Viedellapovertà 2

Forse non sono mai stato abbastanza intelligente, pazienza, bisogna farsene una ragione. E’ una di quelle cose a cui si preferisce non pensare, sperando di cavarsela, in qualche modo. Facevo fatica a concentrarmi, a capire al volo; gli insegnanti rispiegavano per me, e questo non mi faceva piacere, così come le sbuffate, le occhiate e le risatine dei compagni. Tolte storia e religione, ero un po’ una frana ovunque. Ma la storia mi faceva sognare, e dimenticare le cose spiacevoli: i rimproveri, le prese in giro, l’essere ultimo in tutto. Così, non amando il presente e non sognando un futuro, pensavo al passato, al mio, e a quello cento, mille anni fa; a come la gente vestiva, parlava. Mi sarebbe piaciuto vedere il mondo senza macchine, senza tivù e telefoni, con tanta gente in meno. Della religione, quella cristiana, mi colpivano le parole potenti e dure, che scuotevano; ma ce n’erano alcune, “poveri”, “umili” e “puri di cuore”, che sentivo speciali e rivolte a me, proprio a me; mi davano serenità e fiducia quelle parole, forse perché non bisognava faticare per essere così, non c’era niente da imparare, niente da dimostrare. “Le persone così piacciono a Gesù” mi ripetevano al catechismo e a scuola, e io ero contento di sentirmi in quel modo.
Sì, avrei voluto vivere in quei tempi calmi e lenti, senza chiacchiere, senza i rumori di adesso. Poche, semplici parole e tanti silenzi. Poi, si sa, non era solo così – c’erano le guerre, la fame, le malattie… – ma mi piaceva pensarlo.
Bello poter guardare ed ascoltare il mondo senza fretta, adagiarsi su di esso come un bue nell’umido di un prato. Ma intorno a me il mondo correva, fuggiva, mi teneva a distanza; intorno a me occhiate severe e sfuggenti, per nulla benevole. Finite le scuole medie, dopo due bocciature, avevo deciso di non andare avanti. “A questo mondo non sono tutti dei geni, anzi, tante teste di rapa hanno un diploma e una laurea, e sono anche pericolosi” mi ripeteva mio padre per convincermi a continuare “almeno un diploma ci vuole, e tu non sarai peggio di altri…” Ma io niente, il pensiero di tornare sui banchi ad ascoltare cose che non capivo, passando da fesso, mi faceva star male. Dopo molte ricerche, un mio zio mi aveva trovato un posto di magazziniere per una catena di market: scaricavo la merce dai camion e la sistemavo in punti precisi del capannone. Un lavoro semplice, dove ti rompevi la schiena ma non la testa. Mi avevano fatto firmare una lettera di dimissioni senza data, ma cosa comportasse l’ho capito solo dopo; e un’altra con cui dichiaravo di ricevere un dato compenso mentre in realtà ne prendevo uno di molto inferiore. Ma mi stava bene così, dormendo e mangiando dai miei. Con quello che guadagnavo mi ero preso un vespino e qualche indumento. Nei fine settimana uscivo con un collega del magazzino. Un film, una pizza, il biliardo, i videogames; e il venerdì notte, la discoteca, dove però non ballavo; me ne stavo comodo su un divano a guardare qualche bella ragazza, purtroppo, quasi sempre circondata da corteggiatori. Qualcuna avrei voluto avvicinarla, parlarci, uscirci assieme; magari fidanzarmici, e tutto il resto; ma non avevo faccia tosta, non ero uno di quei tipi decisi e con la battuta pronta che le andavano appresso.
Sono arrivato a trent’anni senz’accorgermene. E ancora più rapidamente, ho raggiunto i quaranta. Poco era cambiato rispetto a quando avevo iniziato a lavorare. Stessa vita dentro e fuori il magazzino. Poi un anno fa lo stravolgimento: la morte dei miei genitori, a distanza di un mese l’una dall’altro, la richiesta di liberare l’appartamento dove abitavamo in affitto, quella maledetta lettera di dimissioni firmata al momento dell’assunzione. In tre mesi ho perso tutto, e un nuovo lavoro, visti in tempi, nemmeno a sognarlo. Dormo e mangio da mio fratello, ma non so per quanto. Ho lasciato crescere capelli e barba, imbiancati, dicono, un po’ precocemente. Dovrei essere triste, arrabbiato, indignato, ma non lo sono. Mio fratello ha moglie e figli, e una casa piccola. Così alle otto sono in strada, fino alla sera. Cammino piano, mi guardo intorno. Incrocio altri come me, sempre di più, ogni giorno. Mi osservano, li osservo, senza parlarci. Sembriamo pinguini sulla riva, qualcuno ha detto, in attesa dell’onda; una colonia in crescita. Non so cosa significhi essere intelligenti, a questo punto; se mi manca davvero qualcosa.

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2 responses to this post.

  1. Posted by accipicchia on 18 agosto 2009 at 9:56 pm

    Davvero un racconto “intelligente”.
    Uno sguardo sugli avvenimenti amaro, malinconico, rassegnato questo del protagonista, ma anche grande lucidità sul proprio modo di essere, per arrivare, alla fine alla consapevolezza che si è in tanti a vivere una situazione di precarietà.
    La conclusione, poi, straordinaria, con la conquista, perlomeno, di quei “tempi lenti” da sempre desiderati.
    Un caro saluto. Piera

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 19 agosto 2009 at 10:54 am

    Grazie Piera per la tua consueta attenzione. Un saluto caro, a presto.
    Gianni

    Rispondi

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