubblicato da Garzanti nel 1980. Le verrà da quel libro, che comprendeva anche una scelta di poesie dalle opere precedenti, una breve gloria. Gli anni seguenti sono segnati da una sempre maggiore difficoltà a lavorare e da ripetuti ricoveri. Alcune sue poesie inedite furono tuttavia pubblicate, per interessamento di Ginevra Bompiani e Gianfranco Palmery, dal quotidiano «Reporter» nell’inserto «Fine Secolo» e dalla rivista «Arsenale», pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Roma, presso l’Ospedale Sant’Eugenio, il 9 giugno 1986.

 

(Già pubblicato in Rebstein del 9 gennaio 2008)

 

***

 

Giovanni Nuscis, Recensione a Il tredicesimo invitato di Fernanda Romagnoli.
(Tratto dalla rivista on line
Italia Libri)

Il libro comprende l’ultima raccolta di poesie di Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato, edito da Garzanti nel 1980, una scelta di testi tratta da opere precedenti — Confiteor (1965-1972), Berretto rosso (1963) — e altri componimenti ripartiti tra le sezioni Inediti (1965-1986) e Altre poesie.
Il volume, curato da Donatella Bisutti assieme all’introduzione e allo scritto finale La fortuna di Fernanda Romagnoli e gli inediti, ripropone meritoriamente l’ascolto di una delle voci più alte e significative della poesia del nostro Novecento.
Il tredicesimo invitato, raccolta che dà titolo al volume, è l’opera della maturità di questa autrice all’epoca ultrasessantenne. Quarantacinque testi composti tra il 1968 e il 1986. Anni densi di avvenimenti memorabili ma di cui, le poesie della Romagnoli, non recano tracce né echi. La sua poesia guarda infatti dentro, e oltre. Solo marginalmente intorno. In misura preminente, resta nei confini della propria interiorità divinizzata — sviluppatasi nell’humus del dolore, di una deprivante solitudine, nella soggiogante, perversa circolarità del rapporto causa-effetto.

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice. Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
Crescendomi a tormenti…

(Processo)

Ma, come s’è detto, s’aggira e indaga, la sua poesia, anche in un oltre lontano, e vicinissimo al tempo stesso:

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana…

(Poi)

… fino a ritrovare il sentimento peculiare, profondo che pervade e accomuna i poeti più autentici, soffertamene distanti dalla vita dei più — quel rapporto arte e vita che richiama la migliore letteratura tedesca: Goethe, Holderlin, Novalis, Mann — : orgoglioso ed elitario distacco che prelude, spesso, a tragedie.
Solo più avanti negli anni, coi crescenti successi di critica, la poetessa ha potuto attenuare l’esilio domestico intessendo rapporti con importanti poeti come Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, Carlo Betocchi, Dario Bellezza

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta…

(Il tredicesimo invitato)

Ancora:

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti…

(Falsa identità)

Raggela e commuove il grido che soffoca in questi versi, col senso di agonia, di sofferenza insanabile, di rinuncia alla vita che poi vi esplode dentro. Nell’introduzione, si fa giustamente il nome di Emily Dickinson:

… Ma sola, e quasi esausta la mia brace…
“Dammi soltanto un fiato
di vento, un fiato appena come al pappo:
e ancora in tempo giungerò al banchetto”
prego – mentre la valle perde la luce,
e più io salgo più la cima vola.

(Al monte)

Nella poesia Rossa Gallina — che conclude la prima sezione della raccolta, Forma umana — il volo goffo e rumoroso del volatile è metafora della propria ritenuta inadeguatezza:

Rossa gallina, in te odio
più del tuo chiocciolio di spavento,
dell’occhietto puntuto,
dello sconcio berretto – in te odio
il mezzo metro di vento
che spenni nel fracasso d’uno slancio…

Anche nelle altre poesie inserite nel volume la consapevolezza del proprio destino trova modo di sfogare nei versi, come in quella intitolata Io, tratta dalla seconda raccolta Berretto rosso (1963):

Quella donna dal viso indifeso
Un poco sfiorita-
che passa nello specchio
in una scolorita veste rossa,
senza fruscio, di fretta,
rialzando sul capo i capelli
con mano distratta:
quella donna dall’anima dimessa
dicono che son io.

Ma al di là di un’apparente rassegnazione, sentimenti di rimpianto, di nostalgia, di segreta aspirazione a una vita piena e felice riemergono inquietanti:

… E questo volto umano
che m’affronta ogni sera dallo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

(Ragazza)

Lotta cruenta, dunque, tra la memoria arcaica di un’infanzia e gioventù serena e spensierata e la coscienza, il senso di disillusione proprio dell’età adulta: ormai strutturata, non più plasmabile. Lotta tra corpo e anima:

Povero corpo, e sempre
sei campo di battaglia.
Senza riguardo, senza pietà s’accalcano
sui te a scontrarsi strane compagnie,
rissose armate al soldo
di più padroni, giù d’ogni confine…

(Al mio corpo)

E:

Pagherò il mio bicchiere
con l’anima, -con quest’unica moneta
creduta d’oro!…

(Bevitore)

Ancora:

Nei ghetti del mio corpo, certe notti,
i cinque sensi circolano cupi
sobillando lo Spirito…

(Sobillazione)

Lotta impari in cui la natura terragna vince su quella eterea, divina — stoicamente agognata — come s’evince dalla bella poesia Per la boscaglia:

Fervidamente imploro che m’insegni,
ma –pronta a tutto- sbaglio ad obbedire.
Mio Dio, mio cacciatore:
io sono il cane all’erta dei tuoi segni.
Inebriato, trafitto da ogni odore;
su e giù per la boscaglia,
lasciando sangue sugli sterpi. Invano…
…mentre con lieve strepito dal grano
s’alza in fuga la quaglia.

Un continuo, espiando senso di vanità fa da contrappeso all’insaziabile sete d’assoluto, al cieco disobbedire a una Legge superiore.

E invece di essergli grati…
… insistiamo a gettare lo scandaglio
nell’onda eterna…
Certi d’essere stati destinati
a forzare la settima porta…

(Ciechi nati)

In questo dilemma esistenziale che pervade e caratterizza molta della poesia di Fernanda Romagnoli — tra adesione totale alla vita e dolorosa, faustiana chiaroveggenza, e creatività — verso il cielo s’innalza spesso un grido straziante, un’invocazione:

L’anima tace immota
quando su lei, Signore, Tu non splendi.
Quando tu sembri spento,
dentro non ho più voce da scaldare.
Come il tordo stecchito per il gelo
che il cacciatore di gennaio trova
nella mota nevosa…

(Il tordo)

Oppure:

Ma tu, dovunque effuso ad ascoltare,
presente ma nascosto,
zitto come l’uccello avanti l’alba:
non dove sei – rivelami ov’io sono.
Mio Dio, se t’abbandono
io sarò abbandonata.

(Preghiera)

Invocazione talvolta disperata:

… Senza pietà, senza pietà, Signore,
il Tuo immenso lasciarmi. Senza fine,
senza fine il mio grido
Ti voglio!

(Senza requie)

Anche quando il sentimento religioso si stempera, permane comunque un’aura mistica nel cogitare continuo, oscillante tra corporeità e trascendenza:

Anche il poeta ha un corpo.
Mangia. Invecchia.
Anche il poeta è stretto
Nella sua triste carne…

(Prima visita)

E:

… Padre,
la carne s’è stancata di ripetersi,
l’anima di cercarsi: già lontani
senti i suoni del mondo…

(80° compleanno)

Ancora:

… Quando il mio Dio m’assedia
da un’aurora qualunque,
al mio povero corpo imponendo
il suo innesto divino
la folle tentazione dell’eterno:
ed io, abbagliata, più non mi difendo
– confitta nel limo terrestre
come uno spino -.

(Quando)

Riguardo alla scrittura, la compostezza del dettato — il controllo sintattico e lessicale, le soluzioni di stile — ci fanno subito cogliere e ammirare, di Fernanda Romagnoli, la perizia artigianale, l’insistito, paziente lavoro sulla parola: l’essenzialità dei versi non può che rendere più persuasivi e autentici i sentimenti e i pensieri espressi.
La misura metrica prescelta è quella dell’endecasillabo, di tanto in tanto alternato con settenari, più di rado, con novenari. Costante è l’impiego di rime e assonanze, interne ed esterne. Tra gli strumenti retorici, ricorrono le metafore e le anafore, e ossimori, similitudini.
Fuori dalle mode, dalle scuole, fuori dal tempo, questa poesia sembra aver atteso la conclusione della parentesi terrena dell’autrice per accrescersi e affermarsi: la morte come suggello di coerenza e verità, di rispondenza perfetta tra vita e poesia. La prima, riversata nella seconda.
In quanti poeti possiamo specchiarci e ritrovarci con altrettanta intensità? Di quanti possiamo cogliere e apprezzare il dono sacrificale della poesia senza dover vincere il distanziamento dello stile, il soverchiamento del puro gioco icastico? I versi conclusivi dell’ultima poesia, Sonno, paiono riassumere un destino, quasi un epitaffio:

… I capelli riposano leggeri
nell’ombra che al suo corpo fa da culla.
Ma la mano s’è arresa
crocefissa alla vita.

 

***