Archive for luglio 2009

“Case da sogno…”

Una di carne, ossa e sangue, mobile, precaria ma certa, nostra dalla nascita fino all’ultimo respiro; bicocca insalubre o sontuoso palazzo trasmessaci con la vita; di cui abitare i vessilli, le magagne, i segni del cammino di millenni.
L’altra, di cemento, ferro e calce, giunta come dono gaglioffo o da furba o legittima richiesta; o frutto di lavoro e parsimonia. E ne ardono le pareti ogni notte, nei sogni disturbati da mani e da denari, altrui, a caro prezzo; l’invisibile
impero su milioni di famiglie, per anni o decenni, fino all’estinzione del vincolo.
Se fossi re, toglierei questo giogo dalle groppe dei miei sudditi (parola infelice), per non vederne più l’angoscia negli occhi; se fossi re non tollererei la vista di un peso che toglie loro libertà, serenità e fiducia nel mondo; se fossi re, lascerei a chi può e a chi vuole il diritto di crearsi una magione a suo gusto secondo le proprie esigenze, dando a tutti gli altri, famiglie, coppie o single, per il solo fatto di esistere, un alloggio dignitoso (
tra i molti che lo Stato possiede) e intrasmissibile (ché una casa non vale più di un corpo, e torna al re che gliel’ha data) da cui non si viene cacciati, né vessati da canoni impossibili; se fossi re penserei che i sudditi (sì, pessima parola!), non dovendo più ingrassare nessuno, potrebbero pensare finalmente ad altre necessità, loro e dei propri figli, dando lavoro e sostegno ad altri, invece  che rendite ai soliti noti; se fossi re, applicherei questo principio anche nel mondo del lavoro: dopo tre anni di attività in prova – svolta con impegno e serietà, nel pubblico o nel privato – assunzione obbligatoria a tempo indeterminato, restituendo una certezza in questo mondo incarognito, dove la precarietà è risorsa  gestita,  accortamente, da potenti e imbonitori.
I re, però, se ne sono andati a puttane, e si trovano ormai più nelle cronache mondane o giudiziarie che nei libri di favole.  Chi li ha sostituiti non è da meno; stessi vizi; servo anch’egli di secolari ed esigenti padroni; servo di “rango” e beneficiario, in quanto tale, di “giusti” privilegi. Ci resta così il sogno di una mano integra e benevola sulle nostre teste, una mano che tralasci le miserie della nostra storia e veda, in noi, le persone degne di quel rispetto e di quella civiltà scritte, spesse volte, solo sulla carta.

(Anche su:  La Poesia e lo Spirito)

Gianmario LUCINI Non “resistere” ma “reagire” …per “esistere”!

E’ stato approvato in questi giorni il nuovo Ddl sulla sicurezza, che possiamo consultare sul sito del Senato . Sapevo dell’intenzione di proporlo, nella sua sostanza, per avvisaglie giunte attraverso mail e leggendo interventi di “controinformazione” su internet. Anche la stampa di larga diffusione, pur in sordina, qualcosa ha scritto, in particolare un articolo su Repubblica inviatomi da un’amica, insieme ad un messaggio di posta elettronica. La prima reazione che ho avuto, è stata quella di pensare a un’esagerazione, a un allarmismo eccessivo. Ho atteso il testo approvato in Parlamento proprio in questi giorni.
E’ un testo disarmante nel suo squallore. La mia sensazione è che sia un vero e proprio incitamento al controllo sociale del diverso, alla intolleranza, alla criminalizzazione generalizzata di molte condizioni umane al margine della miseria, accomunandole tutte, in spirito, all’idea di “reato”. Ossia, non è necessario che un clandestino compia un reato per essere criminale, è sufficiente che abbia lo status di clandestino. Ora, in termini filosofici e secondo la legge naturale si potrebbe obiettare che nessuno ha il diritto di proibire ad un uomo di vivere dove vuole, di fuggire le persecuzioni razziali o religiose, di trovare situazioni migliori per il proprio avvenire nella parte di mondo dove ritiene di poterlo fare. Ma ormai la legge naturale non esiste più, da molti secoli, nella nostra civiltà occidentale. La Legge è un codice etico, al di sopra delle coscienze, ed esige la sottomissione delle coscienze. Tu sei obbligato a fare lo spione e il delatore, per il semplice fatto che lavori a uno sportello pubblico. Sei obbligato a chiedere un documento che attesti che il tuo interlocutore non è un clandestino ma uno inquadrato nel sistema con un permesso di esistere legalmente concesso dal potere. Uno che produce PIL e solo per questo motivo ha il diritto di esistere. Non un valore in sé, ma un valore relativo alla sua funzione economica, relativo al fatto che il potere lo tolleri. Il potere di noi tutti intendo, visto che sembra da più parti che forse siamo ancora in un sistema democratico – cosa su cui ho forti perplessità. Sei obbligato a denunciarlo altrimenti vai in galera. Sei obbligato a fare quello che ripugna alla tua coscienza di uomo (e nel mio caso anche di cristiano, seppur figlio deviante di Santa Madre Chiesa) per non diventare deviante tu stesso, infame di fronte alla legge e alla sua etica. Sei obbligato a farlo per non andare in galera e mantenere il tuo posto di lavoro. Sei obbligato a non rischiare perché ti preoccupi del futuro dei tuoi figli.
Ebbene, in nome della coscienza individuale (sommo arbitro di ogni istanza etica, perché direttamente connesso alla libertà ontologica dell’essere umano), in nome dell’ultimo sprazzo di umanesimo, in nome della fede in Cristo che io sento molto vicina in questo frangente, in nome della dignità umana, in nome del diritto alla libertà di espressione, in nome di duemilaecinquecento anni di evoluzione del pensiero filosofico della civiltà occidentale, in nome di tutto questo, io sfido il potere a trovare nella nostra storia, se si esclude il ventennio fascista, una normativa così repressiva e intollerante verso lo straniero. E’ un documento molto lungo, di oltre 100 pagine, ma invito tutti a leggerlo, perché rappresenta, non ovviamente in tutti gli articoli ma soltanto in quelli di carattere repressivo della libertà individuale delle persone, la quintessenza dell’autoritarismo e, per dirla meglio fuor dai denti, un gigantesco passo verso la consacrazione de facto per e vie legali di ciò che mi sento di definire fascismo edonista, o anche stalinismo edonista, la vera novità culturale (non certo politica) della attuale maggioranza di governo. Un fascismo o stalinismo insomma che non usa i mezzi brutali del fascismo storico e di Stalin ma la delazione e l’intimidazione, come nella Romania di Ciausesku. Ciò significa che non si può più, a mio avviso, illudersi di vivere in uno Stato democratico, dopo una legge del genere o certamente non in una democrazia piena e matura. Occorre svegliarsi, ascoltare la coscienza senza nascondersi il senso di quanto sta capitando, senza minimizzare o ridicolizzare, senza pensare che qui possa valere il principio tutto italiano “fatta la legge, trovato l’inganno”. Qui si imbocca, nella maniera più chiara e a mio avviso inequivocabile, la via direttissima che porta alla fine della democrazia reale per approdare a una democrazia di facciata, che è un male ancor peggiore, per certi versi, degli autoritarismi conosciuti nella storia recente. Il fascismo storico ebbe infatti come grandi nemici la miseria popolare, l’avventura folle della guerra, delle colonie, l’arroganza della milizia e quant’altro. Il fascismo edonista invece è molto più furbo: compra le coscienze col sogno edonista, con l’anestetico mentale, con il terrorismo di matrice xenofoba. Il godimento e la paura: le pulsioni primordiali. Dalla caccia al comunista, che non ha funzionato, si passa alla caccia del diverso, fatto passare per criminale a norma di legge. La caccia al comunista infatti è per il momento démodé – questa specie di maccartismo itagliano non produceva consensi più di tanto. Il terrorismo xenofobo invece produce risultati, consenso sociale, rancori, guerra fra ceti e condizioni sociali, divisioni, violenza. Le cronache recenti portano innumerevoli esempi di tutto questo. Funziona e porta voti, e il consenso incita ancor di più l’autoritarismo ad esplicitarsi, a calcare di più la mano. Il “popolo”, la gente, qui non c’è, sta da quella parte: è inutile illudersi. E gli intellettuali, da che parte stanno? Non ne vedo molti che si esprimano, a parte una o due testate di giornale, che ormai con il loro (rispettabile) dissenso ottengono l’effetto di rafforzare la tesi che tutto sommato nel nostro Paese c’è ancora un’informazione libera e non da terzo mondo come dicono gli indici internazionali che misurano la libertà d’espressione. Certo, meglio così che nulla, non sono uno che ragiona nella logica del “tanto peggio tanto meglio”. Ma purtroppo l’effetto, non voluto, è quello di farci credere che sia libertà dove non c’è.

Tempo fa, una mia amica che ha perso le elezioni a sindaco per due voti (due!!) dopo un mandato di amministrazione più che dignitosa, mi inviò un SMS invitandomi a “resistere, resistere, resistere”. Lo lessi con l’amaro in bocca e immediatamente mi venne da rispondere: “non resistere, ma reagire, reagire, reagire”. Ovvero, “agire in senso opposto”. Che cosa significa “resistere”? Non ha alcun senso quando si è nelle condizioni di assistere impotenti a una simile folle corsa verso l’abisso. Bisogna reagire, bisogna mettersi davanti al cavallo imbizzarrito e tentare di fermarlo, perché non precipiti l’intera carovana. Qualcuno lo deve fare. Se tutti gli intellettuali, i poeti, gli artisti reagissero e dicessero a gola spiegata: questa legge è iniqua, contro le coscienze, bisogna contrastarla in modo democratico ma deciso, io credo che le cose cambierebbero, che molti farebbero marcia indietro, anche sul versante della politica. Peraltro, io credo che sia proprio questo il motivo per il quale le pene previste per chi disobbedisce siano tanto forti: perché non bisogna parlarne, bisogna accettare tutto senza dire nulla. Resistere? Al potere sta bene, purché non si reagisca. Anzi, “resistere” fa look, dà l’impressione di una dinamica democratica. Il potere ha paura della comunicazione che non riesce a controllare, ha paura dell’amore, dell’empatia, della solidarietà umana, di qualsiasi forma di socializzazione che non sia massificata e quindi controllabile. E, per inciso, il potere è permissivo con la pornografia e la devianza libertina (!) perché le considera forme di evasione mercificata e quindi funzionali alla sua logica, ma condanna la sessualità genuina ma non controllabile legalmente, cercando di infangarla di un alone di devianza. Bisogna reagire, avere il coraggio di mettere tutto davanti ai colpi di questo coltello, anche a rischio dell’isolamento.

C’è ci sostiene che non è il caso di fare follie, perché non si può più scherzare di fronte a una legge del genere. Dissento. Ma chi è il folle? Chi rifiuta questa logica o chi la subisce? Dove ci ha condotto, in termini di civiltà, la nostra prudenza di fronte all’arroganza dell’autoritarismo? Mi si porti un solo esempio simile alla situazione storica che stiamo attraversando, che induca a considerare la prudenza (ossia il dissenso mormorato, quello che non rischia nulla, quella specie di “coro di vibrante protesta” a cui allude Fabrizio De André nel suo capolavoro che abbiamo inserito su Poiein nel mese scorso) la risposta idonea. Mi viene in mente anche un discorso, segnalatomi su Internet da un’amica, che a mia volta propongo con questo link (si tratta di un’intervista allo scrittore e regista Silvano Agosti, che mi vede su molti punti in perfetta condivisione ideale). Di fronte all’emergenza non si usa la prudenza, ma la decisione. Si deve avere il coraggio di pagare di persona, tutti insieme. Certo, se non si è insieme allora non si vince. Anzi, si viene isolati e bastonati. Ma questo è un altro problema ed ognuno lo risolva dentro la sua coscienza. Decidere è un doveroso e responsabile atto di libertà, tergiversare l’atteggiamento puerile dello studentello che bigia la scuola per evitare il compito in classe. Ma finisce che viene bocciato lo stesso. In questo caso non è possibile stare dentro e fuori, accettare e rifiutare insieme: se si accetta pur mormorando si è d’accordo con chi vuole questa legge. Tutto qui. Certo, ci sono delle responsabilità che dipendono dai nostri comportamenti, come la responsabilità verso i figli, che devono mangiare e andare a scuola mentre tu vieni licenziato dal posto di lavoro. Non oso giudicare su questo punto, perché non ho figli e non credo che la mia coscienza faccia testo per altre. Ma, come direbbe il profeta: c’è un tempo per attendere e uno per decidere: il tempo dell’attesa è finito, è fin troppo evidente che sia finito. Ora bisogna decidere, chiamare le cose con il loro nome, considerarle secondo la loro natura, esprimere la somma istanza etica della libertà di coscienza con l’agire, non con le parole. Rifiutare l’etica disumana di questa legge. Combattere democraticamente questa legge è un dovere, un imperativo morale. Già ora la nostra prudenza ci ha fatto perdere del tempo, ci ha ingannati facendoci considerare esagerate le preoccupazioni dei più avveduti, in molti problemi sociali. E molti sono morti a causa delle nostre indecisioni: si pensi ai morti per mafia, anch’essi avevano diritto a una vita felice, ma hanno scelto una vita responsabile, nel senso più genuino. I loro figli hanno un altissimo ricordo del loro insegnamento, nonostante le sofferenze patite a causa della loro scelta. Così mi dissero Deborah Cartisano e Stefania Grasso (due amiche calabresi figlie di persone semplici, non certo eroi, uccisi dalla ‘ndrangheta) che voglio associare con affettuosa stima a questa considerazione. Qui non si tratta di mafia ma di giustizia, di umanità, del minimo che ci vuole per considerarsi un popolo civile. Qui si tratta di agire con coerenza rispetto alle cose che si pensano. Si tratta insomma di evitare la solita schizofrenia dell’uomo animale sociale: da una parte le parole, dall’altra gli atti, da una parte in cuore, dall’altra la testa, da una parte ciò che si crede, dall’altra ciò che si vive. Questo modo di vivere è tipico dello schiavo, come dice anche Silvano Agosti nell’intervista segnalata. Reagire non è quindi un comportamento anomalo, donchichottesco o eroico a seconda dei punti di vista, ma l’atto più integrato e normale, l’atto più naturale di una persona libera che voglia difendere la sua vita dall’ingerenza impropria e violenta di valori che in coscienza non può condividere.

Vi è inoltre una sottolineatura che riguarda anche la libertà del web e di tutte quelle forme di informazione che svolgono un ruolo importantissimo nel nostro Paese e che, in qualche modo, consentono ancora di conoscere notizie che ormai non trovano più spazio nelle televisioni e sui giornali. Il famigerato art. 60.
Sembra che questo articolo sia stato soppresso, e quindi non sottoposto all’approvazione dei parlamentari. Ma non è questo il punto. A noi qui interessa cogliere soprattutto l’intenzione, la direzione, la filosofia adottata dal Governo in materia di ordine pubblico, e c’è da preoccuparsi e inventarci una reazione. La tattica con la quale si muove questa nuova destra per far passare più facilmente la sua cultura antisociale si può infatti suddividere in alcune tappe fondamentali:
a) annuncio shock, al quale seguono reazioni attentamente studiate;
b) minimizzazione dell’impatto negativo, ossia la classica smentita in stile berlusconiano (sono stato frainteso, la stampa non ha capito, c’è una campagna di disinformazione, c’è una congiura, ecc. ecc.) con l’esito finale di relegare il problema in un’area di ambiguità, di confusione semantica, di disturbo alla chiarezza dell’intenzione e del messaggio originario, di sostanziale fraintendimento;
c) uscita degli alfieri: i cosiddetti “intellettuali” della destra fanno da frangiflutti e portano avanti campagne estremiste, di attacco alle idee contrarie, con argomenti a volte falsi e pretestuosi presentati e sostenuti da una buona parte della stampa e da un largo battage pubblicitario; ripresi poi con battute ammiccanti dai politici, e così via. In questa fase l’argomento, prima rifiutato dalla coscienza, trova spazio nella cultura e poi nella coscienza, diventa insomma un qualcosa di problematico, che si può discutere, anche perché la nostra benedetta “opinione pubblica” che si muove ormai come una folla manzoniana o peggio, come una folla allo stadio, in questo clima recepisce sempre il peggio e sostiene i suoi leaders come a una partita di calcio;
d) la questione allora diventa “di interesse generale, sentita dalla gente, una questione prioritaria”, ecc. ecc. Ovviamente le questioni davvero prioritarie (in questo momento ad es. la situazione economica e la povertà delle famiglie) passano in secondo piano, anzi vengono negate. L’annuncio shock insomma porta, fra i suoi risvolti negativi, anche la rimozione dei veri problemi del momento. Di per sé dunque non è necessario che la battaglia per conseguire i risultati impliciti nell’annuncio sia vinta: è sufficiente che ci sia e che sia rumorosa per servire allo scopo del potere, che è quello di distogliere l’attenzione della gente dai veri problemi esistenziali di una nazione.
e) segue all’uscita degli alfieri un periodo di relativa calma rispetto all’argomento, periodo nel quale viene dato risalto ad altri “annunci shock”. Questo periodo è dedicato alla preparazione del provvedimento, alla verifica delle intese, alla verifica delle possibilità di consenso all’interno della stessa maggioranza in vista di una votazione, oppure nella preparazione di un decreto legge, insomma di un provvedimento esecutivo
f) fatte tutte le idonee verifiche e calendarizzato l’appuntamento con le camere, il provvedimento passa alla votazione.
Più o meno questi sono i passaggi tattici di questa maggioranza, che può così comportarsi perché ormai possiede la stragrande quantità dei mezzi di comunicazione di massa, ad eccezione di Internet. Dunque, Internet è da colpire in modo prioritario, perché potrebbe avere in sé la sufficiente carica di destabilizzazione e potrebbe indurre nell’opinione pubblica elementi di criticità tali da rendere problematica la stessa tattica basata sul monopolio dell’informazione. Mi chiedo, per inciso, come mai non si è pensato di usare questo sistema di filtraggio delle informazioni per altri scopi, come ad esempio il commercio delle armi, dei farmaci illeciti, per i siti pedo-pornografici e via dicendo: come mai?
Dunque, questo immorale articolo 60 che piove dal nulla o quasi (c’è stato infatti un tentativo di intervenire su Internet con una proposta cosiddetta Pordi-Levi già nella scorsa legislatura, ma poi la cosa è finita in niente) è stato presentato e poi ritirato, ma ormai è entrato nel dibattito, è una presenza, è un argomento, un annuncio-shock che sicuramente verrà ripreso in futuro, esattamente come è successo per le ronde civiche, che furono un annuncio shock dei primi mesi di quest’anno, furono espunte dal decreto cosiddetto by partisan sulla sicurezza nell’aprile scorso, e diventano realtà appena tre mesi dopo.
Pertanto, è inutile illudersi che dell’art. 60 non se ne parli più: è cosa sicura che in un modo o nell’altro ce lo troveremo sul groppone, senza tante cerimonie, se non ci mobilitiamo sul piano culturale.

(L’intervento di Gianmario Lucini, che ringrazio, è tratto dal sito POIEIN )

Oggi 14 luglio

sciopero dei blog!

(Leggi qui)

L’enciclica “Caritas in veritate”. Alcune brevi considerazioni.

E’ stata pubblicata il 7 luglio l’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”. L’enciclica è il documento più importante emesso da un papa, in quanto indica il pensiero ufficiale della Chiesa su determinati  temi costituendo, perciò, un riferimento per i vescovi e i fedeli e non solo. Il documento, incentrato “Sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”, di cui si propongono alcuni stralci, andrebbe letto integralmente e con attenzione; vi si coglie uno sguardo profondo e acuto sul mondo e sul nostro tempo, sull’uomo e la sua “vocazione” secondo l’insegnamento di Cristo; uno sguardo ampissimo, anche, sugli aspetti e i fenomeni che condizionano fortemente la nostra esistenza: la tecnologia, la politica, l’economia, l’ambiente, la genetica etc.; un documento granitico e coerente, equilibrato ma fermo nelle diagnosi e nella cura delle molte patologie; senza fare sconti a nessuno – politicamente parlando, né alle destre né alle sinistre nostrane e straniere; un pensiero, insomma, “forte e chiaro”, che radica nel vangelo, nel pensiero millenario e nella tradizione della Chiesa (da San Paolo a Sant’Agostino) richiamando precedenti encicliche e documenti. Personalmente non mi sento di condividerlo appieno, specie in alcuni passaggi (1) , ma ritengo che meriti grande ascolto e rispetto, specie in tempi d’assenza di idee e di progetti altrettanto autorevoli.
Nell’introduzione si dice che “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende «minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati ». “Ha pero` una missione di verita` da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una societa` a misura dell’uomo, della sua dignita`, della sua vocazione.” Io sono invece dell’avviso, per i punti che mi accingo a evidenziare, che la Chiesa dovrebbe “intromettersi” eccome nella politica degli Stati, non meno dei molti singoli “di buona volontà”, laici o religiosi che siano, considerata la grave situazione di deprivazione in cui versa una buona parte dell’umanità, i pericoli che incombono su di essa e la planetaria condivisione di alcuni valori in gioco; soprattutto, però, considerata l’ignavia o la collusione di tanta politica con gli interessi di ristrette oligarchie, e l’inefficace azione dei movimenti di opposizione.
Ultimata la lettura del documento, ho pensato che vi fosse dentro ”qualcosa di sinistra” più di quanta ve ne sia nella prassi politica di certa nostra sinistra. Ognuno, comunque, si farà una propria idea leggendo il documento. (GN)

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“Dall’ideologia tecnocratica, particolarmente radicata oggi, Paolo VI aveva gia` messo in guardia, consapevole del grande pericolo di affidare l’intero processo dello sviluppo alla sola tecnica, perche´ in tal modo rimarrebbe senza orientamento. La tecnica, presa in se stessa, e`ambivalente. Se da un lato, oggi, vi e` chi propende ad affidarle interamente detto processo di sviluppo, dall’altro si assiste all’insorgenza di ideologie che negano in toto l’utilita` stessa dello sviluppo, ritenuto radicalmente antiumano e portatore solo di degradazione. Cosı`, si finisce per condannare non solo il modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta orientano il progresso, ma le stesse scoperte scientifiche, che, se ben usate, costituiscono invece un’opportunita` di crescita per tutti.”

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“Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove poverta`. In aree piu` povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. Continua « lo scandalo di disuguaglianze clamorose ». La corruzione e l’illegalita` sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalita`, per irresponsabilita` che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori. Anche nell’ambito delle cause immateriali o culturali dello sviluppo e del sottosviluppo possiamo trovare la medesima articolazione di responsabilita`. Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprieta` intellettuale, specialmente nel campo sanitario. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi poveri persistono modelli culturali e norme sociali di comportamento che rallentano il processo di sviluppo.”

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“Nella nostra epoca, lo Stato si trova nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranita` frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilita` dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali. Questo nuovo contesto ha modificato il potere politico degli Stati. Oggi, facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in atto che vede i pubblici poteri dello Stato impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra piu` realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, che vanno saggiamente riconsiderati e rivalutati in modo che siano in grado, anche attraverso nuove modalita` di esercizio, di far fronte alle sfide del mondo odierno. Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri, e` prevedibile che si rafforzino quelle nuove forme di partecipazione alla politica nazionale e internazionale che si realizzano attraverso l’azione delle Organizzazioni operanti nella societa` civile; in tale direzione e` auspicabile che crescano un’attenzione e una partecipazione piu` sentite alla res publica da parte dei cittadini. Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove de localizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato su maggiori consumi per il proprio mercato interno. Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarieta` attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. I sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacita` di assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in quelli di antico sviluppo, oltre che nei Paesi poveri. Qui le politiche di bilancio, con i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle Istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi; tale impotenza e` accresciuta dalla mancanza di protezione efficace da parte delle associazioni dei lavoratori. L’insieme dei cambiamenti sociali ed economici fa sı` che le organizzazioni sindacali sperimentino maggiori difficolta` a svolgere il loro compito di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, anche per il fatto che i Governi, per ragioni di utilita` economica, limitano spesso le liberta` sindacali o la capacita` negoziale dei sindacati stessi. Le reti di solidarieta` tradizionali trovano cosı` crescenti ostacoli da superare. L’invito della dottrina sociale della Chiesa, cominciando dalla Rerum novarum, a dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti va pertanto onorato oggi ancor piu` di ieri, dando innanzitutto una risposta pronta e lungimirante all’urgenza di instaurare nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale.
La mobilita` lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, e` stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perche´ capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilita` e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilita` psicologica, di difficolta` a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di cio` e` il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella societa` industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l’attuale crisi puo` solo peggiorare tale situazione. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la liberta` e la creativita` della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare e` l’uomo, la persona, nella sua integrita`: ‘‘L’uomo infatti e` l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale’’.

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“Eliminare la fame nel mondo e` divenuta, nell’era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilita` del pianeta. La fame non dipende tanto da scarsita` materiale, quanto piuttosto da scarsita` di risorse sociali, la piu` importante delle quali e` di natura istituzionale. Manca, cioe`, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessita` connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilita` politica nazionale e internazionale. Il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi piu` poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioe` di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilita` anche nel lungo periodo. Tutto cio` va realizzato coinvolgendo le comunita` locali nelle scelte e nelle decisioni relative all’uso della terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell’ambiente e attente alle popolazioni piu` svantaggiate. Al tempo stesso, non dovrebbe venir trascurata la questione di un’equa riforma agraria nei Paesi in via di sviluppo. Il diritto all’alimentazione, cosı` come quello all’acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto, dal diritto primario alla vita. E` necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni ne´ discriminazioni. E` importante inoltre evidenziare come la via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri possa costituire un progetto di soluzione della crisi globale in atto, come uomini politici e responsabili di Istituzioni internazionali hanno negli ultimi tempi intuito. Sostenendo mediante piani di finanziamento ispirati a solidarieta` i Paesi economicamente poveri, perché provvedano essi stessi a soddisfare le domande di beni di consumo e di sviluppo dei propri cittadini, non solo si puo` produrre vera crescita economica, ma si puo` anche concorrere a sostenere le capacita` produttive dei Paesi ricchi che rischiano di esser compromesse dalla crisi.”

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“Nell’epoca della globalizzazione l’economia risente di modelli competitivi legati a culture tra loro molto diverse. I comportamenti economico-imprenditoriali che ne derivano trovano prevalentemente un punto d’incontro nel rispetto della giustizia commutativa. La vita economica ha senz’altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresı` bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono. L’economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.
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“Nell’epoca della globalizzazione, l’attivita` economica non puo` prescindere dalla gratuita`, che dissemina e alimenta la solidarieta` e la responsabilita` per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica. La solidarieta` e` anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non puo` essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuita` intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuita` non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunita`, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. E` dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si puo` attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia. Carita` nella verita`, in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso.”

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“Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalita` della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte. Uno dei rischi maggiori e` senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca cosı` per ridurre la sua valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attivita` produttiva puo` attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilita` nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la piu` ampia societa` circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilita`. Il mercato internazionale dei capitali, infatti, offre oggi una grande liberta` di azione. E` pero` anche vero che si sta dilatando la consapevolezza circa la necessita` di una piu` ampia ‘‘responsabilita` sociale’’ dell’impresa. Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilita` sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, e` un fatto che si va sempre piu` diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non puo` tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunita` di riferimento. Negli ultimi anni si e` notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi. Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre piu` conto dei profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in cui opera. Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale puo` produrre alla propria Nazione. Giovanni Paolo II avvertiva che investire ha sempre un significato morale, oltre che economico. Tutto questo – va ribadito – e` valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalita` tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e non anche umano ed etico. Non c’e` motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Devono pero` essere fatti salvi i vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come quel capitale si e` formato e dei danni alle persone che comportera` il suo mancato impiego nei luoghi in cui esso e` stato generato. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilita` dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi di sviluppo. Non c’e` nemmeno motivo di negare che la delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa fare del bene alle popolazioni del Paese che la ospita. Il lavoro e la conoscenza tecnica sono un bisogno universale. Non e` pero` lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla societa` locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile.”

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“Anche l’‘‘autorita` politica’’ ha un significato plurivalente, che non puo` essere dimenticato, mentre si procede alla realizzazione di un nuovo ordine economico-produttivo, socialmente responsabile e a misura d’uomo. Come si intende coltivare un’imprenditorialita` differenziata sul piano mondiale, cosı` si deve promuovere un’autorita`politica distribuita e attivantesi su piu` piani. L’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i Governi ad una piu` forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze. Ci sono poi delle Nazioni in cui la costruzione o ricostruzione dello Stato continua ad essere un elemento chiave del loro sviluppo. L’aiuto internazionale proprio all’interno di un progetto solidaristico mirato alla soluzione degli attuali problemi economici dovrebbe piuttosto sostenere il consolidamento di sistemi costituzionali, giuridici, amministrativi nei Paesi che non godono ancora pienamente di questi beni. Accanto agli aiuti economici, devono esserci quelli volti a rafforzare le garanzie proprie dello Stato di diritto, un sistema di ordine pubblico e di carcerazione efficiente nel rispetto dei diritti umani, istituzioni veramente democratiche. Non e` necessario che lo Stato abbia dappertutto le medesime caratteristiche: il sostegno ai sistemi costituzionali deboli affinche´ si rafforzino puo` benissimo accompagnarsi con lo sviluppo di altri soggetti politici, di natura culturale, sociale, territoriale o religiosa, accanto allo Stato. L’articolazione dell’autorita` politica a livello locale, nazionale e internazionale e`, tra l’altro, una delle vie maestre per arrivare ad essere in grado di orientare la globalizzazione economica. E` anche il modo per evitare che essa mini di fatto i fondamenti della democrazia.

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Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l’altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell’umanita`. Si e` spesso notata una relazione tra la rivendicazione del diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al vizio, nelle societa` opulente, e la mancanza di cibo, di acqua potabile, di istruzione di base o di cure sanitarie elementari in certe regioni del mondo del sottosviluppo e anche nelle periferie di grandi metropoli. La relazione sta nel fatto che i diritti individuali, svincolati da un quadro di doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di richieste praticamente illimitata e priva di criteri. L’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri. I doveri delimitano i diritti perche´ rimandano al quadro antropologico ed etico entro la cui verita` anche questi ultimi si inseriscono e cosı` non diventano arbitrio. Per questo motivo i doveri rafforzano i diritti e propongono la loro difesa e promozione come un impegno da assumere a servizio del bene. Se, invece, i diritti dell’uomo trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento
e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune. I Governi e gli Organismi internazionali possono allora dimenticare l’oggettivita` e l’« indisponibilita` » dei diritti. Quando cio` avviene, il vero sviluppo dei popoli e` messo in pericolo. Comportamenti simili compromettono l’autorevolezza degli Organismi internazionali, soprattutto agli occhi dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo. Questi, infatti, richiedono che la comunita` internazionale assuma come un dovere l’aiutarli a essere « artefici del loro destino », ossia ad assumersi a loro volta dei doveri. La condivisione dei doveri reciproci mobilita assai piu` della sola rivendicazione di diritti.”

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“La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarieta` della presenza, dell’accompagnamento,
della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi e` destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva, sarebbe auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e l’opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la composizione delle spese dell’istituzione stessa.”

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“Le questioni legate alla cura e alla salvaguardia dell’ambiente devono oggi tenere in debita considerazione le problematiche energetiche. L’accaparramento delle risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni Stati, gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri. Questi non hanno i mezzi economici ne´ per accedere alle esistenti fonti energetiche non rinnovabili ne´ per finanziare la ricerca di fonti nuove e alternative. L’incetta delle risorse naturali, che in molti casi si trovano proprio nei Paesi poveri, genera sfruttamento e frequenti conflitti tra le Nazioni e al loro interno. Tali conflitti si combattono spesso proprio sul suolo di quei Paesi, con pesanti bilanci in termini di morte, distruzione e ulteriore degrado. La comunita` internazionale ha il compito imprescindibile di trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare insieme il futuro. Anche su questo fronte vi e` l’urgente necessita` morale di una rinnovata solidarieta`, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati. Le societa` tecnologicamente avanzate possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico sia perche´ le attivita` manifatturiere evolvono, sia perche´ tra i loro cittadini si diffonde una sensibilita` ecologica maggiore. Si deve inoltre aggiungere che oggi e` realizzabile un miglioramento dell’efficienza energetica ed e` al tempo stesso possibile far avanzare la ricerca di energie alternative. E` pero` anche necessaria una ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi. Il loro destino non puo` essere lasciato nelle mani del primo arrivato o alla logica del piu` forte. Si tratta di problemi rilevanti che, per essere affrontati in modo adeguato, richiedono da parte di tutti la responsabile presa di coscienza delle conseguenze che si riverseranno sulle nuove generazioni, soprattutto sui moltissimi giovani presenti nei popoli poveri, i quali « reclamano la parte attiva che loro spetta nella costruzione d’un mondo migliore.”

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E` auspicabile che la comunita` internazionale e i singoli governi sappiano contrastare in maniera efficace le modalita` d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad esso dannose. E` altresı` doveroso che vengano intrapresi, da parte delle autorita` competenti, tutti gli sforzi necessari affinche´ i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future: la protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarieta` nei confronti delle regioni piu` deboli del pianeta.121 Uno dei maggiori compiti dell’economia e` proprio il piu` efficiente uso delle risorse, non l’abuso, tenendo sempre presente che la nozione di efficienza non e` assiologicamente neutrale. -Le modalita` con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalita` con cui tratta se stesso e, viceversa. Cio` richiama la societa` odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, e` incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. E` necessario un effettivo cambiamento di mentalita` che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, ‘‘nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti’’. Ogni lesione della solidarieta` e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, cosı` come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. La natura, specialmente nella nostra epoca, e` talmente integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non costituire quasi piu` una variabile indipendente. La desertificazione e l’impoverimento produttivo di alcune aree agricole sono anche frutto dell’impoverimento delle popolazioni che le abitano e della loro arretratezza. Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle popolazioni, si tutela anche la natura. Inoltre, quante
risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L’accaparramento delle risorse, specialmente dell’acqua, puo` provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull’uso delle risorse puo` salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle societa` interessate.”

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-Manifestazione particolare della carita` e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti e` senz’altro il principio di sussidiarieta`,137 espressione dell’inalienabile liberta` umana. La sussidiarieta` e` prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da se´ e implica sempre finalita` emancipatrici, perche´ favorisce la liberta` e la partecipazione in quanto assunzione di responsabilita`. La sussidiarieta` rispetta la dignita` della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocita` l’intima costituzione dell’essere umano, la sussidiarieta` e` l’antidoto piu` efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista. Essa puo` dar conto sia della molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralita` dei soggetti, sia di un loro coordinamento. Si tratta quindi di un principio particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano. Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su piu` livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorita`, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorita`, pero`, dovra` essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la liberta` sia per risultare concretamente efficace.
-Un altro aspetto meritevole di attenzione, trattando dello sviluppo umano integrale, e` il fenomeno delle migrazioni. E` fenomeno che impressiona per la quantita` di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunita` nazionali e a quella internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle societa` di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo puo` ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com’e` noto, e` di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficolta` connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle
rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante e` una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione.”

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“E` bene che le persone si rendano conto che acquistare e` sempre un atto morale, oltre che economico. C’e` dunque una precisa responsabilita` sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilita` sociale dell’impresa. I consumatori vanno continuamente educati al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalita` economica intrinseca all’atto dell’acquistare. Anche nel campo degli acquisti, proprio in momenti come quelli che si stanno sperimentando dove il potere di acquisto potra` ridursi e si dovra` consumare con maggior sobrieta`, e` necessario percorrere altre strade, come per esempio forme di cooperazione all’acquisto, quali le cooperative di consumo, attive a partire dall’Ottocento anche grazie all’iniziativa dei cattolici. E` utile inoltre favorire forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori, a condizione che si tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano solo maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione, professionalita` e tecnologia, e infine che non s’associno a simili esperienze di economia per lo sviluppo visioni ideologiche di parte. Un piu` incisivo ruolo dei consumatori, quando non vengano manipolati essi stessi da associazioni non veramente rappresentative, e` auspicabile come fattore di democrazia economica.”

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“Al pari di quanto richiesto da una corretta gestione della globalizzazione e dello sviluppo, il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico. Cio` vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilita` di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale non favoriscono la liberta` ne´ globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti, semplicemente perche´ moltiplicano le possibilita` di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignita` delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carita` e siano posti al servizio della verita`, del bene e della fraternita` naturale e soprannaturale. Infatti, nell’umanita` la liberta` e` intrinsecamente collegata con questi valori superiori. I media possono costituire un valido aiuto per far crescere la comunione della famiglia umana e l’ethos delle societa`, quando diventano strumenti di promozione dell’universale partecipazione nella comune ricerca di cio` che e` giusto.”

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Note

(1) “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale.”
“La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilita` della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perche´ si e` ormai arrivati alla radice della vita. Qui l’assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza e` solo chiamata a prendere atto di una mera possibilita` tecnica. Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la « cultura della morte » ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, ma e` gia` surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non piu` degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignita` umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana.

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NB. Non sono state riportate negli stralci le note contenute nel testo, consultabili nel documento integrale.

Pasquale VITAGLIANO – “Amnesie amniotiche”

amnesie amniotiche

 

 

 

 

 

 

 

 

Città III

Ostie disadorne
o tavoli duri
e ripide pance
verdastre.

Non è più mitica
la miseria lucana,
da quando non sventolano
più le bandiere.

Formattati
da rupestri infohouse,
più forte e più antica
è la durezza della pelle,
l’afrore delle parole
e la deformità degli arti.

Per vincere
le salse montagne
rinnegheremo tre volte.

*

Bazar

Vaniglia e sabbia.
Troppo dolce
e troppo effimero.
Una stracolma
torta morta
è il fossile
della nostra
civilizzazione.
Marzapane e amarene
portano dritto
all’inferno.

*

Salmo breve

Avorio esotico arancio,
ebano sole acceso d’alba,
gioiosa festa pagana,

stola devota e felice
di celebrare il cielo terrestre,
capovolto nelle bianche pozze

di pioggia nelle quali si specchia
questo nostro comune sole lunare.

*

Un’altra vita

È comparsa inattesa,
come una crepa,
sul bordo del tavolo,
nell’angolo;

come per caso,
presa di taglio
da una luce fredda,
come una resa:

l’inattesa scossa,
il tuffo, l’idea
che questa

è un’altra vita.

*

“Le poesie che Pasquale Vitagliano ci propone in questa raccolta evidenziano da subito un’insistita volontà testimoniale, una tensione tra l’alterità diffusa del mondo e l’interiorità nutrita di frequentazioni artistiche e vita reale; e ciò che resta sulla pagina non è solo il lacerto significativo ed espressivo della realtà, ma il sentimento soggettivo ed epocale… […]
Non l’Io dell’esperienza individuale, dunque, ma il Noi collettivo, storico, speculare. L’artista non è solo artefice piegato nel proprio sogno di bellezza, sembra voler dirci l’autore, ma un generoso ostensore di ciò che sensi e intelligenza hanno saputo cogliere, prima, e tradurre, poi, in forma artistica.[…] L’originalità di molte soluzioni ci conferma inoltre una tensione estetica maturata nell’ascolto attento di percorsi poetici passati e recenti – oltre poeta, Vitagliano è lettore onnivoro e critico attento – e una capacità di selezione che sa evitare sia la reiterazione di esperienze consunte, sia la piattezza formale e immaginifica.” (Dalla prefazione di Giovanni Nuscis)

Vitagliano Pasquale – “Amnesie amniotiche”
LietoColle – Collana Erato (2009)

Corsi e ricorsi

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“[…]Un giorno, quando la storia del mondo costituirà un ciclo chiuso (così come oggi la storia della Grecia e quella di Roma) tutto il secolare travaglio che noi appunto chiamiamo storia apparirà come il miserabile risultato della perpetua e costante volontà di vivere dell’uomo tradizionale. Sarà questa una visione a posteriori che corrisponderà a quella che a priori hanno avuto i profeti lontani: visione piatta e uniforme nella quale scompariranno i rilievi dei fatti, come i volti dei dannati nelle bolge dell’inferno di Dante. Allora i fatti stessi perderanno ogni interesse (nel qual senso è profonda l’intuizione dei rivoluzionari russi, che bandirono dalle loro scuole lo studio della storia): e i giorni che noi abbiamo vissuto si trasmetteranno nel ricordo delle generazioni come quelli di un altro e più giusto diluvio, che sommerse per sempre il vecchio uomo e l’arca dove egli aveva tentato di rifugiarsi. Ma, poiché e finché noi, purtroppo, siamo fuori del mito, è inevitabile che le vicende ci appaiano come un gioco di azioni e di reazioni, e le azioni e le reazioni distinguiamo secondo un criterio che può chiamarsi di libertà, e cioè in ragione dell’eterno conflitto tra chi comanda e vuol comandare, e chi ubbidisce e vuol ubbidire. Da questo punto di vista è indubitabile che si possano distinguere periodi di libertà e periodi di schiavitù, e quest’ultima qualifica sia da attribuirsi a quello aperto con la rivoluzione italiana. Senonché in sede di indagine storica, e cioè astraendo dalle lacrime e dalle sofferenze che alle vittime innocenti apporta il servaggio, non bisogna dimenticare che la schiavitù che succede alla libertà contiene implicito il giudizio negativo di questa, perché – post hoc, ergo propter hoc – non è vera libertà quella che pone le condizioni e contiene in sé i germi della futura schiavitù.
Questo è quel che si è voluto significare quando si è parlato di critica dell’uomo tradizionale. Se si pensa oggi, mentre la tormenta infuria e annulla ogni gioia di vivere, a lunghi anni di pace e di benessere trascorsi da quest’uomo “dentro dalla cerchia antica”, e cioè anteriormente alla prima grande guerra, anni che appaiono ai nostri occhi affaticati come soffusi di un dolce color di rosa, viene fatto di raffigurarselo simile a un baco intento a filare la sua seta. Come il baco, gelido; come lui di principi onestissimi; come lui, voglioso di salire per compiere la sua metamorfosi, e cioè pervaso di miti ideali, facilmente realizzabili su questa terra; ma soprattutto come lui sollecito di fasciarsi nel bozzolo, cioè di crearsi intorno una sfera giuridica, roccaforte della sua individualità e del suo egoismo. Venuto su col favore di un ambiente caldo, che gli dava l’illusione di essere fabbro della propria fortuna, quest’uomo-baco, il quale non avrebbe sopportato i privilegi del padre, aveva saputo compiere il miracolo di farsi della libertà un privilegio: generazioni di giuristi lo avevano favorito delle loro impalcature formali; due servitori fedeli, lo Stato e Dio, sorreggevano il suo peso, come Atlante il mondo. Contro quest’uomo, che interpretando alla lettera il quod superest date pauperibus si credeva cristiano; che considerando la patria come un interesse si diceva patriota; che scambiando la libertà con la sua forma giuridica si riteneva liberale; contro quest’uomo si abbatterono cupe le onde delle rivendicazioni sociali: pretese immoderate e violente di una classe di diseredati, che sempre in nome della libertà aspirava a sostituirsi a lui nel privilegio. Non è possibile, se si prescinde da quel senso generico di simpatia che si prova verso coloro che soffrono, attribuire alcun valore spirituale a queste lotte di classe: si può solo osservare senza meraviglia che l’uomo tradizionale, uscito nella maggioranza dei casi dalle classi più umili, era il meno adatto a comprenderne le aspirazioni, e quindi si rivelava fatalmente incapace di procedere a una rivalutazione critica di sé stesso. La prima guerra mondiale parve offrire nel dolore un segno di riconoscimento, e mostrare finalmente, sotto la maschera di sangue, il vero volto di libertà: le nuove infami ricchezze, e il progressivo imborghesimento delle masse, perdute nel miraggio di una facile dittatura, e perciò sempre più baldanzose e violente, mostrarono subito che l’uomo-baco era passato strisciando sui campi di battaglia, e già si apprestava a riassettare il suo bozzolo o a formarne uno nuovo.
Era necessario (nel senso in cui Foscolo chiama necessaria l’umana perfidia) che quest’uomo, nell’ora del pericolo, si rivolgesse al più potente dei due servitori sopra accennati, s’intende lo Stato, domandandogli che aprisse le piazze ai bravi e gli uffici agli avventurieri. Il concetto stesso di libertà-privilegio postulava che la libertà dovesse essere sacrificata quando il privilegio fosse stato conteso, come uno strumento ormai inutile. Ond’è che appena quegli stessi bravi e avventurieri, conquistato lo Stato col quale si affrettavano a identificarsi, fecero intendere chiaramente che esso non voleva più servire, ma essere servito, l’uomo tradizionale non vide altro in ciò che la nuova formula che si offriva alla sua salvezza, e si apprestò alla ubbidienza. Quel giorno egli diventò il protagonista della rivoluzione. A pochi generosi che custodivano in cuore la fiamma della vera libertà, parve che questa si spegnesse per non più riaccendersi. Nessuno capì, e nessuno poteva capire, che era invece il lungo calvario della liberazione che cominciava.”
(Salvatore Satta – De profundis – (cap. VII) – (Adelphi, 1980)