“Spaccasangue” di Iole TOINI

spaccasangue

 

 

 

 

 

 

 

 

 

canto della mamma bambina

Fare la mamma, essere la ninnananna, stare senza senza,
morire morire morire come una qualsiasi fatica.

I

La cuffietta intorno al viso; un fagotto sui gradini
della stanza grande come una forma di lardo,
unico flash della mamma-bambina senza denti né pianto.

Dietro la porta la madre si quieta vegliata dal grufolo caldo, il battito
dentro le cestole; i segni contano le vene.

Madre nera madre troppo
fragile per i boschi per le mele cotogne le primule a novembre
madre dei soffioni senza campo.

Il padre è un peduncolo, grande come il baco
che abita la mummia. Migra dalla pancia all’osso.
Succhia. Geme. E’ un grugnito.

Tagliati a metà, l’uomo e la sua terra, il verro e la sua donna, nel tempo perdonato
della mietitura, crescono la mamma-bambina.

II

cuore zoppicato cuore sperticato vuoto della resa
candore nella bocca calore morsicato
tappo uscio cigolio del letto

Lei è l’amore, nato amore vivo,
amore da far fuoco, con il nome corto come l’odio.

Vivi e cullami vivi di più e proteggimi
scatola di ossa cranio che si fonde testa dell’ariete
contro la mancanza, bambina azzurra
come la porta magra come un girino bomba mammina
che spalmi olio sopra i muri difesa dei massacri
vitello mai morto tuorlo
del mio altare donna inginocchiata
con lo sputo infilato nella sporta
donna nocciolina senza la barbi senza le trecce
con la gonna a pezze con le gambe
storte il sesso cresciuto contro le braghe di un uomo
immacolato uomo vangato sulle pietre calde di vermi
cuore di dita dolore respirato buio
scafandro uovo crudo libro mai avuto

III

C’era l’amore cucilo vena a vena.

L’amore era nelle galline
nei vitelli nello zio del latte munto
nei fasci di fieno i giochi con le biglie.

IV

nel nome del padre nel nome della madre
nel nome della figlia bestemmia

Preghiere e muco sopra le labbra.
Lei è un podere da vangare, attecchisce sui rami
delle gambe, un baco nel frutto.
E’ dura come il piombo
cade colpo su colpo
poi ricresce come i cerchi dentro un albero.

Nella doglia si torce come una sposa.
Ama la madre chiusa nel ventre.
Odia il padre che è il principio e la fine.
Odia il suo corpo che li tiene, letame buono a far seme.

V

Arancia meccanica
Arancia meccanica
Arancia meccanica

Chi sa da dove vengono le cose, da dove viene il mare che frange le molotov amadeus mozart le chiuse alle dighe i transatlantici il cane di pavlov da dove vengono le spiagge le orche l’everest.

Il giorno che si ammazzano i conigli. Metà settimana, la madre le dice vieni. In una mano il catino, nell’altra la lama del coltello. I conigli sono belli quando sono piccoli. Da grandi sono grassi e vanno ammazzati. La madre solleva la gabbia, prende il più grosso. Lui sgambetta. La madre si siede sullo sgabello. Le dice tieni fermo il catino. Raccoglie da terra un sasso, lo picchia come un martello sulla testa del coniglio. Poi prende il coltello, un taglio deciso, da cima a fondo. Il coniglio fuma come una fabbrica in inverno; il sangue trema, troppo vivo. Con un crack gli spacca la schiena; lo apre come un pezzo di strutto, affonda le mani fino al polso, le riemerge colme del fegato che sbatte le ali come un uccello.

VI

I morti hanno la bocca cucita al perdono.

Aperta al suolo, viva dentro la bocca, con la tristezza
che zampetta le ali sul dorso di una cometa.
E’ nel caldo come una terra di carne che osa
la cresta di buio fino alla strada malinconica;
porta alle vene interrotte, ori, qualche persa morte.

L’occhio stringe sull’odore di neve, i campi,
dopo la mattina che morì suo nonno.

La casa era piena di gente, le donne – nere negli occhi –
le toccavano la testa come un’acquasantiera.

Dritta in mezzo alla stanza, l’angoscia raspava come un cane all’uscio.
Senza saperlo è la bambina felice: vola
nei quattro cantoni come uno spuntone
che oltrepassa lo spazio. Cammina la terra
nei piedi nudi, lungo i nervi della montagna
dove il vento schiuma le foglie;
tira la voce contro caverne di tufo per sentirla
colpirla alle spalle come potesse esistere
proprio lì e lontana, insieme.

VII

Ti rinnego, padre minuscolo, perché ti amo.

Una piccola statura, un ometto
senza denti con il sesso fiacco col fiato
a picco sulla bara graziata dalla paura.

Inutile come la pena
munge il cuore della mamma-piccina
le dice tienimi dove fa più male, non lasciarmi morire.
Piagnucola, la scava, ancora che non basta.
Batte il chiodo. Entra. Polmone. Nervo. Giugulare.

Vedi come muoio?
Tienimi, sono il tuo bambino
sono il padre e ti dono la mia vita.
Pregami e preservami.
Dammi la tua mano l’onda dei tuoi fianchi
i sogni il mare il treno che mi porta
nessundove dammi la tua vita
te più del cuore dammi quello che non muore.

VIII

Le persone entrano e escono dal mio ventre come una battaglia.

[La mamma piange.
La bimba viene al mondo.]

/

Ondeggia come uno spillo
calato in fondo al pozzo.
Dentro la pancia il padre guaisce.
Non vive; resta nel vuoto che lo colma
limbo senza terra cordone alla gola
isola che affonda la carne aperta.
Respira, mamma-bambina
spingilo oltre il cuore.
Ora nasce
ora che duole così forte
adesso che spacca la carne.
Lui che in te resiste.
Lui che mai muore.

La testa molle, rasata come un campo da tennis, vola dalla panciabambina,
attraversa l’altare come la risata di un beone.

IX

Come i bambini che volano dagli occhi appesi il salto aperto di nuvole i bambini che cercano la forma del suono senza badare se scurisce il giorno i bambini che restano impigliati ai vetri guardano la neve che stacca dal volo, come i bambini vado mano sul muro

si allontana dal confine verticale di una giostra che canta alla festa del paese. Nella stanza di neve, con il nome di una foglia sulla bocca, ricorda quando restava in cortile, sopra la catasta di legna, fino all’ora del buio; ascoltava il miagolio dei gatti, il loro pianto in amore. Guardava dentro lo spazio che dava forma al silenzio, senza vedere. Le ombre della casa filtravano dai rami. La madre la chiamava; usciva sulla soglia e la chiamava. Non la cercava mai più in là del poggiolo. Lei restava ferma a seguire il taglio di luce che cadeva dalla porta aperta, la forma nervosa della madre, le braccia nude. Il tempo la inghiottiva con un sapore caldo, un’assenza che non fa male. Sentiva allora di non contare niente di più di quel luogo che si allargava nell’attesa di qualcosa che le soffiava dentro, sconosciuto.

*

Festa latina

C’era cuba, il brasile, donne con le curve alte
uomini coi capelli bianchi, la voce che svuotava il sangue,
musica gialla come la senape, facce negre
che tagliavano le reni.

Ho comprato degli orecchini
azzurri come una finzione.
Ti stanno bene negli occhi, ha detto Simona.
Lei è rossa/una cerva/ bella oltre misura.
Gli uomini le salivano dal mento;
lei li lasciava entrare dalla bocca.

Ho indossato i miei orecchini.
Barbara mi ha schioccato un bacio. Un travestito
ha invitato Stefano a ballare. Ma lui aveva
paura di cedere alle sue mani aperte.
Indossava calze a rete, la gonna
appena sotto le natiche. Era bellissimo; più
vero di me, di Simona, più vero di Stefano,
dei nostri sogni che balbettavano
fra le gambe della lambada.
Coi capelli toccava il filo
delle luci. Prendi me, gli volevo dire
mentre il mio odore di fieno
mi inchiodava ancora e ancora al muro.

*

Il muratore

L’uomo aspettava davanti all’agenzia immobiliare.
Voleva una casa per sé, dei muri caldi e un divano
dove lasciare l’impronta del suo lavoro
senza preoccuparsi di imbrattare i cuscini.
La moglie lo aveva lasciato e i figli li avrebbe
visti ogni due settimane.
Aveva la barba lunga e un segno
scuro sulla guancia sinistra. Dentro le mani, la polvere
delle case che costruiva.
Non sapeva come muoversi dentro quel posto senza odore,
che vendeva le case o le affittava a chi non ne aveva nessuna.
Si dondolava sulle gambe.
Parlava in dialetto, dando del tu come fanno i bambini.
Si è seduto sull’orlo della poltrona che gli hanno indicato,
le mani impiegate sotto il tavolo. Forse aveva vergogna
dei segni neri sotto le unghie.
Ascoltava e ogni tanto annuiva. Con gli occhi
che non stavano fermi cercava la porta.
La moglie lo aveva lasciato, forse perché
gli piaceva farsi un goccetto
all’osteria dove vanno gli uomini che hanno
capelli unti, gli occhi sbeccati e ridono
quando sono pieni di vino
o piangono che non li ferma nessuno.
La moglie forse gli aveva dato dell’ubriacone, uomo senza
famiglia e forse lui le aveva mollato una sberla, le aveva detto parole
che si imparano quando si resta soli, o invece
erano anni che si parlavano solo
per questione di soldi, di figli, di come fare
a mandarli a scuola che non ci volevano andare,
tanto a cosa serviva. Comunque io questo non lo so,
so solo che l’uomo ha preso
le chiavi della casa che per un poco
sarebbe stata la sua.
E’ andato via di corsa.

*

il vecchio

Le gambe secche dondolavano dalle sbarre,
i ferri gli segavano le cosce scheletrite.
Il vecchio premeva i polsi sulle coperte; remava la sua onda,
cercava l’equilibrio rimasto sotto le lenzuola dove poco prima
era disteso, gli occhi al soffitto.
Muoveva i piedi avanti e indietro, spostandosi piano lungo le aste.
Era uno scoiattolo che stava per saltare dall’albero.

Ho pensato ora cade.
Volevo andargli vicino.
Ero un niente che gli soffiava contro.
Chiamo l’infermiere, ha detto il ragazzo di fianco al suo letto.
Lui ha cominciato a balbettare qualcosa.
Forse pensava a suo figlio, alle mucche, al formaggio
da cagliare, alla pipa lasciata sulla credenza.
Gli ho toccato il braccio.
Forse non mi ha sentito.
L’ho tenuto come si tiene la paura in fondo alla gola.
Era di vetro mentre si lanciava verso la terra.
Con una mano si è aggrappato al comodino,
con l’altra frugava l’aria come cercasse
sul fondo di un cassetto.
Il pannolone gli penzolava dalle cosce.
Le gambe molli, senza carne, uscivano dalla plastica come aringhe.
E’ entrato l’infermiere. Lo ha preso per un braccio.
Cosa-fa-in-piedi-Franca-vieni-a-aiutarmi-questo-è-sceso-dal-letto.]
Plof, lo hanno sollevato, disteso bello diritto, plof, richiuso dentro.
Quando-viene-tuo-figlio-ti-porta-a-fare-un-giretto.
Franca gli ha tirato il lenzuolo fino sotto al mento.
Lui stava zitto, guardava il punto che c’era dopo il soffitto.
La settimana seguente il letto era vuoto.
Forse era tornato a casa.

*

troppa poca parola

Finita, ieri, il mio cuore ti disse.
E ancora inizio non avevi
e ancora mai nell’inizio non sei
e sempre sei l’annuncio dell’inizio.

– A. Zanzotto –

Per il dislivello del fiato, per lo sgomento,
nell’odore incensato della salita, nella chiave
che albeggia la carne, le arnie a raccolta,
gli indizi, l’inclinazione alla guerra.

Nella vigilia della dolcezza, la perdita della coscienza.

Vendicata parola, vendicato
il tuo nome, disfarsi di cielo che apre
alla strage, la frase rossa sul dorso,
la presa alle reni, alture, il midollo, il golem
che inneggia al verbo amazzonico come un utero
scagliato di luce.

Io dormo sul masso del fieno, sui morbi grassi
che gemmano storie, e le fedi spuntate. Innesti
su stanze e vuoti. Per te bella matrona lego
le gambe al tavolo, lego i capelli, crisma
di amore babelico. E’ terrore
la commozione del prato, il fondo vivo
dopo la partitura del corpo impronunciato.

*

Iole TOINI
SPACCASANGUE
Le Voci della luna Poesia (2009)
Con nota di Davide Rondoni

Altre poesie e interventi su Rebstein

su Viadellebelledonne

su Blanc de ta nuque

e sul blog personale dell’autrice Nello scantinato, l’alveare

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4 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on 23 novembre 2009 at 7:07 am

    grazie Gianni.
    mi è di grande piacere essere qui. 
    e mi è di conforto il riconoscere un comune percorso che cerca nome  e forza anche nella poesia.

    iole

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 23 novembre 2009 at 7:20 pm

    Grazie Iole, un piacere ospitarti qui col tuo ottimo lavoro.
    Un caro saluto
    Gianni

    Rispondi

  3. Posted by PannychisXI on 2 dicembre 2009 at 4:36 pm

     Ottima proposta. Un bacio alla grande Iole, e sempre al mio Nuscis.

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 3 dicembre 2009 at 10:18 am

    Grazie Savina, ricambio con affetto. Buona giornata!
    Gianni

    Rispondi

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