Gianmario LUCINI Non “resistere” ma “reagire” …per “esistere”!

E’ stato approvato in questi giorni il nuovo Ddl sulla sicurezza, che possiamo consultare sul sito del Senato . Sapevo dell’intenzione di proporlo, nella sua sostanza, per avvisaglie giunte attraverso mail e leggendo interventi di “controinformazione” su internet. Anche la stampa di larga diffusione, pur in sordina, qualcosa ha scritto, in particolare un articolo su Repubblica inviatomi da un’amica, insieme ad un messaggio di posta elettronica. La prima reazione che ho avuto, è stata quella di pensare a un’esagerazione, a un allarmismo eccessivo. Ho atteso il testo approvato in Parlamento proprio in questi giorni.
E’ un testo disarmante nel suo squallore. La mia sensazione è che sia un vero e proprio incitamento al controllo sociale del diverso, alla intolleranza, alla criminalizzazione generalizzata di molte condizioni umane al margine della miseria, accomunandole tutte, in spirito, all’idea di “reato”. Ossia, non è necessario che un clandestino compia un reato per essere criminale, è sufficiente che abbia lo status di clandestino. Ora, in termini filosofici e secondo la legge naturale si potrebbe obiettare che nessuno ha il diritto di proibire ad un uomo di vivere dove vuole, di fuggire le persecuzioni razziali o religiose, di trovare situazioni migliori per il proprio avvenire nella parte di mondo dove ritiene di poterlo fare. Ma ormai la legge naturale non esiste più, da molti secoli, nella nostra civiltà occidentale. La Legge è un codice etico, al di sopra delle coscienze, ed esige la sottomissione delle coscienze. Tu sei obbligato a fare lo spione e il delatore, per il semplice fatto che lavori a uno sportello pubblico. Sei obbligato a chiedere un documento che attesti che il tuo interlocutore non è un clandestino ma uno inquadrato nel sistema con un permesso di esistere legalmente concesso dal potere. Uno che produce PIL e solo per questo motivo ha il diritto di esistere. Non un valore in sé, ma un valore relativo alla sua funzione economica, relativo al fatto che il potere lo tolleri. Il potere di noi tutti intendo, visto che sembra da più parti che forse siamo ancora in un sistema democratico – cosa su cui ho forti perplessità. Sei obbligato a denunciarlo altrimenti vai in galera. Sei obbligato a fare quello che ripugna alla tua coscienza di uomo (e nel mio caso anche di cristiano, seppur figlio deviante di Santa Madre Chiesa) per non diventare deviante tu stesso, infame di fronte alla legge e alla sua etica. Sei obbligato a farlo per non andare in galera e mantenere il tuo posto di lavoro. Sei obbligato a non rischiare perché ti preoccupi del futuro dei tuoi figli.
Ebbene, in nome della coscienza individuale (sommo arbitro di ogni istanza etica, perché direttamente connesso alla libertà ontologica dell’essere umano), in nome dell’ultimo sprazzo di umanesimo, in nome della fede in Cristo che io sento molto vicina in questo frangente, in nome della dignità umana, in nome del diritto alla libertà di espressione, in nome di duemilaecinquecento anni di evoluzione del pensiero filosofico della civiltà occidentale, in nome di tutto questo, io sfido il potere a trovare nella nostra storia, se si esclude il ventennio fascista, una normativa così repressiva e intollerante verso lo straniero. E’ un documento molto lungo, di oltre 100 pagine, ma invito tutti a leggerlo, perché rappresenta, non ovviamente in tutti gli articoli ma soltanto in quelli di carattere repressivo della libertà individuale delle persone, la quintessenza dell’autoritarismo e, per dirla meglio fuor dai denti, un gigantesco passo verso la consacrazione de facto per e vie legali di ciò che mi sento di definire fascismo edonista, o anche stalinismo edonista, la vera novità culturale (non certo politica) della attuale maggioranza di governo. Un fascismo o stalinismo insomma che non usa i mezzi brutali del fascismo storico e di Stalin ma la delazione e l’intimidazione, come nella Romania di Ciausesku. Ciò significa che non si può più, a mio avviso, illudersi di vivere in uno Stato democratico, dopo una legge del genere o certamente non in una democrazia piena e matura. Occorre svegliarsi, ascoltare la coscienza senza nascondersi il senso di quanto sta capitando, senza minimizzare o ridicolizzare, senza pensare che qui possa valere il principio tutto italiano “fatta la legge, trovato l’inganno”. Qui si imbocca, nella maniera più chiara e a mio avviso inequivocabile, la via direttissima che porta alla fine della democrazia reale per approdare a una democrazia di facciata, che è un male ancor peggiore, per certi versi, degli autoritarismi conosciuti nella storia recente. Il fascismo storico ebbe infatti come grandi nemici la miseria popolare, l’avventura folle della guerra, delle colonie, l’arroganza della milizia e quant’altro. Il fascismo edonista invece è molto più furbo: compra le coscienze col sogno edonista, con l’anestetico mentale, con il terrorismo di matrice xenofoba. Il godimento e la paura: le pulsioni primordiali. Dalla caccia al comunista, che non ha funzionato, si passa alla caccia del diverso, fatto passare per criminale a norma di legge. La caccia al comunista infatti è per il momento démodé – questa specie di maccartismo itagliano non produceva consensi più di tanto. Il terrorismo xenofobo invece produce risultati, consenso sociale, rancori, guerra fra ceti e condizioni sociali, divisioni, violenza. Le cronache recenti portano innumerevoli esempi di tutto questo. Funziona e porta voti, e il consenso incita ancor di più l’autoritarismo ad esplicitarsi, a calcare di più la mano. Il “popolo”, la gente, qui non c’è, sta da quella parte: è inutile illudersi. E gli intellettuali, da che parte stanno? Non ne vedo molti che si esprimano, a parte una o due testate di giornale, che ormai con il loro (rispettabile) dissenso ottengono l’effetto di rafforzare la tesi che tutto sommato nel nostro Paese c’è ancora un’informazione libera e non da terzo mondo come dicono gli indici internazionali che misurano la libertà d’espressione. Certo, meglio così che nulla, non sono uno che ragiona nella logica del “tanto peggio tanto meglio”. Ma purtroppo l’effetto, non voluto, è quello di farci credere che sia libertà dove non c’è.

Tempo fa, una mia amica che ha perso le elezioni a sindaco per due voti (due!!) dopo un mandato di amministrazione più che dignitosa, mi inviò un SMS invitandomi a “resistere, resistere, resistere”. Lo lessi con l’amaro in bocca e immediatamente mi venne da rispondere: “non resistere, ma reagire, reagire, reagire”. Ovvero, “agire in senso opposto”. Che cosa significa “resistere”? Non ha alcun senso quando si è nelle condizioni di assistere impotenti a una simile folle corsa verso l’abisso. Bisogna reagire, bisogna mettersi davanti al cavallo imbizzarrito e tentare di fermarlo, perché non precipiti l’intera carovana. Qualcuno lo deve fare. Se tutti gli intellettuali, i poeti, gli artisti reagissero e dicessero a gola spiegata: questa legge è iniqua, contro le coscienze, bisogna contrastarla in modo democratico ma deciso, io credo che le cose cambierebbero, che molti farebbero marcia indietro, anche sul versante della politica. Peraltro, io credo che sia proprio questo il motivo per il quale le pene previste per chi disobbedisce siano tanto forti: perché non bisogna parlarne, bisogna accettare tutto senza dire nulla. Resistere? Al potere sta bene, purché non si reagisca. Anzi, “resistere” fa look, dà l’impressione di una dinamica democratica. Il potere ha paura della comunicazione che non riesce a controllare, ha paura dell’amore, dell’empatia, della solidarietà umana, di qualsiasi forma di socializzazione che non sia massificata e quindi controllabile. E, per inciso, il potere è permissivo con la pornografia e la devianza libertina (!) perché le considera forme di evasione mercificata e quindi funzionali alla sua logica, ma condanna la sessualità genuina ma non controllabile legalmente, cercando di infangarla di un alone di devianza. Bisogna reagire, avere il coraggio di mettere tutto davanti ai colpi di questo coltello, anche a rischio dell’isolamento.

C’è ci sostiene che non è il caso di fare follie, perché non si può più scherzare di fronte a una legge del genere. Dissento. Ma chi è il folle? Chi rifiuta questa logica o chi la subisce? Dove ci ha condotto, in termini di civiltà, la nostra prudenza di fronte all’arroganza dell’autoritarismo? Mi si porti un solo esempio simile alla situazione storica che stiamo attraversando, che induca a considerare la prudenza (ossia il dissenso mormorato, quello che non rischia nulla, quella specie di “coro di vibrante protesta” a cui allude Fabrizio De André nel suo capolavoro che abbiamo inserito su Poiein nel mese scorso) la risposta idonea. Mi viene in mente anche un discorso, segnalatomi su Internet da un’amica, che a mia volta propongo con questo link (si tratta di un’intervista allo scrittore e regista Silvano Agosti, che mi vede su molti punti in perfetta condivisione ideale). Di fronte all’emergenza non si usa la prudenza, ma la decisione. Si deve avere il coraggio di pagare di persona, tutti insieme. Certo, se non si è insieme allora non si vince. Anzi, si viene isolati e bastonati. Ma questo è un altro problema ed ognuno lo risolva dentro la sua coscienza. Decidere è un doveroso e responsabile atto di libertà, tergiversare l’atteggiamento puerile dello studentello che bigia la scuola per evitare il compito in classe. Ma finisce che viene bocciato lo stesso. In questo caso non è possibile stare dentro e fuori, accettare e rifiutare insieme: se si accetta pur mormorando si è d’accordo con chi vuole questa legge. Tutto qui. Certo, ci sono delle responsabilità che dipendono dai nostri comportamenti, come la responsabilità verso i figli, che devono mangiare e andare a scuola mentre tu vieni licenziato dal posto di lavoro. Non oso giudicare su questo punto, perché non ho figli e non credo che la mia coscienza faccia testo per altre. Ma, come direbbe il profeta: c’è un tempo per attendere e uno per decidere: il tempo dell’attesa è finito, è fin troppo evidente che sia finito. Ora bisogna decidere, chiamare le cose con il loro nome, considerarle secondo la loro natura, esprimere la somma istanza etica della libertà di coscienza con l’agire, non con le parole. Rifiutare l’etica disumana di questa legge. Combattere democraticamente questa legge è un dovere, un imperativo morale. Già ora la nostra prudenza ci ha fatto perdere del tempo, ci ha ingannati facendoci considerare esagerate le preoccupazioni dei più avveduti, in molti problemi sociali. E molti sono morti a causa delle nostre indecisioni: si pensi ai morti per mafia, anch’essi avevano diritto a una vita felice, ma hanno scelto una vita responsabile, nel senso più genuino. I loro figli hanno un altissimo ricordo del loro insegnamento, nonostante le sofferenze patite a causa della loro scelta. Così mi dissero Deborah Cartisano e Stefania Grasso (due amiche calabresi figlie di persone semplici, non certo eroi, uccisi dalla ‘ndrangheta) che voglio associare con affettuosa stima a questa considerazione. Qui non si tratta di mafia ma di giustizia, di umanità, del minimo che ci vuole per considerarsi un popolo civile. Qui si tratta di agire con coerenza rispetto alle cose che si pensano. Si tratta insomma di evitare la solita schizofrenia dell’uomo animale sociale: da una parte le parole, dall’altra gli atti, da una parte in cuore, dall’altra la testa, da una parte ciò che si crede, dall’altra ciò che si vive. Questo modo di vivere è tipico dello schiavo, come dice anche Silvano Agosti nell’intervista segnalata. Reagire non è quindi un comportamento anomalo, donchichottesco o eroico a seconda dei punti di vista, ma l’atto più integrato e normale, l’atto più naturale di una persona libera che voglia difendere la sua vita dall’ingerenza impropria e violenta di valori che in coscienza non può condividere.

Vi è inoltre una sottolineatura che riguarda anche la libertà del web e di tutte quelle forme di informazione che svolgono un ruolo importantissimo nel nostro Paese e che, in qualche modo, consentono ancora di conoscere notizie che ormai non trovano più spazio nelle televisioni e sui giornali. Il famigerato art. 60.
Sembra che questo articolo sia stato soppresso, e quindi non sottoposto all’approvazione dei parlamentari. Ma non è questo il punto. A noi qui interessa cogliere soprattutto l’intenzione, la direzione, la filosofia adottata dal Governo in materia di ordine pubblico, e c’è da preoccuparsi e inventarci una reazione. La tattica con la quale si muove questa nuova destra per far passare più facilmente la sua cultura antisociale si può infatti suddividere in alcune tappe fondamentali:
a) annuncio shock, al quale seguono reazioni attentamente studiate;
b) minimizzazione dell’impatto negativo, ossia la classica smentita in stile berlusconiano (sono stato frainteso, la stampa non ha capito, c’è una campagna di disinformazione, c’è una congiura, ecc. ecc.) con l’esito finale di relegare il problema in un’area di ambiguità, di confusione semantica, di disturbo alla chiarezza dell’intenzione e del messaggio originario, di sostanziale fraintendimento;
c) uscita degli alfieri: i cosiddetti “intellettuali” della destra fanno da frangiflutti e portano avanti campagne estremiste, di attacco alle idee contrarie, con argomenti a volte falsi e pretestuosi presentati e sostenuti da una buona parte della stampa e da un largo battage pubblicitario; ripresi poi con battute ammiccanti dai politici, e così via. In questa fase l’argomento, prima rifiutato dalla coscienza, trova spazio nella cultura e poi nella coscienza, diventa insomma un qualcosa di problematico, che si può discutere, anche perché la nostra benedetta “opinione pubblica” che si muove ormai come una folla manzoniana o peggio, come una folla allo stadio, in questo clima recepisce sempre il peggio e sostiene i suoi leaders come a una partita di calcio;
d) la questione allora diventa “di interesse generale, sentita dalla gente, una questione prioritaria”, ecc. ecc. Ovviamente le questioni davvero prioritarie (in questo momento ad es. la situazione economica e la povertà delle famiglie) passano in secondo piano, anzi vengono negate. L’annuncio shock insomma porta, fra i suoi risvolti negativi, anche la rimozione dei veri problemi del momento. Di per sé dunque non è necessario che la battaglia per conseguire i risultati impliciti nell’annuncio sia vinta: è sufficiente che ci sia e che sia rumorosa per servire allo scopo del potere, che è quello di distogliere l’attenzione della gente dai veri problemi esistenziali di una nazione.
e) segue all’uscita degli alfieri un periodo di relativa calma rispetto all’argomento, periodo nel quale viene dato risalto ad altri “annunci shock”. Questo periodo è dedicato alla preparazione del provvedimento, alla verifica delle intese, alla verifica delle possibilità di consenso all’interno della stessa maggioranza in vista di una votazione, oppure nella preparazione di un decreto legge, insomma di un provvedimento esecutivo
f) fatte tutte le idonee verifiche e calendarizzato l’appuntamento con le camere, il provvedimento passa alla votazione.
Più o meno questi sono i passaggi tattici di questa maggioranza, che può così comportarsi perché ormai possiede la stragrande quantità dei mezzi di comunicazione di massa, ad eccezione di Internet. Dunque, Internet è da colpire in modo prioritario, perché potrebbe avere in sé la sufficiente carica di destabilizzazione e potrebbe indurre nell’opinione pubblica elementi di criticità tali da rendere problematica la stessa tattica basata sul monopolio dell’informazione. Mi chiedo, per inciso, come mai non si è pensato di usare questo sistema di filtraggio delle informazioni per altri scopi, come ad esempio il commercio delle armi, dei farmaci illeciti, per i siti pedo-pornografici e via dicendo: come mai?
Dunque, questo immorale articolo 60 che piove dal nulla o quasi (c’è stato infatti un tentativo di intervenire su Internet con una proposta cosiddetta Pordi-Levi già nella scorsa legislatura, ma poi la cosa è finita in niente) è stato presentato e poi ritirato, ma ormai è entrato nel dibattito, è una presenza, è un argomento, un annuncio-shock che sicuramente verrà ripreso in futuro, esattamente come è successo per le ronde civiche, che furono un annuncio shock dei primi mesi di quest’anno, furono espunte dal decreto cosiddetto by partisan sulla sicurezza nell’aprile scorso, e diventano realtà appena tre mesi dopo.
Pertanto, è inutile illudersi che dell’art. 60 non se ne parli più: è cosa sicura che in un modo o nell’altro ce lo troveremo sul groppone, senza tante cerimonie, se non ci mobilitiamo sul piano culturale.

(L’intervento di Gianmario Lucini, che ringrazio, è tratto dal sito POIEIN )

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