Marina PIZZI – “L’inchino del predone”

mpizzi

Viaggia nel mare infinito della lingua, con bussola ritmica e fonica, anche questa nuova raccolta poetica di Marina Pizzi; a vele spiegate, docili ad un vento interiore che spinge verso approdi inauditi. I mondi che disvelano i suoi versi – paesaggi, pensieri, espressioni fuori dal senso logico-razionale del linguaggio ordinario – hanno la consistenza materica di statue e manufatti rigorosamente modellati. Una spiazzante e ludica inventività che rifugge  luoghi comuni ed epigonismi di sorta, nell’incessante ricerca di un’immagine, una sequenza di parole originale e convincente. Poesie percorse, talvolta, da dardi di senso compiuto (“111. Le ronde della forca sono pronte/appena sotto il rantolo di stasi./così amareggiato il rigo della fronte/rende le cose in giro più affamate.”) che rivelano l’eticità dell’autrice, il suo prendere posizione, il suo non stare al gioco dell’umano troppo umano. (gn)

*

10.

L’inchino del predone

 

ho un sesto senso  che mi fa rapace

pace già panica e forse già logica.

non basto al mondo e non ribasso

il prezzo che non incasso. ho una

lapide vermiglia intorno alla gola.

qui mi meraviglio di essere la viva

vedetta di me che già guarda

dormire gl’indici e le vette.

padre conserto madre senza latte

le verità ataviche del palmo.

 

*

 

19.

compro un librino e sono in pace

con la cicala del sangue che gira

e rigira a vuoto dentro il corpo

pagano sempre in gara con qualcosa

o qualcuno per paura o stanchezza.

il cheto aroma della funivia non mi

regala niente. di te stento il ricordo

e il dolore che avvenne quando

moristi stinto stelo del più bello

comodo del bello. fu lo strazio

parco delle lucciole che mi disse

dissero il cielo.

 

*

 

22.

e non sarà domani il giubileo

di vinti, il miracolo attende

rannicchiato, e rivive il sunto

di un viottolo scrostato  attraversato

a piedi per risparmio di tempo

senza foce se non di morte in foce.

tu giubili l’aratro che solca per il nuovo

questa mortale stalla di rimpianti

eremitici rimorsi di non sì.

 

*

 

24.

avaro quanto avaro il delfino

si fa lontano solo lontano

e  so che esiste la gioia

disumana, la mano alata

di voltarsi fieramente  felici.

l’angolo regale sforna le ceneri

del bambino che è stato buono

è senza spera la radice del tuono

questa nomea che fiaccola accanto.

l’eremitico giogo di falena

serra una vita al gancio.

 

*

 

33.

è notte, sono tinti i capelli

con la pece dei tristi che migrano

per questo goccio di aspetto

riarso dalla cometa che va  in pezzi

per colpa della lirica di stonio, stonata

nata dentro i pozzi per fari suicidi

se ne vanno nel vano delle scarpe.

 

*

 

68.

affranta in un giogo di catene

frana la sera. in mano all’orco

del comignolo freme la gola.

nella contumacia della fronte

nessun sole ma la diga gigante

che non ammette gomitoli

da sciogliere. la parete è liscia

irraggiunta da tane e frodi.

in un capanno a valle

vale la legge del panico

la nomea  della frotta degli spini.

in nome di dio ti chiamo

con la bestemmia in regola.

 

*

 

Marina PIZZI

L’inchino del predone 

2008 – 2009

Blu di Prussia (2009)

 

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