Archive for aprile 2009

Salvatore della Capa “Interno, esterno”. Recensione di Antonio Fiori

Salvatore Della Capa
Interno, esterno
Prefazione di Guido Monti
L’arcolaio, 2009
 
 
E’ sempre un piacere incontrare la poesia giovane, specie quando già riesce, come quella di Salvatore Della Capa, a far salire il periscopio, a portare lo sguardo all’esterno, “tutto proteso alla interpretazione di quei dati d’esistenza chiaroscuri che accadono di fuori” ( Guido Monti).Nella prima sezione della raccolta, Tra le nostre distanze, il poeta sceglie la seconda persona singolare, che consente un immediato contatto col lettore ed esalta l’autenticità delle esperienze sensoriali. Particolarmente apprezzabile la capacità di sintetizzare semplicità di linguaggio e profondità assertiva: “Salutano a tratti./Tu non ricambi/ vedi su tutte le stesse smorfie di cera./ A malapena osi alzare lo sguardo.”; “Hai ricominciato a parlare allo specchio./…Lui ti guarda, sorride e stringe l’occhio./ Non dice nemmeno una parola.”; “Non cerchi baci di labbra/ ma un’idea che consoli.”
Ma il poeta sa che si avvicinano tempi bui, tempi di guerra,e nella sezione seguente, …para bellum, si sposta sulle altre persone del discorso, passa al noi e all’io, più adatti alla denuncia e al grido. Apre con un verso quasi ironico: “Viviamo giorni di pace”. Quindi un crescendo di premonizioni: “Ho sentito visioni./ Legna scricchiolare come ossa./ Gocce cadere come schianti di fucile./ I morti non sanno più come tornare”. E versi durissimi: “Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto./ Pezzo per pezzo”. O interroganti: “Chi vedrà i tanti sensi dell’acqua/ le pozze di urina e sangue?/ Chi ascolterà la melodia del dolore?”.
Nella terza ed ultima sezione, Dedicato, Salvatore Della Capa ci propone nove poesie ‘dedicate’, dense di affetti e sofferenze, ed una appendice, “Eleonora”, nella quale ci svela un delicato micro-canzoniere amoroso: “Tu non sai/ che dolore cancelli/ quando cerchi/ la curva della spalla/ dove appoggiare il viso.”
 
E’ una poesia che nasce dalle necessità interiori ed una volta emersa, uscita allo scoperto, subisce tutte le spinte e contro spinte del mondo esterno. Ma sa affrontarle e meditarle nel miglior modo, così che in quelle sensazioni e in quei dolori anche il lettore si riconosce.
E’ ciò cui aspira ogni buona poesia, sapendo quanto sia difficile raggiungere la meta.
 
Antonio Fiori
 

“Poesie plastiche” di Alessandro NARDUZZO

Le strade di Padova, nottetempo, respiri
Edifici e pietre respirano – attraversano;
l’aria tardo autunnale delle strade
cittadine – umidità affuligginata.

Sotto i colonnati portici e sulla
piazza di qua e là irregolari
sampietrini – frettolosa quiete, fin
sulla gradinata – ed inquietudine.

Compagnia fluida e fusa di
gangli ed entangli, leggére
menti – alta piena ebbrezza.
Comunanza di vedute, ironia.

dominante – autoironia. Respirando
dentro e fuori gli uni degli altri
le dense essudate sillogi
d’eterei fonemi e fumi. Riflessi,
riverberati suoni, replicati

argomenti – smussati, malleati
buoni –mentre le strade sono
percorse ancora una volta in
una tarda brumata – quasi
britannica – sera di novembre.

Si scuote la città e freme nelle nostre
intersezioni vocali ed onniavvolgenti,
pervasive suadenti corporee
esalazioni, intense –
intese o meno.

*

Sciacquerò il tuo male con il mio spirito
via da membra e da linfe, ti tratterrò;
diluirò i grumi che si ammassano
cupi, ed annodano e soffocano
flussi suoni sentire.

Ed il salso fresco dell’oceano
griderà attraverso il mio corpo
reso legno/ottone, gola/gorgia,
corroderà e spirerà furente d’alghe
per spalancato dotto/trachea.

Spira vento salmastro forte e
corrodi via il male. Tutto in ordine
oramai – ecco il momento –
freme l’essere là sul bilico;

ottuso lucore, nitore adfari afasia,
orchestre afone, toni di membrane
vibranti, scaturir di affastellato
caos.

*

Gli occhi di Cioran

Assisto lucido – emiplegico –
alla pira del mio volere.
Attizzo invano fuligginose
sparse braci. Mai metterò a tacere
questo spiacevole brusiare
che è la mia parte intera.
Veglio d’insonnia sulle mie assenze,
attonito scialacquo vita:
non c’è memoria di
disperazione, laddove
la s’intendesse
come poi di
speme.

Allorché ogni evento tende
a configurarsi come bagliore,
scaturigine di singolarità αΩ ,
incessante fluisce le prece
all’ottundimento benefico – salvifico –
precario refrigerio, e momentaneo:
mesto pacifico resistere
d’incandescente filamento rameico.

Quasi francescanamente, mi aggrappo
A tutta questa iuta, questo sacco,
questi stracci, questa rogna:
la riconosco, mi riconosco,
e silenzioso incanalo il corpo
nel mercantile moto viscoso;
non mendico, non bramo,
formulo ipotesi di equilibrate
condivisioni. E guardo
incessantemente
e sguardo.

Alessandro NARDUZZO
POESIE PLASTICHE
Joker 2008

Francesco FORLANI, “Autoreverse”. Recensione di Pasquale VITAGLIANO

Moby Dick e la vita. Chiamatemi Angelo. Angelo Cocchinone, di Casapulla, anzi di Casagiove, portiere di notte. L’Hotel Roma è una nave, il Pequod alla ricerca del mistero della balena bianca. Angelo lavora a Torino, ma è laureato in lettere. Lui è esperto di storie, così come Ismaele era esperto di cetacei, da quelli più comuni, a quelli più rari e leggendari. Mi domando se sia un caso che Cesare Pavese amasse la letteratura americana, che si deve a questa sua passione, coltivata meticolosamente nell’officina dell’Einaudi, se il capolavoro di Melville venne portato in Italia? Certo questa suggestione che sale dalla lettura delle pagine di Autoreverse trascina come un’onda marina. Le notti dei portieri d’albergo sono notti marine. Scrutano le anime dei viaggiatori come in cielo si inseguono le stelle alla ricerca della rotta polare.
Torino, Hotel Roma, stanza 313, anzi 346. Qui lo scrittore de La bella estate si è il 27 agosto 1950. Stanza 313, anzi 346 (dopo la ristrutturazione dell’albergo). La differenza fa 33. Non si tratta di numeri simbolici. Sono tracce per segnare la rotta in cerca di un Pavese inedito, nella notte dell’anima, quando un incontro, fosse pure poco importante, ti gira le spalle, e si rimane soli, idioti come nessuno si immaginerebbe, come nessuno si aspetterebbe da uno dei più lucidi scrittori italiani del novecento. Ed invece arriva una donna, ha il nome esotico, una bellezza incredibile, di colpo scopri che persino la bellezza delle colline della tua terra è insignificante e incapace di colmare il tuo vuoto. E’ solo un’ombra che anticipa la morte. Poi questa arriva, ed ha i suoi occhi. Gli occhi di Constance Dowling.
“I nasi non voglio essere da meno degli occhi”. Penetrando nella notte stellata della lettura del romanzo di Forlani, è dagli odori che comprendiamo dove ci troviamo. Gli odori degli alberghi sono inconfondibili, allo stesso tempo intimi e siderali, familiari e ignoti. L’odore della prima colazione alle sette. Desidera la sveglia alle sei? Certo che è possibile. La pulizia delle camere; l’odore acre e profumato di ammoniaca e citronella. E all’arrivo, alla Reception, quello che il naso percepirà sarà il primo odore, per sempre, quello che non ci abbandonerà più per tutto il viaggio. Nell’Hotel Roma forse sarà di cera l’imprinting materno che ci orienterà. “Gli oggetti dell’odorato fissano così bene il punto, per così dire, della loro prospettiva, come quelli della vista”, dice Sciascia citando il Magalotti della Filosofia degli odori. E gli odori dell’ Hotel Roma portano alle foto di Cesare Pavese. Sono rare, osserva lo scrittore Francois nel corso della sua indagine sensoriale intorno al poeta. In una foto su due Pavese ha una sigaretta, o tra le dita o tra le labbra, la postura che ricorda Camus. Non sorride mai. Forse Pavese non amava farsi fotografare. Ancora una volta, per comprendere cosa Francois cerca di Pavese ci aiuta Leonardo Sciascia là dove parla di fotografia come entelechia. Quando fissa le foto di Pavese, è come se riuscisse a cogliere per un istante lo sguardo che ha veramente visto Pavese fumare. E’ capitato anche al grande scrittore siciliano mentre guardava le foto di Pasolini. “Un uomo che muore tragicamente è, in ogni punto della sua vita, un uomo che morirà tragicamente”. Questo ce lo dicono le sue foto. Ma Francois vuole andare oltre, vuole squarciare il velo delle fotografie, crede che anche la voce possa portare una memoria della propria realtà, proprio come gli odori. Per uno scrittore la voce è tutto. Ora ha una voce e un sangue/ ogni cosa che vive. Al termine del suo viaggio notturno, Francois quella voce la trova, come Astolfo sulla Luna, in cima ad un castello di nastri e bobine, confusa tra altre voci di scrittori, oltre centomila pianeti e stelle di sogni sognati, desideri desiderati e vite vissute.
La voce di Pavese? Come sarà stata la voce del poeta. Per il lettore resta un mistero. I libri non possono svelare i misteri che si portano dentro. Possono soltanto lasciarne un indizio segreto. Questa è la magica eredità dei racconti, da trasmettere di lettore in lettore per mille e una notte. E questo mistero ci salverà.
Autoreverse e Rashomon. Angelo il portiere laureato e Francois lo scrittore che insegue la voce di Pavese con la tenacia scientifica di un etologo si sono incontrati alla Reception dell’Hotel Roma. Entrambi sono allo stesso tempo viaggiatori notturni ed esploratori di storie umane. Diventano l’uno specchio dell’altro, nel quale riflettersi per ripercorre lungo un vecchio nastro le loro rispettive esistenze, le storie della ciurma dell’albergo e dei suoi misteriosi viaggiatori, i segreti della camera “di Pavese”. Le storie contenute nel romanzo di Forlani si stratificano in un palinsesto esistenziale e letterario. Cos’è questo romanzo? Né biografia (né tanto meno autobiografia), né inchiesta, e neppure giallo, malgrado la fine tragica di un grande scrittore, la presenza di una femme fatale, un furto e tanti misteri. Se fosse possibile un parallelo con il cinema, Autoreverse è un Rashomon dell’anima. Ognuno racconta la propria verità sulla vita, sulla camera 313, sulla collana di perle rubata, sulla misteriosa figura di Madame, che il giorno 27 di ogni mese – lo stesso giorno del suicidio di Cesare Pavese – prenota la camera 313. Dietro ognuna di queste verità parziali, c’è un unica grande realtà, l’anima delle cose, ciò che resta nel mondo quando tutto è trascorso, definitivamente passato: la memoria, la registrazione di una voce, un oggetto, una fotografia. E questa realtà può rivelarla solo la letteratura. In questo Angelo e Francois sono uguali, sono l’uno il doppio dell’altro. Ed entrambi sanno bene che Constance Bowling, l’attrice americana cui Pavese si era legato ossessivamente non c’entra nulla con la morte del poeta. Semmai con la vita. E con l’impossibilità di coglierla nella sua pienezza e per sempre, se non mediandola con l’arte, la poesia. Cosa ne rimarrebbe, senza questo medium, sulla scena nel mondo? “Una favola raccontata da un idiota, piena di urla e di furore, che non significa nulla”. Come nel passo del Macbeth che Pavese legge ad un suo amico la sera prima del suicidio. “Domani e domani e domani.” La tragedia di Pavese non è stata la morte. E’ stata la vita.
Autoreverse. La forza del libro di Forlani sta nell’essere riuscito a attrarre intorno al dialogo di Angelo e Francois lo stupore della rivelazione. Più che un romanzo è un reperto da custodire, un indizio rivelatore, un raro campione archeologico, una insospettabile chiave di volta. E’ un libro da portarsi dietro per dimostrare agli increduli – mandando la registrazione in autoreverse fino al punto decisivo – che esiste la poesia, che esiste la vita, e che può chiamarsi La bella stagione.

Francesco FORLANI Autoreverse
Edizioni L’Ancora del Mediterraneo (Napoli, 2008)
Collana Odisseo
Euro 13,50