Gianmario Lucini su "La parola data"

laparoladata Ringrazio Gianmario Lucini per il suo intervento su “La parola data”, pubblicato oggi su POIEN

            

Di non facile lettura questo importante lavoro del sassarese Gianni Nuscis, che segna a mio avviso un balzo in avanti molto forte nella sua poetica e nel suo stile.

Lo stile prima di tutto: asciutto ma senza mai perdere una intrinseca caratteristica dialogica, lirico ma molto sorvegliato e mai abbandonato a larghe melomanie alla Rachmaninoff – tanto per capirci.  Alto ma non inaccessibile a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il linguaggio alto della poesia.  E parte di questa altezza, che appare anche severa in taluni passaggi, deriva appunto dalla ricerca di quella asciuttezza stilistica che gli fa omettere tutto quanto sia possibile omettere, tutte le parole che non sono da lui considerate essenziali all’economia del senso e del verso.  Il linguaggio è dunque molto curato, molto sentito, risuonato (lo si vede) per molte volte in una lettura mentale e polmonare.  Certo, è uno stile non facile perché necessita di misura: l’eccesso o la mancanza sarebbero una stonatura, così come in una partita per violino di Bach è necessario che l’interprete ricavi da quella scrittura la sua sobria bellezza, la sua linea melodica essenziale capace lei sola di dividere gli spazi sonori con la sicurezza e che il compositore ottiene coniugando la libertà dell’invenzione col il rigore del senso, l’ansia del dire cose nuove con l’empatia per colui che queste cose nuove è disposto ad accogliere in una dimensione di scambio.  Questa ricerca di rigore può essere spiazzante a chi ama la poesia dialogale, che predilige la semplicità formale della lingua e la chiarezza/completezza della linea espositiva.  Ma, come sopra dicevo, gioca in questi due opposti un ruolo importante il senso della misura, non definibile certo in modo oggettivo, ma che ognuno avverte a seconda di una sua particolare sensibilità e che tuttavia può ben ricreare in se stesso se riesce a leggere con un atteggiamento empatico l’ordito poetico tessuto da un certo autore.  La poesia infatti non è un fatto estetico (soltanto).

E dunque c’è dell’altro.  Ancora nel linguaggio, troviamo infatti una sapiente capacità di sintesi che si esprime in immagini e versi densi e insieme folgoranti, che esplodono in una moltitudine di allusioni e di significati veicolati da pochissime parole (ho sotto gli occhi ad esempio, a pagina 37:  “Senza pianto che recrimina / il domani in cui si ride / forte a banda larga“.  Tre versi che valgono un intero discorso che non intendo qui sviluppare).  Questa è l’asciuttezza, che poi è rigorosa scelta del modo più efficace e semplice (e quindi elegante, secondo le teorie della comunicazione) per esprimere un pensiero e le sue emozioni.  Suggerirei: un evidente rigore nel creare delle regole per la sua scrittura e nell’osservarle, secondo una poetica ben articolata, creata su inclinazioni estetiche soggettive, ma che si lascia facilmente penetrare e giudicare.  E dunque si lascia criticare su basi in sé oggettive (il problema nella lettura di certi poeti infatti, è proprio quello di una difficoltà nell’argomentare sulla loro poesia a partire da elementi di criticità, proprio perché hanno elaborato una poetica troppo frammentaria e nello stesso tempo non sempre la osservano, non vi sono insomma fedeli: il tutto potrebbe  essere interpretato, esasperando questo atteggiamento, in coincidenza con il suo contrario – e quindi un niente di fatto).

Dietro questo uso del linguaggio devono per forza giocare un ruolo importantissimo alcuni fattori, primo fra tutti la frequentazione della poesia classica e contemporanea (sembrerebbe ovvio, ma giurerei che pochissimi sono i poeti cosiddetti “emergenti” che si degnano di leggere qualche verso che non siano i loro e, soprattutto, che si degnino di riflettervi e magari chiedersi il perché di un certo modo di scrivere piuttosto che un altro, le ragioni, insomma, di quella poesia).  Dunque è sul filo del confronto e della comunicazione che nasce la scelta di questa poetica, dentro un quadro di rigore disciplinare e metodologico – che non inibisce, come in modo facilone alcuni affermano, la manifestazione della propria genuinità, dei propri sentimenti, della propria psicologia, secondo una attesa di verità intersoggettiva che è insita in ogni attesa di comunicazione, ma che anzi la rende nuda e cruda, non nascosta dal velo ambiguo dei luoghi comuni cristallizzati nel linguaggio. Questa è la mia netta impressione.

Del Nuscis che conosciamo già, resta sempre quel fondo di forte eticità che caratterizza le tre pubblicazioni che egli ha dato alle stampe e che si concretizza in una poesia dove l’attenzione al messaggio, e quindi al pensiero poetico, è prioritaria rispetto ad ogni altro elemento formale.  Ma nel Nuscis di questo volume ci pare però di notare anche una forte vena di disincanto, che non è collera o disillusione o tristezza, ma una consapevolezza matura e serena di quanto di problematico egli afferma nei suoi contenuti: l’inadeguatezza della poesia stessa ad essere protagonista di un cambiamento, ad esempio, o la condizione di solitudine dell’essere umano alla quale da solo l’uomo si condanna, o anche la complicità nel convivere con l’ingiustizia su cui si fonda la convivenza civile.  Tutti aspetti che potrebbero indirizzarci nel ricercare una vena civile in questa poesia, che pure esiste e non è labile, ma che a mio avviso è ben integrata con il verso lirico (asciutto ma lirico!) dove l’io, il tu, il noi sono entità come proiettate al di fuori del tempo e dello spazio e della stessa storia.  Il mastice che lega insieme il pensiero poetico di Nuscis è infatti la presa di coscienza soggettiva che viene comunicata ad altre soggettività instaurando un dialogo che riguarda soprattutto la natura dell’uomo, la sua ontologia, non la sua storia.

Un’opera infine, che a mio avviso ha molto di inedito e di personale, che impedisce di accomunare l’autore a una particolare tendenza o fenomeno di massa.  Un’opera originale e ambiziosa che mi induce a ritenere che Gianni Nuscis sia una delle migliori promesse della poesia Sarda e, già da oggi, un poeta completo, molto riconoscibile, di indubbio talento.

                                                                                                                  

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4 responses to this post.

  1. Posted by utente anonimo on 14 dicembre 2009 at 6:57 pm

    Gianmario Lucini ha colto bene la valenza di ‘chiamata’ dell’ultima poesia di Giovanni Nuscis (‘vena intersoggettiva’, ‘un dialogo che riguarda soprattutto la natura dell’uomo, non la sua storia’): parola data e insieme parola chiesta, richiamo alla coscienza del lettore.
    Senza dimenticare la qualità del linguaggio, per il quale Lucini parla di folgore, densità, allusioni, asciutezza, di evidente frequentazione di poesia classica e di poesia contemporanea.
    Avevo personalmente già riflettuto su questa bella raccolta, ma la nota di Lucini da ulteri spunti e profondità al discorso critico.
    Un caro saluto a Giovanni e Gianmario
    Antonio

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  2. Caro Tonino, grazie per la lettura e per le tue parole sempre attente e puntuali. E’ prezioso e salutare, per chi scrive, avere riscontri come questo  di Gianmario, e il tuo, intendeno dire quello uscito su VDBD, oltre alle tue riflessioni odierne.
    Gianni

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  3. Posted by utente anonimo on 1 gennaio 2010 at 7:43 pm

    Leggo solo adesso questa nota e sono lieto di trovarvi espresse magistralmente l’impressione che avevo avuto alla lettura di questo libro, che anche a me è sembrato un libro maturo e complesso, nuovo nel linguaggio e nello sguardo sul reale: disincantato sì, ma anche non rassegnato e non conciliante.

    Ancora complimenti, Giovanni, e grazie a Lucini per questa lettura.

    E colgo l’occasione, Giovanni, per augurare buon anno a te e a tutti i lettori del blog.

    Rispondi

  4. Grazie davvero per le tue parole sul libro e sull’ottimo intervento critico di Gianmario Lucini.

    Ricambio l’augurio di Buon anno

    Giovanni

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