Fernanda ROMAGNOLI – Poesie

fernanda romagnoli

 

 

Dal post di Francesco MAROTTA su la Poesia e lo spirito

 

 

 

Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato (1980) Libri Scheiwiller, 2003 (I ediz., Milano, Garzanti, 1980).

Testi

Ritratto

Certo che lo conosco:
sul libro, in frontespizio, bianco-e-nero
viso tutto concesso all’allegria,
che in un’ombra comincia a intimorirsi
del suo solstizio.
Chi è lui vero, adesso,
nelle strettoie della malattia,
nell’età adulta dei figli che lo sgomina
di fronte al mondo:
lui, che nascosto domina
dal fortilizio dei versi, alzato il ponte
d’accesso, tuttavia sempre raggiunto
da spie d’occhi, da venti, da farfalle
– perchè ha finestre aperte,
non feritoie – …
Che me lo centri l’anima,
affacciato alla valle ove Appennino
beve ammansito ai guadi del tramonto
e voci estive si sperdono in faville
– sfinite gioie – .
Lui, feudatario mite,
zigomi accesi da nubi in transumanza,
tremende sopracciglia su pupille
ove un riverbero impiglia
lacrime e intatta ilarità d’infanzia.

 

Capro espiatorio

Uggiola alla fessura, cagna-luce.
Qualcuno il mio sonno ha legato
quattro zampe in un mazzo. All’aurora
chi aprirà? Voglio alzarmi. Ho paura.
Nel pozzo del cranio
– senza uscita -. Nel buio sacrario
sconsacrato. (La luce come un’unghia
sotto le porte). Capro espiatorio
già caduto sul fianco, otre di sangue
già mezzo vuoto – come scalci ancora
forte, mia vita.

 

Coniugale

E affacciati guardando fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora
polene da balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio
sale dal fondo e ci annaspa nella mente
per attestare ch’è vera, che esiste,
ch’è nostra come un figlio anche malvagio
è nostro, come la vita – anche se sanguina
chinandosi come quest’aria in questa sera?

 

Poi

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana.
Io ti raggiungerò
dove tu «Sono qui!»
balenerai, che ancora dalla fascia
del buio mi districo.
«Qui dove» – nell’angoscia
di troppa luce, nessuno distinguendo –
ti griderò. Ma già saremo Uno.

 

Processo

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice! Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
crescendomi a tormenti.
Che m’incalzavi ad adescare i giorni
come una spia, come una meretrice,
per la tua fame di strani nutrimenti
grati a te solo: il giusto, il vero, il bello.
Malata, maledicendomi che stretto
con me a soffrire, deperivi. E quando
tornavo viva, fra risa come pianti…
Come prezioso anello raccogliendo
ogni attimo caduto…
D’ora in avanti chi pagherà i tuoi debiti
di scapestrato cadetto, s’io rifiuto?
S’io diserto il tuo letto, a chi scaldarti?
T’ho smascherato, spirito che m’abiti.
T’aborro, ma non m’è dato rinnegarti:
tu amante mio, mio figlio, mio fratello.

 

Falsa identità

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia fra i capelli in giù sporta
che sùbito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

 

Lui

Con Lui non abbiamo contatti.
Firma e sigillo: l’impronta del suo pollice.
Stipuliamo impossibili contratti
ordini riceviamo scritti in codice,
di cui fingiamo attenti la lettura
– il mento basso, la fronte increspata –
mentre intanto ci obnubilano lacrime.
Gli eletti che hanno accesso all’anticamera
e gli porgono istanze alla fessura
poi col sorriso storto dei graziati
volgon pupille corrose dal riverbero.
Le finestre non guardano che pietre,
da che segarono l’albero e l’uccello
portò altrove il suo canto. Adesso qui
gracchiano in tutti gli angoli i telefoni:
ma solo per convogliare fra i tentacoli
le nostre voci precipiti a null’altro
che al più vuoto silenzio. Noi da quello
riconosciamo che è Lui.

 

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto qui come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto fuori.

 

Niente

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte,
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.

 

Tu

Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
reietta, indesiderabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione né coperta
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere:
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticinii fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
«Fronda smossa,
pietra caduta» trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

 

Mandorli

All’ultima stazione
venne uccisa la notte in un agguato.
Sbocciò dal buio un fiato, come un’anima
fluendo a galla. Muoveva con bracciate
lentissime, si sfogliava senza posa
di lunghissime bende. Erano bande
di nebbie – nascondevano la rosa
oltre le cime, il pugnale! Con sottile
correità – laggiù – fu assassinata
dietro i monti, la notte! Poi la luce
traboccò, venne a riva. Su quel mare
mandorli in lunghe file di drizzavano
incolpevoli, immemori – agitavano
nell’aria le briglie di schiuma,
le criniere del vento d’aprile.

 

Bruco

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.

 

Nota biobibliografica

Fernanda Romagnoli nasce a Roma nel 1916. Diplomata in pianoforte dal Conservatorio di S. Cecilia a diciotto anni, a venti conclude, da privatista, gli studi magistrali. Nel 1943 pubblica la sua prima raccolta di versi, Capriccio, con la prefazione di Giuseppe Lipparini. Rifugiatasi con la famiglia a Erba nel 1944, ritorna a Roma nel 1946. Il matrimonio con l’ufficiale di cavalleria Vittorio Raganella, la porterà dal 1948 a vivere in diverse città, da Firenze a Roma a Pinerolo, infine a Caserta, dove resterà dal 1961 al 1965. In questo periodo prende un impiego di maestra elementare. Nel 1965 esce il suo secondo libro di versi, Berretto rosso. A partire dai primi anni Settanta il suo isolamento letterario sarà confortato dall’amicizia di Carlo Betocchi e Nicola Lisi e quindi di Attilio Bertolucci che, nel 1973, farà uscire presso Guanda la sua terza raccolta, Confiteor. Intanto, dopo il definitivo rientro a Roma, ha iniziato a collaborare ad alcune riviste come «La Fiera Letteraria» e «Forum Italicum» e, per la radio, a «L’Approdo». D’altra parte, gli esiti di una epatite contratta durante la guerra hanno minato gravemente la sua salute, al punto di dover subire nel 1977 un serio intervento chirurgico al fegato, una temporanea salvezza che non le eviterà anni di dolorosa infermità. Quando il male lo consente continua a scrivere e raccoglie, con il consiglio di Bertolucci e Betocchi, le poesie che confluiranno nel volume, Il tredicesimo invitato, pubblicato da Garzanti nel 1980. Le verrà da quel libro, che comprendeva anche una scelta di poesie dalle opere precedenti, una breve gloria. Gli anni seguenti sono segnati da una sempre maggiore difficoltà a lavorare e da ripetuti ricoveri. Alcune sue poesie inedite furono tuttavia pubblicate, per interessamento di Ginevra Bompiani e Gianfranco Palmery, dal quotidiano «Reporter» nell’inserto «Fine Secolo» e dalla rivista «Arsenale», pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Roma, presso l’Ospedale Sant’Eugenio, il 9 giugno 1986.

 

(Già pubblicato in Rebstein del 9 gennaio 2008)

 

***

 

Giovanni Nuscis, Recensione a Il tredicesimo invitato di Fernanda Romagnoli.
(Tratto dalla rivista on line
Italia Libri)

Il libro comprende l’ultima raccolta di poesie di Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato, edito da Garzanti nel 1980, una scelta di testi tratta da opere precedenti — Confiteor (1965-1972), Berretto rosso (1963) — e altri componimenti ripartiti tra le sezioni Inediti (1965-1986) e Altre poesie.
Il volume, curato da Donatella Bisutti assieme all’introduzione e allo scritto finale La fortuna di Fernanda Romagnoli e gli inediti, ripropone meritoriamente l’ascolto di una delle voci più alte e significative della poesia del nostro Novecento.
Il tredicesimo invitato, raccolta che dà titolo al volume, è l’opera della maturità di questa autrice all’epoca ultrasessantenne. Quarantacinque testi composti tra il 1968 e il 1986. Anni densi di avvenimenti memorabili ma di cui, le poesie della Romagnoli, non recano tracce né echi. La sua poesia guarda infatti dentro, e oltre. Solo marginalmente intorno. In misura preminente, resta nei confini della propria interiorità divinizzata — sviluppatasi nell’humus del dolore, di una deprivante solitudine, nella soggiogante, perversa circolarità del rapporto causa-effetto.

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice. Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
Crescendomi a tormenti…

(Processo)

Ma, come s’è detto, s’aggira e indaga, la sua poesia, anche in un oltre lontano, e vicinissimo al tempo stesso:

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana…

(Poi)

… fino a ritrovare il sentimento peculiare, profondo che pervade e accomuna i poeti più autentici, soffertamene distanti dalla vita dei più — quel rapporto arte e vita che richiama la migliore letteratura tedesca: Goethe, Holderlin, Novalis, Mann — : orgoglioso ed elitario distacco che prelude, spesso, a tragedie.
Solo più avanti negli anni, coi crescenti successi di critica, la poetessa ha potuto attenuare l’esilio domestico intessendo rapporti con importanti poeti come Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, Carlo Betocchi, Dario Bellezza

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta…

(Il tredicesimo invitato)

Ancora:

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti…

(Falsa identità)

Raggela e commuove il grido che soffoca in questi versi, col senso di agonia, di sofferenza insanabile, di rinuncia alla vita che poi vi esplode dentro. Nell’introduzione, si fa giustamente il nome di Emily Dickinson:

… Ma sola, e quasi esausta la mia brace…
“Dammi soltanto un fiato
di vento, un fiato appena come al pappo:
e ancora in tempo giungerò al banchetto”
prego – mentre la valle perde la luce,
e più io salgo più la cima vola.

(Al monte)

Nella poesia Rossa Gallina — che conclude la prima sezione della raccolta, Forma umana — il volo goffo e rumoroso del volatile è metafora della propria ritenuta inadeguatezza:

Rossa gallina, in te odio
più del tuo chiocciolio di spavento,
dell’occhietto puntuto,
dello sconcio berretto – in te odio
il mezzo metro di vento
che spenni nel fracasso d’uno slancio…

Anche nelle altre poesie inserite nel volume la consapevolezza del proprio destino trova modo di sfogare nei versi, come in quella intitolata Io, tratta dalla seconda raccolta Berretto rosso (1963):

Quella donna dal viso indifeso
Un poco sfiorita-
che passa nello specchio
in una scolorita veste rossa,
senza fruscio, di fretta,
rialzando sul capo i capelli
con mano distratta:
quella donna dall’anima dimessa
dicono che son io.

Ma al di là di un’apparente rassegnazione, sentimenti di rimpianto, di nostalgia, di segreta aspirazione a una vita piena e felice riemergono inquietanti:

… E questo volto umano
che m’affronta ogni sera dallo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

(Ragazza)

Lotta cruenta, dunque, tra la memoria arcaica di un’infanzia e gioventù serena e spensierata e la coscienza, il senso di disillusione proprio dell’età adulta: ormai strutturata, non più plasmabile. Lotta tra corpo e anima:

Povero corpo, e sempre
sei campo di battaglia.
Senza riguardo, senza pietà s’accalcano
sui te a scontrarsi strane compagnie,
rissose armate al soldo
di più padroni, giù d’ogni confine…

(Al mio corpo)

E:

Pagherò il mio bicchiere
con l’anima, -con quest’unica moneta
creduta d’oro!…

(Bevitore)

Ancora:

Nei ghetti del mio corpo, certe notti,
i cinque sensi circolano cupi
sobillando lo Spirito…

(Sobillazione)

Lotta impari in cui la natura terragna vince su quella eterea, divina — stoicamente agognata — come s’evince dalla bella poesia Per la boscaglia:

Fervidamente imploro che m’insegni,
ma –pronta a tutto- sbaglio ad obbedire.
Mio Dio, mio cacciatore:
io sono il cane all’erta dei tuoi segni.
Inebriato, trafitto da ogni odore;
su e giù per la boscaglia,
lasciando sangue sugli sterpi. Invano…
…mentre con lieve strepito dal grano
s’alza in fuga la quaglia.

Un continuo, espiando senso di vanità fa da contrappeso all’insaziabile sete d’assoluto, al cieco disobbedire a una Legge superiore.

E invece di essergli grati…
… insistiamo a gettare lo scandaglio
nell’onda eterna…
Certi d’essere stati destinati
a forzare la settima porta…

(Ciechi nati)

In questo dilemma esistenziale che pervade e caratterizza molta della poesia di Fernanda Romagnoli — tra adesione totale alla vita e dolorosa, faustiana chiaroveggenza, e creatività — verso il cielo s’innalza spesso un grido straziante, un’invocazione:

L’anima tace immota
quando su lei, Signore, Tu non splendi.
Quando tu sembri spento,
dentro non ho più voce da scaldare.
Come il tordo stecchito per il gelo
che il cacciatore di gennaio trova
nella mota nevosa…

(Il tordo)

Oppure:

Ma tu, dovunque effuso ad ascoltare,
presente ma nascosto,
zitto come l’uccello avanti l’alba:
non dove sei – rivelami ov’io sono.
Mio Dio, se t’abbandono
io sarò abbandonata.

(Preghiera)

Invocazione talvolta disperata:

… Senza pietà, senza pietà, Signore,
il Tuo immenso lasciarmi. Senza fine,
senza fine il mio grido
Ti voglio!

(Senza requie)

Anche quando il sentimento religioso si stempera, permane comunque un’aura mistica nel cogitare continuo, oscillante tra corporeità e trascendenza:

Anche il poeta ha un corpo.
Mangia. Invecchia.
Anche il poeta è stretto
Nella sua triste carne…

(Prima visita)

E:

… Padre,
la carne s’è stancata di ripetersi,
l’anima di cercarsi: già lontani
senti i suoni del mondo…

(80° compleanno)

Ancora:

… Quando il mio Dio m’assedia
da un’aurora qualunque,
al mio povero corpo imponendo
il suo innesto divino
la folle tentazione dell’eterno:
ed io, abbagliata, più non mi difendo
– confitta nel limo terrestre
come uno spino -.

(Quando)

Riguardo alla scrittura, la compostezza del dettato — il controllo sintattico e lessicale, le soluzioni di stile — ci fanno subito cogliere e ammirare, di Fernanda Romagnoli, la perizia artigianale, l’insistito, paziente lavoro sulla parola: l’essenzialità dei versi non può che rendere più persuasivi e autentici i sentimenti e i pensieri espressi.
La misura metrica prescelta è quella dell’endecasillabo, di tanto in tanto alternato con settenari, più di rado, con novenari. Costante è l’impiego di rime e assonanze, interne ed esterne. Tra gli strumenti retorici, ricorrono le metafore e le anafore, e ossimori, similitudini.
Fuori dalle mode, dalle scuole, fuori dal tempo, questa poesia sembra aver atteso la conclusione della parentesi terrena dell’autrice per accrescersi e affermarsi: la morte come suggello di coerenza e verità, di rispondenza perfetta tra vita e poesia. La prima, riversata nella seconda.
In quanti poeti possiamo specchiarci e ritrovarci con altrettanta intensità? Di quanti possiamo cogliere e apprezzare il dono sacrificale della poesia senza dover vincere il distanziamento dello stile, il soverchiamento del puro gioco icastico? I versi conclusivi dell’ultima poesia, Sonno, paiono riassumere un destino, quasi un epitaffio:

… I capelli riposano leggeri
nell’ombra che al suo corpo fa da culla.
Ma la mano s’è arresa
crocefissa alla vita.

 

***

4 responses to this post.

  1. Posted by scriptorhumilis on 3 febbraio 2009 at 6:23 pm

    Corporeità e ansia d’infinito. Tremante ricerca della trascendenza. Complimenti al recensore!

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 4 febbraio 2009 at 12:57 am

    Grazie, Antonio.
    E’ un’autrice tra le più care, da leggere con grande attenzione.
    Un caro saluto, a presto.
    Gianni

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 10 marzo 2009 at 8:18 am

    è davvero ammirabile cio k lei ha fatto è una poetessa modello e x dimostrarla l’ho scelta cm tema del mio esame!
    francesca…..

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 11 marzo 2009 at 9:01 am

    Bravissima, Francesca, e auguri davvero per il tuo esame! Fernanda Romagnoli è un’autrice straordinaria; il dolore che ne affiora dai versi si fa paradigma non solo di una condizione umana – di donna, in particolare – ma di un sentimento epocale, per quell’appartatezza in cui ha vissuto per una vita.
    Giovanni

    Rispondi

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