Jolanda CATALANO – Poesie da: “Invincibili”

Canova Venere e Adone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Invincibili.
Così ci credevamo.
E siamo stati delusi,
massacrati dal nostro io confuso
tra sentieri di gioia e albe ingrate.
Così, così si defilarono i giorni
nell’attesa vana, irrisolta
di un bene estremo
per condurci altrove .
Ma era la fine,
il buio rappreso
di una stantia gloria
lievitata nell’anima
con radici di superbia
e inconcludenti fiori
già recisi .
Invincibili,
ci credevamo capaci
di risolvere enigmi
con segni,
geroglifici mobili al pensiero,
non decifrabili certo
in questa vita .

…………

*

VII

Vagai
ma non conoscevo ancora il Tempo fra le dita
che si piegavano per estirpare arbusti.
Così fu di nuovo sera
e vidi il cielo con bagliori strani,
puntini incandescenti sul mio viso
che si perdeva colmo di stupore.
Dov’ero in quei minuti
e la mia mente sarebbe stata pronta
a escogitare qualcosa per coprire
il corpo nudo e ancora senza amore?
Vidi lontano, coi raggi della luna,
qualcosa che sembrava avere un senso
poiché il freddo forte mi scuoteva
e acqua dal cielo (che strano!) giù veniva.
Era un lembo di non so quale artificio
e me l’avvolsi tutto intorno al corpo
che si distese al sonno sotto un tronco
enorme e concavo come la terra madre.

*

X

Fu il sogno
a farmi scoprire il desiderio,
ciò che mai avrei immaginato
potesse nel mio petto divampare
come quel fuoco acceso fra due sassi.
Mia madre c’era (il sogno era stato chiaro)
io c’ero in tutta la pienezza,
perché dunque non cercare altrove
qualcosa che somigliasse a un amore?
Scappai velocemente dalla boscaglia
evitando serpenti e animali
che forse m’indovinavano i pensieri
visto che al mio passare si scansavano.
Trovai infine un prato dove l’erba
formava un mare verde e vellutato
e ancora più lontano vidi un castello
da mille e mille fuochi illuminato.

*

XII

Ma intrepido e voglioso di carezze,
non lessi nei suoi occhi la paura
e come un bruto (dimentico del sogno)
strappandole le vesti con violenza
le profanai il ventre una, due volte,
le mani attorcigliate sui suoi seni.
Non conoscevo ancora il suo mistero
ma vidi gocce scenderle sul viso
quando ritraendomi dal male,
il suo sangue inzuppò tutto il giaciglio.
Piansi,
per la prima volta piansi
e fu stupore
la sua mano dolce di carezze,
la sua bocca pronta al mio calore.
Così, l’avviluppai, di nuovo persa,
ma fui più dolce e tenero d’amore.
Cos’ero mentre il cuore mi scoppiava,
dimentico di ogni rappresaglia
mentre l’unguento dolce sulle mani
le percorreva il corpo palmo a palmo?
Cos’era lei, gemente sul mio petto,
le dita arrese e forti a ogni ardore?

*

XIII

Ci ritraemmo vinti anche dal sonno
con il sussurro della sua roca voce.
E mai volli sapere perché mi diede
amore e non assenze,
mai lei mi spiegò perché ciò avvenne.
Assenti al Tempo (che cominciò a pulsare)
saziammo a lungo fame e desiderio
sino all’estremo perderci nel sonno.

*

XV

Credetti di svenire
ma lei, pronta, mi condusse per mano
e sul giaciglio raccapricciante della prima sera
(oh, perché tanta violenza nel mio cuore?)
m’inebriò di oli e aromi arcani
e poi mi bevve il sangue dalle vene.
Vagai con la mente alla caverna
e al cammino intrapreso senza meta
ma le mie mani ora si aggrappavano
a un corpo morbido che chiedeva amore.
Ed io l’amai, la rivestii di baci,
percorsi il corpo suo dal capo ai piedi
(altro viaggio questo, altro ardore)
e poi di nuovo sino a farle male
dentro le oscurità del suo mistero.
Brividi intensi pulsavano nel ventre,
forti emozioni mentre bevevo umori.

*

XXII

Sconfitto, dunque mi lasciai lambire
da acque ormai lontane dagli orrori,
dove fanciulle tenere e suadenti
mi obliarono fra le loro mani.
Oh sciagurati i giorni del piacere,
i canti, le danze sotto il sole,
mentre lontano piangeva l’unica donna
alla quale non seppi dare amore.
Oh la sventura d’essere codardo,
di non aver compreso in un baleno
che l’unica certezza in questa vita
sono due braccia aperte al vero amore.
Fuori dal talamo, la vita, figlio, è dura,
solo sconquassi ed egoismi amari,
e uomini che pensano al potere
mentre innocenti muoiono a milioni.

*

XXIX

E poiché fui vinto, nulla più mi resta
se non questo rimpianto improduttivo.
Superbo, persi come l’aquilone
che si credette uccello ma fu vento.
E dunque solo, mi appresto a un divenire
fatto di pianto muto dentro gli occhi,
poiché ho sprecato il soffio della vita
e non c’è più per me alcun ritorno.
Solo il poeta che mi diede fiato
può andare e ritornare senza peso.

*

………………
Ed ora, vinti,
pensiamo di volare,
di salire l’ Olimpo della parola
con coppe d‘ambrosia nelle mani
e troni inesistenti
per un dire
che non si sposa più con il dolore
né ferma ancora
punti esclamativi .
Irrisolti,
con la presunzione d‘essere fratelli,
vaghiamo come ombre all’ imbrunire
e il Tempo gode
di questa nostra assenza
e, libero, ci toglie
giorni nuovi .

*

Jolanda CATALANO

Invincibili

Città del sole Edizioni (2005)

*

Un’epopea individuale, generazionale e, a ben vedere, eterna, quella che affiora da questa raccolta di Jolanda Catalano. Nessuno ne è escluso; nessuno, intendiamoci, con sensibilità e consapevolezza; e ci si riconosce, così, si comprende chiaramente di essere ben sotto e dentro quell’arco di esistenza aurorale, prima, e occiduo, poi.
Invincibili./Così ci credevamo./… Questi due primi versi esprimono perfettamente lo stato d’animo di chi ha occhi, cuore e memoria per volgersi a ritroso e rivederla, intera, la parabola che, ripeto, è umano destino; non però sul piano della consapevolezza.
Ma proprio quel primo componimento, proemiale, sa ben riassumere un’intera esistenza, e la sua/la nostra identità la sua/le nostre scelte (di scrittura?), l’umana gloria.
Epopea ripercorsa a ritroso, in un cammino sospeso e onirico (il nostro passato ripercorso e raccontato come un sogno; di una vita che sembra di altri, non la propria); un cammino non deciso – come la velleità e la superbia che spesso hanno sostenuto le nostre scelte – ma lieve quasi malcerto: la parola vagai è per otto volte incipit nei componimenti.
Aurorale di una vita, di tutte le vite, dell’intera umanità; della prima, edenica. Uomo e donna, qui, si fanno simbolo di tutti gli uomini e di tutte le donne; così come l’amore, la congiunzione dei corpi. Corpi esposti alla natura, nudi, inermi, ipersensibili, senza maschere né sovrastrutture; come in realtà siamo nella nostra essenza, e non solo al momento della nascita e della morte. Corpi esposti agli elementi, naturali – a percepire freddo, caldo, accecamento etc – e non di meno agli stati emotivi: stanchezza, dolore, stupore etc. E tutto si fa paradigma di una condizione diffusa.
La raccolta è compatta, solida, ben articolata nei componimenti che paiono quadri di un’esposizione, se non tappe di una via crucis (a ricordarmelo, curiosamente, sono i numeri romani), ma senza il tragico epilogo. Raccolta compatta e sapiente anche nella prosodia, coi frequenti endecasillabi ariosi e discorsivi. (gn)

*

Altre poesie di Jolanda Catalano sono ospitate nel blog “La memoria del tempo sospeso” di Francesco Marotta: QUI , QUI ,  QUI e QUI

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9 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on 21 febbraio 2009 at 6:21 pm

    Carissimo Giovanni,
    grazie anche per l’ospitalità che mi dai sul tuo blog. Non so che dire, davvero. Accetta il mio silenzio pensoso e il mio abbraccio.
    jolanda

    Rispondi

  2. Posted by accipicchia on 22 febbraio 2009 at 9:10 am

    Caro Giovanni, che bel dono ci fai con questi versi di Jolanda! Conoscevo già l’intera raccolta, grazie a lei, ma rileggere questi testi è stato per me un grande piacere. Che dire? Un abbraccio al padrone di casa, sempre attento nelle scelte e sensibile, un altro alla poetessa che “dalle sue finestre abbraccia il mare”. A presto. Piera

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 23 febbraio 2009 at 8:05 am

    Poesia raziocinante e musicale, che affronta senza paura il senso della memoria, del tempo, della relazione amorosa. Trovo anche l’eco della poesia come l’intendeva Bigongiari, cioè come conoscenza alimentata dallo stupore. Riscopro un’autrice importante, che pratica una poesia ‘generzionale’ ma che aspira alla universalità, alla pienezza del dire.

    Un caros aluto
    Antonio Fiori

    Rispondi

  4. Posted by anonimo on 23 febbraio 2009 at 6:03 pm

    Piera, grazie per la tua presenza qui, sul blog di Giovanni, so bene che mi segui e conosci già il poemetto ma grazie lo stesso.
    La tua amicizia e sensibilità, ultimamente danno un movimento diverso ai miei pensieri.
    ti abbraccio di mare
    jolanda

    Rispondi

  5. Posted by anonimo on 23 febbraio 2009 at 6:07 pm

    Antonio, ancora grazie per essere anche qui. Vengo da lpels dove ho già lasciato una risposta al tuo cortese e puntuale commento.
    Mi auguro di poterti incrociare ancora in rete, ho imparato a conoscere il tuo valore.
    un carissimo saluto.
    jolanda

    Rispondi

  6. Posted by 1Nuscis on 25 febbraio 2009 at 4:54 pm

    Abbraccio Piera e Antonio e, naturalmente, Jolanda, lieto di ospitarne il lavoro ed i commenti.
    Giovanni

    Rispondi

  7. Posted by scriptorhumilis on 25 febbraio 2009 at 6:58 pm

    Poesia delle emozioni amorose, si ma anche rime contro la boria intellettuale. Non è solo il senso che ci pervade, ma anche il significato ci convince.

    Rispondi

  8. Posted by anonimo on 25 febbraio 2009 at 7:28 pm

    Grazie scriptor, non ti conosco ma apprezzo molto il tuo commento. Breve,conciso e molto puntuale.
    un carissimo saluto
    jolanda

    Rispondi

  9. Posted by 1Nuscis on 25 febbraio 2009 at 10:02 pm

    L’amico Antonio Pinna, Jolanda, è autore di saggi e di un godibilissimo libro di poesie.
    Un saluto ad entrambi
    Giovanni

    Rispondi

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